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martedì 6 gennaio 2015

FERRU ‘E CUAḌḌU.

FERRU ‘E CUAḌḌU.

di Salvatore Dedòla

 È un pane sardo formato appunto a ferro di cavallo. In tale foggia si coglie una funzione apotropaica; infatti, in Sardegna il ferro di cavallo viene appeso alla porta per difendere la casa dagli spiriti maligni. Simile uso apotropaico fu segnalato dal Pitrè anche in Sicilia. Ma nella denominazione riferita al pane sardo è possibile percepire una paronomasia, basata su un’arcaica espressione mediterranea non più compresa. Per capire l’intero problema, ci chiediamo perché il ferro di cavallo sia usato con funzioni apotropaiche. Nessuno lo ha mai spiegato. Qualcuno allude alle corna, anch’esse apotropaiche, ed alla forma similare del ferro di cavallo. Certamente. E se la questione sta in questi termini, a maggior ragione si può pensare che la simbologia apotropaica delle corna sia stata traslata al sintagma ferru ‘e cuaḍḍu riferito a un pane.

 da http://4fuochiblog.blogspot.it/


Frazer (Il ramo d’Oro 625) ricorda che l’Epifania è l’epilogo dei dodici giorni del Caput Anni durante i quali vari popoli europei scacciano le streghe e gli spiriti maligni. Ciò accade specialmente alla Dodicesima Notte, all’Epifania (non a caso la Befana è rappresentata come una strega), durante la quale sul lago di Lucerna i ragazzi girano in processione recando torce e facendo un gran baccano con corni, campane, fruste, ecc. per mettere in fuga due spiriti femminili del bosco, Strudeli e Strätteli. Per il resto, lo stesso Frazer non mette in evidenza la funzione del corno e del suo simile sardo-siculo, che è il ferro di cavallo. A me la questione appare semplice: le doppie corna del cranio del toro e, per imitazione, le doppie corna atteggiate con le dita della mano, rappresentarono nell’alta antichità il simbolo del Dio-Toro, ossia del Dio dell’Universo, di colui che sovrintende alla fertilità della terra. L’uso delle corna come “salvacondotto” c’è sempre stato, ed effigiarle sulla porta (od apporvi direttamente il bucranio) fu un diffusissimo uso sacro. Quelle corna ebbero nel passato la stessa funzione che ha oggi il Sacro Cuore o le varie statuette dei Santi cristiani posti sull’uscio o dentro casa. Chiaramente, la funzione di questi simboli sacri è apotropaica, serve ad allontanare il Male dalla casa, dalla famiglia.
Il ferro di cavallo è un prodotto seriore rispetto alle vere corna, arrivò con la metallurgia, e la sua vaga forma di corna lo destinò ad essere mutuato per la stessa funzione.
Da qui, non da altro, nacque la paronomasia che oggi porta ad accettare la denominazione di ferro di cavallo (in sardo ferru ‘e cuaḍḍu) come unico referente del doppio simbolo apotropaico (che in origine furono le doppie corna).
Ma vediamo dove s’annida la paronomasia. Il sintagma è certamente sardiano e pure sicano (quindi mediterraneo), ed è basato sull’accadico per’u(m) germoglio’ + ḫabālu(m) ‘legare’, col significato complessivo di ‘piantina per legare (per inibire le male azioni)’. In tal guisa, sembra di capire che in origine esisteva una piantina (oggi ignota, forse il vischio) deputata ad inibire gli spiriti maligni, e che questa denominazione col tempo sia passata tout court al ferro di cavallo.
A quanto pare, il pane così denominato ebbe anch’esso, la funzione apotropaica, e forse all’iniziò imitò questo ignoto virgulto, per poi adattarsi a rappresentare una vaga forma di ferro di cavallo.



domenica 4 gennaio 2015

Il Ciceòne

Il Ciceòne
di Salvatore Dedòla

 Si ritiene che i riti misterici abbiano fatto la loro apparizione in Grecia nell'età arcaica, forse tramite Cipro e Creta. Tali riti però erano già noti nelle civiltà del Vicino Oriente. Sin dal Neolitico l'uomo è stato avvezzo al sacerdote/sciamano quale figura essenziale per il ruolo d'intermediazione con le forze dell'ineffabile, e ciò spingeva lo sciamano a superare le barriere delle religioni ufficiali per tentare in qualche modo di ricomporre la scissione con Dio.
 Per l’antichità sono noti i misteri di Iside-Osiride, di Mitra, di Eleusi, di Samotracia, di Adone, di Attis-Cibele, ed i misteri Orfici. Quello di Mitra era l’unico mistero cruento, in quanto si sacrificava il toro, in ricordo del Toro primordiale. i Misteri greci erano di tutt'altro nerbo rispetto a quelli siro-fenici attecchiti in Sardegna. L'orfismo greco non solo ripudiava i sacrifici umani e persino quelli degli animali, ma tendeva ad elevare il livello della ricerca interiore, della rigenerazione spirituale dell'uomo, della fratellanza universale.
 L'appellativo greco mýstēs (μύστης) indica l'iniziato ai misteri; originariamente era il 'partecipante al rito notturno', onde mysticós (μυστικός) 'arcano', mystérion (μυστήριον) 'pratica segreta, dottrina segreta, cerimonia segreta'. La comune base etimologica è l'akk. mušītu (‘notte’, o meglio ‘tempo di notte’). La segretezza dei Misteri greci, al pari di quelli siro-fenici, fu mantenuta rigorosamente per tutta l'antichità; sappiamo soltanto che ad essi parteciparono uomini illustri come Pindaro, Aristofane, Euripide, Platone, Aristotele, Empedocle, Pausania, Cicerone, Elio Aristide, Marco Aurelio, Apuleio ed altri.
 Ma qual era la funzione storico-spirituale dei Misteri Eleusini nell'antichità greca?

 Essi venivano incontro ad un profondo bisogno psichico, a un forte desiderio spirituale. C'era bisogno d'integrare le due coscienze dell'uomo diviso, di mettere d'accordo la coscienza con la realtà. Misteri strettamente legati alla morte e alla resurrezione della Natura e dell’Uomo, rappresentata ideologicamente dalla morte e resurrezione di un Dio. Ogni popolo ebbe un proprio Dio che scendeva all'Inferno e poi resuscitava. La continuità e contiguità della tradizione mediterranea non sta solo qui, ma pure nella discesa agl'Inferi da vivi. Anche nell'antichità greca abbiamo superuomini e déi che scendono all'Ade e risalgono. Orfeo per la sposa Euridìce, Diòniso ci va a prelevare la madre Semele, Enea scende per parlare a suo padre. I Misteri di Eléusi erano intimamente legati ai festeggiamenti e alle celebrazioni in onore di Diòniso. Il padre Zeus aveva ceduto lo scettro a Diòniso ancora bambino, e lo aveva presentato come nuovo re. I Titani attirano Diòniso, lo uccidono e, fattolo in sette pezzi, lo cucinano e lo mangiano; solo il cuore si salva grazie a Pallade/Atena. Così nasce un nuovo Diòniso. Secondo Euripide, Diòniso è figlio della tebana Sèmele ed è presentato come straniero. Stranieri sono, in realtà, tutti quelli che nascevano a Tebe. Così lo fu il suo fondatore Cadmo, che proveniva dalla Fenicia. Ed in tal guisa arguiamo che i riti dionisiaci avevano una certa affinità con quelli del fenicio Adone. É lecito usare il termine orfismo come comoda semplificazione per indicare un insieme di miti e credenze, la ricerca di un certo tipo di vita, il divieto di sacrifici cruenti, la fede dell'anima custodita nel corpo per scontare le proprie colpe, la punizione dopo la morte per i profani, la beatitudine per gli iniziati.

da http://www.antika.it/005575_mitra-culto-in-epoca-romana.html


 Ogni anno migliaia di Greci andavano in processione verso il tempio segreto. Davanti al sacerdote, dopo lungo digiuno e lunghe purificazioni, agli iniziati veniva offerto il ciceòne (una bevanda sacra, che si dice basata sulla segale cornuta, un allucinogeno). «Le visioni che di lì a poco si presentavano ai loro sguardi erano di un'intensità e di una chiarezza straordinarie. Molte sono le testimonianze degli antichi che parlano di immagini divine e ineffabili, dove la morte e la vita acquistano un senso nuovo, circolare, ed il terrore svanisce in quell'estasi senza fine. Erano le stesse visioni dei sapienti, i padri dei filosofi» (Roberto Fedeli).
Ma voglio capire più a fondo cosa sia il ciceone. I Greci scrivevano κϋκεών e intendevano una miscela o bevanda di farina, cacio e vino, o anche miele (Iliade, 11,624); ma talora aggiungevano altre cose (Ippocrate, 390). Ovviamente gli indoeuropeisti affiancano il nome al verbo greco κυκάω ‘mescolo’ e lì si fermano, senza produrre l’etimo. Non sanno che il termine fu usato, con forma identica, anche in Giona 4, 6-7, dove lo si intese come Ricinus communis: kīkaiòn, קִיקָיוֹן. Dobbiamo supporre che l’olio di Ricino fosse conosciuto presso gli Ebrei quale ottimo purificante. E che la stessa conoscenza fosse estesa ai Greci. Anzi, dobbiamo credere che la miscela purificatrice del celebre ciceòne fosse più complessa, contenente pure una buona dose di olio di ricino, in virtù del quale il devoto si purificava al massimo e, praticando il digiuno durante la permanenza nel luogo sacro, si predisponeva al meglio per cogliere i momenti di alta spiritualità. In Sardegna il termine ebraico riuscì certamente ad imporsi. Ma dobbiamo ammettere che in seguito esso sia sparito, a causa del concorrere di fonetiche simili relative ad altri fitonimi che prevalsero.
Tra questi abbiamo Caccaòne, Càccao, diventato persino un toponimo del Supramonte di Baunéi, ma presente in altra forma anche nel territorio di Laconi (altopiano di Santa Sofia). Denota il 'biancospino' (Crataegus oxyacantha, var. monogyna). Caccaòne è anche il ‘picciolo, peduncolo di frutta e di foglia’, che sembra italianizzazione per cacchiòne. Pittau UNS 146 riporta anche il cognome sardo-medievale Cacabu, Cacau derivante dall'antroponimo lat. Cacca¬bus; ma questo a sua volta sembra oriundo dall'accadico, che è kakkabu 'stella'. Alla base di Caccaòne di Baunéi sta l'akk. qaqqadu, ebraico qōdqōd 'capo, vertice' (PSM 96) + sum. unu ‘sito’, col significato di ‘vertice, cima’, ‘sito della cima’. Su Caccaéddu in agro di Laconi significa invece ‘la cima sacra’, da ebr. qōdqōd + akk. ellu ‘sacro, santo’ (evidentemente c’era un tempio). Un altro lemma sardo caccaéḍḍu indica il ‘biancospino’ (vedi gall. caccaéḍḍu); secondo Paulis NPPS 366 ha tale nome «perché le foglie e i frutti sono usati per curare le diarree». Invece il fitonimo è un composto sardiano con base nell’akk. kakku (a small legume) + ellu(m) ‘pure, clear’ e simili, col significato di ‘legume ottimo’. È noto che i rossi frutti del biancospino si mangiano con piacere, e se ne fanno pure marmellate. Da qui il composto sardiano.

venerdì 19 dicembre 2014

GERGO DEI RAMAI DI ISILI

GERGO DEI RAMAI DI ISILI (Sardegna), un gergo che finora era rimasto all’ombra delle ricerche linguistiche. Un gergo che getta limpida luce sull’origine degli Zingari-Ramai nel Mediterraneo, in Europa, in Asia.
Il gergo Ramaio di Isili è il sistema linguistico più antico della Sardegna e del Mediterraneo. Esso getta intensi bagliori sulla nascita della Lingua Madre Mediterranea.

si Salvatore Dedola


da http://www.sardiniaportal.net/it/notizie/20/isili.html



ALCUNI LEMMI DEL GERGO RAMAIO DI ISILI (ETIMOLOGIE)

ARBARESCA (sinonimo di romanisca, arromanisca: vedi), denominazione del gergo isilese dei ramai (trottoniéris) e dei rivenditori ambulanti di oggetti di rame (piscaggiáus). Stando a Francesco Corda (SGR 24), «è stata ipotizzata una derivazione da arbër ‘albanese’ o da arberëše ‘italo-albanese’. Di “probabilissima appartenenza all’albanese” sono, per il Cortelazzo, alcune voci gergali isilesi: arregadossudrughi ecc. Non è improbabile che arbaresca sia la denominazione originaria della parlata romanisca, intesa semplicemente come ‘linguaggio dei ramai’. Tale ipotesi è basata sui nomi dati al ramaio, al calderario, allo stagnino ecc. in vari gerghi di mestiere: arvar a Tramonti (nel Friuli), revara a Monsanpaolo (nelle Marche), erbaru a Dipignano (in Calabria)».
Pur rendendo omaggio ai pionieri che hanno dato avvio alle ricerche, cimentandosi per primi con le grandi difficoltà opposte da un gergo sino a ieri misterioso, mi permetto di non essere d’accordo con l’interpretazione del Cortelazzo; non concordo neppure con l’impostazione del Corda. L’ipotesi che questo vocabolo aggettivale possa essere un etnico indicante un gruppo di professionisti originari dall’Albania, sottenderebbe una ovvia conseguenza: che la lavorazione del rame sia stata sempre peculiare degli Albanesi, anzi che l’Albania in quanto tale sia stata il focus da cui s’irradiò nel Mediterraneo la tecnologia del rame. Ma vi osta il fatto che, a quanto si sa, l’Albania non fu mai produttrice di questo metallo. Vi osta pure la considerazione che nella storia greca e nella storia romana l’Albania non fu mai nominata per tale vocazione, neppure dai poeti greci (i quali, si sa, furono spesso i rivelatori di certe relazioni socio-economiche che sfuggivano financo agli storici). Queste considerazioni hanno un peso. Così come ha il suo peso la considerazione che già i Sumeri conoscevano il rame.
È da quest’ultima affermazione che occorre prendere le mosse. In secondo luogo, sono proprio le traduzioni etimologiche che propongo sui lemmi arbaresca eromanisca a gettare un potente fascio di luce sulla loro origine, che fu sumerica, appunto. Anche il rapporto reciproco tra i lemmi arbaresca e romanisca, evidenziato dalla traduzione, non porta alla loro confusione ma anzi distingue due figure professionali precise.
Infatti arbarescaarbaréscuarbaríscu ha la base etimologica nel sum. arab ‘vaso’ + isḫu ‘distribuzione’: arab-isḫu > metatesi arbaríscu, col significato di ‘distributore di vasi’. Quindi sembra chiaro che furono gli attuali piscaggiáius (i ‘rivenditori degli oggetti di rame’) ad avere l’identità originaria di arbaríscu.
Quanto a romanìsca, che denomina il gergo isilese dei ramai (trottoniéris) e dei rivenditori ambulanti degli oggetti di rame (piscaggiáius), la sua base etimologica sta nel sum. ru ‘costruzione’ + manu ‘legno, salice’ + isḫu ‘distribuzione’: ru-man-isḫu, col significato di ‘colui che costruisce coi salici e distribuisce’ ossia ‘intrecciatore di salici e distributore’ (come dire che quegli arcaici professionisti erano ‘cestinai’). Questa etimologia potrà lasciare stupefatto qualcuno, ma invece dà uno spaccato stupefacente ma realistico della più antica civiltà della Sardegna (e di Ísili), quella paleo-neolitica, allorchè non si usavano i metalli, e le costruzioni erano fatte intrecciando stuoie e casse-formi coi rami delle piante più adatte (canne, salice, ecc.). Le casseformi erano riempite di fango-sassi-paglia per erigere i muri e le muraglie degli abitati. Ma è chiaro che con romaníscu s’intendeva esclusivamente colui che intrecciava i salici per fare cestini, almeno alle origini.
Questa vocazione isilese è ancora viva, e procede affiancata all’arte ramaia. Ma è ovvio che l’arte della cestineria è molto più antica, e solo quando, grazie alla vicina miniera di Funtana Raminosa, gli Isilesi (i primi in Sardegna!) cominciarono a forgiare il rame, ecco che i cestinai passarono in secondo ordine (formando un’altra classe sociale), e romaníscu passò a indicare il ‘forgiatore-venditore del rame’.
Al riguardo vorrei fare un’osservazione di non poco conto. Sostengo che in Sardegna l’antichissima arte cestinaia degli Isilesi era arcinota e molto apprezzata, forse per il fatto che il vicino rio Mannu recava una pletora di ottimi salici da intreccio. A mio avviso furono proprio i salici a determinare la stanzialità della tribù primitiva e quindi la costruzione del primo villaggio, a fianco del quale sorse il nuraghe, l’altare del Dio Sole. Infatti il nuraghe Is Paras, il più celebre della Sardegna per l’incredibile perfezione della sua tholos, ha la base etimologica nel babilonese išparum ‘laboratorio d’intrecciatori’. Vedi al riguardo il fitonimo sardo ispartu, it. ‘sparto’, denominante il Lygeum spartum, nel Campidano detto tzinnìga. Questa voce ha la base nel babilonese išpartu ‘donna che intreccia steli d’erba’.
BÙFFULA ‘mammella’. Sembra che la forma curiosa derivi dall’opportunità che la mammella offre ai lattanti di succhiare il latte: da camp. buffái ‘bere’, ma pure ‘soffiare’. Per la mammella questa doppia semantica andrebbe bene, perché il pargolo che succhia sembra quasi che dopo ogni poppata la soffi con forza per tener gonfio l’oggetto del nutrimento.
Quanto sopra però deve servire a suscitare più acribia al momento della ricerca etimologica. Infatti non credo che la reale semantica di bùffula sia quella appena descritta. A mio avviso la sua arcaica base etimologica è il sum. pu ‘bocca’ + pu ‘sorgente’ + la ‘flusso liquido che esce in gran quantità’: pu-pu-la, col significato di ‘bocca di sorgente che emette in quantità’.
CALLÍU ‘bello’. Il lemma appare a tutta prima di origine greca: καλός ‘bello’. Ma questa prospettiva interessa soltanto chi non riesce a estendere il proprio campo d’indagine. Infatti il termine sardo attinge direttamente dal sumerico kal ‘pregiato, raro, di valore’ + u ‘ammirazione’: kal-u ‘(cosa) rara da ammirare’.
CAMPANÁRI ‘morire’. Se l’intuizione coglie nel segno, questo è l’ennesimo vocabolo ironico, fantasioso, col quale si vuole esprimere il momento solenne dell’addio, quello in cui si suonano le campane “a morto”. Altrimenti, sempre restando nell’ironia, sembra possibile intendere il verbo come un composto nella lingua delle origini, il sumerico, dal quale abbiamo l’agglutinazione kam-pa-naruakam ‘cambiare, diventare altro’ + pa ‘tasca, fossa’ + narua ‘stele’, con la descrizione sintetica dei momenti cruciali del trapasso: la morte, il loculo o fossa, la stele del ricordo.
COFFA ‘buona sorte, fortuna’. Il termine nel concreto indica (Logudoro) il ‘braciere’; in Campidano cuppa è il ‘braciere’, ‘cesto’, ‘paniere per trasporto’, che ha la base nell’akk. kūbu ‘vaso per bere, per versare’.
L’uso metaforico col senso astratto di ‘fortuna’ è pansardo. Coffa indica ciò che in altri termini è detto, volgarmente, culo, nel senso di ‘fortuna’. Quest’ultimo termine è sempre accompagnato dall’indice-medio contrapposti in forma circolare, a indicare la larghezza del collo del “vaso” necessario a contenere la… fortuna. Il campo semantico rievoca facilmente l’originaria cornucopia della dea Fortuna o il “vaso di Pandora” (dal greco ‘tutta doni’).
CÓIRA ‘pelle, cuoio’. Il termine ha la base diretta nel lat. corium ‘cuoio’, gr. κόριον (cfr. francese cuir ‘pelle, cuoio’).
CRABIÉLI ‘sole’. Anche questo termine sembrerebbe rinvia ironicamente a qualcos’altro, a idee più complesse, riferite a entità arcaiche il cui nome riesce a condensarsi soltanto nella essenzialità di un vocabolo. Ma stavolta non è proprio così. Se volessimo stare alla Bibbia, Gabriele è (forse) il secondo dei quattro arcangeli più importanti nella gerarchia, quelli che possono apparire davanti a Dio (1 Enoch 40). Sempre in 1 Enoch (9,9-10) è considerato strumento della distruzione degli empi. La tradizione ha associato Gabriele con l’arcangelo la cui tromba annuncerà il ritorno di Cristo. Eppure non possiamo credere che crabiéli sia l’ipostasi dell’arcangelo Gabriele.
In realtà il lemma ha la base etimologica nel sum. kar ‘risplendere’ + be ‘perfetto’ + akk. Elû ‘Dio del cielo’: stato costrutto kar-bi-Elû (e successiva metatesi), col significato di ‘Dio perfettamente risplendente’, riferito al sommo Dio in quanto Dio Sole.
DOSSU ‘maiale, suino’. Termine criptico che riceve luce esclusivamente con l’akk. duššu ‘abbondante, copioso’ (con riferimento al maiale d’allevamento). Ma molto probabilmente la vera base etimologica è il sum. du ‘adatto, utile’ + šu ‘totalità’: du-šu, col significato di totalità utile’. Si sa che del maiale non si spreca niente.

sabato 6 dicembre 2014

La Toponomastica in Sardegna

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM



libro del Dr. Salvato Dedola, laureato in Glottologia ed esperto conoscitore del territorio isolano.
Ecco una brevissima sintesi del libro che troverete nelle migliori librerie.




Ogni luogo, ogni monte, ogni segno antropico ha un nome, rispetto al quale l’utilizzatore di una carta geografica rimane indifferente. Al momento dell’uso, ogni toponimo viene naturalizzato e ciò che i nostri padri avevano trasferito sui 200.000 toponimi dell’isola si oscura. I toponimi diventano meri indicatori di una porzione di paesaggio che i locali hanno forgiato per il bisogno di muoversi in sicurezza entro i confini della propria terra. Ciò che importa è che, citando un toponimo, il residente sa dove recarsi, poiché quel nome gli fornisce le coordinate territoriali. Ma l’etimologo ha il compito di sapere perché i locali chiamano un sito con quel nome e occorre apprenderlo sul campo, durante le escursioni conoscitive dei siti. Oggi gran parte dei toponimi dell’intera Sardegna è corrotto e gli errori di traduzione sono pari almeno al 76%, mentre il restante 24% è costituito da traduzioni dal sardo all’italiano. I toponimi dubbi vanno trattati con pazienza, metodo, talento, cultura. Occorre partire daccapo per rendere conto di quel 76% corrotto, prendendo atto che per uscire da questo scandaloso stallo occorre gettarsi definitivamente alle spalle una forma mentis obsoleta, che è quella di credere che le origini della lingua sarda stiano nel gran calderone della lingua latina. Nelle Università ci vuole coraggio per insegnare che la Lingua Sarda cominciò con Roma. Il Dizionario etimologico sardo scritto da Wagner contiene, per ammissione dello stesso autore, il 25% di termini non etimologizzati (ossia con base ignota); un 15% inventariato tra le onomatopee, un 15% di termini sui quali Wagner opera eleganti by-pass lasciandoli senza etimologia; un 20% classificato d’origine catalana, senza accorgersi che buona parte dei termini era già sarda prima di misurarsi col catalano, e fruiva delle stesse etimologie che segnarono, prima di Roma e dei Fenici, le coste d’Occidente. La credibilità di Wagner, pertanto, resta appesa ad un residuo 25% di lemmi, tra i quali si evidenziano basi catalane, aragonesi, antico-italiane e, finalmente, latine. Di basi latine nella lingua sarda ne abbiamo, sì e no, un 10%. I popoli presenti in Sardegna prima dei romani avevano anch’essi una lingua, che ci è nota attraverso tanti dizionari e tante grammatiche, ma i nostri studiosi si nutrono soltanto dei dizionari greco e latino. E così, stando ai nostri emeriti studiosi, la lingua sarda avrebbe uno “zoccolo duro” fondato dia cronicamente dagli apporti: basco-iberico, latino, catalano, antico italiano, spagnolo e italiano moderno. Manco a dirlo…il primo strato fu spalmato dai Baschi mescolati agli Iberi, così almeno racconta Blasco Ferrer. Questi studiosi non tengono conto del fatto che il Mediterraneo, nell’epoca pre-romana, era diviso in due sfere d’influenza: quella orientale egemonizzata dai greci e quella occidentale egemonizzata dai fenici. La Sardegna si trova nella seconda. Ciò non precludeva, comunque, all’uno e all’altro dominio di scambiare merci e idee, in maniera persino abbondante. Per ragioni di metodo scientifico, dobbiamo supporre che le suddivisioni storiche non si prestavano ad alcuna cancellazione ad opera dei popoli che prevalsero con i loro imperi (greco-macedone e romano). Abbiamo tante prove al riguardo. Paolo di Tarso, naufragando su Malta 300 anni dopo la romanizzazione, fu salvato dai residenti che parlavano una lingua barbara, ossia né greca né latina (era semitica). Apuleio (De Magia 98) difendendosi dall’accusa di aver indotto con arti magiche la vedova Pudentilla a sposarlo, mostra uno squarcio della società africana del 159 d.C., 360 anni dopo la romanizzazione la popolazione parla il punico! Ancora Cicerone (Pro Scauro) denuncia che la Sardegna, 200 anni dopo l’invasione, non ha nemmeno una città amica del popolo romano. Se le città erano ostili…cosa dovremmo pensare delle campagne e delle montagne? E perché mai un popolo ostile avrebbe dovuto cancellare la propria lingua a vantaggio di quella dell’invasore? Una quarta testimonianza è la base di colonna bronzea di San Nicolò Gerrei , scritta in greco, latino e punico: lo scrivente (un sardo) ebbe bisogno di farsi capire dai locali, parlanti fenicio-punico, ma pure dagli occupanti. Nel Mediterraneo centro-occidentale si parlava semitico, non indoeuropeo. Questa lingua dominava nell’intero Mediterraneo, nella penisola italica ed ebbe una forza tale da sopravvivere ancora oggi nella lingua araba, in quella ebraica e nel 60% di quella sarda!, mentre per il resto è stata dissepolta 200 anni fa tra le macerie di Ugarit, tra quelle dell’impero assiro, dell’impero babilonese, dell’impero accadico e di quello sumerico. Mentre sappiamo che il latino, quello libresco, sopravvive oggi soltanto in Vaticano, non in Sardegna. Nella storia della lingua sarda dobbiamo insertire dei parametri senza i quali non riusciremo mai a capire tanti problemi dell’isola. Il primo parametro è che i romani, sbarcando, s’impossessarono delle città insediandovi l’armata, l’amministrazione, le strutture commerciali, i mediatori del commercio. Altrove, nell’isola, crearono dei punti fermi in funzione anti-barbaricina, quali gli avamposti latini di Forum Traiani e Sorabile, e 150 anni dopo nel Capo di Sopra, avendo bisogno di un saldo presidio, fondarono Turris Lybisonis, che per secoli rimase puramente latina. Nessun linguista ha mai prestato attenzione al fatto che in Sardegna il latino si parlò soltanto nelle città, tenute saldamente in mano dai conquistatori. In Sardegna, l’incommensurabile frattura fra città e campagna dura ancora oggi. Sono le campagne, ossia i paesi, ad aver conservato lo zoccolo duro della parlata semitica, che Wagner non riconobbe, credendola una neo-formazione latineggiante. Convinto della propria teoria Wagner espose le sue note leggi fonetiche che dimostrerebbero che la lingua sarda deriverebbe da quella latina, e che, addirittura, proprio in Sardegna (a Bitti e dintorni) si continuerebbe a parlare il latino di Cicerone. E così si giura che la –u dei sardi non sia altro che la –us dei romani, anziché l’antica –u sumerica, accadica, babilonese e assira! Allo stesso modo le velari /k/ e /g/ presenti nel centro-nord della Sardegna siano di origine latina anziché sumerica, assira, babilonese e accadica. E per studiare queste velari mai documentate nel Lazio, ne nelle lingue romanze, sciami di linguisti hanno visitato la Sardegna prima e dopo Wagner riuscendo a trovare ed evidenziare nella parlata bittichese la “base originaria della fonetica latina classica”, altrove volatilizzata. Un riconoscimento che non fa onore alla Sardegna perché basato su presupposti errati. Non si sono accorti, ahimè, che l’isolamento della Sardegna ha prodotto certamente degli endemismi conservativi, ma solo nel campo faunistico (lepri, conigli, cinghiali, piccoli cervi), per l’avvento dei quali bisogna contare non i secoli, come per il latino, ma le decine di migliaia di anni.
In conclusione, la lingua sarda attuale è la lingua parlata più antica del mondo mediterraneo, e si affianca a quella araba e all’ebraico.
Fonte: La Toponomastica in Sardegna – Origini, etimologia- Grafiche del Parteolla – Gennaio 2012

lunedì 2 settembre 2013

NURAGHE, NURAKE -linguistica sarda e semitica - monumenti sardi

NURAGHE, NURAKE

di Salvatore Dedòla
da www.linguasarda.com


Su questo antichissimo nome troppi linguisti hanno elucubrato invano. Il lemma, che molti considerano un aggettivale (radice nur + tema ake), in realtà non è scomponibile. Gli viene dato il significato di ‘(torre in) muratura’, termine che avrebbe preso piede nell’alto Medioevo, mentre prima sarebbe stato diverso. Per svelare l'enigma occorre muoversi con cautela, lasciando parlare anzitutto i più quotati analisti. Comincio col Sardella (Il Sistema Linguistico della Civiltà Nuragica 325 sgg.) che demonizza quanti, riportando i significati attuali della radice nur-, collegano nuraghe al sardo nurra e traducono quest’ultimo vocabolo a un tempo come ‘mucchio di pietre’ e (con logica capovolta) come ‘vuoto, cavità, voragine’. Egli sostiene che nuraghe e nurra non sono imparentati, e dà per la torre nuragica il significato di ‘lo splendore del santuario’ (sumero nur-a-a-ak-k-i): composto del quale accetto (con riserva) solo il significato di nur 'splendore'. Il Semerano (Origini della Civiltà Europea 592) parimenti non ammette parentele tra nurra e nuraghe, ma rende il problema più avventuroso. A seguire l’esimio studioso, partiamo dalla seconda porzione del lemma, che per lui non è un tema flessivo ma un vocabolo abbinato al primo per stato costrutto. Esso avrebbe la stessa base di lat. arx < accadico arku ‘(abitazione) alta’, ebraico ārōh ‘alto, lungo’, 'luogo inaccessibile, fortificato’. Per il nome intero l’accadico darebbe, secondo Semerano, na(w)u-arraku ‘arce, castello’. Nāwûm come supposta prima parte del composto nur-ake significa ‘abitazione nomadica, pascolo’; ha la sua espansione semitica nell’ebraico nā’ā ‘abitazione, pastura’, forma allotropa di nāwe ‘abitazione, pastura’: a questa stessa base risale il verbo denominativo greco ναίω ‘abito’. Sostando sul termine intero, Semerano confronta il significato anche col latino castrum, suo sinonimo. Lo sforzo ricostruttivo del Semerano non coglie il segno, e va tentato un terzo approccio. La forma nurake potrebbe essere confrontata, per Massimo Pittau (Lingua Sardiana o dei Protosardi 163), con la forma murake largamente presente nel quadrilatero Macomer-Silanus-Abbasanta-Paulilatino-Bonarcado. Ma già sorge l'obiezione che ciò imporrebbe automaticamente anche l’equazione mur-ake = mur-ge (i noti rilievi pugliesi), che invece non hanno la base in arx (accad. arraku, arku ‘alto, lungo’) ma, soltanto per la prima parte del termine, nel latino mūrus ‘muro, mura, muraglia’. Il Pittau fornisce un apparato esauriente dei lemmi affiliati in qualche modo a nuraghe, definendoli «tutti relitti sardiani imparentati col lat. mūrus ‘muro’, con l’antroponimo etrusco Muru e col toscano mora, morra ‘mucchio di pietre, muriccia’». Egli non ammette la parentela nurra- ‘voragine’ con nurra-‘catasta’, e prosegue: «Rispetto alla base nura/mura o nurra/murra… l’appellativo nuraghe/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originario sarà stato ‘(edificio) murario’, ‘(torre) in muratura’». Ma anche la seducente discussione del Pittau è sbagliata. Anzitutto perchè non ha fatto i conti col termine Nora, che designa la celebre città fenicia della Sardegna, significante ‘Luce (di Dio)’. E qui torno al Sardella ed alla mezza verità da lui espressa sul significato di nuraghe. Capisco che avvicinare l’etimologia di nuraghe a Nora sia una turbativa agli occhi della maggior parte degli studiosi, ma è uopo farlo: occorre che ognuno abbandoni le posizioni rigide su cui sinora si è arroccato circa la funzione dei nuraghi. Sino a che non si accetterà come ovvio e naturale che i nuraghi non erano fortezze ma altari sulla cui sommità splendeva il fuoco perenne, non si capirà niente nemmeno della loro etimologia. Essi, prima d’essere identificati con un ‘muro costruito’ (accezione operata nel Medioevo dal clero cristiano, interessato a smantellare i cardini della precedente religione), erano semplicemente gli altari della Luce di Dio (del fuoco sacro) ed affiancavano il proprio nome a quello di Nora; beninteso, senza immedesimazione dei due lemmi, che non hanno la stessa etimologia. Infatti per nuraghe dobbiamo mettere in campo il termine babilonese nuḫar ‘tempio elevato, ziggurath’. Sul termine intervenne la metatesi sardiana nuḫar > nuraḫ > nuragh-e. Per la fase metatetica, vedi l’iscrizione latina sopra il nuraghe Aidu Entos, che scrive esplicitamente NURAC. Così interpretando, dobbiamo ammettere che è giusto quanto affermano gli archeologi, circa la maggiore antichità dello ziggurath di Monte d’Accoddi (Sassari). E dobbiamo aggiungere che fu proprio lo ziggurath di Monte d’Accoddi (e quelli babilonesi) il modello religioso (non formale) da cui s’evolvettero i nuraghi quali altari del Fuoco perenne di Dio. Ho scritto in varie parti che l'ipotesi - ancora oggi tenacemente sostenuta da molti - che i nuraghi fossero fortezze, non ha alcuna base logica. I nuraghi in Sardegna sono (furono) almeno diecimila, e come strumenti difensivi sarebbero un numero enorme. Accettarli come fortezze significa che i pochissimi Sardi dell'epoca (gli storici e gli antropologi hanno supposto non più di 300.000 anime) avessero costruito un nuraghe per ogni 30 persone. Il dato è incredibile, perchè dobbiamo accettare l'assurdo che i Sardi - a gruppetti di 30 - si facessero l'un l'altro una guerra permanente. La quale sarebbe illogica, perchè in breve tempo i Sardi sarebbero dovuti sparire, mentre invece non sparirono. A questo assurdo si sommerebbe l'altro, che per erigere un nuraghe non bastano 30 persone (delle quali peraltro metà sono bambini, l'altra metà va spartita tra uomini e donne, e poichè le donne avevano altro da fare, ad erigere il nuraghe avrebbero lavorato non più di sette uomini). Altro assurdo: ogni nuraghe copre mediamente un territorio non più ampio di 3 chilometri quadrati, che sarebbe lo spazio vitale di ogni tribù di 30 persone... pari a sole tre famiglie! Un assurdo affastellamento di torri difensive. Infine va fatto un ragionamento decisivo: per annientare la "tribù" avversaria non c'era bisogno di affrontarla in campo aperto, bastava aspettare il vento, attendere che la "tribù" entrasse a dormire nel proprio castello, accendere dei falò a ridosso del nuraghe, ucciderli tutti per asfissìa. I nuraghi non furono castelli ma altari. Il popolo Shardana non fu mai in guerra intestina d'annientamento, ma fortemente coeso. Riuscire a costruire una pletora incredibile di altari d'una perfezione architettonica assoluta presuppone una fortissima unità di popolo. Gli Shardana erano così religiosi, che s'aiutarono l'un l'altro ad erigere queste prodigiose torri, che da quasi quattromila anni sfidano il vento e l'insipienza degli interpreti. Circa la radice NUR su citata, essa era nota ai Fenici, con la quale appellarono la città di Nora, chiamandola Ngr (il termine è nella Stele di Nora: vedi capitolo a parte). La Fuentes Estanol, autrice del Vocabolario Fenicio, dà a Ngr appunto il significato di Nora. Accetto la sua tesi e affermo che Ngr si adatta indifferentemente a Nora ed a Nùgoro/Nugòro (che è la città di Nùoro). Per dirimere la questione, faccio le osservazioni seguenti. In Logudoro Nùoro (Nùgoro) è chiamata Nùaru. Quest'ultimo toponimo a prima vista sembra ripetere proprio il nome antico del 'nuraghe' (nuḫar, con affievolimento e successiva caduta della fricativa velare -ḫ-). Invece non è così: il log. Nùaru ha la base nell'ant.accad. nawāru(m) 'essere brillante, splendere' > agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino), incrociato con nuwwurum 'intensità (di luce)'. Nùgoro a sua volta ha la base in nuwwurum, con successiva consonantizzazione delle velari -ww- > -g-. Preciso, a scanso d'equivoci, che nuwwurum è un epiteto riferito direttamente al nuraghe quale sede luminosa del Dio del fuoco, e che dunque i toponimi Nùgoro e Nùaru, sorti in virtù di tale epiteto, sono sempre riferiti in prima persona al nuraghe, che era il tempio del Sole. Nella persistenza millenaria delle due pronunce Nùgoro e Nùaru rientra a pieno titolo anche la parentela semantica esistente tra 'intensità di luce' (nuwwurum riferito alla sacralità del nuraghe quale altare del fuoco)' e 'nuraghe' (nuḫar), che portò all'immedesimazione della "torre" col suo epiteto. Nel Nuorese prevalse la lettura toponomastica riferita alla brillantezza del nuraghe quale altare del fuoco, che è nuwwurum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata poi alla /g/ che è la velare sonora più vicina alla /w/. Il processo fonetico che portò a pronunciare Nùgoro può essere capito anche partendo dall'agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino). Al riguardo entra in gioco la legge della semplificazione del dittonghi protosemitici (riguardante l'antico accadico), che dalla base naurum produce nū(w)rum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata, dagli Shardana abitatori dell'altopiano nuorese, alla /g/. La /w/ è sparita invece nel toponimo Nora [< Nū(w)rum]. Presso i Fenici che frequentarono Nora aveva prevalso, come abbiamo visto, il rafforzamento o consonantizzazione delle -ww- di nuwwurum, e chiamarono la città di Nora Ngr, giusta l'intuizione della Fuentes Estanol; presso gli Shardana abitatori della stessa città di Nora prevalse invece l'affievolimento e la successiva caduta di -ww-, onde nuwwurum >Nu(ww)ra > Nōra.


lunedì 26 agosto 2013

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS - TOPONOMASTICA SARDA

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS 
di Salvatore Dedòla

Quartùcciu, comune della provincia di Cagliari, è contiguo a Quartu sant’Elena ed è alquanto più piccolo. Ma la diversa dimensione è un fatto recente e non è la ragione del toponimo, inteso impropriamente come ‘Quartu piccolo’. Nel medioevo Quartùcciu era grande come Quartu, aveva lo stesso nome di oggi, ed era chiamato, alla spagnola, Quartocho, Quarto tocho, inteso dagli occupanti come ‘Quarto grossolano, villano, zotico’. In ogni periodo i toponimi esistenti vengono adattati ad orecchio, per paronomasia, e gli Spagnoli li adattarono senza peraltro voler dare connotati spregiativi. Non sapevano intendere in altro modo uno strano Quartucciu per un borgo già da allora nientaffatto minore di Quartu, consci che i campidanesi, se avessero voluto sottolinearne la piccolezza, avrebbero preferito un Piccìu (del tipo Sia-Piccìa). La storia ha sempre unito Quartu e Quartucciu. Nel passato costituivano assieme a Selárgius una triade di villaggi paritetici e contigui, per quanto distinti. Secoli addietro Quártu e Quartùcciu erano chiamati, in modo più congruo, Quartu josso e Quartu susu. Ma entrambi, ahimè, con dei nomi ignoti e obnubilati dalla caligine dell’indifferenza, al pari del nome Selargius. Per rendere finalmente chiara la questione, parto da Quartu josso, oggi chiamato Quartu sant’Elena. Il nome Quartu viene riferito al quarto miglio della strada romana diretta da Cagliari ad Olbia, ma questo riferimento è una elucubrazione dotta fatta a freddo, poi divenuta patrimonio del popolo. Di etimologie popolari sono lastricate le vie dell’Inferno. Ma ci sono anche uomini di buona volontà. C’è chi pone il discorso su buona carreggiata, supponendo che Quartu non derivi dal romano quartus o quartum ma dal punico qart ‘città’. Ad altri invece sembra difficile accedere a tale ipotesi, per una serie di considerazioni negative. Primamente ricordano che Quartu si trova in felice compagnia, non solo in Sardegna, in qualità di villaggio sorto accanto al miliario d’una strada romana. La felice compagnia sarda sarebbe costituita da Sestu, Settimo, Ottava (tra Portotorres e Sassari), Decimo. Ma tutti questi toponimi sono paronomasie che sottendono toponimi un tempo significanti qualcos’altro. Quartu ha la base nel semitico qart, termine usato dai Fenici (qrt ‘città’), dagli Ugaritici (qrt ‘città’) e dagli Aramei (qiryā ‘città’, קִרְיָה), ed in pari tempo dagli Assiri (qrītā ‘città). A Babilonia s’usava lo stesso radicale (qarītu) per ‘granaio’: la qual cosa non è di poco conto, perché nell’epoca dei Grandi Imperi i granai erano di rigorosa proprietà statale e – per ragioni strategiche – non potevano stare in aperta campagna o in un luogo qualsiasi, ma dentro una città presidiata dalla truppa. Quindi se supponiamo Quartu < qart dobbiamo ammettere ch’essa, già in epoca šardana, ebbe la sua rilevante importanza, considerato che un radicale tipo qart non arrivò in Sardegna coi Fenici ma preesistette già con gli Šardana medesimi, poiché questi parlavano una lingua che aveva la base entro il vasto paniere della parlata accadica, imperante nel Mediterraneo dal 2000 a.C. Ma – ed ora spaziamo nella geografia ambientale – perché mai i Fenici (o i precursori Šardana) avrebbero avuto l’idea di costruire una città in un sito discosto dalle spiagge e dai porti, precluso dalla grande laguna oggi chiamata Saline di Quartu? È debole l’argomento che la laguna era facilmente aggirabile approdando alla spiaggia dell’attuale Margine Rosso (presso la quale sta infatti una lunga sopraelevata d’epoca romana). Seconda obiezione: quali ragioni postulavano la nascita di due città, Cagliari e Quartu-Quartucciu, vicine l’un l’altra quattro-cinque miglia? Circa la vocazione al grano suggerita dal citato lemma babilonese, è senz’altro possibile pensare che in queste vaste campagne si coltivasse (in epoca punica lo si coltivava certamente) il grano. Ma intanto va detto che la vocazione riguardò principalmente Quartucciu (= Quarto Tocho che nel suo aggettivo ‘rozzo, zotico, agreste’, così voluto dal senso pratico degli Spagnoli, tradisce il concetto di ‘vocato all’agricoltura’). Ma nella vocazione al grano era implicata anche Selárgius, come vedremo. Eppoi quello del grano era fenomeno piuttosto comune, essendo tipico, ad esempio, della Trexenta e della Marmilla, che però, notoriamente, non conservavano il grano in loco ma lo trasferivano rapidamente ai granai custoditi dentro le robuste mura della città di Cagliari. Per Quartu occorre pure riflettere sul fatto che i vari pagi, in cui si suddividevano i fruitori del territorio, non avevano da pensare al solo grano ma anche alle saline, da cui traevano un valore aggiunto maggiore. Non si può fare a meno d’immaginare che gli indigeni di Quarto Josso da tempo immemorabile, magari aiutati da quelli di Quarto Tocho e di Selargius, abbiano trasportato su chiatte il sale sino a Su Siccu per l’imbarco, navigando nella grande laguna.
da http://www.trekearth.com/gallery/Europe/Italy/Sardegna/Cagliari/Cagliari/photo1295944.htm

Non a caso Mammarranca indica quel lunghissimo canale navigabile collegante le Saline a Su Siccu (Cagliari), che in termini semitici significa ‘lunga via d’acqua’. In questa faccenda c’è da dare, francamente, un colpo all’incudine ed uno al martello. E qui torno a difendere l’interpretazione di Quartu = Qart ‘città’. Difendo con più vigore la definizione di ‘città’ per tre motivi. Primo: si deve immaginare che la dunosa spiaggia del Poetto fosse stata tagliata all’altezza dell’Ospedale marino o della “Bussola”, e che dunque le navi onerarie passassero tranquillamente collegandosi dritto a Quartu josso (esattamente come fecero i Fenici a Giorgino per raggiungere il loro porto di S.Igia). Secondo: il fatto che tre popolose borgate fin dall’estrema antichità si siano trovate sempre unite, è la dimostrazione provata che tale conurbazione fosse chiamata veramente Qart ‘città’, in quanto nell’estrema antichità le città nascevano quasi sempre dall’incontro e dalla fusione di vari pagi contigui, costituiti ognuno da un singolo gruppo patriarcale avente dei connotati che si preferiva tenere distinti. Il terzo motivo si nutre d’aritmetica: va ricordato che il miglio romano (m 1478) moltiplicato per quattro (quartu) fa m 5912, che non sono proprio i 7400 m che dividono i due capisaldi attuali (piazza Jenne e piazza S.Elena di Quartu). La differenza di 1,5 chilometri non si colma affatto supponendo una più corta direttrice impressa all’itinerario diretto ad Olbia. La direttrice era già cortissima: partiva dal foro romano (piazza Carmine) e transitava a un dipresso sotto l’attuale via San Giovanni (verosimilmente per gran parte della via Garibaldi), tirando poi diritta lungo il bordo settentrionale della laguna di Molentargius per segnare il quarto miglio molto prima di Quartu Josso. I conti sono chiari. Ma torniamo all’agglomerato dei tre villaggi uniti e distinti. Se di porto e di città dobbiamo parlare, dobbiamo capire che l’economia cittadina, oltrechè salaria e porporaria (poi parleremo di ciò), era principalmente agraria, e dunque Qart era necessitata a smerciare le proprie derrate. I tre villaggi hanno un retroterra territoriale immenso. Quartu spazia ad est in una ampia fascia pedemontana e marina, Quartucciu e Selargius spaziano a nord per campagne prima piatte poi ondulate, adatte (allora ed oggi) alla migliore agricoltura. Certo, Quartu josso nel medioevo subì l’onta della corvée per la raccolta del sale. Ma aveva enormi estensioni anche per le coltivazioni, e viene dalle sue campagne la prova delle prime vigne della storia sarda. Ma andiamo con ordine. Se accettiamo per la conurbazione di Quartu-Quartucciu-Selargius il nome di ‘città’, dobbiamo pure chiarire l’origine di Qart-Ucciu. Né il latino né il greco hanno referenti di tale forma. Ed è chiaro il perché: se qart è semitico, anche il secondo membro -ùču deve esserlo. Infatti in accadico troviamo ugû, col significato di ‘madre’. Eccoci dunque a Quartùcciu ‘Città Madre’, termine completo e bello.

da  http://www.linguasarda.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cagliari_-_Su_Siccu_et_Bonaria.jpg

sabato 10 agosto 2013

IÁCCU RÙJU

di Salvatore Dedòla

IÁCCU RÙJU.
Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole... Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». La Turchi è convinta che questo personaggio fantastico sia lo stesso che dà il proprio nome a una vallicola sull’alto monte di Olièna.
da http://www.summitpost.org/punta-jacu-ruiu/58710

 Poichè ella crede che in Sardegna nel passato ci siano stati molti e nitidi episodi legati ai Misteri Eleusini, di cui fa parte Íacco (nome solenne di Bacco-Dioniso nei Misteri di Eleusi), ella ritiene che questo personaggio sardo sia proprio Dioniso. A mio parere, la valletta di Iaccu Ruju (tradotto in italiano sarebbe Giacomo Rossi) indica, fino a prova contraria, soltanto il nome-cognome di un pastore del passato, che soggiornò lungamente nell’area utilizzando il pascolo comunale. Quanto all’incrollabile certezza della Turchi sulla presenza in Sardegna dei Misteri Eleusini e di tutti i personaggi divini che ne sono l’oggetto di culto, la risposta è data dagli storici e dagli archeologi, i quali ritengono che in Sardegna sia mancato ogni genere di influsso greco, escluso ovviamente quello dei Bizantini, i quali però erano cristiani, e vennero in Sardegna con lo scopo dichiarato di sradicare ogni pratica pagana (compito peraltro cui si applicarono egregiamente). Essendo impensabile che i culti di Eléusi siano stati importati dai Romani, e tantomeno dai Bizantini, occorre cercare in altra direzione l’etimologia di Jaccu Rùju in quanto essere fantastico. Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà che ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, credo occorra cercare nei vocabolari del Vicino Oriente l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi a Iaccu), e indicarlo propriamente come ‘Dio’, con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’. In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il proprio disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna. In tal guisa veniamo a sapere che Jaccu Rùju e Cusidòre sono due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.

da  www.linguasarda.com

lunedì 6 maggio 2013

IÁCCU


di Salvatore Dedòla

IÁCCU. Terzo nome del Dio sardiano, senz’altro il più intrigante, è Iáccu, anch’esso panmediterraneo. ÍaccosἼακχος è pure il nome solenne di Bacco (Diónisos) nei Misteri Eleusini. Ricordo il grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Íaccos era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra, e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele. In alcune tradizioniIaccos è considerato figlio di Bacco, ma in altre i due personaggi sono identici. Nel mondo latino talvolta era identificato con Libero.
Circa l’etimo di IáccuÍaccosἼακχος, possiamo inferire che la sua base etimologica è ebraica, non per altro, ma solo perché gli Ebrei lo considerano il vero nome (quello segreto) del proprio Dio. Il sardo Iáccu, gr. Íaccos, è lo stesso tetragramma ebraico YHWH, il nome di Dio Onnipotente, da pronunciare così com’è scritto, ossia Yaḥuh. In Sardegna questo nome sacro è ripetuto numerose volte, nei nomi personali, nei cognomi, e anche in parecchi toponimi.
Tale nome sacro appare nella Bibbia 5410 volte a cominciare da Gn 2, 4. Secondo i vari rabbini che hanno pubblicato la Bibbia ebraica (ivi compreso, per l’Italia, Rav Dario Disegni), la vocalizzazione e la pronuncia di YHWHיהוה, non sono note «perché per antichissima tradizione esso non viene mai pronunciato ma sostituito da Adonai, ‘il Signore’». A partire dal XVIII secolo nellaBibbia sono presenti tradizioni compositive differenti che si distinguono per l’utilizzo dei diversi appellativi divini. Ad esempio, nel libro della Gènesi è presente una versione della creazione che utilizza il nome Elohim; nel testo masoretico il tetragramma appare come Adonai. Nel testo greco dei Settanta è scritto Kýrios, aggettivale significante ‘che ha potere, forza, autorità’, tradotto normalmente come ‘Signore’ ma che è meglio tradurre come ‘Potente’. Si badi bene che nei più antichi frammenti greci della Bibbia (I-II secolo a.e.v.) al posto dell’aggettivale citato c’è soltanto il tetragramma ebraico. Invece in altre bibbie greche (come quella dell’Aquila) il tetragramma è scritto in lettere greche. Evidentemente essa è, dopo tali frammenti, tra le più antiche bibbie greche tramandate.
Testimoni di Géova finora sono stati gli unici a parlare con una certa libertà di questo lemma, e ripetono le ovvie considerazioni di alcuni liberi ricercatori anglosassoni (George Howard, Paul Kahle, Sidney Jellicoa), secondo cui nei frammenti più antichi il nome divino è scritto in aramaico, o in lettere paleoebraiche, poi è traslitterato in lettere greche, infine in tutte le restanti bibbie greche il tetragramma è tradotto con Kýrios (κύριος): quest’ultimo lemma denuncia una ovvia innovazione cristiana.
L’interpretazione etimologica del tetragramma (interpretazione ebraica, s’intende) si basa su Esodo 3, 13-14-15, allorchè Dio manda Mosè dal Faraone a chiedere ed ottenere l’uscita dall’Egitto. «Allora Mosè disse al Signore: “Ecco quando io mi presenterò ai figli di Israele, e annunzierò loro: Il Signore dei padri vostri mi manda a voi, se essi mi chiederanno qual è il nome di Lui che cosa dovrò rispondere?”. E il Signore rispose: “Io sono quello che sono” e aggiunse: “Io sono, mi manda a voi”. Inoltre così disse il Signore a Mosè: “Annunzia ai figli d’Israele che è il Signore dei vostri padri, Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe che m’invia a voi. Questo è il mio nome in perpetuo, questo è il mio modo di designarmi attraverso le generazioni”».
Secondo Rav Dario Disegni, «le espressioni di questo verso [14] e del seguente sono oscure forse volutamente. Ne sono state tentate varie spiegazioni, fra le quali è difficile scegliere. In queste parole è, a quanto pare, da vedersi un’allusione al nome divino, che noi non pronunziamo, scritto con le lettere J. H. V. H. che contengono la radice del verbo che significa ‘essere’. L’espressione può significare: l’eternità, l’immutabilità di Dio. Il fatto che Egli è l’Essere, Esistente per se stesso, può voler dire: “Poco importa il mio nome, quello che importa è che Io sono”. Altra spiegazione: L’Essere di cui l’esistenza ha la sua causa in Se Stesso, e non mutua la Sua origine da alcun altro essere».
Henri Serouya (La Cabala 97) scrive che «il pensiero ebraico, portando più avanti la sua forza di astrazione, libera il segno dalla cosa significata, la parola o il nome dall’oggetto denominato; poi accorda al nome, alla parola e persino alla lettera o al numero un valore in sé, in quanto principio essenziale. Così un significato si applica a ogni nome proprio di Dio, usato dalla Scrittura: Elohim è ora Yahvé, ora Shaddai. Il nome di quattro lettere, o Yahvé, sembra avere avuto, dall’epoca talmudica, una parte capitale nel misticismo teorico e soprattutto nel misticismo pratico. Il Talmud (Yoma, IIa) dice che un tempo si sapeva pronunciare questo nome e che allora era permesso al saggio di insegnarlo ai suoi figli e ai suoi discepoli scelti, una volta alla settimana. Questo tetragramma, detto anche “nome distintamente pronunciato” (Mishnah Yoma, VI, pag. 2) e “nome unico, proprio” (Sanh., 56aShebuoth, 36a) poteva essere pronunciato solo nel Santuario, dai sacerdoti che recitavano la benedizione sacerdotale (Mishnah Sotà, VII, pag. 6) e dal Gran Sacerdote il giorno del digiuno (Mishnah Yoma, loc. cit.). Secondo un testo di Maimonide “dopo la morte di Simeon il Giusto, i sacerdoti, suoi fratelli, cessarono di benedire con il tetragramma ma benedissero con il nome di dodici lettere”. Questo nome divino, come distaccato da se stesso, tende a costituire un essere in sé. “Prima della creazione del mondo”, dichiara il Talmud, “non vi era che Lui e il suo nome”.
È lampante che l’interpretazione degli Ebrei è una non-interpretazione. Essi, per timore e rispetto alla santità dell’Essere, rinunciano a scandagliare scientificamente il problema dell’etimologia, anzi si rifugiano negli assurdi meandri della cabalistica, e dobbiamo dire che la loro autorevole inazione (o distrazione) ha indotto qualunque altro ricercatore, che fosse laico o ebraico o cristiano, a non immischiarsi nella questione, anzi a rimuoverla.
Se dovessi tentare personalmente una interpretazione etimologica, penso che, con quelle premesse, non riuscirei ad andare lontano. Tenuto conto che gli Ebrei hanno origine sumerica e constatato che la lingua sumerica è la più antica del mondo (tra quelle scritte), mi è forza basarmi sul termine sumerico ia ‘oh’ (una esclamazione, una esortazione), ma dopo questa esclamazione non ho nient’altro da esaminare. Però soccorre meglio l’accadico i ‘let’s, come on, suvvia’ (esortazione simile a quella sumerica), alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫuy-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). Il termine accadico aḫu significante ‘forza, potenza’ giustificherebbe anche la traduzione fatta dai Settanta mediante Kýrios ‘Potente’. Questo esortazione-epiteto è, se vogliamo, un fatto normale, diciamo pure banale, anche perché da sempre, e fino ai nostri giorni, ci si è rivolti a Dio esclusivamente mediante l’esortazione (leggi ad es. le varie parti della Santa Messa cristiana).
Il fatto che Dio abbia ordinato a Mosè di chiamarlo mediante una esortazione riferita alla Sua potenza infinita, non deve meravigliare, poiché nella Bibbia (e anche nei Vangeli) Dio non ha mai cercato le astrusità e i sotterfugi, tantomeno le simbologie: anzi ha sempre voluto un rapporto chiaro e diretto con l’Uomo. Sono stati gli Ebrei ad avere forzato nella direzione di un distacco totale tra l’Essere divino e la Parola. E questa tradizione giudaico-cristiana è, purtroppo, ancora oggi, inossidabile.
Questa vicenda del vero nome personale di Dio, il quale a tutt’oggi permane non-riferibile, anzi addirittura ignoto (perché ignoto è sempre stato, non dimentichiamolo!), è tuttavia mal posta. Tutti i ricercatori brancolano nella cecità totale (una cecità reale, obiettiva, ma ad un tempo esilarante), e si rammaricano di non poter andare più a fondo in questa ricerca. Esilarante e assurda. Non hanno tenuto conto del fatto che Dio, alla precisa domanda di Mosè, non poteva rispondere altrimenti di come ha risposto, dicendo in sintesi che Lui NON AVEVA NOME e che poteva essere invocato soltanto come ‘il Potente’. È esilarante vedere i nostri ricercatori basiti! Eppure basta poco a capire che DIO NON PUO AVERE UN NOME! E perché mai dovrebbe averlo? Egli è Dio, è YHWH, nient’altro! A questo punto, dichiaro chiusa ogni discussione: il volerla tenere aperta è segno di dabbenaggine e di scarsissimo rispetto per la Maestà di Nostro Signore Onnipotente.
E, a dirla tutta, qua non è in gioco soltanto la dabbenaggine e lo scarso rispetto dei ricercatori. Ci aggiungerei, a loro disdoro, anche una dose d’ignoranza. Dobbiamo ammettere che abbiamo spesso proiettato gli studi biblici su uno schermo metastorico, anche perché ne siamo stati forzati dall’esegesi rabbinica, mentre al contrario ogni passo della Bibbia necessita di essere rigorosamente contestualizzato in una precisa fase della storia. Per quanto riguarda le vicende di Mosè e dell’Esodo, non possiamo capirle se non inquadrandole nella temperie culturale dei tempi in cui gli Ebrei vivevano in Egitto. E allora va chiarito che presso gli Egizi il nome personale era sottoposto a un rigorosissimo tabù, non poteva essere mai pronunciato.
L’uomo ha sempre parlato poco, e nel passato – fino a secoli recenti – la parola pronunciata era considerata sacra. Ogni parola pesava come un sasso. Ogni parola un impegno. La parola fu sempre sacra. Nessuno poteva pronunciarla invano, nessuno poteva tradirla. L’origine sacrale del linguaggio impedì per millenni di operare una netta distinzione tra le parole e le cose. L’uomo di Sumer, di Babilonia, del Nilo, della Sardegna precristiana, per quanto acculturato, non si liberò mai dal pensare concreto. Le prime idee astratte furono prerogativa degli antichi Greci, ed il loro apparire, checché se ne pensi, non fu meno rivoluzionario dell’invenzione della ruota.
Possiamo affermare che la storia fu sempre fatta, almeno fino alla Nuova Era, dall’Homo concretus, il quale ha sempre pensato che tra il nome personale e la persona fisica esistesse un legame sostanziale e vincolante, sul quale si poteva agire magicamente. In Egitto si ricordava il mito di Iside, la quale divenne la Dea Madre dell’Universo soltanto dopo aver conosciuto, mediante le sue arti magiche, il vero nome di Ra (del Sole), spodestandolo. L’uomo vide nel proprio nome una parte vitale di sé, e di conseguenza se ne prese cura, ad evitare che gli togliessero la vita. Questo legame vitale fu sentito un po’ da tutti i popoli. Fino ai tempi di Frazer (100 anni fa) tutti questi popoli tennero accuratamente nascosto ogni nome personale.
Presso gli antichi Egizi ogni persona aveva «due nomi, il nome vero e il nome buono o il nome grande e quello piccolo; e mentre il nome buono, o piccolo, era di pubblico dominio, quello vero, o grande, sembra fosse tenuto accuratamente nascosto» (Frazer). Infatti per gli Egizi «il nome era una seconda creazione dell’individuo, innanzitutto al momento della nascita, quando dalla madre viene imposto al neonato un appellativo che ne esprime sia la natura, sia il destino che ella gli augura, ma anche ogni volta che viene pronunciato. Questa fede nella virtù creatrice del Verbo determina tutto il comportamento degli Egiziani rispetto alla morte: infatti, nominare una persona o una cosa equivale a farla esistere al di là della scomparsa fisica, e quindi diventa necessario moltiplicare i segni di riconoscimento. È questo il motivo per cui la cappella funeraria, e in generale il luogo ove si praticava il culto del defunto, racchiudono una somma di indicazioni la più precisa possibile, in modo che il ka possa godere senza problemi di quanto gli è dovuto» (Grimal, SAE 139).
Questa temperie culturale degli Egizi aveva contagiato gli Ebrei; quindi appare assurda la pretesa di Mosè di conoscere il vero nome di Dio. Salvo il fatto che, come ho già detto, Dio non ha nome, non può averlo. E perché mai dovrebbe averlo? A cosa Gli servirebbe? L’uomo, senza accorgersene, continua a trattare Dio come una persona o come una cosa, dimenticando che Dio non è uomo, né cosa, e non può essere nemmeno puro pensiero, come invece ci si ostina a blaterare nella incommensurabile insufficienza del nostro linguaggio. Egli È. Nient’altro. Qualunque altra asserzione è una bestemmia.
Quindi all’uomo basta e avanza l’opportunità d’invocare Dio come YHWH o (che è lo stesso) come Kýrios, il ‘Potente’. Se poi gli Ebrei sono talmente imbalsamati dalla paura di chiamare direttamente Dio, qualcuno dovrebbe aiutarli a capire che gli epiteti da loro inventati per by-passare il tabù hanno esattamente la stessa semantica della parola tabuizzata, sono infatti la tautologia di YHWH.
Il fatto che i Sardi non abbiano mai patito il tabù degli Ebrei, la dice lunga sul fatto che il nome universale di YHWH dai Sardi è stato trattato con maggiore libertà, visto che in Sardegna quel nome sacro esiste un po’ dovunque. Certo, non esiste al modo come vorremmo, anche perché in Sardegna manca la tradizione scritta d’epoca precristiana (salva qualche frase fenicia). E tocca a noi oggi “sgusciare” e “raddrizzare” filologicamente certi nomi, certi epiteti, certi toponimi, allo scopo di capire la situazione di quei tempi e allo stesso tempo capire gli artifici che i preti bizantini inventarono, nella foga di ottundere e sopprimere ogni forma di dottrina che i Sardi avevano sulla religione dei padri.
Per ricuperare la storia antica della Sardegna, basta partire dal fatto che i preti bizantini fecero tabula rasa della pregressa religione, ma lo fecero con delle costanti che, una volta svelate, appalesano nitidamente le modalità con cui procedevano nel soffocare le parole-emblemi-simboli della religiosità del popolo. Il loro procedere era talmente capzioso che nessuno mai intuì l’inganno. Si trattava, per lo più, di approfittare del fatto che essi parlavano greco ed avevano quindi una lingua assai diversa da quella del popolo sardo, che parlava ancora lo “zoccolo duro” semitico. La differenza di toni, di accenti, di fonetiche, talora di concettualizzazioni da parte di quei preti che si sforzavano comunque di parlare sardo, suscitava nel popolo un irrefrenabile moto di simpatia e di disponibilità al dialogo. Quindi il popolo analfabeta accettava facilmente le “dotte” prediche con le quali i preti spiegavano che YHWH (letto i-aḫu) era lo stesso San Jacopo o Giacomo, che essi si premurarono da quell’istante di chiamare (guai a sbagliarsi!) con la fonetica sarda: YaḫuYakuYaccuJagu. Fu tale la convinzione del popolo, che oggi ci ritroviamo una serie di località chiamateSantu JaccuSantu Jacci, e ritroviamo pure il cognome Giágu.
Ma è ovvio che IaccuGiágu non c’entra nulla con san Giacomo apostolo. IaccuGiágu è nome di origine mediterranea. Non è il vezzeggiativo di Jacomo, come pensano De Felice e Pittau, ma si confronta linearmente con l’ebr. YHWH o YḤWH (leggi i-aḫu), con successiva variante patronimica latineggiante in -iJaci. Quindi anche i toponimi sardi noti come Jaci o Santu Jacirimandano sempre al tetragramma ebraico (e sardo-mediterraneo). Esattamente come il cognome Giágu.
Prima di chiudere la discussione sul tema, va sottolineato che la grande paura degli Ebrei di pronunciare il nome di Dio è – tutto sommato – oltreché paradossale, relativamente recente: data dal 539 a.e.v., quasi 2500 anni, ed è possibile “storicizzarla”, decorrendo dal momento del ritorno babilonese e del rigorismo che ne conseguì. Ai tempi del Primo Tempio gli Ebrei invece praticavano una religione più ariosa e con meno tabù; ciò è dimostrato da una serie di nomi personali (e cognomi attuali, quale Netan-iahu) che sono nitidamente teoforici, ossia recano incastonato il nome di Dio, sia El o Yaḥwh. Vediamone qualcuno, partendo ovviamente dalla celebre esortazione ebraica (poi diventata anche cristiana) Allelùja, ebr. Hallelûyāh (הַלְּלוּ-יָהּ), che significa ‘preghiamo, lodiamo Dio’. Un altro termine ebraico che fa riflettere è Ahellil, designante i Salmi comincianti con l’invocazione Hallelûyāh.
Cito anzitutto il teoforico di un profeta ebreo, Gioèle ( יואל ), che racchiude il più antico nome di Dio, ossia El, abbinato a quello di Yhwh; significò ‘Yah[wh] è El’ ossia ‘Iaccu è proprio Dio!, è Dio medesimo!’. Esso è un arcaico nome nato ai tempi in cui si cominciava a identificare il nome del Dio siro-mesopotamico (El) col nome del Dio del deserto (Yḥwh).
Il teoforico Giovanni è dall’ebr. Yeho-chānān, composto da Yeho + Chānān col significato di ‘Dio di Canaan’. Cfr. l’anglosassone John, una contrazione portata all’eccesso ma nella quale ancora s’intravedono i due radicali Jo (dalle tre apofonie YahYehYoh: vedi la contrazione יו in Gio-ele) + Hn (Chānān). A sua volta Canaan < ebr. כְּנַעַן ha la base etimologica nell’antico akk.qanānu ‘fare il nido, insediarsi’, qannu ‘il costruito’, qanuqanā’u ‘tenere il possesso di’, ‘acquisire’; ma anche kânu ‘divenire permanente, stabile’ (di casa, territorio).
Va precisato che il nome del Dio del deserto, YaḥYḥ o Yhwh, in origine non fu altro che lo stesso nome del Dio Luna (sul quale torneremo ampiamente al Capitolo 7). Non fu un caso se il monte sacro del deserto frequentato dagli Habiru (i futuri Ebrei) fu chiamato Sināi, in onore del Dio lunare Sîn, un altro nome concorrente di Yaḥ. Il dio Luna Yah era conosciuto con lo stesso nome dall’Egitto a Babilonia. Da esso deriva il nome del patriarca GiacobbeYah’cobb, ‘Protetto dal Dio Luna’. Dopo la cacciata degli Hyksos dall’Egitto, il culto di Yaw continuò nella città di Ugarit sotto forma di demone del mare Yamm, ma decadde in Siria sostituito dal culto del dio della pioggia Baal Hadad. Mentre tra i nomadi Šasu Edomiti del Sinai continuò nella sua forma originaria Yhw: dio delle tempeste.
Un altro nome teoforico che propongo è Elìa, così noto dalla tradizione latina (Elias) e greca (EleiasElias) dall’ebr. Eliyyahu o Eliyyah: essendo lo stesso composto di Gioèle, ha ovviamente lo stesso significato: ‘El è Yahwh’, ‘El è proprio Dio’.
Altro nome teoforico è Zaccarìa, da ebr. Zekharyah (da zachar ‘ricordarsi’ e Yah ‘Dio’ = ‘Dio si è ricordato’).
Il teoforico Gioacchìno, ebr. Yohaqim è da Yah + qum ‘sollevare’ = ‘innalzato da Dio’).
Il teoforico Michèa, ebr. Mihan abbreviato da Mi-kha-yâh significa ‘chi è come Dio?’.
L’ebr. Ezeriel עַזְרִיאֵל è composto da ezer ‘aiuto’ + El ‘Dio’ col significato di ‘Dio aiuta’.
L’ebr. MatteoMattìaMattityahu מַתִּתְיָהוּ è composto da matath ‘dono’ + Yah ‘Dio’, col significato di ‘Dono di Dio’.

IACCU HIRVU. Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) tratta delle figura di IáccoἼακχος, nome solenne di Bacco (Dióniso) nei Misteri Eleusini, il quale deriva dal grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Eleusini Iacco era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele.
L’etimologia di questo nome è stata discussa più su al lemma Iacco (vedi); esso sembra, almeno con riguardo alle epoche arcaiche ed ai luoghi dove il mito siro-fenicio nacque, un’esortazione, un richiamo solenne che capta l’attenzione dei fedeli nei momenti solenni, e pure al momento della distribuzione del ciceòne.
Qui riprendo la questione poichè la Turchi crede di scorgere il nome di questo personaggio mitico in parecchi toponimi della Sardegna, generalmente accompagnato da un epiteto: Iaccu Piu,Iaccu RuiuIaccu Hirvu. È difficile darle torto. In tal senso, dobbiamo ammettere che il personaggio Iaccu era conosciuto in Sardegna a prescindere dai Misteri Eleusini, quindi in termini collaterali al mondo greco, pertanto in modo autonomo, nella misura in cui possa dirsi autonoma una cultura che ha legami solidi col Vicino Oriente, e s’irraggiò da là per approdare anche nel mondo egeo-greco (non viceversa).
Iaccu Hirvu è toponimo dell’agro di Orgòsolo. Per quanto riguarda Iaccu, esso disvela il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’.
Circa Hirvu, la sua traduzione sembra avere la base nel sum. ir ‘potenza’ + bu ‘perfetta’. Quindi Iaccu Hirvu sembra un epiteto sacro riferito al Dio Unico Universale, col significato di ‘Yahwh dalla perfetta potenza’.

IÁCCU PÍU Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sarddegna 89-90) tratta delle figura di IaccoἼακχος, nome solenne di Bacco (Dioniso) nei Misteri Eleusini, il quale deriva dal grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Eleusini Iacco era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele.
L’etimo di questo nome è stato trattato a suo luogo (vedi Iacco); esso sembrerebbe, almeno con riguardo alle epoche arcaiche ed ai luoghi dove il mito siro-fenicio nacque, un’esortazione, un richiamo solenne che capta l’attenzione dei fedeli nei momenti solenni, e pure al momento della distribuzione del ciceòne.
Qui riprendo la questione poichè la Turchi crede di scorgere il nome di questo personaggio mitico in parecchi toponimi della Sardegna, generalmente accompagnato da un epiteto: Iaccu Píu,Iaccu RùiuIaccu Hirvu. È difficile darle torto. In tal senso, dobbiamo ammettere che il personaggio Iaccu era conosciuto in Sardegna a prescindere dai Misteri Eleusini, quindi in termini collaterali al mondo greco, pertanto in modo autonomo, nella misura in cui possa dirsi autonoma una cultura che ha legami solidi col Vicino Oriente, e s’irraggiò da là per approdare anche nel mondo greco (non viceversa).
Per quanto riguarda Iaccu, esso disvela il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’. Píu ha la base nell’akk. pedû, pādû‘indulgente’. L’epiteto (o invocazione) è da tradurre come ‘Yahwh indulgente’.
Sembra incredibile quanto la religione precristiana si avvicini ai sentimenti e ai concetti di quella cristiana.

IÁCCU PUDZÒNE è un toponimo dell’agro di Orotelli. Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) non lo traduce come un normale nome + cognome (‘Giacomo Uccello’), il quale peraltro è molto usato in Sardegna. Considerato che pudzòne (camp. pillòni) in sardo indica pure il membro virile dell’uomo, la Turchi vede nel toponimo una cristallizzazione di una vicenda sacra riferita a Dioniso (chiamato Íacco nei Misteri Eleusini), cui s’addice anche il sacro membro nella sua funzione rigeneratrice.
Può darsi che la Turchi abbia ragione, e se ce l’ha, occorre inquadrare la questione nell’ambito dei Misteri siro-fenici di Adone, non di quelli greci, poichè la Sardegna non ha mai ricevuto influssi culturali greci. In tal guisa, possiamo recuperare anche gli altri toponimi Iaccu HirvuIaccu Piu e Iaccu Ruiu, già discussi secondo questa visione.
Di pudzòne, camp. pillòni ‘uccello’, ‘volatile’ può cogliersi l’etimo soltanto se, mettendoci dal punto di vista degli antichi Sardi, consideriamo gli uccelli per quello che un tempo erano: un genere di animali particolarmente nocivi alle colture, che potevano essere tenuti a freno soltanto ingannandoli e catturandoli con le reti. Non è un caso se in Sardegna la caccia con le reti dura ancora inossidabile, sin dall’Era paleolitica. E dura pure la caccia coi laccetti. In altre parti si usano pure gli specchietti (es. per catturare le allodole).
Ci sono due termini accadici che concorrono a pari titolo a fornire il giusto etimo. Alla base sta comunque un composto sardiano, che trova espressione nell’akk. pīgu ‘inganno’ + unû (un tipo di carne) (stato costrutto pīgu-unû); e c’è pīdu ‘cattura, imprigionamento’ + unû (stato costrutto pīdu-unû); i due composti si traducono come ‘carne da inganno’ e ‘carne da cattura, ossia da rete’. Col tempo è subentrato il lat. pullus a complicare la resa fono-semantica, con un intreccio tra pīgupīdu e pullus + unû; onde camp. pill-òni, log. pidzònepudzòne. Onde il log. puḍḍu ‘gallo’ < lat.pullus (che però è un ‘piccolo dell’animale’, non solo il ‘pulcino’ o il ‘pollastro’, vedi akk. pūdubūdu ‘pecora’, e vedi sardo puḍḍécu, pudréḍḍu < *puḍḍaréllu); la cavalla ancora vergine è sapuḍḍeca, e tanti animali molto giovani hanno lo stesso appellativo puḍḍécu, pudréḍḍu, ivi compresa una donna adolescente vocata al godimento e al divertimento (puḍḍeca).
Questo campo fono-semantico è alquanto inflattivo, a ben vedere, considerata pure la presenza dell’it. pigliare, con base nell’akk. pillatu ‘beni rubati, beni ottenuti col furto’ (a proposito dipigliare, le strampalate ipotesi etimologiche del DELI sono da dimenticare).
Pillòni, con la variante log. PudzònePuggiòni, è anche cognome.
Trattata l’etimologia di pudzòne in quanto ‘uccello’, torniamo a Iaccu Pudzòne per proporre un etimo che però con gli uccelli non ha niente da spartire. Se crediamo che il toponimo possa celare un arcaico epiteto di Dio, allora occorre vedere in Iaccu il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’. In Pudzòne abbiamo un epiteto sacro dal sum. pu ‘giardino’ + zu ‘to know’ + ne ‘forza’: puzune poderoso giardino di conoscenza; Quindi Iaccu Pudzòne significò ‘Oh Potente, Forte Giardino della conoscenza’.

IACCÙRU è un toponimo di Arìtzo che Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) smembra in Iáccu Curu, interpretando il secondo membro come il gr. koúros, il fanciullo divino che rappresenta Bacco-Dióniso. Ella pone prepotentemente in primo piano, nelle manifestazioni carnascialesche sarde, la triade Demetra-Persefone-Dioniso, che poi è la stessa triade dei Misteri Eleusini.
La Dea Madre Mediterranea è nota in Grecia come Demétra, Δη-μήτηρ, che ebbe la figlia amatissima rapita dal Dio degli Inferi: questa è la celebre Perséfone, nota anche come trimorfa, in sembianze ora di figlia (Kóre), ora di sposa (Perséfone, compagna di ‛ Ἄιδης o Πλούτων), ora in veste di matura dea lunare (la ferale Ecáte). In realtà è quest’ultima ad essere sicuramente trimorfa o tricipite, dotata di tre corpi e tre teste, essendo stata a un tempo Seléne (Luna) in Cielo, Artémide in Terra, Perséfone nel Mondo infero. Ecate ebbe un ruolo di primo piano nella ricerca di Perséfone, e quando questa fu trovata, rimase al suo fianco come assistente e amica. Divenne così una divinità del mondo infero, della quale si celebrava la terribile e grandiosa potenza. Si diceva che di notte mandasse sulla terra ogni sorta di demoni e di esseri fantasmatici, che conoscesse le arti della stregoneria e che dimorasse di preferenza presso gli incroci viari o in prossimità del sangue delle persone uccise. Si riteneva altresì che si spostasse e vagabondasse con le anime dei morti. Ad Atene, alla fine di ogni mese, vigeva l’uso di lasciare ai quadrivi dei piatti con del cibo appositamente per lei; il cibo veniva poi consumato dai poveri (Anna Ferrari).
L’etimo di Perséfone, Περσε-φóνη, non è stato bene indagato. Lo si collega con la ‘perdizione, devastazione’ (πέρθω, ‘devasto, desolo’) e con la ‘uccisione’ (φονή, ‘uccisione, strage’) senza ragione. In realtà la sua base è l’akk. persu(m) ‘divisione’, ‘cessazione’ + būnu ‘figlio’, col significato sintetico di ‘figlia separata’, ed è il nome che a questa déa viene dato nei mesi in cui lascia la madre per scendere all’Inferno.
L’etimo di EcáteἜκάτης, ha la base nell’akk. ēqu (un sepolcro) + atû(m) ‘custode della porta’, col significato sintetico di ‘custode dei sepolcri’, ‘amante degli ingressi dei sepolcri’ (evidentemente si tratta di sepolcri “a corridoio”).
Kóre, Κόρη è un nome greco; il comune kόρη indica una ‘fanciulla, donzella, figlia’ collegata al masch. κόρος ‘bambino, fanciullo, figlio’; il corrispettivo verbale si dice rappresentato, nel campo indoeuropeo, dal lat. creocresco, e non è vero. Comunque la fase più antica del termine è l’akk. ḫūru ‘son’, sum. ḫurum ‘bimbo’.
Come si può notare, anche questo arcaico mito greco, e le stesse cerimonie misteriche ad esso legate, sono preindoeuropei, orientali. La lingua sumero-accadica consente di affermare, scientificamente, che tali miti riguardarono tutto il Mediterraneo ed il Vicino Oriente, non solo la Grecia preindoeuropea. Questa considerazione aiuta a sistemare meglio le credenze della Turchi, che nella sostanza non vengono inficiate ma soltanto ricollocate in ambito semitico, come peraltro è giusto fare parlando dell’isola di Sardegna, la quale, a detta degli storici e degli archeologi, non subì mai alcun influsso elladico ma visse una temperie culturale inquadrabile nell’ottica degli scambi col Vicino Oriente.
Fatta questa ampia disamina, sembra ovvio che Iaccùru non sia scomponibile, come propone la Turchi, in Iáccu Curu, ma sia invece un composto sardiano con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (un composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫuy-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). Il termine accadico aḫu significante ‘forza, potenza’ giustifica anche la traduzione fatta daiSettanta mediante Kýrios ‘Potente’. All’invocazione YHWH, i-aḫu si abbina il sum. ur ‘ungere, unzione’. Il significato di i-aḫ-ur è ‘O Forza degli Unti’, ‘O Forza dei Messia’ .
Anche questo risultato, come tanti altri dell’antica religione dei Sardi, fa capire che niente fu innovato sulla faccia della Terra, poiché la consacrazione dei fedeli attraverso la “cresima” avveniva già in epoca precristiana. Ma qui per unto s’intende il gr. Christós ‘Messia’.

IÁCCU RÙJU. Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole... Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». La Turchi è convinta che questo personaggio fantastico sia lo stesso che dà il proprio nome a una vallicola sull’alto monte di Olièna. Poichè ella crede che in Sardegna nel passato ci siano stati molti e nitidi episodi legati ai Misteri Eleusini, di cui fa parte Íacco (nome solenne di Bacco-Dioniso nei Misteri di Eleusi), ella ritiene che questo personaggio sardo sia proprio Dioniso.
A mio parere, la valletta di Iaccu Ruju (tradotto in italiano sarebbe Giacomo Rossi) indica, fino a prova contraria, soltanto il nome-cognome di un pastore del passato, che soggiornò lungamente nell’area utilizzando il pascolo comunale.
Quanto all’incrollabile certezza della Turchi sulla presenza in Sardegna dei Misteri Eleusini e di tutti i personaggi divini che ne sono l’oggetto di culto, la risposta è data dagli storici e dagli archeologi, i quali ritengono che in Sardegna sia mancato ogni genere di influsso greco, escluso ovviamente quello dei Bizantini, i quali però erano cristiani, e vennero in Sardegna con lo scopo dichiarato di sradicare ogni pratica pagana (compito peraltro cui si applicarono egregiamente).
Essendo impensabile che i culti di Eléusi siano stati importati dai Romani, e tantomeno dai Bizantini, occorre cercare in altra direzione l’etimologia di Jaccu Rùju in quanto essere fantastico. Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà che ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, credo occorra cercare nei vocabolari del Vicino Oriente l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi a Iaccu), e indicarlo propriamente come ‘Dio’, con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫuy-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’.
In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il proprio disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna.
In tal guisa veniamo a sapere che Jaccu Rùju e Cusidòre sono due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.

IÁCI cognome italiano di origine mediterranea. Non è il vezzeggiativo di Jacomo, come pensano De Felice e Pittau, ma ha la base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), con successivo suffisso patronimico latineggiante in -i. Anche in Sardegna abbiamo termini del genere, oltre al cognome Giágu (vedi per la discussione approfondita), che indica lo stesso fenomeno.


pierluigi montalbano