martedì 26 novembre 2013

Leonardo Melis racconta la "Zona Franca"




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lunedì 25 novembre 2013

Come diventerebbe la Sardegna se si sciogliessero tutti i ghiacci?

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

Come diventerebbe la Sardegna se si sciogliessero tutti i ghiacci?



Cagliari e Oristano sommerse, con buona parte dell’Italia. Così il National Geographic ha immaginato come diventerebbe l’Italia (e il pianeta intero) se tutto il ghiaccio del mondo si sciogliesse.
Lo scenario (immaginario) è ovviamente catastrofico. La prestigiosa rivista immagina un futuro in cui con lo scioglimento dei ghiacci di Antartide, Groenlandia e Polo Nord il livello dei mari provocasse l'innalzamento di oltre 65 metri. «Sulla Terra ci sono più di cinque milioni di miglia cube di ghiaccio – scrive l'Indipendent che fa una sintesi del lavoro del National Geographic – E alcuni scienziati dicono che ci vorranno più di cinquemila anni prima che si sciolga tutto». In Italia finirebbero sott’acqua anche i porti della Liguria, le spiagge della Versilia e la costiera amalfitana. Il Nordest rischierebbe poi l'estinzione: da Venezia a Bologna con le altre città di Veneto ed Emilia Romagna. L'Italia poi perderebbe la capitale, visto che anche Roma non potrebbe resistere alla forza dell'acqua. Nella mappa interattiva, le coste della Sardegna occidentale finirebbero inghiottite dal mare, da nord a sud con qualche eccezione. E a farne le spese sarebbe quasi tutto il Campidano, da Oristano a Cagliari e hinterland. Scenario catastrofico, per ora solo virtuale: il futuro, anche se inevitabile, sembra piuttosto lontano.

Fonte: L'Unione Sarda

domenica 10 novembre 2013

IL MITO DI OSIRIDE - Il culto dei massimi déi dell' Egitto in Sardegna

Articolo tratto da
IL LIBRO DELLE SFINGI
Il culto dei massimi déi dell' Egitto in Sardegna
di Gennaro Pesce
Editrice Sarda Fossataro


Quando lo storico greco Erodoto (circa il 450 a.C.) visitò l`Egitto, notò che, nell`immensa folla di déi, adorati in quel paese, il più popolate era Usire, chiamato da lui, alla greca ovviamente, Osiris, e da noi Osiride. Questo dio si narrava una storia terribile, ma a lieto fine. Eccola.

Geb e Nut

 Osiridel
 Nato da Geb (il dio - terra) e da Nut (ia dea - cielo) in uno dei cinque giorni complementari dell'anno, (*) Osiride diventò signore del mondo e trasse gli Egiziani dallo squallido stato di vita bestiale, in cui si trovavano. Insegnò loro i frutti della terra, fece loro conoscere le leggi e li educò a rispettare gli Déi. Poi viaggiò per il mondo, civilizzando il resto del genere umano.
Ma suo fratello Seth, ingelosito per l'amore, che Osiride ispirava agli uomini, meditò di sopprimerlo. Si assicurò la cooperazione di settantadue complici ed, esattamente misurata la statura di Osiride, fece costruire un cofano in legno di cedro, splendidamente ornato, e ordinò che fosse portato nel bel mezzo di un festino.

 I convitati, stupiti ed entusiasti, mostrarono il desiderio di
Seth
possederlo. Seth disse loro, sorridendo, che avrebbe donato il cofano a chi lo avesse riempito completamente con la sua persona. Ogni convitato fece la prova, che non riuscì, Da ultimo Osiride vi si distese dentro e lo riempì del tutto. Subito i convitati si precipitarono sul cofano, ne abbassarono il coperchio e chi lo chiuse con chiodi, chi lo sigillò con piombo. Poi il cofano, portato al fiume, fu fatto scivolare nell’acqua e la corrente lo trasportò fino alla foce del Delta e oltre, nel mare.
Le onde sospinsero il cofano alla riva della città di Biblo nella Fenicia (oggi territorio dello Stato del Libano), a piè di un tamarisco il quale, crescendo con straordinaria rapidità, lo incorporò completamente nel suo tronco. Fatto abbattere dal re di Biblo Malcandro, il quale se ne servì per far puntellare il tetto del suo palazzo, questo albero emanava un profumo insolitamente squisito.


Iside (fig. 10), sorella e sposa di Osiride, il cuore trafitto dal dolore, andò cercando il suo sposo
assassinato, peregrinando per tutto l’Egitto, finché le giunse sentore dell'esistenza del miracoloso tamarisco nella reggia del re Malcandro.

da http://www.antika.it/004339_iside.html
fig.10

 Intuito il significato di questo fenomeno, Iside si recò subito a Biblo, dove non si fece conoscere per quella che era. Ed io ricordo di essermi soffermato a lungo, con commozione, davanti al <<point d'eau >> - come lo chiama il mio amico, l'illustre archeologo francese Maurice Dunand, scavatore di Biblo - cioè il pozzo, sull’orlo del quale si assise la Dea affranta, stanca e assetata!
 La regina Astarte l‘assunse come balia del proprio neonato. Iside voleva renderlo immortale, ma ne fu impedita dalla regina. Questa infatti, entrata improvvisamente, vide che il suo bambino era immerso nel fuoco dalla << balia >>  urlò per il terrore e così ruppe l’incantesimo. Il passare il bimbo per il fuoco, infatti, era un rito magico di purificazione. Per tranquillizzare la regina, Iside le si rivelò e dichiaro il motivo della sua venuta a Biblo, Ottenuto l’albero miracoloso, ne trasse fuori il cofano, ch'ella bagnò con le sue lacrime, e se lo riportò in Egitto, dove lo nascose nella palude di Buto nel Delta, per sottrarlo all’infame Seth. Ma questi, scoperto il nascondiglio, dilacerò il cadavere del fratello in quattordici pezzi, che sparse per tutta la Valle del Nilo.
Senza scoraggiarsi la vedova cerco e trovò tutti i brandelli, eccettuato il membro virile, (**) perché un ossirinco, pesce del Nilo, l`aveva mangiato per ghiottoneria; perciò gli ossirinchi furono maledetti in perpetuo.
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(*) L'annno egiziano era di 12 lunazioni complete (come, più tardi, quello del calendario del re romano Numa Pompilio). I ' giorni in più erano quelli di Osiride, lsde, Seth, Horos e Nefti. Vedremo via via chi era ciascuna di questa divinità. 
(**) ln seguito, usando un termine del linguaggio filologico e non urtante per certa categoria di lettori, lo chiamerò fallo, dal greco phallòs, significante, per l'appunto, l'organo, sessualmente distintivo del corpo umano virile ed insieme la sua imitatzione in legno di fico o in cuoio che, nel mondo greco antico, era portata in processione, come simbolo della forza fecondatrice della natura, durante le feste in onore del dio della vegetazione Diòniso.
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 ln questa ricerca la dea fu aiutata dal dio - coccodrillo Suchos (fig. 37).
 Ricomposto abilmente,  pezzo per pezzo, il corpo dello sposo e postogli un fallo posticcio di legno di sicomoro, lside, con l'aiuto della sorella Nephtys, del dio delle tombe Anubis (fig. 35) e di Thot, il dio (fig. 22) della sapienza e della magia, celebrò solennemente i funerali con alte lamentazioni e incantesimi, ventilò il viso del morto con le sue ali, ridandogli il soffio vitale e praticò, per la prima volta, il rito della imbalsamazione sul corpo dello sposo, assicurandogli una vita perpetua. lnfatti Osiride risuscitò e fu il dio dei morti.
fig. 37
 Allora Iside si ritirò nella palude di Buto per allevare un bambino (fig. 36), che ella aveva concepito giacendo, in forma di sparviero, sul cadavere del consorte. Il bimbo si chiamò Horos o Hòro (fig. 37) e fu tenuto nascosto affinché non cadesse vittima delle insidie di Seth.
fig. 36
fig. 22

fig 37

 Cresciuto, Horos, per vendicare il padre, mosse guerra allo zio. Durante la battaglia Seth cavò un occhio ad Horos, ma Thot glielo ritrovò e — primo oculista, benché mitico, di cui abbiamo notizia -  lo rimise al suo posto. Come contropartita Horos evirò Seth. Infine lo debellò. Seth calunniò il nipote davanti all'assemblea degli dei, il tribunale divino emise sentenza di assoluzione con formula piena a favore di Horos e stabili che l'universo fosse diviso fra Horos e Seth. Poi, col passare del tempo, il dio Seth si dileguò, tuonando, verso il cielo, ed Horos rimase il Signore del mondo dei vivi, mentre Osiride fu il Signore del mondo dei morti. Ma la figura di Osiride prevalse su quella di Horos, nel senso che Osiride, oltre ad essere considerato il dio dei morti, era anche il dio dei vivi in quanto ogni vivo è destinato a morire.
fig. 35



giovedì 5 settembre 2013

Festa Shardana 2013 - CONFERENZA di Leonardo Melis

Festa Shardana 2013
Leonardo Melis al Teatro A. Dei, accompagnato dalle note del BARDO A. SEKI all'arpa celtica e dalla pianista Miss Cloe. - Strumentazioni di Pino Piskedda e Franco Angius. Organizzazione Assoc. Janas e DanCro. Patrocinio Comune di Lanusei.





Hinghielu Male - Hinghìelu maschio

da ilsimplicissimus2.wordpress.com

I Mamuthones sono una maschera arcaica della Sardegna carnevale e rappresentano un antico e misterioso rituale, famoso non solo nel Mediterraneo, ma in tutto il mondo. Hanno la loro prima apparizione dell'anno, il 17 gennaio, in occasione del giorno di San Anthonys. Di solito, ma non solo in Sardegna, naturalmente, questo periodo dell'anno è dedicata ad una serie di rituali propiziatori per assicurare la fertilità dei campi, nonché la fecondità delle donne. La prosperità di tutta la comunità. Maschere terribili e spaventosi, i Mamuthones sono imponenti e orgogliosi. Si vestono di pelle animale e una maschera di legno nero. Rompono il silenzio surreale intorno a loro si stringono con forza i campanacci portati a spalla, in perfetto unisono. Mamuthones andare avanti con Issohadores, ottimi lanciatori di Soha, lazo, con cui abilmente catturano le donne, amici, spettatori, che intendono bene e fortuna. L'origine e il significato di questo rituale è in gran parte sconosciuto. Potrebbe essere una forma d'arte drammatica o la parodia di un evento storico o un antico rito propiziatorio. La tradizione orale è l'unico modo per la sua sopravvivenza. Hinghìelu maschio è un breve viaggio all'interno del rituale di Mamuthones dalle parole della più antica Mamuthone ancora in attività, Franco Sale. Un viaggio sul filo della memoria, la tradizione e l'amore per le proprie radici.

 The Mamuthones are an archaic mask of Sardinian carnival and they represent an ancient and mysterious ritual, famous not only in the Mediterranean area, but all over the world. They have their first appearance of the year on January 17, on occasion of the St Anthonys Day. Usually but not only in Sardinia, of course, this period of the year is dedicated to a series of propitiatory rituals in order to assure the fertility of the fields, as well as the fecundity of women. The prosperity of all the community. Terrible and frightful masks, the Mamuthones are imposing and proud. They dress animal leather and a black wooden mask. They break the surreal silence around them shaking powerfully the cowbells carried on the shoulders, in perfect unison. Mamuthones go along with Issohadores, excellent launchers of soha, lazo, with which they skilfully capture women, friends, spectators, wishing well and fortune. The origin and the meaning of this ritual is largely unknown. It might be a shape of dramatic art or the parody of an historical event or an ancient propitiatory ritual. Oral tradition is the only way for its survival. Hinghìelu male is a short trip inside the ritual of Mamuthones by the words of the oldest mamuthone still in activity, Franco Sale. A travel on the thread of memory, tradition and love for the own roots.

mercoledì 4 settembre 2013

L'epoca dei fenici - 1° parte

L'età fenicia 
di Pierluigi Montalbano

 Levantini 
Nel II Millennio a.C., prima i naviganti minoici, poi quelli micenei e, infine, i levantini, furono attratti dalle ricchezze minerarie dell’isola, e dalle notevoli possibilità offerte dal mercato dei metalli. Sono da citare in uscita verso i mercati del Vicino Oriente, grandi quantità di argento, il metallo che costituiva la base delle transazioni commerciali. In Sardegna, le miniere e gran parte del processo industriale di trasformazione dei minerali erano prerogative delle popolazioni nuragiche, proprietarie dei giacimenti. Come è noto, nell’antichità la Sardegna era definita anche “l’isola dalle vene d’argento”, ed è interessante notare come i centri più antichi fossero collocati proprio nelle vicinanze dei più importanti giacimenti metalliferi. Nella seconda metà del XIII a.C., tutte le città costiere della Siria e della Palestina, sottoposte in precedenza al regno degli ittiti, stanziati in Turchia, e al regno d’Egitto, goderono di quattro secoli di indipendenza ed ebbero la possibilità di incrementare in totale autonomia sia il commercio che la produzione artigianale. In mancanza di miniere, la principale risorsa naturale del Libano era costituita dalle enormi foreste di cedri che ricoprivano le catene montuose e che fornivano legname pregiato. Anche lo sfruttamento delle risorse del mare fu intenso, soprattutto la conservazione del pescato sotto sale e la pesca dei molluschi (murici) utilizzati per la tintura color porpora dei tessuti. A ciò si aggiunge lo sfruttamento delle sabbie silicee per la produzione del vetro. Il rame di Cipro e della Sardegna, il ferro di Cilicia, il bisso e la porpora delle città siriane, l’avorio, l’incenso e le spezie africane, e gli animali esotici dell’India, contribuirono ad arricchire le città costiere libanesi. Queste imprese commerciali erano organizzate dai detentori del potere, ossia i membri della casa regnante e della casta sacerdotale dei luoghi di culto più ricchi. Solo pochi mercanti privati potevano affrontare lo sforzo economico di un’impresa che implicava due o tre anni di viaggio con notevoli rischi di naufragio. Fenici, punici e cartaginesi appartengono alla stirpe che ebbe origine proprio nella costa del levante, anticamente definita “Terra di Canaan”. I fenici emergono dopo gli sconvolgimenti politici e militari causati intorno al 1200 a.C. da una coalizione armata ricordata come “Popoli del Mare”. Ciò che definisce i fenici è la comunanza culturale, e non quella politica. Furono legati dalla lingua, dalla cultura e dalla scrittura, al pari delle città greche, che non realizzarono mai un’unità politica. La Fenicia era popolata da città stato, ciascuna con una propria politica e propri orizzonti culturali. I fenici d’occidente ebbero in Cartagine la massima espressione imperiale della loro storia. Attorno al 700 a.C., la potenza della città africana crebbe a tal punto che, liberandosi definitivamente del tributo pagato a Tiro, loro città d’origine, i cartaginesi iniziarono la loro espansione nelle terre oltremare. In Sardegna, la maggior parte dei luoghi in cui si fermarono i fenici era da tempo occupata dalle popolazioni nuragiche. La massima pressione economica lungo le coste è attestata a partire dall’VIII a.C., quando i nuragici, commercianti soprattutto di vino e delle anfore per contenerlo, autorizzarono i levantini ad integrarsi nei villaggi. In quel momento, piccoli gruppi di abitanti orientali, con il consenso dei locali, e congiuntamente con loro, diedero origine ai primi agglomerati urbani. Questo arrivo fu assolutamente pacifico perché i nuragici, se fosse stato necessario, avrebbero avuto buon gioco dei mercanti e avrebbero potuto respingerli agevolmente. Del resto, l’accoglienza fu buona perché i nuovi arrivati erano anche portatori di tecnologia. I rapporti delle città fenicie d’Occidente con la madrepatria libanese, cessarono definitivamente nel 650 a.C., come documentano le antiche fonti scritte che raccontano come la Fenicia divenne terra di conquista e fu occupata, in successione, prima dagli Assiri, poi dai Babilonesi e infine dai Persiani, che la conquistarono nel 550 a.C. Questi ultimi, nel Mediterraneo Orientale, incentivarono il commercio fenicio in concorrenza con quello greco.

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

da www.archeo.it

martedì 3 settembre 2013

I Neanderthal erano navigatori? - Occhio sul Mediterraneo

da www.dailygreen.it
da www.lsdmagazine.com

L'immagine scimmiesca utilizzata anni fa per descrivere l'uomo di Neanderthal, non e' piu' coerente con le nuove realta' archeologiche: è noto che questa linea evolutiva, seppur separata dall'essere umano moderno, possedeva il fuoco, diverse forme di comunicazione, intratteneva scambi commerciali con i più recenti ed evoluti sapiens, fino addirittura ad incrociarsi con l'uomo anatomicamente moderno, e per certo, fu il primo artista della storia. Una serie di recenti scoperte nelle isole del Mediterraneo hanno suggerito anche l'ipotesi che i Neanderthal fossero in grado di costruire barche e navigare, spostandosi in lungo e in largo lungo sul mare fino a coprire distanze di centinaia di chilometri. "Devono aver necessariamente utilizzato un qualche tipo di imbarcazione; e' difficile pensare che abbiano percorso queste distanze a nuoto" spiega l'archeologo Alan Simmons della University of Nevada. "Molte delle isole non hanno ponti naturali con cui raggiungerle, per cui gli antichi esploratori dovevano possedere la capacità di costruire navi e le conoscenze per sapere dove condurle". Fino ad ora, l'archeologia si è concentrata quasi esclusivamente sui resti neolitici presenti sulle isole del Mediterraneo. "Su moltissime isole, ci sono incredibili resti di antichità classiche, per cui per molti anni nessuno ha cercato siti più vecchi" sostiene Simmons. Nelle ultime due decadi, tuttavia, sono emerse le prove che alcune isole siano state popolate fin da tempi ben precedenti al Neolitico: alcuni ritrovamenti sulle isole di Melos e di Cipro hanno rivelato artefatti risalenti a 11-12.000 anni fa. "Abbiamo scoperto le prove che alcuni cacciatori umani possano aver condotto all'estinzione gli ippopotami pigmei di Cipro circa 12.000 anni fa. Questo suggerisce che gli antichi navigatori non dovevano già possedere piante e animali addomesticati da portare su queste isole, cosa che rappresenta un complesso bagaglio di "trucchi", ma potrebbero essere stati semplici cacciatori-raccoglitori". "L'idea generale era che nessuna delle piccole isole del Mediterraneo ospitasse insediamenti prima del Neolitico perché erano troppo povere di risorse naturali per supportare un'occupazione permanente. Questo è probabilmente falso. I cacciatori e i raccoglitori possono diventare molto creativi". I suoi manufatti sono stati trovati in territorio greco sia sulla terraferma che sulle isole maggiori come Lefkada, Cefalonia e Zacinto. La spiegazione può essere duplice: o a quel tempo le isole erano collegate alla terraferma, perciò non erano isole, oppure i nostri antenati hanno attraversato il mare in qualche modo. George Ferentinos, dell'Università di Patrasso, dice che possiamo escludere la prima ipotesi perchè è certo che le isole esistevano già. Le acque in quell'area erano profonde almeno 200 metri; oggi sono 300 i metri, ma 100.000 anni fa per effetto della glaciazione le acque si sono abbassate di un centinaio di metri. Ferentinos è convinto che i Neanderthaliani abbiano accumulato decine di migliaia di anni di esperienza sul mare, mentre l'uomo moderno si pensa abbia raggiunto l'Australia via mare non prima di 50.000 anni fa. I viaggi dalla terraferma greca alle isole duravano poche ore ma, secondo Thomas Strasser del Providence College dell'isola di Rodi, i Neanderthaliani non si sono limitati a queste piccole tratte. Nel 2008 sono stati rinvenuti i loro attrezzi di pietra, databili a 130.000 anni fa, sull'isola di Creta. E Creta è certamente un'isola da almeno 5 milioni di anni e la terraferma più vicina è a 40 chilometri. Uno non si avventura per una tratta così lunga in mare aperto se non sa navigare e decidere la direzione. Probabilmente le loro barche erano tronchi svuotati con dei bilancieri per renderle stabili. Certamente non hanno fatto a nuoto 40 chilometri come è certo che non sono stati i primi ad andare per mare: un milione di anni fa l'Homo Erectus navigava tra le isole Indonesiane del mare di Flores!
Alcuni reperti indicherebbero date ben precedenti per la colonizzazione umana delle isole mediterranee: una serie di artefatti di pietra rinvenuti a Creta indicherebbero date superiori ai 110-170.000 anni fa, il periodo in cui si presume abbia avuto origine l'essere umano anatomicamente moderno. Sarà necessaria ancora molta, moltissima ricerca per scoprire la vera storia delle migrazioni umane. Uno dei problemi fondamentali è la datazione: gli artefatti di Creta vanno ben oltre le capacità di datazione del radiocarbonio, e la collocazione temporale di questi oggetti basata sulla stratificazione del terreno non aiuta a stabilire con certezza il periodo in cui furono realizzati. Non sono ancora state trovati, inoltre, resti di imbarcazioni primitive, probabilmente realizzate in materiali deperibili (come il legno) che non hanno resistito al passare del tempo.

 fonte:University of Nevada

da http://portalemisteri.altervista.org/blog/

lunedì 2 settembre 2013

NURAGHE, NURAKE -linguistica sarda e semitica - monumenti sardi

NURAGHE, NURAKE

di Salvatore Dedòla
da www.linguasarda.com


Su questo antichissimo nome troppi linguisti hanno elucubrato invano. Il lemma, che molti considerano un aggettivale (radice nur + tema ake), in realtà non è scomponibile. Gli viene dato il significato di ‘(torre in) muratura’, termine che avrebbe preso piede nell’alto Medioevo, mentre prima sarebbe stato diverso. Per svelare l'enigma occorre muoversi con cautela, lasciando parlare anzitutto i più quotati analisti. Comincio col Sardella (Il Sistema Linguistico della Civiltà Nuragica 325 sgg.) che demonizza quanti, riportando i significati attuali della radice nur-, collegano nuraghe al sardo nurra e traducono quest’ultimo vocabolo a un tempo come ‘mucchio di pietre’ e (con logica capovolta) come ‘vuoto, cavità, voragine’. Egli sostiene che nuraghe e nurra non sono imparentati, e dà per la torre nuragica il significato di ‘lo splendore del santuario’ (sumero nur-a-a-ak-k-i): composto del quale accetto (con riserva) solo il significato di nur 'splendore'. Il Semerano (Origini della Civiltà Europea 592) parimenti non ammette parentele tra nurra e nuraghe, ma rende il problema più avventuroso. A seguire l’esimio studioso, partiamo dalla seconda porzione del lemma, che per lui non è un tema flessivo ma un vocabolo abbinato al primo per stato costrutto. Esso avrebbe la stessa base di lat. arx < accadico arku ‘(abitazione) alta’, ebraico ārōh ‘alto, lungo’, 'luogo inaccessibile, fortificato’. Per il nome intero l’accadico darebbe, secondo Semerano, na(w)u-arraku ‘arce, castello’. Nāwûm come supposta prima parte del composto nur-ake significa ‘abitazione nomadica, pascolo’; ha la sua espansione semitica nell’ebraico nā’ā ‘abitazione, pastura’, forma allotropa di nāwe ‘abitazione, pastura’: a questa stessa base risale il verbo denominativo greco ναίω ‘abito’. Sostando sul termine intero, Semerano confronta il significato anche col latino castrum, suo sinonimo. Lo sforzo ricostruttivo del Semerano non coglie il segno, e va tentato un terzo approccio. La forma nurake potrebbe essere confrontata, per Massimo Pittau (Lingua Sardiana o dei Protosardi 163), con la forma murake largamente presente nel quadrilatero Macomer-Silanus-Abbasanta-Paulilatino-Bonarcado. Ma già sorge l'obiezione che ciò imporrebbe automaticamente anche l’equazione mur-ake = mur-ge (i noti rilievi pugliesi), che invece non hanno la base in arx (accad. arraku, arku ‘alto, lungo’) ma, soltanto per la prima parte del termine, nel latino mūrus ‘muro, mura, muraglia’. Il Pittau fornisce un apparato esauriente dei lemmi affiliati in qualche modo a nuraghe, definendoli «tutti relitti sardiani imparentati col lat. mūrus ‘muro’, con l’antroponimo etrusco Muru e col toscano mora, morra ‘mucchio di pietre, muriccia’». Egli non ammette la parentela nurra- ‘voragine’ con nurra-‘catasta’, e prosegue: «Rispetto alla base nura/mura o nurra/murra… l’appellativo nuraghe/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originario sarà stato ‘(edificio) murario’, ‘(torre) in muratura’». Ma anche la seducente discussione del Pittau è sbagliata. Anzitutto perchè non ha fatto i conti col termine Nora, che designa la celebre città fenicia della Sardegna, significante ‘Luce (di Dio)’. E qui torno al Sardella ed alla mezza verità da lui espressa sul significato di nuraghe. Capisco che avvicinare l’etimologia di nuraghe a Nora sia una turbativa agli occhi della maggior parte degli studiosi, ma è uopo farlo: occorre che ognuno abbandoni le posizioni rigide su cui sinora si è arroccato circa la funzione dei nuraghi. Sino a che non si accetterà come ovvio e naturale che i nuraghi non erano fortezze ma altari sulla cui sommità splendeva il fuoco perenne, non si capirà niente nemmeno della loro etimologia. Essi, prima d’essere identificati con un ‘muro costruito’ (accezione operata nel Medioevo dal clero cristiano, interessato a smantellare i cardini della precedente religione), erano semplicemente gli altari della Luce di Dio (del fuoco sacro) ed affiancavano il proprio nome a quello di Nora; beninteso, senza immedesimazione dei due lemmi, che non hanno la stessa etimologia. Infatti per nuraghe dobbiamo mettere in campo il termine babilonese nuḫar ‘tempio elevato, ziggurath’. Sul termine intervenne la metatesi sardiana nuḫar > nuraḫ > nuragh-e. Per la fase metatetica, vedi l’iscrizione latina sopra il nuraghe Aidu Entos, che scrive esplicitamente NURAC. Così interpretando, dobbiamo ammettere che è giusto quanto affermano gli archeologi, circa la maggiore antichità dello ziggurath di Monte d’Accoddi (Sassari). E dobbiamo aggiungere che fu proprio lo ziggurath di Monte d’Accoddi (e quelli babilonesi) il modello religioso (non formale) da cui s’evolvettero i nuraghi quali altari del Fuoco perenne di Dio. Ho scritto in varie parti che l'ipotesi - ancora oggi tenacemente sostenuta da molti - che i nuraghi fossero fortezze, non ha alcuna base logica. I nuraghi in Sardegna sono (furono) almeno diecimila, e come strumenti difensivi sarebbero un numero enorme. Accettarli come fortezze significa che i pochissimi Sardi dell'epoca (gli storici e gli antropologi hanno supposto non più di 300.000 anime) avessero costruito un nuraghe per ogni 30 persone. Il dato è incredibile, perchè dobbiamo accettare l'assurdo che i Sardi - a gruppetti di 30 - si facessero l'un l'altro una guerra permanente. La quale sarebbe illogica, perchè in breve tempo i Sardi sarebbero dovuti sparire, mentre invece non sparirono. A questo assurdo si sommerebbe l'altro, che per erigere un nuraghe non bastano 30 persone (delle quali peraltro metà sono bambini, l'altra metà va spartita tra uomini e donne, e poichè le donne avevano altro da fare, ad erigere il nuraghe avrebbero lavorato non più di sette uomini). Altro assurdo: ogni nuraghe copre mediamente un territorio non più ampio di 3 chilometri quadrati, che sarebbe lo spazio vitale di ogni tribù di 30 persone... pari a sole tre famiglie! Un assurdo affastellamento di torri difensive. Infine va fatto un ragionamento decisivo: per annientare la "tribù" avversaria non c'era bisogno di affrontarla in campo aperto, bastava aspettare il vento, attendere che la "tribù" entrasse a dormire nel proprio castello, accendere dei falò a ridosso del nuraghe, ucciderli tutti per asfissìa. I nuraghi non furono castelli ma altari. Il popolo Shardana non fu mai in guerra intestina d'annientamento, ma fortemente coeso. Riuscire a costruire una pletora incredibile di altari d'una perfezione architettonica assoluta presuppone una fortissima unità di popolo. Gli Shardana erano così religiosi, che s'aiutarono l'un l'altro ad erigere queste prodigiose torri, che da quasi quattromila anni sfidano il vento e l'insipienza degli interpreti. Circa la radice NUR su citata, essa era nota ai Fenici, con la quale appellarono la città di Nora, chiamandola Ngr (il termine è nella Stele di Nora: vedi capitolo a parte). La Fuentes Estanol, autrice del Vocabolario Fenicio, dà a Ngr appunto il significato di Nora. Accetto la sua tesi e affermo che Ngr si adatta indifferentemente a Nora ed a Nùgoro/Nugòro (che è la città di Nùoro). Per dirimere la questione, faccio le osservazioni seguenti. In Logudoro Nùoro (Nùgoro) è chiamata Nùaru. Quest'ultimo toponimo a prima vista sembra ripetere proprio il nome antico del 'nuraghe' (nuḫar, con affievolimento e successiva caduta della fricativa velare -ḫ-). Invece non è così: il log. Nùaru ha la base nell'ant.accad. nawāru(m) 'essere brillante, splendere' > agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino), incrociato con nuwwurum 'intensità (di luce)'. Nùgoro a sua volta ha la base in nuwwurum, con successiva consonantizzazione delle velari -ww- > -g-. Preciso, a scanso d'equivoci, che nuwwurum è un epiteto riferito direttamente al nuraghe quale sede luminosa del Dio del fuoco, e che dunque i toponimi Nùgoro e Nùaru, sorti in virtù di tale epiteto, sono sempre riferiti in prima persona al nuraghe, che era il tempio del Sole. Nella persistenza millenaria delle due pronunce Nùgoro e Nùaru rientra a pieno titolo anche la parentela semantica esistente tra 'intensità di luce' (nuwwurum riferito alla sacralità del nuraghe quale altare del fuoco)' e 'nuraghe' (nuḫar), che portò all'immedesimazione della "torre" col suo epiteto. Nel Nuorese prevalse la lettura toponomastica riferita alla brillantezza del nuraghe quale altare del fuoco, che è nuwwurum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata poi alla /g/ che è la velare sonora più vicina alla /w/. Il processo fonetico che portò a pronunciare Nùgoro può essere capito anche partendo dall'agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino). Al riguardo entra in gioco la legge della semplificazione del dittonghi protosemitici (riguardante l'antico accadico), che dalla base naurum produce nū(w)rum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata, dagli Shardana abitatori dell'altopiano nuorese, alla /g/. La /w/ è sparita invece nel toponimo Nora [< Nū(w)rum]. Presso i Fenici che frequentarono Nora aveva prevalso, come abbiamo visto, il rafforzamento o consonantizzazione delle -ww- di nuwwurum, e chiamarono la città di Nora Ngr, giusta l'intuizione della Fuentes Estanol; presso gli Shardana abitatori della stessa città di Nora prevalse invece l'affievolimento e la successiva caduta di -ww-, onde nuwwurum >Nu(ww)ra > Nōra.


Mamuthones e Issohadores di Mamoiada: Museo della maschera

da http://www.museodellemaschere.it/

Is brebus de Zia MAriagiuseppa


da http://www.contusu.it/

Quand’ero piccolo (avrò avuto sette-otto anni) a casa mia allevavamo conigli. Ne avevamo parecchi e tutti discendevano dalla capostipite che avevamo chiamato Antonietta. Era un magnifico esemplare, dalla taglia molto grossa e aveva la caratteristica di essere molto prolifica. Ricordo nidiate anche di 18 coniglietti! Non tutti sopravvivevano, ma una buona dozzina riusciva a tirarli su. Col passare degli anni Antonietta (o Antoniettedda, come la chiamavamo noi bambini) era diventata un’istituzione. Non ci sfiorò mai l’idea di ammazzarla, come si faceva con gli altri suoi simili e perciò era come un’icona vivente, da tutti ammirata e coccolata. A casa avevamo l’abitudine, ogni tanto, di liberare nel cortile tutti i conigli che potevano così sgranchirsi le zampe e offrire un insolito spettacolo ai passanti e vicini di casa. A quei tempi (negli anni’50) a Villacidro c’erano numerosi cacciatori e non era raro vederli transitare nelle vie del paese con il fucile a tracolla. Una mattina passò ziu Antonicu che portava il fucile a tracolla. Si avvicinò al portone e osservò quello stuolo di conigli che si muovevano liberamente nel cortile. Tra una chiacchiera e l’altra con mio padre, si tolse il fucile dalla spalla e puntatolo addosso ad Antonietta disse per scherzo: «Immoi dda sparu!» (Adesso le sparo!). Naturalmente non lo fece, limitandosi a mimarne l’azione. Poi se ne andò. La sera stessa Antonietta accusò i primi sintomi di uno strano malessere: rimase accovacciata e immobile in un angolo, senza mangiare. Il fatto si ripeté nei giorni seguenti: restava sempre immobile, senza mangiare tant’è che cominciò a deperire e nel giro di una settimana era ridotta a pelle e ossa. Non moriva ma era evidentemente sofferente e colpita da qualche grave morbo. Visto che non si riusciva a capire cosa le stesse capitando mia madre pensò di farla vedere da zia Mariagiuseppa, una vecchia del paese, famosa perché conosceva e praticava is brebus che spesso risolvevano situazioni impossibili. Così, una sera mia madre e io andammo con Antonietta dentro una scatola di cartone a casa della guaritrice. Arrivati, la vecchia osservò a lungo la coniglia e finalmente disse in tono grave: «Iscùra…è pigàda in ogu! Portat su coru spaccau!» (poveretta…ha il malocchio! Ha il cuore spaccato!). Allora iniziò il rituale di guarigione del quale conservo indistinti ricordi. Recitò in segreto is brebus e poi, rivolgendosi a mia madre: «Bai cun Deus –disse- ca sa coilla gei sanada ! » (Vai con Dio, ché la coniglia di sicuro guarisce). Il giorno stesso Antonietta riprese a mangiare e nel giro di alcuni giorni riacquistò prodigiosamente l’aspetto florido e sano di sempre. Visse ancora alcuni anni, fino a quando morì di vecchiaia.

da http://www.contusu.it/

venerdì 30 agosto 2013

SARDEGNA - Le spiagge più belle del Golfo di Orosei

da http://www.bedgoloritze.it/IT/location.php

Claudio Mortini

Là dove i monti del Gennargentu scendono verso il mare, la costa alta della Sardegna orientale disegna un profilo ampio ed incurvato, teatro delle più belle e selvagge spiagge sarde: il golfo di Orosei. Questo tratto di mare è privo di una strada costiera, e questo forse ha protetto un ambiente incontaminato dove il mare regna sovrano, modellando spiagge e rocce, tingendo di turchese un paesaggio ricco di suggestione. La celebrità di Cala Gonone ha origine antiche, legate soprattutto alle peculiarità geologiche di questi lidi. Ad esempio tutti avranno sentito parlare della grotta del bue marino, celebre cavità carsica dove viveva, fino a qualche decennio fa, la foca monaca. La visita alla grotta è consigliabile, ci sono barche che partono da Cala Gonone e conducono alle grotte, non raggiungibili da terra se non a piedi, per sentieri. Una volta entrati il gioco delle luci, i riflessi dell'acqua di mare sulla volta tra stalattiti e stalagmiti, vi lasceranno davvero senza fiato. Poco più a sud si trova invece Cala Luna (tra le spiagge più belle della costa orientale), una piccola spiaggia nelle dimensioni, ma come fama una delle più importanti di Sardegna. Bianche rocce calcaree con falesie a picco e ricche di grotte, acque che virano dal turchese chiaro al blu profondo del largo, la tranquillità di trovarsi nel centro del Mediterraneo, lontani da automobili e smog. Anche Cala Luna non è raggiungibile con l'automobile, se siete temerari del trekking potete tentare la passeggiata per i ripidi sentieri, oppure affidarvi al servizio di barche che viene organizzato da Cala Gonone. Un altra cala degna di nota è Cala Mariolu, famosa per il contrasto dell'arenile ciottoloso dai colori candidi con le tonalità turchese delle limpide acque della baia. Più a sud si trova Cala Goloritzè, anch'essa raggiungibile a piedi, attraverso ripidi sentieri, una spiaggia famosa specie per gli appassionati di free climbing. Come un gigantesco campanile una torre di roccia, la Guglia, alta 140 m, di cui 120 a strapiombo con un panorama dalla cima che lascia sgomenti per la sua vertiginosa bellezza.


© CLAUDIO MORTINI

mercoledì 28 agosto 2013

Tenores di Bitti Mialinu Pira. - Documentario TV Giapponese


da http://www.youtube.com/playlist?list=PL5C288AF77B9D3EB4

L’IDENTITA’ DEI FENICI

immagine presa da www.lamiasardegna.it
Da shardanapopolidelmare.forumcommunity.net
 di Leonardo Melis.
L’IDENTITA’ DEI FENICI

L’identificazione di questa Cultura (di popolo non si può parlare, sarebbe come dire che gli Europei sono un popolo) da parte dei Greci, alla luce di nuove scoperte e di nuove acquisizioni storiche, risulta essere del tutto errata. I Greci identificarono i Fenici con quei marinai che essi videro scorrere per il Mediterraneo intorno al IX, VIII sec. a.C. E poiché la Cultura greca stava nascendo in quel periodo storico, anche i “Fenici” sarebbero nati nel IX sec. circa. Naturalmente ciò portava a datare in quel periodo stesso tutto ciò che i Greci attribuirono ai Fenici. Praticamente ogni cosa che greca non era. Le città del Mediterraneo, sempre secondo i Greci, nacquero in quel periodo: quelle iberiche, sarde, libiche...La porpora, le navi, le rotte... tutto nasceva improvvisamente nell’arco di poco più di un secolo. Assurdo! La storia non l’hanno scritta, purtroppo, i “Fenici”. La storia l’hanno scritta i Greci, dal loro punto di vista. I Greci uscivano allora da un Medioevo durato quattro secoli (dopo l’invasione dei Popoli del Mare) e tutto nasceva con loro, naturalmente. L’Invasione dei Popoli del Mare avvenuta alla fine del II millennio a.C. cancellò lo scenario storico e geografico allora esistente. Le città greche furono annientate (Atene fu stranamente risparmiata), Creta, Micene, Tirinto, Troja, Ugarit fecero la fine che sappiamo. Città incendiate e distrutte, gli abitanti passati a fil di spada o resi schiavi, i grandi imperi cancellati dalla Storia: Ittiti, Micenei... lo stesso Egitto perse la sua potenza e si salvò solo grazie alla mediazione dei mercenari Shardana al soldo del Faraone. Le città del Libano: Byblos, Tiro, Sidone... subirono stessa sorte e i popoli del Mare si insediarono nella terra di Canaan. Alcune citazioni dalla nuova pubblicazione di Leonardo Melis, “SHARDANA I PRINCIPI DI DAN”, ci chiariscono l’origine dei “Fenici” e conseguentemente delle “invenzioni” loro attribuite. Sir Leonard Woolley (Lo scopritore di Ur): “L’espansione marinara dei Fenici fu dovuta all’installazione degli Asiani nei territori della Fenicia stessa intorno al 1200 a.C., lo stesso periodo, quindi, dell’ultima invasione dei Popoli del Mare che ne avevano occupato i porti”. Abbiamo accennato all’opera di Gerard Herm (Die Poinizier) sui Fenici e riteniamo sia fondamentale nella loro identificazione. Vediamone insieme alcuni passi. - “I popoli del Mare furono quelli che trasformarono la costa Cananea in Fenicia” - “Dall’unione dei Popoli del Mare e i Cananei nacque la Nazione fenicia” - “Hiram (Hiram re di Tiro, n.d.A.) impiegò discendenti di quegli architetti che avevano un tempo edificato le regge micenee e i palazzi cretesi” - “Ebrei e Fenici erano popoli fratelli, entrambi provenivano dal Sinai” Tutto ciò significa che città come quelle iberiche e sarde non erano semplici “Punti d’attracco” per viaggi commerciali. Semplicemente erano città abitate già prima del 1200 a.C. e i Fenici non facevano altro che tornare nelle loro sedi del Mediterraneo Occidentale, quando i Greci li videro navigare verso Tharros, Tartesso, Lixius (In Africa), Karalis, Nora, Kornus, Bosa, Olbia, Nabui, Torres, Olbia, Alalia (Corsica)... Altro che “punti d’approdo” o scali commerciali, queste erano grandi e ricche città dei P.d.M. già dal “Bronzo Antico”! Del resto, la logica dice che sarebbero bastati Karalis e Solki a fare da “Punto d’Approdo”, mentre in Sardinia vi sono almeno 12 Grandi Città costiere “Fenicie”, con tanto di Porto, Saline e Lagune per l’Acquacoltura. Per quanto attiene le altre “invenzioni” sappiamo che alcune di esse esistevano già secoli prima del così detto “avvento” attribuito dai Greci. Vediamo: La Porpora: esisteva già ai tempi dell’Esodo. Ooliab di Dan era tintore di porpora e di scarlatto... La Vela: i Shardana usavano già la “Vela Moderna” triangolare nella battaglia del Delta (1180 a.C) L’Alfabeto: tracce dell’Alfabeto così detto “Fenicio” e della sua evoluzione le abbiamo già dal 2500 a.C. nel Sinai, e dal 1700 a.C. a Creta, in Iberia, in Francia (Glozel) e... in Sardinia. Così per altre invenzioni attribuite a epoche successive e ad altre Culture (bussola, sestante, rotte oceaniche, vite di bronzo, trapano...).

 Da: “Shardana i Principi di Dan”
 di Leonardo Melis.
 II edizione dal dicembre 2005
 Sito web http://www.shardana.org/

lunedì 26 agosto 2013

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS - TOPONOMASTICA SARDA

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS 
di Salvatore Dedòla

Quartùcciu, comune della provincia di Cagliari, è contiguo a Quartu sant’Elena ed è alquanto più piccolo. Ma la diversa dimensione è un fatto recente e non è la ragione del toponimo, inteso impropriamente come ‘Quartu piccolo’. Nel medioevo Quartùcciu era grande come Quartu, aveva lo stesso nome di oggi, ed era chiamato, alla spagnola, Quartocho, Quarto tocho, inteso dagli occupanti come ‘Quarto grossolano, villano, zotico’. In ogni periodo i toponimi esistenti vengono adattati ad orecchio, per paronomasia, e gli Spagnoli li adattarono senza peraltro voler dare connotati spregiativi. Non sapevano intendere in altro modo uno strano Quartucciu per un borgo già da allora nientaffatto minore di Quartu, consci che i campidanesi, se avessero voluto sottolinearne la piccolezza, avrebbero preferito un Piccìu (del tipo Sia-Piccìa). La storia ha sempre unito Quartu e Quartucciu. Nel passato costituivano assieme a Selárgius una triade di villaggi paritetici e contigui, per quanto distinti. Secoli addietro Quártu e Quartùcciu erano chiamati, in modo più congruo, Quartu josso e Quartu susu. Ma entrambi, ahimè, con dei nomi ignoti e obnubilati dalla caligine dell’indifferenza, al pari del nome Selargius. Per rendere finalmente chiara la questione, parto da Quartu josso, oggi chiamato Quartu sant’Elena. Il nome Quartu viene riferito al quarto miglio della strada romana diretta da Cagliari ad Olbia, ma questo riferimento è una elucubrazione dotta fatta a freddo, poi divenuta patrimonio del popolo. Di etimologie popolari sono lastricate le vie dell’Inferno. Ma ci sono anche uomini di buona volontà. C’è chi pone il discorso su buona carreggiata, supponendo che Quartu non derivi dal romano quartus o quartum ma dal punico qart ‘città’. Ad altri invece sembra difficile accedere a tale ipotesi, per una serie di considerazioni negative. Primamente ricordano che Quartu si trova in felice compagnia, non solo in Sardegna, in qualità di villaggio sorto accanto al miliario d’una strada romana. La felice compagnia sarda sarebbe costituita da Sestu, Settimo, Ottava (tra Portotorres e Sassari), Decimo. Ma tutti questi toponimi sono paronomasie che sottendono toponimi un tempo significanti qualcos’altro. Quartu ha la base nel semitico qart, termine usato dai Fenici (qrt ‘città’), dagli Ugaritici (qrt ‘città’) e dagli Aramei (qiryā ‘città’, קִרְיָה), ed in pari tempo dagli Assiri (qrītā ‘città). A Babilonia s’usava lo stesso radicale (qarītu) per ‘granaio’: la qual cosa non è di poco conto, perché nell’epoca dei Grandi Imperi i granai erano di rigorosa proprietà statale e – per ragioni strategiche – non potevano stare in aperta campagna o in un luogo qualsiasi, ma dentro una città presidiata dalla truppa. Quindi se supponiamo Quartu < qart dobbiamo ammettere ch’essa, già in epoca šardana, ebbe la sua rilevante importanza, considerato che un radicale tipo qart non arrivò in Sardegna coi Fenici ma preesistette già con gli Šardana medesimi, poiché questi parlavano una lingua che aveva la base entro il vasto paniere della parlata accadica, imperante nel Mediterraneo dal 2000 a.C. Ma – ed ora spaziamo nella geografia ambientale – perché mai i Fenici (o i precursori Šardana) avrebbero avuto l’idea di costruire una città in un sito discosto dalle spiagge e dai porti, precluso dalla grande laguna oggi chiamata Saline di Quartu? È debole l’argomento che la laguna era facilmente aggirabile approdando alla spiaggia dell’attuale Margine Rosso (presso la quale sta infatti una lunga sopraelevata d’epoca romana). Seconda obiezione: quali ragioni postulavano la nascita di due città, Cagliari e Quartu-Quartucciu, vicine l’un l’altra quattro-cinque miglia? Circa la vocazione al grano suggerita dal citato lemma babilonese, è senz’altro possibile pensare che in queste vaste campagne si coltivasse (in epoca punica lo si coltivava certamente) il grano. Ma intanto va detto che la vocazione riguardò principalmente Quartucciu (= Quarto Tocho che nel suo aggettivo ‘rozzo, zotico, agreste’, così voluto dal senso pratico degli Spagnoli, tradisce il concetto di ‘vocato all’agricoltura’). Ma nella vocazione al grano era implicata anche Selárgius, come vedremo. Eppoi quello del grano era fenomeno piuttosto comune, essendo tipico, ad esempio, della Trexenta e della Marmilla, che però, notoriamente, non conservavano il grano in loco ma lo trasferivano rapidamente ai granai custoditi dentro le robuste mura della città di Cagliari. Per Quartu occorre pure riflettere sul fatto che i vari pagi, in cui si suddividevano i fruitori del territorio, non avevano da pensare al solo grano ma anche alle saline, da cui traevano un valore aggiunto maggiore. Non si può fare a meno d’immaginare che gli indigeni di Quarto Josso da tempo immemorabile, magari aiutati da quelli di Quarto Tocho e di Selargius, abbiano trasportato su chiatte il sale sino a Su Siccu per l’imbarco, navigando nella grande laguna.
da http://www.trekearth.com/gallery/Europe/Italy/Sardegna/Cagliari/Cagliari/photo1295944.htm

Non a caso Mammarranca indica quel lunghissimo canale navigabile collegante le Saline a Su Siccu (Cagliari), che in termini semitici significa ‘lunga via d’acqua’. In questa faccenda c’è da dare, francamente, un colpo all’incudine ed uno al martello. E qui torno a difendere l’interpretazione di Quartu = Qart ‘città’. Difendo con più vigore la definizione di ‘città’ per tre motivi. Primo: si deve immaginare che la dunosa spiaggia del Poetto fosse stata tagliata all’altezza dell’Ospedale marino o della “Bussola”, e che dunque le navi onerarie passassero tranquillamente collegandosi dritto a Quartu josso (esattamente come fecero i Fenici a Giorgino per raggiungere il loro porto di S.Igia). Secondo: il fatto che tre popolose borgate fin dall’estrema antichità si siano trovate sempre unite, è la dimostrazione provata che tale conurbazione fosse chiamata veramente Qart ‘città’, in quanto nell’estrema antichità le città nascevano quasi sempre dall’incontro e dalla fusione di vari pagi contigui, costituiti ognuno da un singolo gruppo patriarcale avente dei connotati che si preferiva tenere distinti. Il terzo motivo si nutre d’aritmetica: va ricordato che il miglio romano (m 1478) moltiplicato per quattro (quartu) fa m 5912, che non sono proprio i 7400 m che dividono i due capisaldi attuali (piazza Jenne e piazza S.Elena di Quartu). La differenza di 1,5 chilometri non si colma affatto supponendo una più corta direttrice impressa all’itinerario diretto ad Olbia. La direttrice era già cortissima: partiva dal foro romano (piazza Carmine) e transitava a un dipresso sotto l’attuale via San Giovanni (verosimilmente per gran parte della via Garibaldi), tirando poi diritta lungo il bordo settentrionale della laguna di Molentargius per segnare il quarto miglio molto prima di Quartu Josso. I conti sono chiari. Ma torniamo all’agglomerato dei tre villaggi uniti e distinti. Se di porto e di città dobbiamo parlare, dobbiamo capire che l’economia cittadina, oltrechè salaria e porporaria (poi parleremo di ciò), era principalmente agraria, e dunque Qart era necessitata a smerciare le proprie derrate. I tre villaggi hanno un retroterra territoriale immenso. Quartu spazia ad est in una ampia fascia pedemontana e marina, Quartucciu e Selargius spaziano a nord per campagne prima piatte poi ondulate, adatte (allora ed oggi) alla migliore agricoltura. Certo, Quartu josso nel medioevo subì l’onta della corvée per la raccolta del sale. Ma aveva enormi estensioni anche per le coltivazioni, e viene dalle sue campagne la prova delle prime vigne della storia sarda. Ma andiamo con ordine. Se accettiamo per la conurbazione di Quartu-Quartucciu-Selargius il nome di ‘città’, dobbiamo pure chiarire l’origine di Qart-Ucciu. Né il latino né il greco hanno referenti di tale forma. Ed è chiaro il perché: se qart è semitico, anche il secondo membro -ùču deve esserlo. Infatti in accadico troviamo ugû, col significato di ‘madre’. Eccoci dunque a Quartùcciu ‘Città Madre’, termine completo e bello.

da  http://www.linguasarda.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cagliari_-_Su_Siccu_et_Bonaria.jpg

Monte d'Accoddi

di Marcello Cabriolu

da http://forum.gsgonnesa.it/




di Marcello Cabriolu
da VIDEO GUIDA ARCHEOLOGICA DELLA SARDEGNA

domenica 25 agosto 2013

L’ISTITUZIONE DEI MISTERI - Occhio sul Mediterraneo

da http://www.antika.it/
di Vincenzo Pisciuneri
L’ISTITUZIONE DEI MISTERI

Negli antichi Testi delle Piramidi è scritto:
“Tu dormi e tu ti svegli, tu muori e tu vivi”(1).

Plutarco, iniziato ai sacri Misteri afferma:
Non è stato senza ispirazione divina che ha parlato colui che ha
detto che il sonno equivale ai Piccoli Misteri della morte, poiché il
sonno è realmente una prima iniziazione della morte… La morte
consiste nell’esiliarsi dal corpo; il sonno consiste nel fuggirlo
come uno schiavo fugge dal suo padrone.(2)
Raggiunta la morte, l’anima sente una sensazione simile a quella
degli Iniziati ai Grandi Misteri. Difatti il termine morire (teleutai)
e quello di essere iniziato (teleisthai) si assomigliano, così gli
stessi eventi.(3)
Plutarco ci spiega che, la condizione di chi si preparava alla Iniziazione era paragonata con quella di chi si preparava alla morte. Il termine greco morire è teleutai, mentre quello di Iniziato è teleisthai che evidentemente sono simili. Plutarco, iniziato ai sacri Misteri ha descritto, per la parte che gli era permessa dal giuramento sodale, più di ogni altro argomenti attinenti ai sacri Misteri, ripresi in modo diverso dalla Tradizione cattolica. In verità sotto certi aspetti non è errato definire “morto” il non-iniziato, in quanto é solo dopo lo svegliarsi al termine dell'iniziazione che si configura lo status di “vivente”. L’Iniziato, veniva in Occidente chiamato “il primo nato” e in Oriente “il due volte
nato”(4).

Nell’antichità venivano celebrati i Grandi e i Piccoli Misteri intesi non come mere rappresentazioni mitiche, ma come Scuole di Sapienza, tanto che ottennero nel loro tempo il massimo apprezzamento dalle migliori menti, basti citare: Platone, Euripide, Socrate, Aristofane, Pindaro, Plutarco, Isocrate,
Diodoro, Cicerone, Epitteto, Marco Aurelio… Nell’antico Egitto gli Iniziati ai Misteri erano i frequentatori della Casa della Vita, una comunità di Sapienti, Sacerdoti e Costruttori, detentori di una Conoscenza Primordiale. All’interno della Casa della Vita(5)
 si trovavano testi di astronomia, medicina, matematica, architettura, ecc. Esternamente era una scuola, un collegio, ove venivano insegnate le scienze, le arti, l’etica, le leggi, internamente, segretamente, durante i Misteri, venivano date prove pratiche di questi ultimi.
Le tradizioni egizie, greche, indù, affermano che da principio non vi erano altro che i Misteri, la Conoscenza, Gnosi, Vidya, regnava fra gli uomini in un tempo felice. Gradualmente sopraggiunse l’oscurità per lo Spirito e alla purezza originaria si mescolò l’impurità dell’avidità, degli egoismi, fino a giungere all’attuale era oscura, per intenderci quella del Ferro per i Greci, del Kali Yuga per gli Indù. Poiché nel mondo della materia la Conoscenza è Potere di creare, ma sopratutto di distruggere, si rese necessario selezionare, limitare il numero di conoscitori, ebbe così origine l’Iniziazione.
A nessun uomo comune, sebbene istruito, possono essere affidate verità troppo
metafisiche senza che si generi in esso una forte reazione tale da portarlo nel completo ateismo, o nel campo di coloro che sfruttano il potere della conoscenza per i propri egoismi. Per tali motivi, a coloro che rimasero fuori, ai profani, la verità fu occultata nascosta da allegorie e simboli; ancora oggi i miti sono visti dalla maggior parte degli intellettuali come favole destinate ad un umanità bambina. Per coloro che entravano nel cuore del Tempio erano destinate prove preliminari durissime, in quanto non vi era maggior crimine che il tradimento, che, era punito con la morte(6)  e la confisca dei beni. Chi falliva, chi dimostrava di non essere padrone della propria integrità perdeva la ragione per sempre, spariva senza lasciare traccia o moriva. Si diceva che il volto della Conoscenza era come il volto di Iside, una pura luce capace di stroncare il neofita. La luce della Conoscenza è troppo abbagliante, per poter essere ricevuta e impunemente comunicata, senza rischiare di portare alla pazzia e alla malvagità, deve pertanto essere velata, filtrata. Il Talmud ebraico narra le vicende allegoriche di quattro maestri che vennero fatti entrare nel giardino delle delizie, ossia che vennero iniziati. Secondo l’insegnamento dei nostri santi maestri, i nomi dei quattro che entrarono nel giardino delle delizie sono: Ben Asai,Ben Zoma, Acher e Rabbi Akiba… Ben Asai guardò e perse la vista. Ben Zoma guardò e perse la ragione. Acher depresò la piantagione (confuse e fallì tutto). Ma Akiba, che era entrato in pace, ne uscì in pace, perché il santo, il cui nome sia benedetto, disse: “Questo vecchio è degno di servirci in gloria”. Il giardino delle delizie non è altro che la scienza misteriosa, la più terribile delle scienze per gli intelletti deboli che conduce alla pazzia. Mosè quando salì sul Monte e chiese di vedere il volto del Signore, gli fu risposto: “Tu non puoi vedere il mio volto… ti riparerò con la mia mano mentre passo”. Quando Mosè discese dal Monte del Signore con le Tavole della Legge, “il suo volto era diventato raggiante… egli si mise un velo sulla faccia(7) ”, egli mise un velo sulla faccia della Rivelazione oscurando alla massa il significato del Pentateuco. Il silenzio iniziatico era osservato nei Misteri di Bacco, della Samotracia, di Eleusi(8) , Egizi, Caldei, Indù. Secondo Porfirio, un Neoplatonico, la filosofia di Platone era insegnata e rappresentata nei Misteri. Platone nutriva una tale venerazione verso i Misteri che mai avrebbe tradito il giuramento di segretezza. Su questo argomento, per non essere frainteso, egli chiaramente scrisse che: Non va prestata alcuna fede a tutti quelli che hanno scritto o scriveranno, come se sapessero cosa io mi propongo… Su questi argomenti non esiste alcuno scritto, né dovrebbe apparire alcuno, perché tali cose non si possono esprimere in parole con altri insegnamenti. In Egitto i Misteri erano noto fin dall’epoca di Menes, Erodoto ci informa che i Greci li ebbero solo dopo che Orfeo ve li introdusse dall’India. Chi istituì i Misteri in Grecia fu dunque Orfeo, che emerge nel mondo dell’Ellade come in Istruttore e un Salvatore delle anime. I pesci nel santuario di Apollo in Licia erano chiamati Orphoi, e Orfeo è dunque un pesce, al pari di Bacco denominato IKΘYΣ, il Pesce, e al pari di Gesù denominato IHΣ, il Pesce. Nei Misteri Egizi, Bes, il dio delle rappresentazioni misteriche, è raffigurato come un nano grottesco che porta una maschera tipica dei Misteri Orfici nell’antica Grecia, maschera dietro cui si celava l’Iniziatore(9) .
Bes veniva anche rappresentato come un pesce munito di gambe umane.
 Aristofane nelle Rane scrisse che: ”Orfeo, ci ha dato le iniziazioni e ci insegnò ad astenerci dall’omicidio”. Il Neoplatonico Proclo attesta l’importanza dell’insegnamento di Orfeo. Quello che Orfeo ha insegnato per mezzo di esoteriche allegorie, Pitagora l’insegnò dopo essere stato iniziato ai Misteri Orfici, e Platone mediante i Misteri Orfici e gli stessi scritti dei Pitagorici.

FIGURA 1.SIMBOLISMO DI BES-PESCE, L’INIZIATORE



1 Pepi II, 760. 
2 Plutarco, de Anima, III, 5. 
3 Plutarco fr. 178. 
4 In India diveniva un dwija, il nato due volte. 
5 Le quattro sedi del Sapere Segreto in Egitto si trovavano a Tebe, Menfi, Sais, Eliopoli. In Egitto, Orfeo, a Menfi, concretizzò l’astrusa filosofia appresa in India. Platone ed Eudosso appresero a Eliopoli, rispettivamente, l’Etica e la Matematica. Pitagora al suo ritorno dall’India andò a studiare a Menfi. Solone e Licurgo, appresero a Sais l’arte di governare e di legiferare. Diogene Laerzio, in Democriti Vita, ci informa che: “Democrito studiò magia (la Grande Via, Grande Vita Divina) per un tempo considerevole presso i sacerdoti egizi”. 
6 “Ogni Iniziato di qualsiasi grado appartenga che riveli la formula sacra deve perire”. Agrushada Parishai.
7 Esodo, XXXIV, 22-33. 8 “La segretezza assoluta, proclamata enfaticamente dall’Inno a Demetra, è rimasta inviolata per un millennio, sino alle malevoli e frammentarie rivelazioni dei scrittori cristiani.” G. Colli, La sapienza Greca, pag. 31.

da IL MISTERO DELLA SECONDA NASCITA di Vincenzo Pisciuneri

giovedì 22 agosto 2013

Cala Goloritzé

foto di Sara Ruiu

Cala Goloritzé è una spiaggia che si trova nel territorio comunale di Baunei nella parte sud del Golfo di Orosei in provincia dell'Ogliastra. La spiaggia, una delle più suggestive della Sardegna, nata da una frana nel 1962 è famosa per il pinnacolo alto 143 metri che sovrasta la cala, noto anche ai climbers per le sue vie d'arrampicata sportiva; la più famosa è la Sinfonia dei Mulini a vento, aperta da Manolo e Alessandro Gogna alla fine degli anni settanta. Altro elemento caratteristico della spiaggia è l'arco naturale che si apre sul lato destro della baia. In un anfratto tra le rocce all'interno della spiaggia è inoltre presente una sorgente d'acqua dolce che dal sottosuolo sfocia in mare.
foto di Simone Paderi
 L'arenile è composto di piccoli ciottoli bianchi e sabbia. Goloritzé è raggiungibile via mare, o con un sentiero che dall'altopiano del Golgo giunge alla cala, con un dislivello di 470 metri e circa un'ora e mezzo di cammino. Attualmente (dall'estate del 2007) la costa in prossimità della spiaggia (200 m dalla riva) è completamente chiusa al traffico di imbarcazioni a motore per preservare la spiaggia dall'inquinamento e dall'assalto dei turisti. Per arrivare alla spiaggia via mare, la via più comoda e meno impegnativa, sono disponibili dei servizi di trasporto e noleggio imbarcazioni dai vicini porti di Arbatax, Santa Maria Navarrese (comune di Baunei).
foto di Simone Paderi

 Cala Goloritzè è stata dichiarata "Monumento Naturale" della Regione Sardegna nel 1993, e poi nominata "Monumento Nazionale Italiano" nel 1995.
foto di Manuele Puggioni


Antichi egizi: le feste chiamate “Misteri” - OCCHIO SUL MEDITERRANEO

da http://www.tanogabo.it
Antichi egizi: le feste chiamate “Misteri”

Nell’antico Egitto, i Misteri erano delle feste che, da una parte, prendevano delle manifestazioni pubbliche di commemorazione di episodi relativi alle gesta degli dèi (che venivano mimate), dall'altra, implicavano riti da celebrarsi nel segreto dei templi. Generalmente i misteri erano consacrati alla passione di Osiride, alla ricerca di Iside e, soprattutto, alle lotte tra Horo e Seth. Le notizie di cui disponiamo circa i misteri sono piuttosto particolareggiate e ci derivano da autori greci, primo fra tutti Erodoto che, pur mostrando sempre la prudenza dell'uomo pio di fronte all'argomento divino, ci offre numerosi elementi interessanti. «Su questo lago (il lago vicino al tempio di Neith a Sais) - egli ci racconta - durante la notte, gli Egiziani danno luogo a rappresentazioni in cui vengono mimati accadimenti reali che essi chiamano "misteri". Io li conosco e so tutto quanto li concerne, ma un silenzio religioso deve velare queste cose.»


 A Busiris veniva innalzato il pilastro Djed e si immolava un bue accompagnato da molte offerte, che veniva poi consumato mentre la folla si dava dei grandi colpi... (le raffigurazioni ci mostrano anche folle danzanti).

 A Bubasti giungevano in barca da tutto l'Egitto intere famiglie: gli uomini suonavano il flauto e le donne le nacchere o cantavano accompagnandosi con il battito delle mani. Giunte nella città, le donne dei pellegrini insultavano quelle di Bubasti, poi si celebravano dei sacrifici e si beveva una gran quantità di vino. Si trattava certamente della commemorazione della ricerca di Iside a Byblos e attraverso tutto l'Egitto.

 A Sais si teneva invece la festa delle lampade: per tutta la notte si accendevano torce per ogni via della città, secondo un'usanza che si sarebbe estesa col tempo a tutte le città d'Egitto. Il motivo che stava alla base di questa particolare festa era il desiderio di commemorazione delle leggende sacre nate intorno agli episodi salienti della passione di Osiride.


 A Papremis, altra città del Delta consacrata a Seth, la statua del dio era condotta in processione su un carro e poi riportata verso il suo tempio, dove dei sacerdoti armati di bastoni le impedivano l'ingresso. Il popolo accorreva allora in aiuto di Seth e ingaggiava col clero armato una battaglia simulata che doveva essere commemorativa di un mito secondo il quale il dio, non potendo rientrare nella dimora di sua madre perché respinto da alcuni servi, andava a cercare rinforzi per buttar giù la porta. Erodoto, in un brano delle Storie, ci racconta di una cerimonia misterica, in cui attraverso l'esibizione di gesti violenti, si celebrava il culto di Ares: “A Papremis hanno luogo sacrifici e liti come altrove. Quando il sole volge al tramonto, un piccolo numero di sacerdoti si danno da fare intorno alla statua di Ares; mentre i più se ne stanno nel vestibolo del tempio, muniti di mazze di legno, altri uomini, che soddisfano dei voti, e sono più di un migliaio, se ne stanno raccolti insieme di fronte ai sacerdoti, anch'essi con ima mazza di legno a testa [...]. Ordunque quei pochi sacerdoti restati accanto alla statua trascinano un carro a quattro mote con su il tempietto e la statua che è in esso racchiusa; ma gli altri che si sono collocati nell'atrio non permettono loro di entrare nel tempio. Sicché i fedeli obbligati dai voti, schierandosi in difesa del dio, si mettono a pestarli, mentre quelli reagiscono. S'accende allora una violenta zuffa a colpi di bastone e si fracassano le teste e molti, io credo, ci lasciano persino la vita a causa delle ferite: per quanto gli Egiziani, almeno, mi abbiano assicurato che non c'è stato mai nessun morto. Gli abitanti del luogo raccontano che questa festa è entrata nella tradizione per il seguente motivo: abitava in quel santuario la madre di Ares, il quale, essendo stato allevato lontano, quando fu adulto, ritornò desiderando intrattenersi con la madre. Sennonché i ministri di lei, che non l'avevano mai visto prima non gli permisero di accostarsi e lo respinsero; ed egli, raccolti rinforzi da un'altra città, diede una dura lezione ai ministri e penetrò presso sua madre. Da quel momento, concludono, hanno introdotto nella festa in onore di Ares questo tradizionale scambio di legnate.”

 Ad Ombos, città dell'Alto Egitto sacra a Seth, aveva luogo un analogo combattimento celebrativo contro gli abitanti di Dendera, città consacrata ad Hathor, dea assimilata qui ad Iside.

 Ad Abido invece, altra località osiriana, una processione alla cui testa era Upuat, «apritore della via» (dio-lupo del Delta che accompagnò Horo nelle sue peripezie contro Seth), si scontrava con i sethiani che le impedivano l'ingresso al santuario. Alla fine, il corteo dei fedeli riusciva a forzare il blocco dopo una rituale battaglia. Anche la morte di Osiride e la sua resurrezione conoscevano una riproduzione rituale. La resurrezione in particolare era resa con la rappresentazione del ritorno del dio su di una barca sacra tra il gran giubilo della folla. Sembra che questi miti venissero mimati, o comunque recitati, da attori professionisti, durante particolari rappresentazioni che avevano luogo nei templi.

 Ad Edfu, è stata rinvenuta la stele di un attore che sembrerebbe essere appartenuto ad una compagnia ambulante che girava per l'Egitto recitando le gesta degli dèi e dando vita ad una sorta di teatro dei misteri. L'origine del termine «mistero» è tuttora incerta; può essere riferita al verbo greco muéo=«istruisco», «inizio», mentre nel Lessico di Suida è fatto derivare da mein to stoma=«chiudere la bocca». Può anche essere collegato al verbo semitico satar=nascondere, donde mustar = «nascosto». Il termine iniziatico egizio per «mistero» è reso con bes sheta. Trattasi dell'ideogramma bes, rappresentato da un pesce munito d'un paio di gambe umane che riunisce in sé i significati di «introdurre» e di «iniziare» oltre ad esprimere il nome del dio Bes, il «Guardiano della Soglia».

mercoledì 21 agosto 2013

Il culto dell'acqua

Sa Sedda e Sos Carros è tratta da www.sardegnadigitallibrary.it
L'acqua nell'antica civiltà sarda. 
Le acque lustrali sono state e sono tutt’ora usate in vari ambiti religiosi. Anche il cristianesimo ha fatto sua l’usanza antica di utilizzare l’acqua per le cerimonie religiose. L’uso dell’acquasantiera all’ingresso delle chiese ad esempio richiama la presenza di un bacile di trachite all’ingresso di templi,nuraghi e pozzi sacri. Nella accurata descrizione degli scavi all’interno del santuario nuragico di Serri il Taramelli annotò la presenza di un bacile in trachite appena varcato l’ingresso dal lato sinistro della curia o capanna delle riunioni. Tale bacile era in tandem con altri reperti dal chiaro carattere cerimoniale-religioso: sempre sul lato sinistro presso il muro ad una distanza di tre metri venne rinvenuta una piccola ara, un cippo e incastrato nel muro un altro bacile rettangolare.
pozzo di Matzanni
da http://shardanapopolidelmare.forumcommunity.net/?t=32803009

Un altarino elegantemente lavorato fu trovato durante i primi scavi anche nel vestibolo del primo pozzo di Matzanni: testimonianza di un uso sacrale della costruzione. Un altarino di simile fattura fu trovato anche nel pozzo C, o terzo pozzo, in tempi relativamente recenti. Esso è stato preso dagli scavatori e portato a Villacidro dove si trova tutt’ora presso il museo sacro ex-oratorio, davanti alla chiesa di S. Barbara. Il pozzo sacro è l’edificio che sembra aver la sua ragione d’essere nel culto delle acque. In Sardegna esistono tutt’ora molti esempi, più o meno conservati di pozzi sacri risalenti al periodo nuragico. Nella località Matzanni in territorio di Vallermosa, al confine col comune di Villacidro si trovano tre pozzi sacri a breve distanza l’un dall’altro. Quasi tutti hanno il medesimo schema costruttivo: Il pozzo vero e proprio ricoperto dalla tholos o cupola, il tutto in pietre più o meno lavorate, la scala e l’atrio o vestibolo. Ogni sezione probabilmente aveva un diverso livello d’accesso e diversità d’uso. Si distingue il pozzo vero e proprio del diametro che va dai 2 ai 3 metri costruito con perizia specialmente evidente nella copertura realizzata con la tecnica ad aggetto e chiamata tholos dal nome che i greci avevano dato alle costruzioni sarde che richiamavano le loro Tholoi. Dal fondo del pozzo una scala di 12/13 gradini portava all’atrio pure in pietra ma ricoperto da travi in legno e altri materiali. Questo locale era lastricato in pietra. Lungo i lati lungo di un muro si trovava un sedile continuo pure in pietra.Dalla descrizione operata da F Sedda risulta che l’ atrio del pozzo C di Matzanni aveva il sedile solo dal lato destro . Questo locale aveva una sua funzione specifica sempre legata al pozzo e alle acque sacre.Si trovano nei pressi segni di cerimoniali sacri quali aree sacrificali ecc.e al suo interno sono stati rinvenuti oggetti riconducibili ad un uso cerimoniale.
 Sempre a Serri nell’atrio si nota ancora un bacile e una canaletta che percorre un lungo tratto e porta all’esterno del vestibolo. In tale spazio erano sistemati gli ex-voto sotto forma di bronzetti. Nell’atrio del pozzo A di Matzanni, come già ricordato fu rinvenuta una piccola ara peraltro scomparsa. Il Lovisato aveva fatto in tempo ad operare uno schizzo di essa. Il Taramelli se ne era interessato e aveva trovato riscontri di oggetti simili in altre località del mediterraneo orientale. Quali cerimonie religiose civili o terapeutiche si celebrassero non è dato sapere con precisione:studi e ricerche hanno tentato di dare spiegazioni più o meno convincenti. Uno dei primi e certamente tra i più importanti è stato Petazzoni che studiò la religione primitiva in Sardegna e dedicò al culto delle acque una parte rilevante della sua opera sull'argomento. Egli descrisse i due pozzi (il terzo non era ancora stato scoperto)e fece uno schizzo del pozzo A. La sua interpretazione del culto delle acque è di largo respiro, i parallelismi con altre culture, esempi attuali di comportamenti umani che richiamano tutt’ora le antiche usanze trovano ampio spazio nella sua appassionata trattazione.Invero alcune sue supposizioni sono state superate dalle scoperte e studi successivi. Secondo lui il pozzo in sé non era una fonte bensì un deposito d’acqua, in alcuni casi addirittura protetta da un coperchio di legno posto in fondo al pozzo. Che uso si poteva fare di quella acqua così preziosa e sacra? Le acque dei pozzi sacri avevano un fine terapeutico, magico-religioso e civile, se è lecito operare una tale distinzione riferita a quel tempo. Antichi autori greci affermano che in Sardegna esistevano delle sorgenti di acqua miracolosa fredda e calda. Tra Vallermosa e Villasor, in località s’Acqua Cotta esiste tutt’ora una sorgente d’acqua calda utilizzata per secoli a scopo terapeutico e recentemente ceduta ad una società produttrice di acque minerali. Gli stessi autori riferiscono che quell'acqua aveva benefici effetti sugli occhi. Altri riferiscono che gli effetti terapeutici si estendevano anche ai dolori alle ossa e ad alleviare altri malanni tra cui i danni provocati dal morso di un insetto particolare che sembra procurasse notevoli disturbi. Nell’atrio dei pozzi venivano collocati dei bronzetti; la loro presenza sembra strettamente legata alle ceromonie religiose che avevano luogo presso il pozzo. Essi sono stati anche interpretati come una specie ex-voto. A Serri è stata trovato il bronzetto che rappresenta una madre che ringrazia per la guarigione del figlio.(A volte confusa con la madre dell’ucciso di Urzulei) Riguardo alla località di Matzanni il Lovisato dà notizia di ritrovamenti operati dai primi scavatori clandestini:quasi tutto è scomparso eccetto una ciotola di bronzo dorato, una moneta e il famoso bronzetto denominato Barbetta o Offerente che rappresenta secondo l’interpretazione di Lilliu un popolano in atto fare offerte votive alla divinità. L’intreccio tra religione, medicina,magia e dato fisico è praticamente inscindibile per i nostri protosardi. L’origine dei malanni può essere d’origine divina o dovuta a cause misteriose, certamente note alla divinità che può intervenire in favore dei fedeli che utilizzano l’acqua sacra come mezzo per entrare in contatto con la divinità e ottenere benefici. La malattia è curata con cerimonie religiose in cui l'acqua ha una parte importante.Non per niente il Petazzoni, citando le scoperte del Lovisato avanza l’ipotesi che le costruzioni circolari, i cui resti sono situati tra i pozzi A e B di Matzanni, fossero ricoveri o dimore per sacerdoti o per fedeli convenuti per pratiche medico-religiose (sul modello di quelle più note del Santuario di S.Vittoria). Invero altre pratiche magico-religiose avevano luogo probabilmente nei santuari nuragici come la pratica della incubazione.
Il culto delle acque sacre riveste tuttavia un ruolo molto importante con una valenza profonda nel rapporto tra religione e vita sociale: se infatti l’acqua lustrale aveva il potere di guarire gli infermi aveva per contro anche quello di smascherare i colpevoli di vari delitti. Questo avveniva col rito dell’ordalia. Il luogo per eccellenza deputato a svolgere questo compito era il pozzo sacro peraltro dedicato ad una divinità (Il Petazzoni indica il Sardus Pater;oggi si propende per altre indicazioni, forse una divinità locale o forse le antichissime divinità primitive naturali). Questo rito sembra fosse abbastanza comune nell’antichità tra i popoli del Mediterraneo (Sicilia)e in altre parti del mondo antico ( Africa). Ma l’ordalia sarda ha una sua peculiarità ed è citata più volte dagli antichi scrittori latini e greci.

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Fonte: www.matzanni.com