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mercoledì 24 aprile 2013

BALLATA DEL SOLDATO-CONTADINO


Cantone de su massaju-richiamadu

                                                      Frantziscu Màsala / Francesco Masala



Dalla raccolta “Poesias in duas limbas – Poesie bilingui”, Scheiwiller, Milano (2° ed. 1993, 3° ed. ‎‎2006 per i tipi de Il Maestrale di Nuoro).‎
La sezione che include questo "cantone" è intitolata "Cantones pro sos laribiancos", ossia "Ballate per quelli dalle labbra bianche". "Quelli dalle labbra bianche" è prima di tutto il titolo dell'opera prima di Masala, pubblicata nel 1962 da Feltrinelli, racconto dell'epopea della gente di Arasolè, piccola frazione del comune di Tonara, in provincia di Nuoro. 
Le "labbra bianche" sono quelle dei morti di fame, dei morti di fatica, dei morti di guerra...
I "cantones" inclusi in quella sezione di "Poesias in duas limbas" sono dunque una trascrizione poetica di quel piccolo romanzo di esordio, quasi un' "Antologia di Spoon River" sarda.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0e/Italiani_-ARMIR.jpg
Frantziscu Màsala a combattere sul fronte russo ci finì venticinquenne. Con lui altri 300.000 giovani, in gran parte convinti di andare a coprirsi di gloria, imboniti dalla retorica fascista. Ne morirono circa 115.000, dei quali 85.000 in poco meno di tre mesi, tra il dicembre 1942 e la primavera successiva, durante la seconda battaglia sul Don, lo sbando e la disastrosa ritirata che ne seguirono... 

"... Mette conto di dire che, la guerra, l'ho veramente fatta, sono stato decorato al valor militare, sono stato ferito in combattimento sul fronte russo, cioè, come comunemente si dice, ho versato il sangue per la patria. Ma mi è capitato ciò che già capitò a mio nonno, gambadilegno, che perdette la gamba destra nella Battaglia di Custoza, durante la Terza Guerra d'Indipendenza: anche la mia intrepida gamba destra si è beccata la sua eroica pallottola, russa, stavolta, là, fra il Dnieper e il Don. Voglio dire, insomma, che io e mio nonno, ambedue di nazionalità sarda, abbiamo fatto le guerre italiote: da leali sardi, s'intende, eroi buoni, in tempo di guerra, ma cattivi banditi, in tempo di pace: in guerra, nelle patrie trincee, in pace, nelle patrie galere... [Insomma] la guerra mi tolse, per così dire, dagli occhi, le bende di due retoriche ufficiali: da un lato, quella della "eroica piccola patria sarda" e, dall'altro lato, quella della "grande imperiale patria italiana." ‎
‎(Frantziscu Màsala, da “Il riso sardonico”, 1984)


Deo so Barore Mérula,
fentomadu Animamia,
massaju de Arasolè,
soldadu-richiamadu,
mortu in Russia,
in nùmene de Deus e de sa Patria.
Cando fia in vida
aia duas manos
paris a duas palas
e una muzeredda bàscia e lanza
laribianca,
illierada ’e sette fizos
mandigadores de pane.
Seminaia a laore
una tanca in Campidanu.
Una die benzeit
unu printzipale fascista
a fagher sa parlada a sos massajos
subra de sa battàglia de su trigu.
Tzertu, bellas paràulas
nareit su fascista,
in limba italiana,
paràulas gai bellas, gai bellas
chi nisciunu de nois
bi cumprendeit nudda:

Andate, camerati contadini,
andate ai vostri campi
andate con l’aratro e con la spada,
in nome di Dio e della Patria,
andate e scagliate
le vostre anime nei solchi.


Finida sa parlada, leo su tzappu,
a su sòlitu, pro andare
a sa tanca ’e su laore.
Su printzipale abbàidat e mi faghet:
«Dove vai, camerata?»
Ando a che bettare
s’animamia in sos sulcos!
E pro cussu sa zente ’e Arasolè
mi at fentomadu Animamia.
Como s’ànima mia est inoghe,
intro de unu sulcu,
a pedes de un’àrvure bianca,
in su campusantu de gherra,
inoghe, in sas tancas de Russia.


versione italiana di Francesco Masala
     BALLATA DEL SOLDATO-CONTADINO

Sono Salvatore Mérula,
noto Animamia,
contadino di Arasolè,
soldato-richiamato,
morto in Russia,
in nome di Dio e della Patria.
Quando ero in vita,
avevo le due mani
larghe come due vanghe
e una moglie piccola e magra,
dalle labbra bianche,
che mi aveva partorito sette figli,
grandi mangiatori di pane.
Coltivavo un campo di grano
nei salti del Campidano.
Un bel giorno venne
un ‘pezzo grosso’ fascista
e ci fece un discorso, ai contadini,
sulla battaglia del grano.
Certo, belle parole
ci disse il ‘pezzo grosso’ fascista
in lingua italiana,
parole così belle, così belle
che nessuno di noi
ci capì nulla:

Andate, camerati contadini,
andate ai vostri campi,
andate con l’aratro e con la spada,
in nome di Dio e della Patria,
andate e scagliate
le vostre anime nei solchi.


Finito il discorso, presi la zappa,
al solito, per andare
al mio campo di grano.
Il pezzo grosso guarda e mi fa:
«Dove vai, camerata?»
Vado a scagliare
l’animamia nei solchi!
Ecco perché la gente di Arasolè
mi ha soprannominato Animamia.
Ora, la mia anima è qui,
dentro un solco,
ai piedi di una bianca betulla,
nel cimitero di guerra,
qui, in terra di Russia.



tratto da http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=40025&lang=it



lunedì 8 aprile 2013

IL RISO SARDONICO




Maschera ghignante "fenicio-punica";
ritrovata a San Sperate (CA); risalente al VI sec. a.C.
dal libro IL RISO SARDONICO


di Francesco Masala

GIA EDITRICE

1984



Il riso sardonico era,nella societá nuragica,un "riso rituale",usato,cioé,durante un rito di eliminazione.
 Secondo due antichi storici greci,Timeo ed Eliano,in Sardegna,i vecchi,non appena compivano i settanta anni,invece di essere mandati inpensione,venivano eliminati,uccisi a colpi di pietra,lapidati dai loro stessi figli che,durante il sacrificio,dovevano ridere.
Era una eliminazione,perció,religiosa,con una liturgia fissa,una cerimonia simile a tanti rituali di eliminazione e di propiziazione di moltissime culture precristiane,per eliminare il male e propiziare il bene.
L'elemento atipico,nel cerimoniale sardo,era,appunto,il "riso" dei figli di fronte all'uccisione dei padri,imposto dalla legge proprio per mostrare fermezza d'animo,forza di carattere,stoicismo di fronte ad un disumano dolore.
A tal fine,per poter sopportare l'angoscia e per poter rappresentare meglio l'atarassìa,cioé per poter ridere,durante il rito di eliminazione dei padri,i figli si strofinavano sulle labbra il lattice dell'euforbia,la cosiddetta erba sardonica,una pianta diffusa in tutta l'isola,amara come il fiele,che ha la caratteristica di far gonfiare i tessuti molli,in questo caso le labbra,tumefare la bocca fino a farla sgangherare in una orrenda,tragicomica risata.
A nostro giudizio,col permesso dei due citati storici dei vincitori,non si trattava tanto di un fatto religioso,quanto di un provvedimento di natura economica,indicante una costante immutabile della vita esistenziale in terra di Sardegna: la miseria,la carestia,la fame.
Mentre presso altri popoli dell'antichitá si uccidevano i bambini,per placare Molok,il dio della fame,nella Sardegna nuragica si uccidevano i vecchi,cioé coloro che hanno terminato il loro ciclo produttivo,non tanto per motivi di tabú religiosi,quanto per motivi strettamente economici,per avere bocche in meno da sfamare,concorrenti in meno nella divisione di un sempre scarso cibo.
Forse o senza forse,la processione carnevalesca dei mammuthones ( i padri) e degli insokatores (i figli) é la permanenza folklorica di quell'antico rituale di morte per economia : come sempre,in Sardegna,la realtá si fa mito.
Un mito religioso,perció,disceso da una ferrea legge economica,quella stessa ferrea necessitá che,con comprensibili variazioni di forme,si ripropone,anche,durante il periodo della plurisecolare esosa dominazione spagnola,col mito de sas acabadòras ( se é vera,come é vera,la loro esistenza filologica della "parola" ,che é sempre prova segnica della  "cosa",se si pensa che "acabare",in sardo-spagnolo,significa "porre fine"),le donne addestrate a soffocare con un cuscino i vecchi malati,a dare l'eutanasìa,a porre fine,insomma,ad una vita improduttiva,inutile peso in una societá di pura sussistenza.
Ora,i vecchi,in Sardegna,non muoiono piú lapidati,ma di mancanza di fiato,nel proprio letto.Eppure,il riso sardonico é rimasto , fuori dal rito e dal mito,nella realtá. [...]


dal libro IL RISO SARDONICO
di Francesco Masala
GIA EDITRICE
1984