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domenica 12 maggio 2013

Fenici e Punici in Sardegna

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM


Paolo Bernardini
Fenici e Punici in Sardegna - Atti I.I.P.P.



Introduzione:
Tra l’840 e il 775 a.C., quando iniziano le navigazioni fenicie verso l’Occidente, la Sardegna assume il ruolo di cerniera dei traffici che uniscono Atlantico, Mediterraneo e Vicino Oriente lungo quelle rotte che, già a partire dalla tarda età del Bronzo, vedevano nell’isola un protagonista di spicco nell’incontro tra Oriente e Occidente. L’impatto culturale con il Levante è particolarmente evidente con gli inizi dell’età del Ferro, in corrispondenza con lo sviluppo della bronzistica figurata locale, imbevuta di stimoli e suggestioni vicino-orientali, e che indica processi più complessi di mutamento in atto sui comportamenti sociali, sui modi di aggregazione, sulle ideologie di potere. Mercanti e artigiani fenici si stabiliscono nell’emporio indigeno di Sant’Imbenia, nel golfo di Alghero, dove organizzano con le comunità locali la commercializzazione del vino della Nurra che circolerà in abbondanza sulle nuove frontiere mediterranee e atlantiche dei Fenici, da Cartagine a Cadice e a Huelva; ma, entro la prima metà dell’VII sec. a.C., le regioni costiere della Sardegna centro-meridionale sono già caratterizzate dalla presenza di centri fenici organizzati: dal golfo di Palmas (Sulky, Monte Sirai, San Giorgio di Portoscuso, San Vittorio di Carloforte) a quello di Oristano (Othoca, Tharros, Neapolis); dall’approdo di Olbia al golfo di Cagliari. Precocissimi e intensi sono
i fenomeni di interrelazione culturale con le comunità locali, testimoniati dai prestigiosi oggetti veicolati dai Fenici circolanti nei grandi santuari dell’etnia nuragica, da Nurdole di Orani a Santa Cristina di Paulilatino, da S’Uraki di San Vero Milis a Sant’Anastasia di Sardara; tra il IX e il VII a.C., nascono le comunità sardo-fenicie, quella società composita, meticcia, il cui sviluppo sarà spezzato nel VI a.C., con l’espansionismo cartaginese nel Mediterraneo. La battaglia del Mare Sardo (540 a.C. ca.) segna un mutamento di orizzonte caratterizzato dal forte protagonismo cartaginese che ha le sue premesse nella prima metà del secolo nella formazione di uno stato forte e ben organizzato nell’Africa settentrionale. Tra il 540 e il 510 a.C. Cartagine riesce a controllare le coste della Sardegna; nei centri fenici di antica fondazione il mutamento radicale del rituale funerario, con il passaggio dall’incinerazione all’inumazione, le nuove tipologie funerarie (tombe a cassone, tombe a camera costruita), il mutamento della produzione ceramica e artigianale in genere documentano la portata del mutamento. Gli obiettivi che Cartagine persegue in Sardegna sono il diretto controllo delle aree di maggiore potenzialità agricola e mineraria attraverso una penetrazione capillare negli spazi fertili dell’isola. Al concludersi del primo cinquantennio del IV a.C. la Sardegna punica rappresenta una realtà completamente consolidata che emerge con chiarezza negli accordi del secondo trattato con Roma (348 a.C.).



Fenici e Punici in Sardegna

La rete delle navigazioni fenicie nell’Occidente mediterraneo e atlantico produce tra l’ultimo quarantennio del IX e il primo venticinquennio dell’VII a.C. (840-775 a.C. circa) numerosi insediamenti nei quali il carattere e la funzione empirici si intrecciano con una più spiccata attitudine di popolamento; nonostante una crescente tendenza al rialzamento delle cronologie, propugnato soprattutto dagli studiosi di area spagnola, anche sulla scorta dei recenti, problematici e purtroppo decontestualizzati ritrovamenti di Huelva, le seriazioni in stratigrafia delle ceramiche greche ma anche il quadro complessivo di evoluzione delle forme vascolari fenicie ad oggi noto impedisce di raggiungere i proclamati versanti di X sec. a.C. per l’avvio della presenza fenicia in Occidente. Nel processo di graduale espansione fenicia nei mari e nelle terre dell’Ovest un ruolo importante è svolto dalla Sardegna dell’età del Ferro, sia per la sua posizione strategica di cerniera dei traffici che si snodano tra l’Atlantico, il Mediterraneo e il Vicino Oriente, sia per la sua consolidata frequentazione con i naviganti e gli esploratori levantini di etnia siriana, palestinese, egea e cipriota che hanno stretto profondi rapporti di interrelazione con le comunità nuragiche a partire almeno dalle fasi mature dell’età del Bronzo, tra il XII e il X a.C. Al concludersi di questo periodo e in quella fase, ancora legata nella tradizione degli studi alla problematica e per molti versi insoddisfacente nomenclatura della “precolonizzazione”, una specificità fenicia inizierebbe a cogliersi, secondo la tradizionale visione degli studi, nella circolazione presso le comunità indigene della Sardegna di bronzi figurati di origine e tradizione vicino-orientale, la cui attribuzione cronologica e culturale resta peraltro ancora assai problematica; piuttosto l’impatto ideologico e iconografico del Levante assume forme importanti nella cultura locale soprattutto con l’avvio del Ferro, in corrispondenza con lo sviluppo nelle botteghe
indigene della bronzistica figurata e della circolazione di un articolato bagaglio di imagerie vicino-orientale che trovano peculiari forme di adozione nell’artigianato autoctono, influenzando e condizionando, a livello più profondo, comportamenti sociali, modi di aggregazione, ideologie di potere. Nella rete dei commerci mediterranei e atlantici rivitalizzata dai Fenici sulla scia di tradizionali e accreditate rotte interne e internazionali gestite dalle popolazioni rivierasche dell’Occidente, la Sardegna appare profondamente coinvolta sin dalle fasi alte della seconda metà del IX sec. a.C. Mercanti e artigiani fenici si stabiliscono nell’emporio indigeno di Sant’Imbenia nel golfo di Alghero e organizzano con la comunità locale lo sfruttamento e la commercializzazione del vino del fertile territorio della Nurra. Il vino di Sant’Imbenia, trasportato in anfore di tipo levantino prima eseguite in impasto e poi tornite, talora decorate con motivi a cerchielli tipici del gusto indigeno, circola, a partire da tale data, nelle nuove frontiere degli insediamenti fenici, da Cartagine a Cadice e a Huelva, in parallelo con l’ampia attestazione in questi luoghi di brocche askoidi, anch’esse legate al consumo e all’uso del vino, e di altre forme significative di “contenitori” di merci come i vasi a collo. Anfore vinarie, prodotte nell’Algherese e in altre località dell’isola, brocche askoidi e vasi a collo sono presenti, oltre lo stretto di Gibilterra, in contesti databili appunto tra l’840 e il 775 a.C.; ma il fenomeno prosegue nel tempo, come attestano le brocche indigene provenienti da Cartagine, da Mozia e dall’isola di Creta. Esiste peraltro una prospettiva di studi che tenta di riportare la circolazione di questi materiali a orizzonti della fine dell’età del Bronzo o di primissima età del Ferro (Lo Schiavo 2005) anche coinvolgendo in questa prospettiva cronologica “alta” l’abbondante materiale sardo attestato in Etruria: Etruria e Sardegna. Non meno significativa è la presenza negli avamposti fenici dell’estremo Occidente di teglie, semplici o a base forata, la cui attribuzione a fabbriche della Sardegna, è sempre più verosimile e che introducono, accanto al tema della partecipazione sarda ai traffici fenici, prospettive di possibile stanzialità di gruppi di etnia sarda nelle nuove frontiere atlantiche. La prima metà dell’VII a.C. registra, nelle regioni costiere della Sardegna centro-meridionale, la presenza di nuclei insediativi fenici saldamente organizzati; i “fuochi” principali di irradiazione si individuano, sulla base dei dati conoscitivi attualmente disponibili, nel golfo di Palmas e in quello di Oristano; ma vi sono altre aree strategicamente sensibili, come la costa olbiese, dove sorge un importante santuario di Melqart che le ricerche iniziano a farci intravedere, e naturalmente l’ampia e appetibile insenatura del golfo di Cagliari, porta delle piane iolee dei Campidani e sede delle opulente comunità indigene del retroterra, che assumono
precocemente modelli culturali orientali. La formazione nell’isola di gruppi emergenti, che è forse ancora improprio, per lo stato delle conoscenze, definire come “aristocrazie”, ma che certamente partecipano a pieno titolo del mutamento epocale che nel Mediterraneo antico determina l’affermazione del potere gentilizio e di classe, trova nuovi motori di sviluppo e di accelerazione nel graduale inserimento nella nuova rete dei traffici occidentali e, soprattutto, attraverso la costante e profonda interazione con i centri fenici costieri. Sulky, nell’isola di Sant’Antioco, è quello meglio noto per l’imponenza e la omogeneità della documentazione restituita dagli scavi dell’abitato e del santuario tofet; ma non meno importante è la testimonianza della precocità del fenomeno di irradiazione nella regione interna sulcitana: da Monte Sirai al Nuraghe Sirai, dal nuraghe di Tratalias a quello di Tzirimagus per volgersi di nuovo alla costa con San Giorgio di Portoscuso e all’installazione insulare con San Vittorio di Carloforte. Nel golfo oristanese, i siti di Othoca, Tharros e Neapolis governano gli approdi costieri e organizzano una penetrazione capillare verso quei Campidani centrali, che studi recenti individuano come uno specifico e vitale di28 stretto della Sardegna dell’età del Ferro; i territori oggi di Cabras, di San Vero Milis, di Narbolia, di Nuraxi Nieddu restituiscono infatti per questa età insediamenti abitativi, installazioni di santuario, arredi liturgici scolpiti quali i modelli di nuraghe e seriazioni ceramiche di rilievo, come nel caso delle brocche askoidi, delle pintadere, dei calici su lungo stelo fittamente decorati, nonché di una produzione bronzistica figurata di altissimo rilievo. Nei grandi santuari dell’etnia indigena, soprattutto quelli in collegamento con la grande via d’acqua del Tirso che facilita i percorsi verso l’interno, circolano prestigiosi manufatti prodotti o veicolati dai Fenici: che siano i vasi laminati in argento del Nuraghe Nurdole di Orani, le imagines orientali di Santa Cristina di Paulilatino o di Olmedo o i supporti di torciere di S’Uraki. In questi luoghi vi sono opere di bottega locale in cui fortemente radicati appaiono modelli e iconografie orientali: dalla trasposizione indigena dello schema del faraone trionfante al nuraghe Nurdole ai fieri arcieri corazzati di Sant’Anastasia di Sardara che pure ha restituito una importante serie di bacili. 
I santuari indigeni, e insieme la ricca e variopinta ceramica dei centri interni del Cagliaritano o la straordinaria produzione in bronzo antropomorfa, testimoniano la lunga durata e la vitalità della società indigena dell’età del Ferro che approda a versanti cronologici di piena fase orientalizzante e dell’arcaismo; oltre le produzioni degli artigiani locali e la seriazione di prodotti di importazione o imitazione fenicia, aramaica e siriana, fanno fede del processo i quadri distributivi dei prodotti etruschi, in parte mediati dal commercio fenicio, in parte frutto di contatti diretti con le comunità sarde: bacili bronzei, spesso decorati con figurine di leone, fanno la loro comparsa di nuovo presso i grandi centri cultuali mentre i bronzi figurati e le ceramiche sardi trovano ampia attestazione nei contesti etruschi e campani tra il IX e il VI a.C. Alle porte del golfo di Oristano, tra l’VII e il VII a.C., nel celebre santuario di Monti Prama che ha mosso in questi ultimi tempi le febbrili corde di una metastorica ideologia identitaria e indipendentista, artigiani di tradizione e cultura orientale hanno saputo interpretare le esigenze di una committenza emergente, interessata a dare forme scultorea alle storie e alle saghe delle proprie famiglie; ma altrettanto straordinario è il processo continuo di interazione che percorre le diverse etnie nei centri di fondazione fenicia. A Sulky vasi di fattura e tradizione indigena si spartiscono, mischiati al vasellame fenicio, gli anfratti rocciosi del tofet mentre comunità etnicamente miste, meticcie, vivono quotidianamente nei grandi insediamenti di Monte Sirai, del Nuraghe Sirai o sull’altura fortificata di Tzirimagus; la necropoli di Bitia restituisce stiletti in bronzo di produzione locale così come avviene per le necropoli di Tharros e di Othoca, dove un’altra enclave meticcia sorge sull’altura della Cattedrale. Prende avvio in questi secoli, tra il IX e il VII, quel processo di formazione di comunità sardofenicie che Cartagine, proiettata nel suo itinerario di espansione mediterranea, dovrà spezzare e rifondare, su basi e strategie del tutto differenti, nel VI a.C., all’indomani della battaglia del Mare Sardonio, l’episodio di un conflitto più vasto e generalizzato, in cui Greci, Etruschi e Cartaginesi mutano i profili del Mediterraneo arcaico. I quadri fisici e morfologici, palcoscenico dell’incontro e dell’interrelazione, sono esemplari, per sempre fissati nel mito delle fondazioni fenicia a iniziare dalla leggenda di Tiro, nata sulle rocce erranti per volere di Melqart: che si tratti del paesaggio di terre mobili, fatto di piane fertili, benedette ma precarie, di esili istmi e potenti speroni di roccia impiantati nelle viscere del Mediterraneo che contrassegnano l’habitat del golfo oristanese o della regione fenicia del Sulcis, che si articola in morfologie insulari raccordate alla terraferma da lingue di terra frammentate da vie d’acqua fluviali o lagunari (Sant’Antioco e Bitia) o del tutto autonome (San Vittorio nell’isola di San Pietro), in morfologie di coste basse e aperte, contornate e intersecate da stagni e lagune (S. Giorgio di Portoscuso). È il paesaggio che favorisce gli approdi e le soste; la sua mobilità, che è anche assenza di confini e di limiti, prelude agli incontri, agli scambi; è l’orizzonte fisico e culturale che definisce, nel tempo e nello spazio, il divenire dell’emporia. Ma vi sono anche le fasce fertili del Campidano, le ubertose piane iolee, quelle del mito e quelle della realtà storica, segnate dall’oro del grano, le terre abitate e governate nei primi secoli dell’età del Ferro da quelle ricche e floride comunità indigene eredi della antica tradizione nuragica e pronte ad accogliere gli stimoli e le novità portate dai mercanti stranieri e ad interagire con essi. Questa rapida sintesi, condotta sul versante “fenicio” della ricerca e della riflessione e che prevede la vitalità ininterrotta di una cultura indigena, che si voglia o meno chiamare nuragica, nel passaggio dal Bronzo al Ferro e fino ai periodi orientalizzante e arcaico, si scontra, in modo al momento inconciliabile, con l’orientamento di numerosi studiosi di preistoria e protostoria sarda i quali tendono non soltanto a ritenere concluso lo sviluppo della civiltà nuragica al chiudersi dell’età del Bronzo ma riportano gran parte dei materiali di cui si è finora trattato sotto il profilo dell’interazione, a fasi precedenti della stessa età del Bronzo, svuotando in gran parte i quadri culturali del Ferro, in cui le attestazioni di manufatti indigeni, sia in metallo che in ceramica, sarebbero da interpretarsi come riutilizzi e tesaurizzazioni, quindi come “falsi contesti”. Non è possibile qui entrare nei dettagli di una questione così intricata e complessa, sulla quale peraltro l’imminente congresso presenta numerose discussioni specifiche (ma ricordo i quadri ricostruttivi generali in Ugas 1998 e Torres et alii 2005 e il recente congresso di Villanovaforru, attualmente in corso di pubblicazione: Nuragici e gli Altri); ci si limiterà a ribadire, dal versante fenicio, che le indicazioni stratigrafiche e di contesto che presentano associazioni stringenti con oggetti sardi, fenici e greci sembrano scogli assai ardui da superare. 

Nelle immagini (tutte dell'autore): i centri fenici e punici nel Mediterraneo

lunedì 6 maggio 2013

Sulki, l'attuale Sant'Antioco, in età fenicia e punica

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM
di Pierluigi Montalbano


Le fonti romane ci parlano di Sulci mentre in lingua semitica, in fenicio, era Sulki. Si trova sul versante orientale dell'omonima isola, e il reimpianto moderno del paese ha determinato lo spoglio sistematico delle strutture antiche. Le fortificazioni chiudevano la città e il tophet, il santuario a cielo aperto che ospitava i bambini nati morti, o in giovanissima età, era, come di consueto per quel genere di luoghi, al di fuori delle mura.
Nell’area del cronicario, in corrispondenza dell’attuale ospedale, furono individuati negli anni Ottanta alcuni ambienti abitativi che si riferiscono all’VIII a.C. É un rinvenimento importante perché in tutta la Sardegna abbiamo solo poche tracce degli insediamenti arcaici: qualche muro e una striscia di fondazione a Cagliari, un battuto a Nora, poco a Tharros. A Sulki non c’è monumentalità, solo due isolati con una serie di vani che presentano pavimenti in terra battuta, muri con zoccolo in pietrame bruto, cementato con malta di fango, e un alzato, oggi scomparso, in mattoni crudi. Parte dei materiali frammentari rinvenuti sono di importazione (euboici di Pitecusa e corinzi), ma altri sono di produzione mediterranea, e mostrano che la città fu frequentata commercialmente particolarmente intorno al 750 a.C. Alcuni materiali levantini sono di ispirazione varia, come la coppa con forma greca, decorata in quello stile tipico dell'età fenicia, con un volatile ripreso chiaramente dal repertorio euboico di Ischia, primo emporio greco in occidente. 
Le fortificazioni si trovano nella zona del fortino sabaudo, nell’area destinata all'Acropoli. Gli scavi furono condotti inizialmente da Pesce, poi da Barreca negli anni Settanta e recentemente da Tronchetti, e hanno portato alla luce delle strutture che iniziano dietro il fortino e arrivano a una torre. Bartoloni sostiene che le fondazioni del fortino utilizzano la base della precedente torre punica perché la forma a zig-zag e i blocchi sono tipicamente punici. Le mura corrono fino ad una torre elicoidale addossata a una roccia e poi piegano verso il mare, chiudendo la città. In questo ultimo tratto si trova la necropoli punica. Dietro la chiesa di Sant’Antioco si trova un breve tratto realizzato in blocchi squadrati, in parte bugnati e messi in opera a secco. Barreca ha individuato un camminamento di ronda, ma non lo ha mai pubblicato. Nell’area alta dell’acropoli, vicino al deposito della Soprintendenza, ci sono delle strutture bugnate in calcare chiaro e tufo scuro. Vicino a questa zona troviamo un edificio con otto colonne di età repubblicana, di incerta interpretazione, che racchiude due ambienti.
La datazione delle fortificazioni è fonte di dibattito fra studiosi. Per Barreca, che le individua nella parte alta del Monte de Cresia e nell'Acropoli vicino al fortino sabaudo, sono di età fenicia (come le altre che scavò in giro per la Sardegna), costituite da spesse mura in pietrame bruto a doppio paramento. In seguito ci furono una fase tardo punica, contraddistinta da blocchi squadrati, e una fase romana. 
Bartoloni, già dagli anni Ottanta, non accetta questa ipotesi, proponendo che nessuna delle città di età fenicia avesse fortificazioni e che queste, come tutte le altre strutture, si realizzarono solo a partire dall’inizio del V a.C. quando la Sardegna affrontò i cartaginesi che tentavano di sottometterla.



Tronchetti negli anni Novanta ha scavato nelle strutture delle fondazioni trovando materiali romani. Per lo studioso le mura sono state impiantate in età repubblicana con tecnica punica ma ha sondato solo pochi punti. Bisognerebbe riprendere gli scavi perché attualmente i dati sono contradditori. Negli anni Ottanta sono stati trovati i “Leoni di Sulci”, due grandi animali esposti al museo di Sant’Antioco, in posizione accosciata e con la coda rigirata attorno ad una zampa.
Sono inquadrati all’interno di un elemento che regola lo spazio con una base tronco-piramidale, rastremata verso l’alto, sormontata da un listello-toro, con sopra una gola egizia. Nella parte posteriore c’è una superficie piana con un incasso a sezione triangolare, forse per consentire l’inserimento dei leoni in una struttura monumentale. Al momento del rinvenimento i leoni erano reimpiegati ai lati di una nicchia chiusa da un muro rettilineo a due filari. Davanti abbiamo una grande arena ellittica delimitata da blocchi. La struttura è stata riferita a età repubblicana, quindi i leoni, essendo più antichi, furono certamente utilizzati per decorare un'altra struttura, probabilmente di tipo ellenistico con terrazze. Essendo fuori contesto si può fare una datazione solo su base stilistica. I leoni sono di tradizione orientale, siriana o siro-palestinese, che si mescola con influenze assire ed ittite. Questo tipo di leoni in oriente erano utilizzati nelle porte dei templi. Per alcuni studiosi ci sono influssi greci mediati dall’elemento etrusco. La cronologia porta al VI a.C. e la loro funzione era legata alla destinazione d’uso dell’area: militare per Moscati e Barreca, perché vicina alle fortificazioni e perché forse erano sistemati ai lati della porta di ingresso; religiosa per Bartoloni e Tronchetti perché dopo la collocazione militare l’area fu risistemata con una struttura di età repubblicana con un vano diviso in due, una serie di colonne e pavimento in cocciopesto con tessere bianche, quindi un tempio con i due leoni ai lati dell’ingresso. Bernardini, di recente, ha avanzato un’altra ipotesi: c’era la destinazione sacra dall’inizio e le statue erano all’interno di una struttura punica come braccioli di un trono monumentale.
Alcuni vasi funerari arcaici, quasi intatti, sono visibili in collezioni private di Sant’Antioco ma non conosciamo l’ubicazione del cimitero di età fenicia, a eccezione di una sepoltura scavata presso Piazza Italia, a 100 m dal mare, e datata al VII a.C. La necropoli punica è in parte ricoperta dall’attuale urbanizzazione. Si trova a valle delle fortificazioni, all’interno del fossato. Sono sepolture in grandi camere e, come quelle di Tuvixeddu a Cagliari, sono state riutilizzate fino al secolo scorso come abitazioni. Ci sono due varianti: la più antica, datata agli inizi del V a.C., è costituita da tombe con dromos larghi e monumentali con scale ben definite, e camera rettangolare. Le più recenti, del IV a.C., sono ancora più grandi, con dromos stretto e camera separata da un tramezzo, risparmiato nella roccia, che delimita due vani ben distinti. 


All’interno la deposizione funeraria era spesso praticata all’interno di bare lignee in cui si sono ben conservati i resti delle ceramiche di corredo e qualche legno. La copertura era a lastre e sopra c’erano i segnacoli in pietra. In epoca romana le tombe puniche sono state riutilizzate come catacombe, a volte unendo le varie camere. Sotto la chiesa ci sono molte di queste tombe e l’area è visitabile: attualmente c'è un ristorante, dietro la chiesa della piazza, che conserva alcune tombe nella cantina. Le bare erano spesso poggiate su due blocchi in pietra, sollevate dal suolo. C’è anche la presenza di linee di pitture sulle pareti, come nelle tombe africane degli antichi libici, gli indigeni trovati dai levantini durante le navigazioni commerciali mediterranee. I cartaginesi non si sono mischiati con loro e con i libici. Pur subendo l’influenza della tradizione punica, hanno mantenuto alcuni tratti caratteristici della loro cultura che poi hanno portato nelle loro città. Quando i cartaginesi conquistarono commercialmente la Sicilia e la Sardegna, attuarono una politica capillare di sfruttamento delle risorse agrarie e minerarie, attuando il ripopolamento nelle colonie perché i nuclei di sardi erano minimi. A questo scopo inviarono intere comunità di africani in Sardegna, costituite solo in minima parte da cartaginesi: alcuni suffeti (prefetti) e qualche amministratore, mentre la maggior parte era composta da indigeni punicizzati. In sostanza la cultura si è miscelata fra libici, punici e sardi, e ciò spiega i segni di pittura in ocra rossa sulle pareti delle tombe, così come si notano a Cagliari, Tharros, Olbia e Monte Luna, mentre a Cartagine non ci sono tombe dipinte.



A Sant’Antioco negli anni Novanta sono stati trovati due importanti altorilievi posizionati sulla testata dei tramezzi, con lo scopo di dividere in due la tomba. Uno di essi è stato restaurato malamente, nel senso che i caratteri originari non sono stati rispettati, ed è in corso un recupero per riportarlo all’antico. Si tratta di un personaggio maschile con barba, con vesti egizie e in posizione incedente. Un braccio al petto e l’altro lungo i fianchi, con tracce di nero e arancio. La mano poggiata al petto porta dei bracciali. La datazione è del V a.C. L’altro, quello scavato da Bernardini, è colorato vivacemente, sempre di nero e arancio, e per evitare il degrado, è stato richiuso nella tomba. 
Il tophet si trova all’esterno delle mura, vicino alla torre con blocchi bugnati, ed è datato all’VIII a.C. Fu scavato negli anni Cinquanta da Pesce e mai pubblicato, ma sono state pubblicate le 1500 stele. Impiantato in terreno vergine, sul cosiddetto roccione sacro, presenta urne inserite nelle spaccature della roccia trachitica, frequentemente in pentole coperte con piatti. Uno dei più importanti materiali restituiti è un’olla pitecusana (euboica) datata al 730 a.C. Questo vaso non dovrebbe trovarsi in un tophet, forse si tratta di un ricco commerciante levantino che per deporre suo figlio ha comprato un vaso di grande pregio e l’ha deposto nel tophet, oppure si tratta di un greco euboico che praticava il culto fenicio. Non si è certi se all'interno vi sia un bambino sulcitano figlio di orientali o pitecusano o euboico, ma comunque è uno straniero. C’è anche un’anfora, a corpo ovoidale, in stile fenicio del VIII a.C. che ci rimanda ad ambito cartaginese perché la decorazione metopale a red slip, è tipica di Cartagine. Le urne ricollocate nel sito sono riproduzioni, per non sottoporre le originali al degrado naturale. 
Le stele di Sant’Antioco mostrano cippi semplici, a trono e a edicola che nella fase centrale del V a.C. mostrano una forte influenza egiziana. Alcune raffigurazioni presentano edifici sacri con pilastri, senza colonne, sormontati da una trabeazione e da una modanatura a gola egizia delimitata da listelli. Sopra c’è la decorazione ad urei con disco solare (serpenti sacri simboli solari), tipico fregio del coronamento dei templi egiziani. I personaggi sono vari: femminile con fiore di loto oppure con disco al petto (per alcuni si tratta di un tamburello per riti musicali); divinità aniconiche; sacerdotesse varie; personaggi maschili con barba e con una lancia in mano e dietro il tipico ricciolo che troviamo nella tiara di tipo siriano (quindi un elemento orientale). Moscati sostiene che il personaggio femminile sia una sacerdotessa intenta a suonare un timpano, e quello con la stola sarebbe il sacerdote. La stele ad edicola con questi personaggi è fra le più diffuse nell'iconografia sulcitana e non trova riscontro altrove. Quando i personaggi poggiano i piedi su un podio siamo certi che si tratta di divinità. La maggior parte dei capitelli non sono greci, spesso sono ripresi dall’architettura egizia.
Curiosamente, mentre altrove le stele a edicola scompaiono nel VI a.C., qui a Sulki continuano, pur trasformandosi. Nelle stele troviamo delle edicole con elementi classici greci sia nell'architettura che, gradualmente, nella iconografia delle nicchie. I personaggi hanno veste classica, anche se il significato è lo stesso: si passa da personaggi maschili con stola a personaggi femminili con disco. L'edicola ha capitelli, colonne e timpano con acroteri senza trabeazione (ancora simboli punici). La prima innovazione è il timpano. C'è un personaggio femminile con disco nel petto che mantiene abiti punici. In una colonna c'è un personaggio con stola e veste classica, timpano con acroteri con all'interno una rosetta. Abbiamo anche una stele polimaterica meno pregiata datata al II a.C. con colonne scanalate, capitelli senza trabeazione, timpano, acroteri e personaggio con stola. Si arriva alle ultime rappresentazioni che sono in materiale meno pregiato, ad esempio marmo, dove si vede l'influenza del mondo classico con fattezze tipiche greche. 
Mentre a Cartagine nel terzo strato di scavo si passa alla stele piatta che diventa un supporto per la rappresentazione, a Sant’Antioco abbiamo un fenomeno unico, con l’edicola tridimensionale che presenta però elementi classici inseriti in maniera artificiosa nello schema preesistente. Al posto dei pilastri compaiono delle colonne doriche, e il timpano è fiancheggiato da acroteri, ma scompare la trabeazione, fatto che causerebbe il crollo del tempio. Ciò è testimoniato dal fatto che non esistono templi fatti in questo modo. Al centro del timpano c’è la falce lunare che sormonta il disco solare, simbolo sardo-punico. Rimane la figura femminile con disco al petto o personaggi maschili con rosetta. La Dea Tanìt ha sulla spalla una stola, una veste di tipo classico, greco, contravvenendo alla moda precedente. Si giunge, dunque, a una commistione di stili e tradizioni.
Nel II a.C. si arriva a stele in marmo, edicola classica e personaggio con stola. Un’altra tipologia è quella con stele centinata, che ricompare in età tarda, intorno al III a.C., caratterizzate da animali (ovi-caprini) in atteggiamento di movimento. Stranamente questa tipologia ricompare dopo secoli di assenza, forse si tratta di animali sacrificati nei tophet.