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mercoledì 3 dicembre 2014

Divinità e religione: il panteon dei fenici.



Dagon
http://it.wikipedia.org/wiki/Dagon



In assenza di scritti mitologici e liturgici, le fonti sono le iscrizioni provenienti dalle città stato orientali. Gli autori principali sono: Sancuniatone, sacerdote di Beirut (XII a.C.), riportato da Filone di Biblos, giuntoci attraverso Eusebio; Damascio, neoplatonico (V a.C.), che cita una cosmogonia di Mecio; Plutarco e Luciano, che forniscono dati sulle credenze dell’epoca; l’Antico Testamento, sui Cananei; i testi di Ugarit; le fonti puniche.
La religione fenicia appare come un prolungamento di quella cananea del II millennio a.C. Ogni città fenicia aveva una divinità poliade generalmente associata a un partner, con determinate funzioni. A Tiro imperavano Melqart e Astarte, con un rito del risveglio annuale. Melqart è una divinità che garantisce ordine e benessere, Astarte è la dispensatrice di potere e vitalità, legata al trono e alla fertilità. A Sidone erano veneratiAstarte ed Eshmun, dio guaritore assimilato ad Asclepio/Esculapio. A Biblos invece si credeva nella Baalat Gubal (signora di Biblos), insieme al Baal di Biblos, che è all’origine dell’Adone greco. Per loro si celebravano feste annuali di morte e resurrezione.
Altre divinità erano: Reshef, dio della folgore e del fuoco, originariamente nefasto poi benefico; Dagon, dio del grano; Shadrapa, conosciuto dal 600 a.C., un genio guaritore rappresentato con serpenti e scorpioni; diversi culti astrali, di età ellenistica; Chusor, inventore e lavoratore del ferro; Sydyk e Misor, divinità della giustizia e della rettitudine.
Filone di Biblos riporta una mitologia: all’origine del cosmo, della cultura e degli dei sono il vento e il caos, da cui nasce un uovo cosmico, detto Mot. La cultura sarebbe stata creata da Usoos, inventore delle pelli d’animali, mentre al vertice della genealogia divina sarebbero stati Eliun e Berut. Gli dei vivevano nei templi, o bet (casa o palazzo). Non ci sono pervenute statue, forse  a causa del diffuso aniconismo. Apprezzavano il culto distele o betili, nonché di montagne, acque, alberi, e pietre ritenute sacre. Asherah è una piccola colonna votiva in legno, analoga al betilo, la dimora
degli dei. Il tempio più semplice era a cileo aperto, formato da un recinto sacro e una piccola cappella o un betilo. Nella parte frontale c’è l’altare per i sacrifici, ed è sempre vicino a una fonte o a un bacino e a un bosco. Le offerte potevano essere cruente (non suini), e in cambio speravano di ottenere una grazia. Se si riceveva il beneficio c’era l’offerta di un ex-voto. 
Si credeva anche nei refaim, esseri giganti dell’aldilà o antenati. La magia era una pratica diffusa: lo scopo era allontanare il malocchio o colpire i nemici, con formule talvolta incise nelle tombe. L’aldilà era localizzato sottoterra, ed era immaginato come un deserto arido e buio. Era importante per i defunti ricevere una sepoltura ed essere ricordati tra i vivi.
Agreus: Dio della caccia, fratello di Halieus
Agros: Dio di campi, coltivazioni, viticolture, e del vino, fratello di Agrotes
Agrotes: Dio della terra, dei cavalli, della caccia e degli indovini. Appare come un auriga, a volte accompagnato da un gruppo di cani, fratello di Agros.
Aion & Protogonos: I primi mortali. Scoprirono il cibo.
Aleyin: Dio della primavera e della vegetazione nella stagione delle pioggie. Figlio di Baal, fratello di Anat. "Colui che cavalca le nuvole", spesso appare con 7 compagni e 8 maiali selvaggi.
Amat-Asherat: Dea dell'alchimia. Bandita da El nel deserto, riunì creature simili a sfingi, con corpo di leone e testa umana, per combattere Baal. Consorte di Terah, madre di Siba'ni.
Amunos: Dio della vita dei villaggi, fratello di Magus
Anat: Dea della battaglia, dello spargimento di sangue, di temperamento bollente. Perpetua la vita degli dei assicurando loro continui sacrifici. Uccise il dio Mot. Figlia di Baal, sorella di Aleyin. Appare come una vergine che cavalca un leone e porta uno scudo, lancia e ascia.
Aqhat: Figlio di Danel, fratello di Pughat. Eroe mortale, bello e favorito dagli dei, che gli diedero un arco divino. Anat lo volle e ordinò al suo servo Yatpan di ucciderlo per averlo, ma l'arco andò distrutto durante la lotta tra i due.
Arsay: Dea della terra umida e delle paludi. Figlia di Baal.
Asherat del mare: Grande dea della saggezza e del mare. Madre degli dei. Moglie di El e sua consigliera, ebbe 70 figli, incluso Baal
Asherat: Dea del matrimonio, della fedeltà e della vita casalinga. Moglie di Baal. Madre di Aleyin, Anat, Pidray, Tallay, e Arsay.
Astart (Astoreth): Dea della fertilità, dell'amore e del piacere. Patrona delle prostitute e degli edonisti. Le prostitute del suo tempio erano famose su tutto il Mare Librum. Appariva come una donna sensuale in una tunica trasparente multicolore.
Ba'al: Signore. Ba'alat: Signora, la versione femminile. Dio delle nuvole e delle tempeste. Figlio di El e Asherat-del-mare. Marito di Ashrat, padre di Aleyin e Anat, e Pidray, Tallay, e Arsay. La sua voce era il tuono e dispensava la pioggia. Appariva come un giovane guerriero che vestiva con tunica, elmo a punta con corna stilizzate, e brandiva una lancia.
Baal Hammon: Grande dio del cielo, del sole e della continuità. Appariva come un nobile vecchio con corna ramificate, spesso accompagnato da sfingi alate. Consorte di Tanit.
Baltis: Dea del cielo, della gioia e della danza. Protettrice delle donne. Sorella spirituale della dea egizia Hathor. Appariva come una donna che indossava un elmo con corna di vacca e un disco al loro centro.
Bauu: Dea della notte, moglie di Kolpia.
Daggay: Dea della nascita. Aiutante di Asherat-del-mare.
Danel: Semidio della verità, della divinazione e della comunità. Nato come eroe mortale, conoscitore di ogni cosa dalla nascita. Domandò giustizia per le vedove, protezione per gli orfani e assistenza contro i saccheggi, figlio di Keret, padre di Aqhat e Pughat.
El: Dio supremo. Signore del pantheon e padre degli uomini. Fece scorrere i fiumi fino agli oceani e assicurò la fertilità alla Terra. Marito di Asherat-del-mare, padre di Baal. Appariva come un uomo ingrigito con sei ali. Il suo simbolo era il toro rosso.
Eshmun: Dio della guarigione e della salute. Figlio di El e di Asherat-del-mare. Rappresentato come un uomo di mezza età con una toga bianca e un bastone intorno al quale sono arrotolati due serpenti.
Geinos: Dio dell'agricoltura. Fratello di Technites.
Genos & Genea:  il maschio e la femmina che fondarono la Fenicia e scoprirono la preghiera.
Giganti: Cassius, Lebanon, Antilebanon, Brathy. Comandavano dalle montagne che portano i loro nomi e inventarono la bruciatura degli incensi.
Gurzil: Dio del combattimento e della sete di sangue. Faceva i suoi nemici a pezzi. Patrono dei gladiatori.
Halieus: Dio della pesca. Appariva come un tritone cornuto, accompagnato da nereidi. Fratello di Agreus.
Hasisu: Dio del fuoco e della lavorazione dei metalli. Fratello di Kusor. Inventò con suo fratello il ferro e la maniera di lavorarlo.
Hay-Tau: Dio della vegetazione e della foresta. Ha forma di un albero. Le lacrime di Hay-Tau sono resina (tesori per i fenici che esportavano in Egitto).
Hiyon: Dio della lavorazione delle gemme, del vetro, e del lavoro lapidario. Artigiano divino, lavoratore dell'oro e dell'argento. I suoi simboli sono le pinze e il martello.
Iolaus: Semidio dell'agilità (della mente e del corpo). Eroe mortale, aiutante del dio Melkart. Patrono dei corridori, di coloro che vivono delle loro arguzie e di coloro che aiutano gli altri.
Ist (Phos, Pyr, Phlox): triplice dea del fuoco e della scienza domestica, portò il fuoco agli uomini.
Keret: Eroe mortale. Re di Sidon, un figlio di El e soldato della dea Sapas, non molto coraggioso. Combatté contro il dio della Luna Terah ma perdette. Comprò una moglie costosa. Suo figlio, Danel, fu un genio.
Kolpia: Dio del vento. Consorte di Bauu.
Kusor: Grande dio dei marinai e degli inventori. Fratello di Hasisu, artigiano degli dei. Inventò i mezzi meccanici, la pesca sulla barca, l'architettura e la navigazione.
Latpon: Dio della magia e della saggezza. Patrono dei praticanti. Figlio di El e di Asherat-del-mare.
Magos: Dio dell'allevamento degli animali. Patrono dei pastori e degli allevatori. Fratello di Amunos.
Mastiman: Dio dei morti, servo di Mot. Strangola i prescelti dal suo signore.
Melkart: Dio della forza, dell'impegno e dell'espansione fenicia. Patrono degli esploratori e dei viaggiatori. Il suo simbolo è l'orizzonte, dove il sole incontra il mare. Indossa una pelle di leone, è il greco Eracle.
Misor: Dio della giustizia. Fratello di Sydyk. Scoprì il sale. Padre di Tauutos.
Moloch: Grande dio dei disastri, delle piaghe, dei vulcani, delle regioni infernali. Era propiziato con sacrifici. Appariva come un nero minotauro con ali da pipistrello e tre occhi gialli, mentre sputava fuoco.
Mot: Dio della morte e della siccità. Favorì il figlio di El, finché fu ucciso dalla dea Anat. Il suo simbolo è una vite appassita intrecciata a teschio.
Ousoos: Dio delle vesti, delle tinte, e del commercio. Fratello e rivale di Samemroumos.
Pataecians (Pataiko): Aiutava gli spiriti potenti del bene mandati a proteggere i fenici che navigavano. Patechus: Grande dio delle navi, della navigazione e dei viaggi oceanici. Patrono dei viaggiatori, dei naviganti e degli esploratori. I suoi servi, i Pateciani, proteggevano le navi fenicie.
Pidray: Dea della nebbia e della foschia. Figlia di Baal.
Pughat: Eroina mortale. Conosceva i segreti dell'astrologia. Figlia di Danel, sorella di Aqhat.
Quadesh: Dea della luce stellare, della selva, dell'astrologia. Assistente di Anat nei sacrifici; Consorte di Resheph. Appariva come una donna giovane vestita di verde e argento.
Resheph (Amurru): Dio dei tuoni, della selva e della musica. Assistente di Anat nei sacrifici. Consorte di Quadesh. Appariva come un giovane guerriero che portava un tridente saettante.
Ruti: Dio dell'arte della guerra e della milizia. Figlio di El e di Asherat-del-mare. Appariva come un uomo con testa leonina.
Sahar: Dea dell'alba. Figlia di El e di Asherat-del-mare. Gemella di Salem.
Salem: Dea della sera. Figlia di El e di Asherat-del-mare. Gemella di Sahar.
Samemroumos (Hypsouranious): Dio del rifugio, delle costruzione e dei costruttori. Fratello e rivale di Ousoos.
Sapas: Dea della luce e dell'esplorazione sotterranea. Figlia di El e di Asherat-del-mare.
Siba'ni: Semidio del furto, della fortuna, e delle relazioni pericolose. Figlio di Terah e di Amat-Asherat. Sua madre restò nel deserto 7 anni per purificarsi prima della sua nascita.
Sydyk: Dio della giustizia. Fratello di Misor. I suoi discendenti, i Kabiri (forse i Cabeiri greci) perfezionò la navigazione, e divennero i Pateciani al servizio del dio Patechus. Appariva come un uomo con un elmo piumato, che portava una lancia.
Tallay: Dea della pioggia e della rugiada. Figlia di Baal.
Tammuz (chiamato Adone dai greci): Dio del raccolto, avendo imparato da Mot e Aleyin. Nato da un albero myrrh nel quale sua madre (Myrrha) l'ha trasformato. In veste mortale era un giovane bellissimo, adorato dalla dea greca Afrodite. Fu ucciso da un maiale che stava cacciando: il ruscello dove cadde fluisce rosso come il sangue ogni anno; si dice che gli anemoni sboccino per lui.
Tanit: Grande dea della luna, della maternità, della magia. Appare come una donna velata e avvolta da piume di colomba. Le colombe le erano gradite e sacre. Consorte di Baal Hammon. I suoi simboli sono una staffa sormontata da un disco e un triangolo con un cerchio al suo apice.
Tauutos: Dio della scrittura e dell'insegnamento. Messaggero degli dei. Inventò i primi caratteri scritti. Patrono dei saggi, degli scribi, e dei bibliotecari. Figlio di Misor.
Technites: Dio dell'arte muraria, della costruzione dei mattoni e dei tetti. Patrono degli artigiani. Fratello di Geinos.
Terah: Dio della luna calante e dei segreti. Consorte di Amat-Asherat, padre di Siba'ni.
Yam: Grande dio del mare, delle creature che lo abitano e dei terremoti. Avversario di Baal.


Yatpan, eroe mortale: seguace di Anat, ha ucciso Aqhat per lei. Fu assassinato da Pughat, sorella di Aqhat.


mercoledì 4 settembre 2013

L'epoca dei fenici - 1° parte

L'età fenicia 
di Pierluigi Montalbano

 Levantini 
Nel II Millennio a.C., prima i naviganti minoici, poi quelli micenei e, infine, i levantini, furono attratti dalle ricchezze minerarie dell’isola, e dalle notevoli possibilità offerte dal mercato dei metalli. Sono da citare in uscita verso i mercati del Vicino Oriente, grandi quantità di argento, il metallo che costituiva la base delle transazioni commerciali. In Sardegna, le miniere e gran parte del processo industriale di trasformazione dei minerali erano prerogative delle popolazioni nuragiche, proprietarie dei giacimenti. Come è noto, nell’antichità la Sardegna era definita anche “l’isola dalle vene d’argento”, ed è interessante notare come i centri più antichi fossero collocati proprio nelle vicinanze dei più importanti giacimenti metalliferi. Nella seconda metà del XIII a.C., tutte le città costiere della Siria e della Palestina, sottoposte in precedenza al regno degli ittiti, stanziati in Turchia, e al regno d’Egitto, goderono di quattro secoli di indipendenza ed ebbero la possibilità di incrementare in totale autonomia sia il commercio che la produzione artigianale. In mancanza di miniere, la principale risorsa naturale del Libano era costituita dalle enormi foreste di cedri che ricoprivano le catene montuose e che fornivano legname pregiato. Anche lo sfruttamento delle risorse del mare fu intenso, soprattutto la conservazione del pescato sotto sale e la pesca dei molluschi (murici) utilizzati per la tintura color porpora dei tessuti. A ciò si aggiunge lo sfruttamento delle sabbie silicee per la produzione del vetro. Il rame di Cipro e della Sardegna, il ferro di Cilicia, il bisso e la porpora delle città siriane, l’avorio, l’incenso e le spezie africane, e gli animali esotici dell’India, contribuirono ad arricchire le città costiere libanesi. Queste imprese commerciali erano organizzate dai detentori del potere, ossia i membri della casa regnante e della casta sacerdotale dei luoghi di culto più ricchi. Solo pochi mercanti privati potevano affrontare lo sforzo economico di un’impresa che implicava due o tre anni di viaggio con notevoli rischi di naufragio. Fenici, punici e cartaginesi appartengono alla stirpe che ebbe origine proprio nella costa del levante, anticamente definita “Terra di Canaan”. I fenici emergono dopo gli sconvolgimenti politici e militari causati intorno al 1200 a.C. da una coalizione armata ricordata come “Popoli del Mare”. Ciò che definisce i fenici è la comunanza culturale, e non quella politica. Furono legati dalla lingua, dalla cultura e dalla scrittura, al pari delle città greche, che non realizzarono mai un’unità politica. La Fenicia era popolata da città stato, ciascuna con una propria politica e propri orizzonti culturali. I fenici d’occidente ebbero in Cartagine la massima espressione imperiale della loro storia. Attorno al 700 a.C., la potenza della città africana crebbe a tal punto che, liberandosi definitivamente del tributo pagato a Tiro, loro città d’origine, i cartaginesi iniziarono la loro espansione nelle terre oltremare. In Sardegna, la maggior parte dei luoghi in cui si fermarono i fenici era da tempo occupata dalle popolazioni nuragiche. La massima pressione economica lungo le coste è attestata a partire dall’VIII a.C., quando i nuragici, commercianti soprattutto di vino e delle anfore per contenerlo, autorizzarono i levantini ad integrarsi nei villaggi. In quel momento, piccoli gruppi di abitanti orientali, con il consenso dei locali, e congiuntamente con loro, diedero origine ai primi agglomerati urbani. Questo arrivo fu assolutamente pacifico perché i nuragici, se fosse stato necessario, avrebbero avuto buon gioco dei mercanti e avrebbero potuto respingerli agevolmente. Del resto, l’accoglienza fu buona perché i nuovi arrivati erano anche portatori di tecnologia. I rapporti delle città fenicie d’Occidente con la madrepatria libanese, cessarono definitivamente nel 650 a.C., come documentano le antiche fonti scritte che raccontano come la Fenicia divenne terra di conquista e fu occupata, in successione, prima dagli Assiri, poi dai Babilonesi e infine dai Persiani, che la conquistarono nel 550 a.C. Questi ultimi, nel Mediterraneo Orientale, incentivarono il commercio fenicio in concorrenza con quello greco.

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

da www.archeo.it

mercoledì 28 agosto 2013

L’IDENTITA’ DEI FENICI

immagine presa da www.lamiasardegna.it
Da shardanapopolidelmare.forumcommunity.net
 di Leonardo Melis.
L’IDENTITA’ DEI FENICI

L’identificazione di questa Cultura (di popolo non si può parlare, sarebbe come dire che gli Europei sono un popolo) da parte dei Greci, alla luce di nuove scoperte e di nuove acquisizioni storiche, risulta essere del tutto errata. I Greci identificarono i Fenici con quei marinai che essi videro scorrere per il Mediterraneo intorno al IX, VIII sec. a.C. E poiché la Cultura greca stava nascendo in quel periodo storico, anche i “Fenici” sarebbero nati nel IX sec. circa. Naturalmente ciò portava a datare in quel periodo stesso tutto ciò che i Greci attribuirono ai Fenici. Praticamente ogni cosa che greca non era. Le città del Mediterraneo, sempre secondo i Greci, nacquero in quel periodo: quelle iberiche, sarde, libiche...La porpora, le navi, le rotte... tutto nasceva improvvisamente nell’arco di poco più di un secolo. Assurdo! La storia non l’hanno scritta, purtroppo, i “Fenici”. La storia l’hanno scritta i Greci, dal loro punto di vista. I Greci uscivano allora da un Medioevo durato quattro secoli (dopo l’invasione dei Popoli del Mare) e tutto nasceva con loro, naturalmente. L’Invasione dei Popoli del Mare avvenuta alla fine del II millennio a.C. cancellò lo scenario storico e geografico allora esistente. Le città greche furono annientate (Atene fu stranamente risparmiata), Creta, Micene, Tirinto, Troja, Ugarit fecero la fine che sappiamo. Città incendiate e distrutte, gli abitanti passati a fil di spada o resi schiavi, i grandi imperi cancellati dalla Storia: Ittiti, Micenei... lo stesso Egitto perse la sua potenza e si salvò solo grazie alla mediazione dei mercenari Shardana al soldo del Faraone. Le città del Libano: Byblos, Tiro, Sidone... subirono stessa sorte e i popoli del Mare si insediarono nella terra di Canaan. Alcune citazioni dalla nuova pubblicazione di Leonardo Melis, “SHARDANA I PRINCIPI DI DAN”, ci chiariscono l’origine dei “Fenici” e conseguentemente delle “invenzioni” loro attribuite. Sir Leonard Woolley (Lo scopritore di Ur): “L’espansione marinara dei Fenici fu dovuta all’installazione degli Asiani nei territori della Fenicia stessa intorno al 1200 a.C., lo stesso periodo, quindi, dell’ultima invasione dei Popoli del Mare che ne avevano occupato i porti”. Abbiamo accennato all’opera di Gerard Herm (Die Poinizier) sui Fenici e riteniamo sia fondamentale nella loro identificazione. Vediamone insieme alcuni passi. - “I popoli del Mare furono quelli che trasformarono la costa Cananea in Fenicia” - “Dall’unione dei Popoli del Mare e i Cananei nacque la Nazione fenicia” - “Hiram (Hiram re di Tiro, n.d.A.) impiegò discendenti di quegli architetti che avevano un tempo edificato le regge micenee e i palazzi cretesi” - “Ebrei e Fenici erano popoli fratelli, entrambi provenivano dal Sinai” Tutto ciò significa che città come quelle iberiche e sarde non erano semplici “Punti d’attracco” per viaggi commerciali. Semplicemente erano città abitate già prima del 1200 a.C. e i Fenici non facevano altro che tornare nelle loro sedi del Mediterraneo Occidentale, quando i Greci li videro navigare verso Tharros, Tartesso, Lixius (In Africa), Karalis, Nora, Kornus, Bosa, Olbia, Nabui, Torres, Olbia, Alalia (Corsica)... Altro che “punti d’approdo” o scali commerciali, queste erano grandi e ricche città dei P.d.M. già dal “Bronzo Antico”! Del resto, la logica dice che sarebbero bastati Karalis e Solki a fare da “Punto d’Approdo”, mentre in Sardinia vi sono almeno 12 Grandi Città costiere “Fenicie”, con tanto di Porto, Saline e Lagune per l’Acquacoltura. Per quanto attiene le altre “invenzioni” sappiamo che alcune di esse esistevano già secoli prima del così detto “avvento” attribuito dai Greci. Vediamo: La Porpora: esisteva già ai tempi dell’Esodo. Ooliab di Dan era tintore di porpora e di scarlatto... La Vela: i Shardana usavano già la “Vela Moderna” triangolare nella battaglia del Delta (1180 a.C) L’Alfabeto: tracce dell’Alfabeto così detto “Fenicio” e della sua evoluzione le abbiamo già dal 2500 a.C. nel Sinai, e dal 1700 a.C. a Creta, in Iberia, in Francia (Glozel) e... in Sardinia. Così per altre invenzioni attribuite a epoche successive e ad altre Culture (bussola, sestante, rotte oceaniche, vite di bronzo, trapano...).

 Da: “Shardana i Principi di Dan”
 di Leonardo Melis.
 II edizione dal dicembre 2005
 Sito web http://www.shardana.org/

lunedì 26 agosto 2013

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS - TOPONOMASTICA SARDA

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS 
di Salvatore Dedòla

Quartùcciu, comune della provincia di Cagliari, è contiguo a Quartu sant’Elena ed è alquanto più piccolo. Ma la diversa dimensione è un fatto recente e non è la ragione del toponimo, inteso impropriamente come ‘Quartu piccolo’. Nel medioevo Quartùcciu era grande come Quartu, aveva lo stesso nome di oggi, ed era chiamato, alla spagnola, Quartocho, Quarto tocho, inteso dagli occupanti come ‘Quarto grossolano, villano, zotico’. In ogni periodo i toponimi esistenti vengono adattati ad orecchio, per paronomasia, e gli Spagnoli li adattarono senza peraltro voler dare connotati spregiativi. Non sapevano intendere in altro modo uno strano Quartucciu per un borgo già da allora nientaffatto minore di Quartu, consci che i campidanesi, se avessero voluto sottolinearne la piccolezza, avrebbero preferito un Piccìu (del tipo Sia-Piccìa). La storia ha sempre unito Quartu e Quartucciu. Nel passato costituivano assieme a Selárgius una triade di villaggi paritetici e contigui, per quanto distinti. Secoli addietro Quártu e Quartùcciu erano chiamati, in modo più congruo, Quartu josso e Quartu susu. Ma entrambi, ahimè, con dei nomi ignoti e obnubilati dalla caligine dell’indifferenza, al pari del nome Selargius. Per rendere finalmente chiara la questione, parto da Quartu josso, oggi chiamato Quartu sant’Elena. Il nome Quartu viene riferito al quarto miglio della strada romana diretta da Cagliari ad Olbia, ma questo riferimento è una elucubrazione dotta fatta a freddo, poi divenuta patrimonio del popolo. Di etimologie popolari sono lastricate le vie dell’Inferno. Ma ci sono anche uomini di buona volontà. C’è chi pone il discorso su buona carreggiata, supponendo che Quartu non derivi dal romano quartus o quartum ma dal punico qart ‘città’. Ad altri invece sembra difficile accedere a tale ipotesi, per una serie di considerazioni negative. Primamente ricordano che Quartu si trova in felice compagnia, non solo in Sardegna, in qualità di villaggio sorto accanto al miliario d’una strada romana. La felice compagnia sarda sarebbe costituita da Sestu, Settimo, Ottava (tra Portotorres e Sassari), Decimo. Ma tutti questi toponimi sono paronomasie che sottendono toponimi un tempo significanti qualcos’altro. Quartu ha la base nel semitico qart, termine usato dai Fenici (qrt ‘città’), dagli Ugaritici (qrt ‘città’) e dagli Aramei (qiryā ‘città’, קִרְיָה), ed in pari tempo dagli Assiri (qrītā ‘città). A Babilonia s’usava lo stesso radicale (qarītu) per ‘granaio’: la qual cosa non è di poco conto, perché nell’epoca dei Grandi Imperi i granai erano di rigorosa proprietà statale e – per ragioni strategiche – non potevano stare in aperta campagna o in un luogo qualsiasi, ma dentro una città presidiata dalla truppa. Quindi se supponiamo Quartu < qart dobbiamo ammettere ch’essa, già in epoca šardana, ebbe la sua rilevante importanza, considerato che un radicale tipo qart non arrivò in Sardegna coi Fenici ma preesistette già con gli Šardana medesimi, poiché questi parlavano una lingua che aveva la base entro il vasto paniere della parlata accadica, imperante nel Mediterraneo dal 2000 a.C. Ma – ed ora spaziamo nella geografia ambientale – perché mai i Fenici (o i precursori Šardana) avrebbero avuto l’idea di costruire una città in un sito discosto dalle spiagge e dai porti, precluso dalla grande laguna oggi chiamata Saline di Quartu? È debole l’argomento che la laguna era facilmente aggirabile approdando alla spiaggia dell’attuale Margine Rosso (presso la quale sta infatti una lunga sopraelevata d’epoca romana). Seconda obiezione: quali ragioni postulavano la nascita di due città, Cagliari e Quartu-Quartucciu, vicine l’un l’altra quattro-cinque miglia? Circa la vocazione al grano suggerita dal citato lemma babilonese, è senz’altro possibile pensare che in queste vaste campagne si coltivasse (in epoca punica lo si coltivava certamente) il grano. Ma intanto va detto che la vocazione riguardò principalmente Quartucciu (= Quarto Tocho che nel suo aggettivo ‘rozzo, zotico, agreste’, così voluto dal senso pratico degli Spagnoli, tradisce il concetto di ‘vocato all’agricoltura’). Ma nella vocazione al grano era implicata anche Selárgius, come vedremo. Eppoi quello del grano era fenomeno piuttosto comune, essendo tipico, ad esempio, della Trexenta e della Marmilla, che però, notoriamente, non conservavano il grano in loco ma lo trasferivano rapidamente ai granai custoditi dentro le robuste mura della città di Cagliari. Per Quartu occorre pure riflettere sul fatto che i vari pagi, in cui si suddividevano i fruitori del territorio, non avevano da pensare al solo grano ma anche alle saline, da cui traevano un valore aggiunto maggiore. Non si può fare a meno d’immaginare che gli indigeni di Quarto Josso da tempo immemorabile, magari aiutati da quelli di Quarto Tocho e di Selargius, abbiano trasportato su chiatte il sale sino a Su Siccu per l’imbarco, navigando nella grande laguna.
da http://www.trekearth.com/gallery/Europe/Italy/Sardegna/Cagliari/Cagliari/photo1295944.htm

Non a caso Mammarranca indica quel lunghissimo canale navigabile collegante le Saline a Su Siccu (Cagliari), che in termini semitici significa ‘lunga via d’acqua’. In questa faccenda c’è da dare, francamente, un colpo all’incudine ed uno al martello. E qui torno a difendere l’interpretazione di Quartu = Qart ‘città’. Difendo con più vigore la definizione di ‘città’ per tre motivi. Primo: si deve immaginare che la dunosa spiaggia del Poetto fosse stata tagliata all’altezza dell’Ospedale marino o della “Bussola”, e che dunque le navi onerarie passassero tranquillamente collegandosi dritto a Quartu josso (esattamente come fecero i Fenici a Giorgino per raggiungere il loro porto di S.Igia). Secondo: il fatto che tre popolose borgate fin dall’estrema antichità si siano trovate sempre unite, è la dimostrazione provata che tale conurbazione fosse chiamata veramente Qart ‘città’, in quanto nell’estrema antichità le città nascevano quasi sempre dall’incontro e dalla fusione di vari pagi contigui, costituiti ognuno da un singolo gruppo patriarcale avente dei connotati che si preferiva tenere distinti. Il terzo motivo si nutre d’aritmetica: va ricordato che il miglio romano (m 1478) moltiplicato per quattro (quartu) fa m 5912, che non sono proprio i 7400 m che dividono i due capisaldi attuali (piazza Jenne e piazza S.Elena di Quartu). La differenza di 1,5 chilometri non si colma affatto supponendo una più corta direttrice impressa all’itinerario diretto ad Olbia. La direttrice era già cortissima: partiva dal foro romano (piazza Carmine) e transitava a un dipresso sotto l’attuale via San Giovanni (verosimilmente per gran parte della via Garibaldi), tirando poi diritta lungo il bordo settentrionale della laguna di Molentargius per segnare il quarto miglio molto prima di Quartu Josso. I conti sono chiari. Ma torniamo all’agglomerato dei tre villaggi uniti e distinti. Se di porto e di città dobbiamo parlare, dobbiamo capire che l’economia cittadina, oltrechè salaria e porporaria (poi parleremo di ciò), era principalmente agraria, e dunque Qart era necessitata a smerciare le proprie derrate. I tre villaggi hanno un retroterra territoriale immenso. Quartu spazia ad est in una ampia fascia pedemontana e marina, Quartucciu e Selargius spaziano a nord per campagne prima piatte poi ondulate, adatte (allora ed oggi) alla migliore agricoltura. Certo, Quartu josso nel medioevo subì l’onta della corvée per la raccolta del sale. Ma aveva enormi estensioni anche per le coltivazioni, e viene dalle sue campagne la prova delle prime vigne della storia sarda. Ma andiamo con ordine. Se accettiamo per la conurbazione di Quartu-Quartucciu-Selargius il nome di ‘città’, dobbiamo pure chiarire l’origine di Qart-Ucciu. Né il latino né il greco hanno referenti di tale forma. Ed è chiaro il perché: se qart è semitico, anche il secondo membro -ùču deve esserlo. Infatti in accadico troviamo ugû, col significato di ‘madre’. Eccoci dunque a Quartùcciu ‘Città Madre’, termine completo e bello.

da  http://www.linguasarda.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cagliari_-_Su_Siccu_et_Bonaria.jpg

domenica 12 maggio 2013

L'ultimo maestro della seta del mare - RAISTORIA

Chiara e il Bisso: l'ultimo maestro della seta del mare. Ogni mattina nella piccola isola di Sant'Antioco, sud ovest della Sardegna, Chiara Vigo sulla riva del mare recita una preghiera in ebraico antico. L'ha imparata da sua nonna, si tramanda da generazioni per via femminile nella sua famiglia. Chiara Vigo è l'ultimo maestro di Bisso, il preziosissimo filo dai riflessi d'oro, citato più volte nella Bibbia. Lei continua a raccogliere, filare e tessere il Bisso mantenendo viva una tradizione che risale a quando la regina d'Israele Berenice, figlia di Erode II e amante dell'imperatore Romano Tito, fu trasferita a Sant'Antioco con tutta la sua corte e le sue tessitrici.





Fenici e Punici in Sardegna

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM


Paolo Bernardini
Fenici e Punici in Sardegna - Atti I.I.P.P.



Introduzione:
Tra l’840 e il 775 a.C., quando iniziano le navigazioni fenicie verso l’Occidente, la Sardegna assume il ruolo di cerniera dei traffici che uniscono Atlantico, Mediterraneo e Vicino Oriente lungo quelle rotte che, già a partire dalla tarda età del Bronzo, vedevano nell’isola un protagonista di spicco nell’incontro tra Oriente e Occidente. L’impatto culturale con il Levante è particolarmente evidente con gli inizi dell’età del Ferro, in corrispondenza con lo sviluppo della bronzistica figurata locale, imbevuta di stimoli e suggestioni vicino-orientali, e che indica processi più complessi di mutamento in atto sui comportamenti sociali, sui modi di aggregazione, sulle ideologie di potere. Mercanti e artigiani fenici si stabiliscono nell’emporio indigeno di Sant’Imbenia, nel golfo di Alghero, dove organizzano con le comunità locali la commercializzazione del vino della Nurra che circolerà in abbondanza sulle nuove frontiere mediterranee e atlantiche dei Fenici, da Cartagine a Cadice e a Huelva; ma, entro la prima metà dell’VII sec. a.C., le regioni costiere della Sardegna centro-meridionale sono già caratterizzate dalla presenza di centri fenici organizzati: dal golfo di Palmas (Sulky, Monte Sirai, San Giorgio di Portoscuso, San Vittorio di Carloforte) a quello di Oristano (Othoca, Tharros, Neapolis); dall’approdo di Olbia al golfo di Cagliari. Precocissimi e intensi sono
i fenomeni di interrelazione culturale con le comunità locali, testimoniati dai prestigiosi oggetti veicolati dai Fenici circolanti nei grandi santuari dell’etnia nuragica, da Nurdole di Orani a Santa Cristina di Paulilatino, da S’Uraki di San Vero Milis a Sant’Anastasia di Sardara; tra il IX e il VII a.C., nascono le comunità sardo-fenicie, quella società composita, meticcia, il cui sviluppo sarà spezzato nel VI a.C., con l’espansionismo cartaginese nel Mediterraneo. La battaglia del Mare Sardo (540 a.C. ca.) segna un mutamento di orizzonte caratterizzato dal forte protagonismo cartaginese che ha le sue premesse nella prima metà del secolo nella formazione di uno stato forte e ben organizzato nell’Africa settentrionale. Tra il 540 e il 510 a.C. Cartagine riesce a controllare le coste della Sardegna; nei centri fenici di antica fondazione il mutamento radicale del rituale funerario, con il passaggio dall’incinerazione all’inumazione, le nuove tipologie funerarie (tombe a cassone, tombe a camera costruita), il mutamento della produzione ceramica e artigianale in genere documentano la portata del mutamento. Gli obiettivi che Cartagine persegue in Sardegna sono il diretto controllo delle aree di maggiore potenzialità agricola e mineraria attraverso una penetrazione capillare negli spazi fertili dell’isola. Al concludersi del primo cinquantennio del IV a.C. la Sardegna punica rappresenta una realtà completamente consolidata che emerge con chiarezza negli accordi del secondo trattato con Roma (348 a.C.).



Fenici e Punici in Sardegna

La rete delle navigazioni fenicie nell’Occidente mediterraneo e atlantico produce tra l’ultimo quarantennio del IX e il primo venticinquennio dell’VII a.C. (840-775 a.C. circa) numerosi insediamenti nei quali il carattere e la funzione empirici si intrecciano con una più spiccata attitudine di popolamento; nonostante una crescente tendenza al rialzamento delle cronologie, propugnato soprattutto dagli studiosi di area spagnola, anche sulla scorta dei recenti, problematici e purtroppo decontestualizzati ritrovamenti di Huelva, le seriazioni in stratigrafia delle ceramiche greche ma anche il quadro complessivo di evoluzione delle forme vascolari fenicie ad oggi noto impedisce di raggiungere i proclamati versanti di X sec. a.C. per l’avvio della presenza fenicia in Occidente. Nel processo di graduale espansione fenicia nei mari e nelle terre dell’Ovest un ruolo importante è svolto dalla Sardegna dell’età del Ferro, sia per la sua posizione strategica di cerniera dei traffici che si snodano tra l’Atlantico, il Mediterraneo e il Vicino Oriente, sia per la sua consolidata frequentazione con i naviganti e gli esploratori levantini di etnia siriana, palestinese, egea e cipriota che hanno stretto profondi rapporti di interrelazione con le comunità nuragiche a partire almeno dalle fasi mature dell’età del Bronzo, tra il XII e il X a.C. Al concludersi di questo periodo e in quella fase, ancora legata nella tradizione degli studi alla problematica e per molti versi insoddisfacente nomenclatura della “precolonizzazione”, una specificità fenicia inizierebbe a cogliersi, secondo la tradizionale visione degli studi, nella circolazione presso le comunità indigene della Sardegna di bronzi figurati di origine e tradizione vicino-orientale, la cui attribuzione cronologica e culturale resta peraltro ancora assai problematica; piuttosto l’impatto ideologico e iconografico del Levante assume forme importanti nella cultura locale soprattutto con l’avvio del Ferro, in corrispondenza con lo sviluppo nelle botteghe
indigene della bronzistica figurata e della circolazione di un articolato bagaglio di imagerie vicino-orientale che trovano peculiari forme di adozione nell’artigianato autoctono, influenzando e condizionando, a livello più profondo, comportamenti sociali, modi di aggregazione, ideologie di potere. Nella rete dei commerci mediterranei e atlantici rivitalizzata dai Fenici sulla scia di tradizionali e accreditate rotte interne e internazionali gestite dalle popolazioni rivierasche dell’Occidente, la Sardegna appare profondamente coinvolta sin dalle fasi alte della seconda metà del IX sec. a.C. Mercanti e artigiani fenici si stabiliscono nell’emporio indigeno di Sant’Imbenia nel golfo di Alghero e organizzano con la comunità locale lo sfruttamento e la commercializzazione del vino del fertile territorio della Nurra. Il vino di Sant’Imbenia, trasportato in anfore di tipo levantino prima eseguite in impasto e poi tornite, talora decorate con motivi a cerchielli tipici del gusto indigeno, circola, a partire da tale data, nelle nuove frontiere degli insediamenti fenici, da Cartagine a Cadice e a Huelva, in parallelo con l’ampia attestazione in questi luoghi di brocche askoidi, anch’esse legate al consumo e all’uso del vino, e di altre forme significative di “contenitori” di merci come i vasi a collo. Anfore vinarie, prodotte nell’Algherese e in altre località dell’isola, brocche askoidi e vasi a collo sono presenti, oltre lo stretto di Gibilterra, in contesti databili appunto tra l’840 e il 775 a.C.; ma il fenomeno prosegue nel tempo, come attestano le brocche indigene provenienti da Cartagine, da Mozia e dall’isola di Creta. Esiste peraltro una prospettiva di studi che tenta di riportare la circolazione di questi materiali a orizzonti della fine dell’età del Bronzo o di primissima età del Ferro (Lo Schiavo 2005) anche coinvolgendo in questa prospettiva cronologica “alta” l’abbondante materiale sardo attestato in Etruria: Etruria e Sardegna. Non meno significativa è la presenza negli avamposti fenici dell’estremo Occidente di teglie, semplici o a base forata, la cui attribuzione a fabbriche della Sardegna, è sempre più verosimile e che introducono, accanto al tema della partecipazione sarda ai traffici fenici, prospettive di possibile stanzialità di gruppi di etnia sarda nelle nuove frontiere atlantiche. La prima metà dell’VII a.C. registra, nelle regioni costiere della Sardegna centro-meridionale, la presenza di nuclei insediativi fenici saldamente organizzati; i “fuochi” principali di irradiazione si individuano, sulla base dei dati conoscitivi attualmente disponibili, nel golfo di Palmas e in quello di Oristano; ma vi sono altre aree strategicamente sensibili, come la costa olbiese, dove sorge un importante santuario di Melqart che le ricerche iniziano a farci intravedere, e naturalmente l’ampia e appetibile insenatura del golfo di Cagliari, porta delle piane iolee dei Campidani e sede delle opulente comunità indigene del retroterra, che assumono
precocemente modelli culturali orientali. La formazione nell’isola di gruppi emergenti, che è forse ancora improprio, per lo stato delle conoscenze, definire come “aristocrazie”, ma che certamente partecipano a pieno titolo del mutamento epocale che nel Mediterraneo antico determina l’affermazione del potere gentilizio e di classe, trova nuovi motori di sviluppo e di accelerazione nel graduale inserimento nella nuova rete dei traffici occidentali e, soprattutto, attraverso la costante e profonda interazione con i centri fenici costieri. Sulky, nell’isola di Sant’Antioco, è quello meglio noto per l’imponenza e la omogeneità della documentazione restituita dagli scavi dell’abitato e del santuario tofet; ma non meno importante è la testimonianza della precocità del fenomeno di irradiazione nella regione interna sulcitana: da Monte Sirai al Nuraghe Sirai, dal nuraghe di Tratalias a quello di Tzirimagus per volgersi di nuovo alla costa con San Giorgio di Portoscuso e all’installazione insulare con San Vittorio di Carloforte. Nel golfo oristanese, i siti di Othoca, Tharros e Neapolis governano gli approdi costieri e organizzano una penetrazione capillare verso quei Campidani centrali, che studi recenti individuano come uno specifico e vitale di28 stretto della Sardegna dell’età del Ferro; i territori oggi di Cabras, di San Vero Milis, di Narbolia, di Nuraxi Nieddu restituiscono infatti per questa età insediamenti abitativi, installazioni di santuario, arredi liturgici scolpiti quali i modelli di nuraghe e seriazioni ceramiche di rilievo, come nel caso delle brocche askoidi, delle pintadere, dei calici su lungo stelo fittamente decorati, nonché di una produzione bronzistica figurata di altissimo rilievo. Nei grandi santuari dell’etnia indigena, soprattutto quelli in collegamento con la grande via d’acqua del Tirso che facilita i percorsi verso l’interno, circolano prestigiosi manufatti prodotti o veicolati dai Fenici: che siano i vasi laminati in argento del Nuraghe Nurdole di Orani, le imagines orientali di Santa Cristina di Paulilatino o di Olmedo o i supporti di torciere di S’Uraki. In questi luoghi vi sono opere di bottega locale in cui fortemente radicati appaiono modelli e iconografie orientali: dalla trasposizione indigena dello schema del faraone trionfante al nuraghe Nurdole ai fieri arcieri corazzati di Sant’Anastasia di Sardara che pure ha restituito una importante serie di bacili. 
I santuari indigeni, e insieme la ricca e variopinta ceramica dei centri interni del Cagliaritano o la straordinaria produzione in bronzo antropomorfa, testimoniano la lunga durata e la vitalità della società indigena dell’età del Ferro che approda a versanti cronologici di piena fase orientalizzante e dell’arcaismo; oltre le produzioni degli artigiani locali e la seriazione di prodotti di importazione o imitazione fenicia, aramaica e siriana, fanno fede del processo i quadri distributivi dei prodotti etruschi, in parte mediati dal commercio fenicio, in parte frutto di contatti diretti con le comunità sarde: bacili bronzei, spesso decorati con figurine di leone, fanno la loro comparsa di nuovo presso i grandi centri cultuali mentre i bronzi figurati e le ceramiche sardi trovano ampia attestazione nei contesti etruschi e campani tra il IX e il VI a.C. Alle porte del golfo di Oristano, tra l’VII e il VII a.C., nel celebre santuario di Monti Prama che ha mosso in questi ultimi tempi le febbrili corde di una metastorica ideologia identitaria e indipendentista, artigiani di tradizione e cultura orientale hanno saputo interpretare le esigenze di una committenza emergente, interessata a dare forme scultorea alle storie e alle saghe delle proprie famiglie; ma altrettanto straordinario è il processo continuo di interazione che percorre le diverse etnie nei centri di fondazione fenicia. A Sulky vasi di fattura e tradizione indigena si spartiscono, mischiati al vasellame fenicio, gli anfratti rocciosi del tofet mentre comunità etnicamente miste, meticcie, vivono quotidianamente nei grandi insediamenti di Monte Sirai, del Nuraghe Sirai o sull’altura fortificata di Tzirimagus; la necropoli di Bitia restituisce stiletti in bronzo di produzione locale così come avviene per le necropoli di Tharros e di Othoca, dove un’altra enclave meticcia sorge sull’altura della Cattedrale. Prende avvio in questi secoli, tra il IX e il VII, quel processo di formazione di comunità sardofenicie che Cartagine, proiettata nel suo itinerario di espansione mediterranea, dovrà spezzare e rifondare, su basi e strategie del tutto differenti, nel VI a.C., all’indomani della battaglia del Mare Sardonio, l’episodio di un conflitto più vasto e generalizzato, in cui Greci, Etruschi e Cartaginesi mutano i profili del Mediterraneo arcaico. I quadri fisici e morfologici, palcoscenico dell’incontro e dell’interrelazione, sono esemplari, per sempre fissati nel mito delle fondazioni fenicia a iniziare dalla leggenda di Tiro, nata sulle rocce erranti per volere di Melqart: che si tratti del paesaggio di terre mobili, fatto di piane fertili, benedette ma precarie, di esili istmi e potenti speroni di roccia impiantati nelle viscere del Mediterraneo che contrassegnano l’habitat del golfo oristanese o della regione fenicia del Sulcis, che si articola in morfologie insulari raccordate alla terraferma da lingue di terra frammentate da vie d’acqua fluviali o lagunari (Sant’Antioco e Bitia) o del tutto autonome (San Vittorio nell’isola di San Pietro), in morfologie di coste basse e aperte, contornate e intersecate da stagni e lagune (S. Giorgio di Portoscuso). È il paesaggio che favorisce gli approdi e le soste; la sua mobilità, che è anche assenza di confini e di limiti, prelude agli incontri, agli scambi; è l’orizzonte fisico e culturale che definisce, nel tempo e nello spazio, il divenire dell’emporia. Ma vi sono anche le fasce fertili del Campidano, le ubertose piane iolee, quelle del mito e quelle della realtà storica, segnate dall’oro del grano, le terre abitate e governate nei primi secoli dell’età del Ferro da quelle ricche e floride comunità indigene eredi della antica tradizione nuragica e pronte ad accogliere gli stimoli e le novità portate dai mercanti stranieri e ad interagire con essi. Questa rapida sintesi, condotta sul versante “fenicio” della ricerca e della riflessione e che prevede la vitalità ininterrotta di una cultura indigena, che si voglia o meno chiamare nuragica, nel passaggio dal Bronzo al Ferro e fino ai periodi orientalizzante e arcaico, si scontra, in modo al momento inconciliabile, con l’orientamento di numerosi studiosi di preistoria e protostoria sarda i quali tendono non soltanto a ritenere concluso lo sviluppo della civiltà nuragica al chiudersi dell’età del Bronzo ma riportano gran parte dei materiali di cui si è finora trattato sotto il profilo dell’interazione, a fasi precedenti della stessa età del Bronzo, svuotando in gran parte i quadri culturali del Ferro, in cui le attestazioni di manufatti indigeni, sia in metallo che in ceramica, sarebbero da interpretarsi come riutilizzi e tesaurizzazioni, quindi come “falsi contesti”. Non è possibile qui entrare nei dettagli di una questione così intricata e complessa, sulla quale peraltro l’imminente congresso presenta numerose discussioni specifiche (ma ricordo i quadri ricostruttivi generali in Ugas 1998 e Torres et alii 2005 e il recente congresso di Villanovaforru, attualmente in corso di pubblicazione: Nuragici e gli Altri); ci si limiterà a ribadire, dal versante fenicio, che le indicazioni stratigrafiche e di contesto che presentano associazioni stringenti con oggetti sardi, fenici e greci sembrano scogli assai ardui da superare. 

Nelle immagini (tutte dell'autore): i centri fenici e punici nel Mediterraneo

lunedì 6 maggio 2013

Sulki, l'attuale Sant'Antioco, in età fenicia e punica

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM
di Pierluigi Montalbano


Le fonti romane ci parlano di Sulci mentre in lingua semitica, in fenicio, era Sulki. Si trova sul versante orientale dell'omonima isola, e il reimpianto moderno del paese ha determinato lo spoglio sistematico delle strutture antiche. Le fortificazioni chiudevano la città e il tophet, il santuario a cielo aperto che ospitava i bambini nati morti, o in giovanissima età, era, come di consueto per quel genere di luoghi, al di fuori delle mura.
Nell’area del cronicario, in corrispondenza dell’attuale ospedale, furono individuati negli anni Ottanta alcuni ambienti abitativi che si riferiscono all’VIII a.C. É un rinvenimento importante perché in tutta la Sardegna abbiamo solo poche tracce degli insediamenti arcaici: qualche muro e una striscia di fondazione a Cagliari, un battuto a Nora, poco a Tharros. A Sulki non c’è monumentalità, solo due isolati con una serie di vani che presentano pavimenti in terra battuta, muri con zoccolo in pietrame bruto, cementato con malta di fango, e un alzato, oggi scomparso, in mattoni crudi. Parte dei materiali frammentari rinvenuti sono di importazione (euboici di Pitecusa e corinzi), ma altri sono di produzione mediterranea, e mostrano che la città fu frequentata commercialmente particolarmente intorno al 750 a.C. Alcuni materiali levantini sono di ispirazione varia, come la coppa con forma greca, decorata in quello stile tipico dell'età fenicia, con un volatile ripreso chiaramente dal repertorio euboico di Ischia, primo emporio greco in occidente. 
Le fortificazioni si trovano nella zona del fortino sabaudo, nell’area destinata all'Acropoli. Gli scavi furono condotti inizialmente da Pesce, poi da Barreca negli anni Settanta e recentemente da Tronchetti, e hanno portato alla luce delle strutture che iniziano dietro il fortino e arrivano a una torre. Bartoloni sostiene che le fondazioni del fortino utilizzano la base della precedente torre punica perché la forma a zig-zag e i blocchi sono tipicamente punici. Le mura corrono fino ad una torre elicoidale addossata a una roccia e poi piegano verso il mare, chiudendo la città. In questo ultimo tratto si trova la necropoli punica. Dietro la chiesa di Sant’Antioco si trova un breve tratto realizzato in blocchi squadrati, in parte bugnati e messi in opera a secco. Barreca ha individuato un camminamento di ronda, ma non lo ha mai pubblicato. Nell’area alta dell’acropoli, vicino al deposito della Soprintendenza, ci sono delle strutture bugnate in calcare chiaro e tufo scuro. Vicino a questa zona troviamo un edificio con otto colonne di età repubblicana, di incerta interpretazione, che racchiude due ambienti.
La datazione delle fortificazioni è fonte di dibattito fra studiosi. Per Barreca, che le individua nella parte alta del Monte de Cresia e nell'Acropoli vicino al fortino sabaudo, sono di età fenicia (come le altre che scavò in giro per la Sardegna), costituite da spesse mura in pietrame bruto a doppio paramento. In seguito ci furono una fase tardo punica, contraddistinta da blocchi squadrati, e una fase romana. 
Bartoloni, già dagli anni Ottanta, non accetta questa ipotesi, proponendo che nessuna delle città di età fenicia avesse fortificazioni e che queste, come tutte le altre strutture, si realizzarono solo a partire dall’inizio del V a.C. quando la Sardegna affrontò i cartaginesi che tentavano di sottometterla.



Tronchetti negli anni Novanta ha scavato nelle strutture delle fondazioni trovando materiali romani. Per lo studioso le mura sono state impiantate in età repubblicana con tecnica punica ma ha sondato solo pochi punti. Bisognerebbe riprendere gli scavi perché attualmente i dati sono contradditori. Negli anni Ottanta sono stati trovati i “Leoni di Sulci”, due grandi animali esposti al museo di Sant’Antioco, in posizione accosciata e con la coda rigirata attorno ad una zampa.
Sono inquadrati all’interno di un elemento che regola lo spazio con una base tronco-piramidale, rastremata verso l’alto, sormontata da un listello-toro, con sopra una gola egizia. Nella parte posteriore c’è una superficie piana con un incasso a sezione triangolare, forse per consentire l’inserimento dei leoni in una struttura monumentale. Al momento del rinvenimento i leoni erano reimpiegati ai lati di una nicchia chiusa da un muro rettilineo a due filari. Davanti abbiamo una grande arena ellittica delimitata da blocchi. La struttura è stata riferita a età repubblicana, quindi i leoni, essendo più antichi, furono certamente utilizzati per decorare un'altra struttura, probabilmente di tipo ellenistico con terrazze. Essendo fuori contesto si può fare una datazione solo su base stilistica. I leoni sono di tradizione orientale, siriana o siro-palestinese, che si mescola con influenze assire ed ittite. Questo tipo di leoni in oriente erano utilizzati nelle porte dei templi. Per alcuni studiosi ci sono influssi greci mediati dall’elemento etrusco. La cronologia porta al VI a.C. e la loro funzione era legata alla destinazione d’uso dell’area: militare per Moscati e Barreca, perché vicina alle fortificazioni e perché forse erano sistemati ai lati della porta di ingresso; religiosa per Bartoloni e Tronchetti perché dopo la collocazione militare l’area fu risistemata con una struttura di età repubblicana con un vano diviso in due, una serie di colonne e pavimento in cocciopesto con tessere bianche, quindi un tempio con i due leoni ai lati dell’ingresso. Bernardini, di recente, ha avanzato un’altra ipotesi: c’era la destinazione sacra dall’inizio e le statue erano all’interno di una struttura punica come braccioli di un trono monumentale.
Alcuni vasi funerari arcaici, quasi intatti, sono visibili in collezioni private di Sant’Antioco ma non conosciamo l’ubicazione del cimitero di età fenicia, a eccezione di una sepoltura scavata presso Piazza Italia, a 100 m dal mare, e datata al VII a.C. La necropoli punica è in parte ricoperta dall’attuale urbanizzazione. Si trova a valle delle fortificazioni, all’interno del fossato. Sono sepolture in grandi camere e, come quelle di Tuvixeddu a Cagliari, sono state riutilizzate fino al secolo scorso come abitazioni. Ci sono due varianti: la più antica, datata agli inizi del V a.C., è costituita da tombe con dromos larghi e monumentali con scale ben definite, e camera rettangolare. Le più recenti, del IV a.C., sono ancora più grandi, con dromos stretto e camera separata da un tramezzo, risparmiato nella roccia, che delimita due vani ben distinti. 


All’interno la deposizione funeraria era spesso praticata all’interno di bare lignee in cui si sono ben conservati i resti delle ceramiche di corredo e qualche legno. La copertura era a lastre e sopra c’erano i segnacoli in pietra. In epoca romana le tombe puniche sono state riutilizzate come catacombe, a volte unendo le varie camere. Sotto la chiesa ci sono molte di queste tombe e l’area è visitabile: attualmente c'è un ristorante, dietro la chiesa della piazza, che conserva alcune tombe nella cantina. Le bare erano spesso poggiate su due blocchi in pietra, sollevate dal suolo. C’è anche la presenza di linee di pitture sulle pareti, come nelle tombe africane degli antichi libici, gli indigeni trovati dai levantini durante le navigazioni commerciali mediterranee. I cartaginesi non si sono mischiati con loro e con i libici. Pur subendo l’influenza della tradizione punica, hanno mantenuto alcuni tratti caratteristici della loro cultura che poi hanno portato nelle loro città. Quando i cartaginesi conquistarono commercialmente la Sicilia e la Sardegna, attuarono una politica capillare di sfruttamento delle risorse agrarie e minerarie, attuando il ripopolamento nelle colonie perché i nuclei di sardi erano minimi. A questo scopo inviarono intere comunità di africani in Sardegna, costituite solo in minima parte da cartaginesi: alcuni suffeti (prefetti) e qualche amministratore, mentre la maggior parte era composta da indigeni punicizzati. In sostanza la cultura si è miscelata fra libici, punici e sardi, e ciò spiega i segni di pittura in ocra rossa sulle pareti delle tombe, così come si notano a Cagliari, Tharros, Olbia e Monte Luna, mentre a Cartagine non ci sono tombe dipinte.



A Sant’Antioco negli anni Novanta sono stati trovati due importanti altorilievi posizionati sulla testata dei tramezzi, con lo scopo di dividere in due la tomba. Uno di essi è stato restaurato malamente, nel senso che i caratteri originari non sono stati rispettati, ed è in corso un recupero per riportarlo all’antico. Si tratta di un personaggio maschile con barba, con vesti egizie e in posizione incedente. Un braccio al petto e l’altro lungo i fianchi, con tracce di nero e arancio. La mano poggiata al petto porta dei bracciali. La datazione è del V a.C. L’altro, quello scavato da Bernardini, è colorato vivacemente, sempre di nero e arancio, e per evitare il degrado, è stato richiuso nella tomba. 
Il tophet si trova all’esterno delle mura, vicino alla torre con blocchi bugnati, ed è datato all’VIII a.C. Fu scavato negli anni Cinquanta da Pesce e mai pubblicato, ma sono state pubblicate le 1500 stele. Impiantato in terreno vergine, sul cosiddetto roccione sacro, presenta urne inserite nelle spaccature della roccia trachitica, frequentemente in pentole coperte con piatti. Uno dei più importanti materiali restituiti è un’olla pitecusana (euboica) datata al 730 a.C. Questo vaso non dovrebbe trovarsi in un tophet, forse si tratta di un ricco commerciante levantino che per deporre suo figlio ha comprato un vaso di grande pregio e l’ha deposto nel tophet, oppure si tratta di un greco euboico che praticava il culto fenicio. Non si è certi se all'interno vi sia un bambino sulcitano figlio di orientali o pitecusano o euboico, ma comunque è uno straniero. C’è anche un’anfora, a corpo ovoidale, in stile fenicio del VIII a.C. che ci rimanda ad ambito cartaginese perché la decorazione metopale a red slip, è tipica di Cartagine. Le urne ricollocate nel sito sono riproduzioni, per non sottoporre le originali al degrado naturale. 
Le stele di Sant’Antioco mostrano cippi semplici, a trono e a edicola che nella fase centrale del V a.C. mostrano una forte influenza egiziana. Alcune raffigurazioni presentano edifici sacri con pilastri, senza colonne, sormontati da una trabeazione e da una modanatura a gola egizia delimitata da listelli. Sopra c’è la decorazione ad urei con disco solare (serpenti sacri simboli solari), tipico fregio del coronamento dei templi egiziani. I personaggi sono vari: femminile con fiore di loto oppure con disco al petto (per alcuni si tratta di un tamburello per riti musicali); divinità aniconiche; sacerdotesse varie; personaggi maschili con barba e con una lancia in mano e dietro il tipico ricciolo che troviamo nella tiara di tipo siriano (quindi un elemento orientale). Moscati sostiene che il personaggio femminile sia una sacerdotessa intenta a suonare un timpano, e quello con la stola sarebbe il sacerdote. La stele ad edicola con questi personaggi è fra le più diffuse nell'iconografia sulcitana e non trova riscontro altrove. Quando i personaggi poggiano i piedi su un podio siamo certi che si tratta di divinità. La maggior parte dei capitelli non sono greci, spesso sono ripresi dall’architettura egizia.
Curiosamente, mentre altrove le stele a edicola scompaiono nel VI a.C., qui a Sulki continuano, pur trasformandosi. Nelle stele troviamo delle edicole con elementi classici greci sia nell'architettura che, gradualmente, nella iconografia delle nicchie. I personaggi hanno veste classica, anche se il significato è lo stesso: si passa da personaggi maschili con stola a personaggi femminili con disco. L'edicola ha capitelli, colonne e timpano con acroteri senza trabeazione (ancora simboli punici). La prima innovazione è il timpano. C'è un personaggio femminile con disco nel petto che mantiene abiti punici. In una colonna c'è un personaggio con stola e veste classica, timpano con acroteri con all'interno una rosetta. Abbiamo anche una stele polimaterica meno pregiata datata al II a.C. con colonne scanalate, capitelli senza trabeazione, timpano, acroteri e personaggio con stola. Si arriva alle ultime rappresentazioni che sono in materiale meno pregiato, ad esempio marmo, dove si vede l'influenza del mondo classico con fattezze tipiche greche. 
Mentre a Cartagine nel terzo strato di scavo si passa alla stele piatta che diventa un supporto per la rappresentazione, a Sant’Antioco abbiamo un fenomeno unico, con l’edicola tridimensionale che presenta però elementi classici inseriti in maniera artificiosa nello schema preesistente. Al posto dei pilastri compaiono delle colonne doriche, e il timpano è fiancheggiato da acroteri, ma scompare la trabeazione, fatto che causerebbe il crollo del tempio. Ciò è testimoniato dal fatto che non esistono templi fatti in questo modo. Al centro del timpano c’è la falce lunare che sormonta il disco solare, simbolo sardo-punico. Rimane la figura femminile con disco al petto o personaggi maschili con rosetta. La Dea Tanìt ha sulla spalla una stola, una veste di tipo classico, greco, contravvenendo alla moda precedente. Si giunge, dunque, a una commistione di stili e tradizioni.
Nel II a.C. si arriva a stele in marmo, edicola classica e personaggio con stola. Un’altra tipologia è quella con stele centinata, che ricompare in età tarda, intorno al III a.C., caratterizzate da animali (ovi-caprini) in atteggiamento di movimento. Stranamente questa tipologia ricompare dopo secoli di assenza, forse si tratta di animali sacrificati nei tophet.