giovedì 19 luglio 2012

La Sardegna Antica

da 
Quotidiano di storia e archeologia
DIRETTO DA PIERLUIGI MONTALBANO

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Dalle origini al nuragico

 Mesolitico
 Le uniche tracce mesolitiche (10.000-6.000 a.C.) finora rinvenute in Sardegna risultano essere quelle della Grotta Corbeddu di Oliena, nella costa baroniese. Gli scavi hanno messo in luce resti di cervidi e di Prolagus sardus (roditore estinto), in vari casi recanti tracce di fuoco, fatto che ne rivela la cottura e il consumo alimentare da parte dell’uomo. Neolitico Il Neolitico, o età della pietra levigata, ha inizio in Sardegna intorno al 6.000 a.C. Fu questo un periodo di grandi innovazioni, determinate dal miglioramento del clima, dall’introduzione dell’agricoltura e dell’addomesticamento degli animali, dall’invenzione della ceramica. Soprattutto l’agricoltura contribuì al cambiamento dello stile di vita delle popolazioni le quali, da nomadi, diventarono col tempo sedentarie. Le genti erano sparse nell’isola, organizzate in piccole comunità che, per comodità di definizione, oggi accomuniamo in “culture” con aspetti omogenei (tipologie ceramiche, abitative e funerarie). Una caratteristica del neolitico sardo fu inoltre il commercio nel Mediterraneo di importanti risorse, come l’ossidiana, la selce e, nel periodo più recente, anche il rame.

 Neolitico antico
 Il neolitico antico (6000 - 4000 a.C.) si divide in due fasi, Su Garroppu (Carbonia) e Filiestru (Mara), dai nomi delle grotte dove sono stati effettuati i rinvenimenti più importanti. Gli elementi caratteristici sono gli abitati in grotta o ripari naturali e la ceramica impressa del tipo cardiale. L’ossidiana della miniera del Monte Arci, nell’Oristanese, svolgeva in quest’epoca la fondamentale funzione di vettore per gli scambi commerciali e culturali nel Mediterraneo. Le varietà sarde del prezioso vetro vulcanico, infatti, sono state ritrovate in Corsica, Italia centrale e Francia meridionale. 

 Neolitico medio
 Il neolitico medio (4000 - 3400 a.C.) è caratterizzato dalla cultura di Bonuighinu, dall’omonima grotta in territorio di Mara, nel Sassarese (la grotta è anche chiamata Sa Ucca de Su Tintirriolu), che per la prima volta ne restituì le testimonianze. Queste genti vivevano organizzate in comunità agricole, abitavano prevalentemente in grotta, ma anche in primitivi villaggi all’aperto. Seppellivano i morti in grotte naturali ed in fosse scavate nel terreno; il corredo funebre era costituito da ceramiche e da statuine della dea-madre dalle abbondanti forme. Gli uomini del neolitico medio si nutrivano di molluschi terrestri e marini, come il cardium, e adoperavano utensili litici e ossei. Interessati da un processo di incremento demografico, sperimentarono vari tipi di colture, come l’orzo, la lenticchia e il grano, e allevarono buoi, pecore e capre. La produzione ceramica, dal colore nero o bruno lucidissimo, è inornanta o con eleganti decorazioni impresse o incise (puntinato) a festoni, triangoli isolati o composti “a dama”. 

 Neolitico recente 
È caratteristica del neolitico recente (3400 - 3200 a.C.) la facies San Ciriaco- Cuccuru Is Arrius. Si tratta di una evoluzione della cultura di Bunuighinu e prende nome da due località, rispettivamente in territorio di Terralba e Cabras, nell’Oristanese. Compare in una ventina di siti ed è caratterizzata da ceramica non decorata; tipica la coppa a colletto con prese a rocchetto. È questo un periodo di grandi innovazioni e di contatti con il Mediterraneo orientale e la penisola italiana. Compaiono le prime tombe a grotticella artificiale o domus de janas (Cuccuru Is Arrius) ed a circolo megalitico (Li muri-Arzachena), queste ultime segnalate da piccoli menhir. La religiosità si manifesta nelle statuette di dea-madre in stile geometrico-volumetrico, che esaltano un ideale di bellezza fertile e abbondante e che danno il segno del preminente ruolo della donna nella società neolitica (Cuccuru Is Arrius, Decimoputzu). 


 Neolitico finale 
Nella grotta di San Michele, presso l’attuale abitato di Ozieri, nella regione del Monte Acuto, vennero per la prima volta alla luce i materiali della cultura che principalmente documenta il neolitico finale in Sardegna (3200 - 2800 a.C.). Tale cultura, detta per questo di San Michele (o di Ozieri), è forse il risultato di un influenza etnica orientale, cretese o cicladica, sul sostrato indigeno. La società è articolata, tende al miglioramento delle tecniche agricole, commercia le ricchezze minerarie, quali l’ossidiana, la selce e, per la prima volta, il rame. Si vive in villaggi di capanne fatte di frasche e si seppellisce nelle domus de janas, nei dolmen, nelle allées couvertes e nei circoli megalitici; spesso sono presenti i menhir ( perdas fittas, nella lingua sarda). La ceramica, che insieme a quella dei tessuti, stuoie, vesti e cestelli, è una produzione prettamente femminile, presenta nuove forme (tazze carenate, pissidi, tripodi con piedi a punta) e decorazioni a incisione, impressione o incrostazione, con motivi a spirale, festoni, cerchi, figure stellari e umane. La complessità culturale e spirituale della fase Ozieri è rappresentata anche dalla produzione artistica: gli idoli antropomorfi raffiguranti la Grande Dea Madre mediterranea si evolvono verso la stilizzazione della figura umana, che si assottiglia secondo uno schema a placca cruciforme. 

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 Eneolitico o Calcolitico 
Il passaggio dal neolitico all’eneolitico o calcolitico (2800-1800 a.C.) avviene in maniera lenta e graduale, ed è fondamentalmente caratterizzato dalla tendenza all’abbandono dell’ossidiana in favore della produzione metallurgica. La lavorazione ed il commercio del metallo si associano alla pastorizia e all’agricoltura, dando luogo ad un processo di trasformazione economica e sociale che porterà alle più evolute culture del bronzo. Il processo ha in effetti inizio nelle fasi finali del neolitico, ma è l’eneolitico a dargli un impulso determinante, poiché segna l’incremento dell’importanza della Sardegna nella rete di scambi tra le genti del Mediterraneo occidentale (Spagna, Francia meridionale) e centro-europee; si indeboliscono invece le influenze orientali che erano state tipiche del neolitico (Cicladi, Creta, Malta, Grecia). Le culture dell’eneolitico sardo sono probabilmente l’espressione di piccoli gruppi che, giunti nell’isola proprio dall’Europa, occuparono le sedi scelte precedentemente dagli uomini San Michele. La società, che va diventando guerriera e a dominio maschile, non limita dunque più la propria economia alla semplice sussistenza, ma inizia a fruire di veri e propri beni di consumo: lavora le materie prime, di cui l’isola è ricca (rame, argento, arsenico, piombo), realizza il prodotto finito, guadagna dal commercio e accumula eccedenze. 

 Cultura Sub-Ozieri, Filigosa
 Le facies Sub-Ozieri/Su Coddu di Selargius e Filigosa sono rappresentative dell’eneolitico iniziale sardo (2800-2600 a.C.) e si pongono sulla linea evolutiva della cultura tardo-neolitica di Ozieri. La prima facies è stata individuata in vari siti del Campidano (il principale in località Su Coddu, Selargius), con resti di abitazioni e ceramiche di tradizione Ozieri e di influenza mediterraneo-orientale. La seconda facies prende nome dalla necropoli di Filigosa (Macomer), caratterizzata da domus de janas precedute da un lungo corridoio scoperto. Di eccezionale interesse il monumentale tempio-altare di Monte D’Accoddi (Porto Torres), con rampa inclinata d’accesso, piattaforma tronco-piramidale e sacello sovrastante, la cui forma richiama le ziqqurat mesopotamiche (fasi Sub-Ozieri, Abealzu).

 Cultura Abealzu 
La cultura di Abealzu, dall’omonima necropoli in territorio di Osilo, caratterizza l’eneolitico medio sardo (2600-2400 a.C.). E’ da attribuire a queste genti la produzione delle prime leghe e dei primi pugnali di rame (tomba di Serra Cannigas, Nuraminis-Villagreca). Le espressioni materiali della cultura Abealzu, tra questi i tipici vasi a fiasco con bozze mammellari, richiamano contesti dell’Italia tirrenica centro-meridionale e padana, dell’area franco-elvetica, della Corsica, dell’area siculo-eoliana e della Grecia. Sono di quest’epoca anche le più antiche forme di statuaria dell’isola. L’area del Sarcidano-Mandrolisai ha infatti restituito numerosi esemplari di menhir protoantropomorfi e antropomorfi e di statue menhir maschili e femminili, le cui tipologie trovano riscontri nell’area alpina, Trentino e Lunigiana. Notevoli le statue-menhir “armate”, recanti scolpito il pugnale, simbolo del potere, ed il “capovolto”, simbolo del defunto, probabilmente interpretabili come simulacri di eroi divinizzati. 

 Cultura Monte Claro
 L’eneolitico recente (2400-2100 a.C.) vede affermarsi nell’isola la cultura di Monte Claro, dal colle cagliaritano che ne restituì per la prima volta, in un ipogeo funerario a pozzetto, la caratteristica ceramica. In questa fase, l’incremento demografico, l’estendersi delle superfici coltivate ed il perfezionamento delle tecniche agricole, spingono la popolazione a ricercare una più elevata qualità di vita. Pur utilizzando ancora l’abitazione in grotta di tradizione neolitica, le comunità Monte Claro si insediano preferibilmente nei villaggi, organizzandovi gli spazi abitativi e le pertinenze agricole (San Gemiliano di Sestu, Monte Olladiri di Monastir). Sorgono i primi edifici megalitici (Villagreca, Olmedo, Oliena, Castelsardo). Vengono utilizzati vari rituali di seppellimento: in grotta, più spesso negli ipogei a corridoio megalitico o a pozzetto con più vani (Monte Claro, Sa Duchessa, Cagliari), o in ciste litiche (San Gemiliano, Sestu) e dolmen (Motorra, Dorgali). La ceramica è caratterizzata da forme a situla e decorazioni a solcature e costolature parallele. Lo spirito guerriero delle popolazioni si manifesta nella metallurgia, soprattutto nei tipici pugnali di rame a lama lanceolata, frutto forse di tecniche di fusione e di colata provenienti dall’esterno od opera di stranieri giunti nell’isola. 

Cultura del Vaso Campaniforme 
Sul finire dell’eneolitico (2100-1800 a.C.), l’isola viene interessata da una corrente culturale che dalla penisola iberica si diffonde nel territorio europeo ed oltre. La contraddistinguono alcuni tipici oggetti: innanzitutto il beaker a campana rovesciata con decorazioni ad incisione e punteggiato (vaso campanifome), ma anche scodelloni similmente decorati, bottoni in osso con perforazioni a “v”, pendenti a crescente lunare, punte di freccia in selce ad alette squadrate, brassard e un particolare tipo di pugnale. Delle genti portatrici di tali produzioni materiali s’ignorano l’origine razziale, le modalità insediative, l’organizzazione socio-economica e l’ideologia: sembra peraltro accreditabile l’ipotesi di un loro arrivo nell’isola a piccoli gruppi e a diverse ondate, con tendenza all’integrazione con le popolazioni indigene. I materiali sardi provengono da domus de janas riutilizzate, tombe a cista, fosse terragne, dolmen e grotte. Molto prezioso è un corredo di oggetti d’ornamento proveniente dalla sepoltura di Padru Jossu (Sanluri).

 Fonte: www.apolidesardus.altervista.org



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