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martedì 16 dicembre 2014

LA MAGIA DEL BISSO, LA SETA DEL MARE

Incontro con Chiara Vigo, l'ultima tessitrice del Bisso.

sabato 18 maggio 2013

Il Bisso nella Bibbia



Complessivamente in tutto il testo biblico ci sono ben 46 brani in cui si parla del bisso.

Di seguito alcuni estratti.



Esodo 27

Conferenza Episcopale Italiana (CEI) 
27 Farai l'altare di legno di acacia: avrà cinque cubiti di lunghezza e cinque cubiti di larghezza. L'altare sarà quadrato e avrà l'altezza di tre cubiti. Farai ai suoi quattro angoli quattro corni e saranno tutti di un pezzo. Lo rivestirai di rame.Farai i suoi recipienti per raccogliere le ceneri, le sue pale, i suoi vasi per la aspersione, le sue forchette e i suoi bracieri. Farai di rame tutti questi accessori. Farai per esso una graticola di rame alle sue quattro estremità. La porrai sotto la cornice dell'altare, in basso: la rete arriverà a metà dell'altezza dell'altare. Farai anche stanghe per l'altare: saranno stanghe di legno di acacia e le rivestirai di rame. Si introdurranno queste stanghe negli anelli e le stanghe saranno sui due lati dell'altare quando lo si trasporta. Lo farai di tavole, vuoto nell'interno: lo si farà come ti fu mostrato sul monte.

L'atrio

Farai poi il recinto della Dimora. Sul lato meridionale, verso sud, il recinto avrà tendaggi di bisso ritorto, per la lunghezza di cento cubiti sullo stesso lato. 10 Vi saranno venti colonne con venti basi di rame. Gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali saranno d'argento. 11 Allo stesso modo sul lato rivolto a settentrione: tendaggi per cento cubiti di lunghezza, le relative venti colonne con le venti basi di rame, gli uncini delle colonne e le aste trasversali d'argento.12 La larghezza del recinto verso occidente avrà cinquanta cubiti di tendaggi, con le relative dieci colonne e le dieci basi.13 La larghezza del recinto sul lato orientale verso levante sarà di cinquanta cubiti: 14 quindici cubiti di tendaggi con le relative tre colonne e le tre basi alla prima ala; 15 all'altra ala quindici cubiti di tendaggi, con le tre colonne e le tre basi. 16 Alla porta del recinto vi sarà una cortina di venti cubiti, lavoro di ricamatore, di porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto, con le relative quattro colonne e le quattro basi. 17 Tutte le colonne intorno al recinto saranno fornite di aste trasversali d'argento: i loro uncini saranno d'argento e le loro basi di rame. 18 La lunghezza del recinto sarà di cento cubiti, la larghezza di cinquanta, l'altezza di cinque cubiti; di bisso ritorto, con le basi di rame. 19 Tutti gli arredi della Dimora per tutti i suoi servizi e tutti i picchetti come anche i picchetti del recinto saranno di rame.
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Esodo 35


6. COSTRUZIONE ED EREZIONE DEL SANTUARIO

La legge del riposo sabbatico

35 Mosè radunò tutta la comunità degli Israeliti e disse loro: «Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare: Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo sarà per voi un giorno santo, un giorno di riposo assoluto, sacro al Signore. Chiunque in quel giorno farà qualche lavoro sarà messo a morte. Non accenderete il fuoco in giorno di sabato, in nessuna delle vostre dimore».

Raccolta di materiali

Mosè disse a tutta la comunità degli Israeliti: «Questo il Signore ha comandato: Prelevate su quanto possedete un contributo per il Signore. Quanti hanno cuore generoso, portino questo contributo volontario per il Signore: oro, argento e rame, tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso e di pelo di capra, pelli di montone tinte di rosso, pelli di tasso e legno di acacia, olio per l'illuminazione, balsami per unguenti e per l'incenso aromatico, pietre di ònice e pietre da incastonare nell'efod e nel pettorale. 10 Tutti gli artisti che sono tra di voi vengano ed eseguiscano quanto il Signore ha comandato: 11 la Dimora, la sua tenda, la sua copertura, le sue fibbie, le sue assi, le sue traverse, le sue colonne e le sue basi, 12 l'arca e le sue stanghe, il coperchio e il velo che lo nasconde, 13 la tavola con le sue stanghe e tutti i suoi accessori e i pani dell'offerta, 14 il candelabro per illuminare con i suoi accessori, le sue lampade e l'olio per l'illuminazione, 15 l'altare dei profumi con le sue stanghe, l'olio dell'unzione e il profumo aromatico, la cortina d'ingresso alla porta della Dimora, 16 l'altare degli olocausti con la sua graticola, le sue sbarre e tutti i suoi accessori, la conca con il suo piedestallo, 17 i tendaggi del recinto, le sue colonne e le sue basi e la cortina alla porta del recinto, 18 i picchetti della Dimora, i picchetti del recinto e le loro corde, 19 le vesti liturgiche per officiare nel santuario, le vesti sacre per il sacerdote Aronne e le vesti dei suoi figli per esercitare il sacerdozio».
20 Allora tutta la comunità degli Israeliti si ritirò dalla presenza di Mosè. 21 Poi quanti erano di cuore generoso ed erano mossi dal loro spirito, vennero a portare l'offerta per il Signore, per la costruzione della tenda del convegno, per tutti i suoi oggetti di culto e per le vesti sacre. 22 Vennero uomini e donne, quanti erano di cuore generoso, e portarono fermagli, pendenti, anelli, collane, ogni sorta di gioielli d'oro: quanti volevano presentare un'offerta di oro al Signore la portarono. 23 Quanti si trovavano in possesso di tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso, di pelo di capra, di pelli di montone tinte di rosso e di pelli di tasso ne portarono. 24 Quanti potevano offrire un'offerta in argento o rame ne offrirono per il Signore. Così anche quanti si trovavano in possesso di legno di acacia per qualche opera della costruzione, ne portarono.
25 Inoltre tutte le donne esperte filarono con le mani e portarono filati di porpora viola e rossa, di scarlatto e di bisso.26 Tutte le donne che erano di cuore generoso, secondo la loro abilità, filarono il pelo di capra. 27 I capi portarono le pietre di ònice e le pietre preziose da incastonare nell'efod e nel pettorale, 28 balsami e olio per l'illuminazione, per l'olio dell'unzione e per l'incenso aromatico. 29 Così tutti, uomini e donne, che erano di cuore generoso a portare qualche cosa per la costruzione che il Signore per mezzo di Mosè aveva comandato di fare, la portarono: gli Israeliti portarono la loro offerta volontaria al Signore.

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Esodo 38

Conferenza Episcopale Italiana (CEI)

L'altare degli olocausti

38 Fece l'altare di legno di acacia: aveva cinque cubiti di lunghezza e cinque cubiti di larghezza, era cioè quadrato, e aveva l'altezza di tre cubiti. Fece i suoi corni ai suoi quattro angoli: i suoi corni erano tutti di un pezzo; lo rivestì di rame. Fece anche tutti gli accessori dell'altare: i recipienti per raccogliere le ceneri, le sue pale, i suoi vasi per aspersione, le sue forchette e i bracieri: fece di rame tutti i suoi accessori. Fece per l'altare una graticola, lavorata a forma di rete, di rame, e la pose sotto la cornice dell'altare in basso: la rete arrivava a metà altezza dell'altare. Fuse quattro anelli e li pose alle quattro estremità della graticola di rame, per inserirvi le stanghe. Fece anche le stanghe di legno di acacia e le rivestì di rame. Introdusse le stanghe negli anelli sui lati dell'altare: servivano a trasportarlo. Fece l'altare di tavole, vuoto all'interno.

La conca

Fece la conca di rame e il suo piedestallo di rame, impiegandovi gli specchi delle donne, che nei tempi stabiliti venivano a prestar servizio all'ingresso della tenda del convegno.

Costruzione dell'atrio

Fece il recinto: sul lato meridionale, verso sud, il recinto aveva tendaggi di bisso ritorto, per la lunghezza di cento cubiti sullo stesso lato. 10 Vi erano le loro venti colonne con le venti basi di rame. Gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali erano d'argento. 11 Anche sul lato rivolto a settentrione vi erano tendaggi per cento cubiti di lunghezza, le relative venti colonne con le venti basi di rame, gli uncini delle colonne e le aste trasversali d'argento. 12 Sul lato verso occidente vi erano cinquanta cubiti di tendaggi, con le relative dieci colonne e le dieci basi, 13 i capitelli delle colonne e i loro uncini d'argento. Sul lato orientale, verso levante, vi erano cinquanta cubiti: 14 quindici cubiti di tendaggi, con le relative tre colonne e le tre basi alla prima ala; 15 all'altra ala quindici cubiti di tendaggi, con le tre colonne e le tre basi. 16 Tutti i tendaggi che delimitavano il recinto erano di bisso ritorto. 17 Le basi delle colonne erano di rame, gli uncini delle colonne e le aste trasversali erano d'argento; il rivestimento dei loro capitelli era d'argento e tutte le colonne del recinto avevano aste trasversali d'argento. 18 Alla porta del recinto vi era una cortina, lavoro di ricamatore, di porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto: la sua lunghezza era di venti cubiti, la sua altezza, nel senso della larghezza, era di cinque cubiti, come i tendaggi del recinto. 19 Le colonne relative erano quattro, con le quattro basi di rame, i loro uncini d'argento, il rivestimento dei loro capitelli e le loro aste trasversali d'argento. 20 Tutti i picchetti della Dimora e del recinto circostante erano di rame.

Computo dei metalli

21 Questo è il computo dei metalli impiegati per la Dimora, la Dimora della Testimonianza, redatto per ordine di Mosè e per opera dei leviti, sotto la direzione d'Itamar, figlio del sacerdote Aronne.
22 Bezaleel, figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di Giuda, eseguì quanto il Signore aveva ordinato a Mosè; 23 insieme con lui Ooliab, figlio di Achisamach della tribù di Dan, intagliatore, decoratore e ricamatore di porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso.
24 Totale dell'oro impiegato per il lavoro, cioè per tutto il lavoro del santuario - era l'oro presentato in offerta -: ventinove talenti e settecentotrenta sicli, in sicli del santuario. 25 L'argento raccolto, in occasione del censimento della comunità, pesava cento talenti e millesettecentosettantacinque sicli, in sicli del santuario, 26 cioè un beka a testa, vale a dire mezzo siclo, secondo il siclo del santuario, per ciascuno di coloro che furono sottoposti al censimento, dai vent'anni in su. Erano seicentotremilacinquecentocinquanta. 27 Cento talenti di argento servirono a fondere le basi del santuario e le basi del velo: cento basi per cento talenti, cioè un talento per ogni base. 28 Con i millesettecentosettantacinque sicli fece gli uncini delle colonne, rivestì i loro capitelli e le riunì con le aste trasversali.29 Il rame presentato in offerta assommava a settanta talenti e duemilaquattrocento sicli. 30 Con esso fece le basi per l'ingresso della tenda del convegno, l'altare di rame con la sua graticola di rame e tutti gli accessori dell'altare, 31 le basi del recinto, le basi della porta del recinto, tutti i picchetti della Dimora e tutti i picchetti del recinto.
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Esodo 39


L'abito del sommo sacerdote

39 Con porpora viola e porpora rossa, con scarlatto e bisso fece le vesti liturgiche per officiare nel santuario. Fecero le vesti sacre di Aronne, come il Signore aveva ordinato a Mosè.

L'efod

Fecero l'efod con oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto. Fecero placche d'oro battuto e le tagliarono in striscie sottili, per intrecciarle con la porpora viola, la porpora rossa, lo scarlatto e il bisso, lavoro d'artista.Fecero all'efod due spalline, che vennero attaccate alle sue due estremità; così ne risultò un pezzo tutto unito. La cintura, che lo teneva legato e che stava sopra di esso, era della stessa fattura ed era di un sol pezzo: era intessuta d'oro, di porpora viola e porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Lavorarono le pietre di ònice, inserite in castoni d'oro, incise con i nomi degli Israeliti, secondo l'arte d'incidere i sigilli.Fissarono le due pietre sulle spalline dell'efod, come pietre a ricordo degli Israeliti, come il Signore aveva ordinato a Mosè.

Il pettorale

Fecero il pettorale, lavoro d'artista, come l'efod: con oro, porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto. Era quadrato e lo fecero doppio; aveva una spanna di lunghezza e una spanna di larghezza. 10 Lo coprirono con una incastonatura di pietre preziose, disposte in quattro file di pietre. Una fila: una cornalina, un topazio e uno smeraldo, così la prima fila. 11 La seconda fila: un turchese, uno zaffìro e un berillo. 12 La terza fila: un giacinto, un'àgata e una ametista. 13 La quarta fila: un crisòlito, un ònice e un diaspro. Erano inserite nell'oro mediante i loro castoni. 14 Le pietre corrispondevano ai nomi degli Israeliti: dodici, secondo i loro nomi ed erano incise come i sigilli, ciascuna con il nome corrispondente, secondo le dodici tribù. 15 Fecero sul pettorale catene in forma di cordoni, lavoro d'intreccio d'oro puro. 16 Fecero due castoni d'oro e due anelli d'oro e misero i due anelli alle due estremità del pettorale. 17 Misero le due catene d'oro sui due anelli alle due estremità del pettorale. 18 Quanto alle due altre estremità delle catene, le fissarono sui due castoni e le fecero passare sulle spalline dell'efod, nella parte anteriore. 19 Fecero due altri anelli d'oro e li collocarono alle due estremità del pettorale sull'orlo che era dalla parte dell'efod, verso l'interno. 20 Fecero due altri anelli d'oro e li posero sulle due spalline dell'efod in basso, sul suo lato anteriore, in vicinanza del punto di attacco, al di sopra della cintura dell'efod. 21 Poi legarono il pettorale con i suoi anelli agli anelli dell'efod mediante un cordone di porpora viola, perché stesse al di sopra della cintura dell'efod e perché il pettorale non si distaccasse dall'efod, come il Signore aveva ordinato a Mosè.

Il manto

22 Fece il manto dell'efod, lavoro di tessitore, tutto di porpora viola; 23 la scollatura del manto, in mezzo, era come la scollatura di una corazza: intorno aveva un bordo, perché non si lacerasse. 24 Fecero sul lembo del manto melagrane di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto. 25 Fecero sonagli d'oro puro e collocarono i sonagli in mezzo alle melagrane, intorno all'orlo del manto: 26 un sonaglio e una melagrana, un sonaglio e una melagrana lungo tutto il giro del lembo del manto, per l'esercizio del ministero, come il Signore aveva ordinato a Mosè.

Abiti sacerdotali

27 Fecero le tuniche di bisso, lavoro di tessitore, per Aronne e per i suoi figli; 28 il turbante di bisso, gli ornamenti dei berretti di bisso e i calzoni di lino di bisso ritorto; 29 la cintura di bisso ritorto, di porpora viola, di porpora rossa e di scarlatto, lavoro di ricamatore, come il Signore aveva ordinato a Mosè.

Il segno della consacrazione

30 Fecero la lamina, il diadema sacro d'oro puro, e vi scrissero sopra a caratteri incisi come un sigillo: «Sacro al Signore». 31 Vi fissarono un cordone di porpora viola per porre il diadema sopra il turbante, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
32 Così fu finito tutto il lavoro della Dimora, della tenda del convegno. Gli Israeliti eseguirono ogni cosa come il Signore aveva ordinato a Mosè: così essi fecero.

Consegna a Mosè delle opere eseguite

33 Portarono dunque a Mosè la Dimora, la tenda e tutti i suoi accessori: le sue fibbie, le sue assi, le sue traverse, le sue colonne e le sue basi, 34 la copertura di pelli di montone tinte di rosso, la copertura di pelli di tasso e il velo per far da cortina, 35 l'arca della Testimonianza con le sue stanghe e il coperchio, 36 la tavola con tutti i suoi accessori e i pani dell'offerta, 37 il candelabro d'oro puro con le sue lampade, le lampade cioè che dovevano essere collocate sopra di esso, con tutti i suoi accessori, e l'olio per l'illuminazione, 38 l'altare d'oro, l'olio dell'unzione, il profumo aromatico da bruciare e la cortina per l'ingresso della tenda. 39 L'altare di rame con la sua graticola di rame, le sue stanghe e tutti i suoi accessori, la conca e il suo piedestallo, 40 i tendaggi del recinto, le sue colonne, le sue basi e la cortina per la porta del recinto, le sue corde, i suoi picchetti e tutti gli arredi del servizio della Dimora, per la tenda del convegno,41 le vesti liturgiche per officiare nel santuario, le vesti sacre del sacerdote Aronne e le vesti dei suoi figli per l'esercizio del sacerdozio. 42 Secondo quanto il Signore aveva ordinato a Mosè, gli Israeliti avevano eseguito ogni lavoro. 43 Mosè vide tutta l'opera e riscontrò che l'avevano eseguita come il Signore aveva ordinato. Allora Mosè li benedisse.


giovedì 9 maggio 2013

Il Bisso



Il Bisso ha una storia che si perde nella notte dei tempi. La Bibbia ne parla come tessuto del Re Salomone, della Regina Ecuba, così come pure Aristotele ne racconta… ma Io invece posso dire che ha fatto parte della mia vita e ne farà parte finchè vivrà e terrà fede al giuramento dell’acqua che lo accompagna.: Il passaggio e le consegne delle leggi della Maestria Avvengono attraverso un giuramento che ne vieta l’Utilizzo per arricchimento personale: Il Bisso È e deve rimanere Bene di Tutti come il mare.
Ponente, Levante, Maestro e Grecale
Prendete La mia anima e
Buttatela nel fondale
Che sia la Mia Vita
Per Essere, Pregare e Tessere
Per Ogni Gente
Che da me và e da me viene
Senza Tempo.Senza nome, Senza Colore, Senza Confini,
Senza denaro
In nome del Leone dell’Anima Mia e
Dello Spirito Eterno
Così Sarà.
Il Bisso è una fibra di origine animale di particolare pregio: Viene prodotta da un grande mollusco Bivalve presente nei fondali del mar mediterraneo: Il suo colore ambrato e scuro si modifica se viene esposto alla luce dove per effetto dei raggi del sole diventa oro. Mentre ai tempi di mia nonna, i pescatori pescavano le pinne e si aveva la possibilità di avere a disposizione grandi quantità di filato di lunghezza apprezzabile, utile a poter eseguire tessuti interamente lavorati per ordito e trama di Bisso: Il Bioccolo di seta, veniva estratto con uno strappo e fatto essiccare all’ombra in modo da poter eseguire una cardatura con cardi di ferro grossi e poter dopo la dissalatura della fibra, filarlo e ritorcelo con l’utilizzo di fusi pesanti e cannocchie dove la fibra veniva avvolta in quantità pari a 300 gr. Per volta per poter ottenere matasse di filato che fossero utili a stendere orditi lunghi fino a 17 mt. di lunghezza che servivano a costituire il letto dei fili che permetteva con trame diverse la Tessitura di teli di orbace utili a creare abiti di pregio inestimabile riservati a Papi e Regine o Capi di Stato. Naturalmente visto che Io desideravo,cercai di mantenere l’equilibrio tra mare e terra e di mantenere in vita sia la memoria storica del tessuto che Il rispetto per la natura. Dopo aver giurato a mia nonna e al mare che avrei continuato a conservare per tutti questa arte mi sono preoccupata per anni di studiare l’eco-sistema della mia Isola in maniera da scoprire che in particolari periodi dell’anno Il fango dei fondali della Laguna diventa morbido per le particolari condizioni climatiche e quindi è possibile estrarre l’animale senza fargli male ed è anche possibile tagliare la seta e rimettere a dimora l’animale senza danneggiarlo ottenendo in regalo dal mare quanto indispensabile a produrre tessuti di pregio inestimabile destinati al piacere di tutti ma riservati alla sola conservazione storica di questa arte: È stato infatti necessario modificare totalmente la lavorazione e la filatura della fibra. E’ anche ovvio che la lavorazione per la sua complessità e anti-economica ed è quindi impensabile vedere la possibilità di poter usare questo tessuto per un’eventuale commercio sia pure di alto livello. Ma del resto non è mai stato il mio intento, visto che ho preferito seguire le leggi della Maestria che impongono la sola conservazione di questo bene a favore di tutti: Nel Giuramento dell’acqua è chiaramente espressa la volontà di mantenimento di un’arte come bene dell’umanità e non come proprio consumo personale. Si può anche parlare in senso tecnico di cosa è necessario fare per trattare la fibra, ma e ovvio che non si può tradurre in parole un patrimonio gestuale così antico. Vi dirà quindi cercando di essere, chiara quali sono le operazioni alle quali la fibra viene sottoposta, ma chi volesse cimentarsi in tali fatiche,dovrà frequentare per anni, la bottega di un maestro per cogliere gesti e movimenti e poter i imitare.
Si può raggiungere in un anno una raccolta di seta di circa 600 gr. in un banco di pinne di età adulta di circa sette anni.
La seta và dissalata per un periodo di 25 gg.
Avendo cura di cambiare ripetutamente l’acqua dolce fino alla completa dissalatura.
La fibra viene posta ad asciugare all’ombra fino a quando è perfettamente asciutta.
Viene immersa in un bagno composto da vari elementi naturali che la rendono elastica e pronta alla lavorazione. Dopo questo trattamento si presenta lucida, e di un bel colore ambrato.
La fibra viene fatta asciugare in posto ventilato e ombroso perchè non si disidrati troppo.
Per la cardatura, viene utilizzato un cardo a spilli molto piccolo , utile a separare le fibre dalle eventuali minuscole alghe ancora presenti.

Per la filatura è invece indispensabile usare un piccolo fuso con la testa di diametro non superiore a cm3,5 e con una bacchetta non più lunga di 20cm.
La filatura è molto complessa visto che si devono concatenare fibre non più lunghe di 2 o massimo 3cm. Viene eseguita molto velocemente e per torsione con l’uso delle sole mani senza nessun ausilio per tenere la fibra e il risultato è eccellente sia per tenuta che per morbidezza.
La fibra così ottenuta è utile a esecuzioni di particolare pregio e può essere utilizzata in diverse metodologie di lavorazione: La tessitura di tessuti eseguiti con le unghie è ancora in auge nella mia stanza e può essere fruibile dal pubblico: Essa viene eseguita su orditi di lino e la battitura può avvenire solo con l’utilizzo di pettini di canna.



Abbiamo avuto il piacere di incontrarci in questo piccolo accesso alla mia vita di maestro di Bisso ma e ovvio che nulla può dare un così piccolo scrivere, per conoscere apprezzare e amare bisogna entrare nel mondo magico della Bottega dove l’arte vive senza la paura di essere venduta e dove l’incontro con chi la ama e la difende diventa… un momento da vivere che non può essere descritto neanche da un maestro.

                                                                                      Chiara Vigo

lunedì 6 maggio 2013

Sulki, l'attuale Sant'Antioco, in età fenicia e punica

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM
di Pierluigi Montalbano


Le fonti romane ci parlano di Sulci mentre in lingua semitica, in fenicio, era Sulki. Si trova sul versante orientale dell'omonima isola, e il reimpianto moderno del paese ha determinato lo spoglio sistematico delle strutture antiche. Le fortificazioni chiudevano la città e il tophet, il santuario a cielo aperto che ospitava i bambini nati morti, o in giovanissima età, era, come di consueto per quel genere di luoghi, al di fuori delle mura.
Nell’area del cronicario, in corrispondenza dell’attuale ospedale, furono individuati negli anni Ottanta alcuni ambienti abitativi che si riferiscono all’VIII a.C. É un rinvenimento importante perché in tutta la Sardegna abbiamo solo poche tracce degli insediamenti arcaici: qualche muro e una striscia di fondazione a Cagliari, un battuto a Nora, poco a Tharros. A Sulki non c’è monumentalità, solo due isolati con una serie di vani che presentano pavimenti in terra battuta, muri con zoccolo in pietrame bruto, cementato con malta di fango, e un alzato, oggi scomparso, in mattoni crudi. Parte dei materiali frammentari rinvenuti sono di importazione (euboici di Pitecusa e corinzi), ma altri sono di produzione mediterranea, e mostrano che la città fu frequentata commercialmente particolarmente intorno al 750 a.C. Alcuni materiali levantini sono di ispirazione varia, come la coppa con forma greca, decorata in quello stile tipico dell'età fenicia, con un volatile ripreso chiaramente dal repertorio euboico di Ischia, primo emporio greco in occidente. 
Le fortificazioni si trovano nella zona del fortino sabaudo, nell’area destinata all'Acropoli. Gli scavi furono condotti inizialmente da Pesce, poi da Barreca negli anni Settanta e recentemente da Tronchetti, e hanno portato alla luce delle strutture che iniziano dietro il fortino e arrivano a una torre. Bartoloni sostiene che le fondazioni del fortino utilizzano la base della precedente torre punica perché la forma a zig-zag e i blocchi sono tipicamente punici. Le mura corrono fino ad una torre elicoidale addossata a una roccia e poi piegano verso il mare, chiudendo la città. In questo ultimo tratto si trova la necropoli punica. Dietro la chiesa di Sant’Antioco si trova un breve tratto realizzato in blocchi squadrati, in parte bugnati e messi in opera a secco. Barreca ha individuato un camminamento di ronda, ma non lo ha mai pubblicato. Nell’area alta dell’acropoli, vicino al deposito della Soprintendenza, ci sono delle strutture bugnate in calcare chiaro e tufo scuro. Vicino a questa zona troviamo un edificio con otto colonne di età repubblicana, di incerta interpretazione, che racchiude due ambienti.
La datazione delle fortificazioni è fonte di dibattito fra studiosi. Per Barreca, che le individua nella parte alta del Monte de Cresia e nell'Acropoli vicino al fortino sabaudo, sono di età fenicia (come le altre che scavò in giro per la Sardegna), costituite da spesse mura in pietrame bruto a doppio paramento. In seguito ci furono una fase tardo punica, contraddistinta da blocchi squadrati, e una fase romana. 
Bartoloni, già dagli anni Ottanta, non accetta questa ipotesi, proponendo che nessuna delle città di età fenicia avesse fortificazioni e che queste, come tutte le altre strutture, si realizzarono solo a partire dall’inizio del V a.C. quando la Sardegna affrontò i cartaginesi che tentavano di sottometterla.



Tronchetti negli anni Novanta ha scavato nelle strutture delle fondazioni trovando materiali romani. Per lo studioso le mura sono state impiantate in età repubblicana con tecnica punica ma ha sondato solo pochi punti. Bisognerebbe riprendere gli scavi perché attualmente i dati sono contradditori. Negli anni Ottanta sono stati trovati i “Leoni di Sulci”, due grandi animali esposti al museo di Sant’Antioco, in posizione accosciata e con la coda rigirata attorno ad una zampa.
Sono inquadrati all’interno di un elemento che regola lo spazio con una base tronco-piramidale, rastremata verso l’alto, sormontata da un listello-toro, con sopra una gola egizia. Nella parte posteriore c’è una superficie piana con un incasso a sezione triangolare, forse per consentire l’inserimento dei leoni in una struttura monumentale. Al momento del rinvenimento i leoni erano reimpiegati ai lati di una nicchia chiusa da un muro rettilineo a due filari. Davanti abbiamo una grande arena ellittica delimitata da blocchi. La struttura è stata riferita a età repubblicana, quindi i leoni, essendo più antichi, furono certamente utilizzati per decorare un'altra struttura, probabilmente di tipo ellenistico con terrazze. Essendo fuori contesto si può fare una datazione solo su base stilistica. I leoni sono di tradizione orientale, siriana o siro-palestinese, che si mescola con influenze assire ed ittite. Questo tipo di leoni in oriente erano utilizzati nelle porte dei templi. Per alcuni studiosi ci sono influssi greci mediati dall’elemento etrusco. La cronologia porta al VI a.C. e la loro funzione era legata alla destinazione d’uso dell’area: militare per Moscati e Barreca, perché vicina alle fortificazioni e perché forse erano sistemati ai lati della porta di ingresso; religiosa per Bartoloni e Tronchetti perché dopo la collocazione militare l’area fu risistemata con una struttura di età repubblicana con un vano diviso in due, una serie di colonne e pavimento in cocciopesto con tessere bianche, quindi un tempio con i due leoni ai lati dell’ingresso. Bernardini, di recente, ha avanzato un’altra ipotesi: c’era la destinazione sacra dall’inizio e le statue erano all’interno di una struttura punica come braccioli di un trono monumentale.
Alcuni vasi funerari arcaici, quasi intatti, sono visibili in collezioni private di Sant’Antioco ma non conosciamo l’ubicazione del cimitero di età fenicia, a eccezione di una sepoltura scavata presso Piazza Italia, a 100 m dal mare, e datata al VII a.C. La necropoli punica è in parte ricoperta dall’attuale urbanizzazione. Si trova a valle delle fortificazioni, all’interno del fossato. Sono sepolture in grandi camere e, come quelle di Tuvixeddu a Cagliari, sono state riutilizzate fino al secolo scorso come abitazioni. Ci sono due varianti: la più antica, datata agli inizi del V a.C., è costituita da tombe con dromos larghi e monumentali con scale ben definite, e camera rettangolare. Le più recenti, del IV a.C., sono ancora più grandi, con dromos stretto e camera separata da un tramezzo, risparmiato nella roccia, che delimita due vani ben distinti. 


All’interno la deposizione funeraria era spesso praticata all’interno di bare lignee in cui si sono ben conservati i resti delle ceramiche di corredo e qualche legno. La copertura era a lastre e sopra c’erano i segnacoli in pietra. In epoca romana le tombe puniche sono state riutilizzate come catacombe, a volte unendo le varie camere. Sotto la chiesa ci sono molte di queste tombe e l’area è visitabile: attualmente c'è un ristorante, dietro la chiesa della piazza, che conserva alcune tombe nella cantina. Le bare erano spesso poggiate su due blocchi in pietra, sollevate dal suolo. C’è anche la presenza di linee di pitture sulle pareti, come nelle tombe africane degli antichi libici, gli indigeni trovati dai levantini durante le navigazioni commerciali mediterranee. I cartaginesi non si sono mischiati con loro e con i libici. Pur subendo l’influenza della tradizione punica, hanno mantenuto alcuni tratti caratteristici della loro cultura che poi hanno portato nelle loro città. Quando i cartaginesi conquistarono commercialmente la Sicilia e la Sardegna, attuarono una politica capillare di sfruttamento delle risorse agrarie e minerarie, attuando il ripopolamento nelle colonie perché i nuclei di sardi erano minimi. A questo scopo inviarono intere comunità di africani in Sardegna, costituite solo in minima parte da cartaginesi: alcuni suffeti (prefetti) e qualche amministratore, mentre la maggior parte era composta da indigeni punicizzati. In sostanza la cultura si è miscelata fra libici, punici e sardi, e ciò spiega i segni di pittura in ocra rossa sulle pareti delle tombe, così come si notano a Cagliari, Tharros, Olbia e Monte Luna, mentre a Cartagine non ci sono tombe dipinte.



A Sant’Antioco negli anni Novanta sono stati trovati due importanti altorilievi posizionati sulla testata dei tramezzi, con lo scopo di dividere in due la tomba. Uno di essi è stato restaurato malamente, nel senso che i caratteri originari non sono stati rispettati, ed è in corso un recupero per riportarlo all’antico. Si tratta di un personaggio maschile con barba, con vesti egizie e in posizione incedente. Un braccio al petto e l’altro lungo i fianchi, con tracce di nero e arancio. La mano poggiata al petto porta dei bracciali. La datazione è del V a.C. L’altro, quello scavato da Bernardini, è colorato vivacemente, sempre di nero e arancio, e per evitare il degrado, è stato richiuso nella tomba. 
Il tophet si trova all’esterno delle mura, vicino alla torre con blocchi bugnati, ed è datato all’VIII a.C. Fu scavato negli anni Cinquanta da Pesce e mai pubblicato, ma sono state pubblicate le 1500 stele. Impiantato in terreno vergine, sul cosiddetto roccione sacro, presenta urne inserite nelle spaccature della roccia trachitica, frequentemente in pentole coperte con piatti. Uno dei più importanti materiali restituiti è un’olla pitecusana (euboica) datata al 730 a.C. Questo vaso non dovrebbe trovarsi in un tophet, forse si tratta di un ricco commerciante levantino che per deporre suo figlio ha comprato un vaso di grande pregio e l’ha deposto nel tophet, oppure si tratta di un greco euboico che praticava il culto fenicio. Non si è certi se all'interno vi sia un bambino sulcitano figlio di orientali o pitecusano o euboico, ma comunque è uno straniero. C’è anche un’anfora, a corpo ovoidale, in stile fenicio del VIII a.C. che ci rimanda ad ambito cartaginese perché la decorazione metopale a red slip, è tipica di Cartagine. Le urne ricollocate nel sito sono riproduzioni, per non sottoporre le originali al degrado naturale. 
Le stele di Sant’Antioco mostrano cippi semplici, a trono e a edicola che nella fase centrale del V a.C. mostrano una forte influenza egiziana. Alcune raffigurazioni presentano edifici sacri con pilastri, senza colonne, sormontati da una trabeazione e da una modanatura a gola egizia delimitata da listelli. Sopra c’è la decorazione ad urei con disco solare (serpenti sacri simboli solari), tipico fregio del coronamento dei templi egiziani. I personaggi sono vari: femminile con fiore di loto oppure con disco al petto (per alcuni si tratta di un tamburello per riti musicali); divinità aniconiche; sacerdotesse varie; personaggi maschili con barba e con una lancia in mano e dietro il tipico ricciolo che troviamo nella tiara di tipo siriano (quindi un elemento orientale). Moscati sostiene che il personaggio femminile sia una sacerdotessa intenta a suonare un timpano, e quello con la stola sarebbe il sacerdote. La stele ad edicola con questi personaggi è fra le più diffuse nell'iconografia sulcitana e non trova riscontro altrove. Quando i personaggi poggiano i piedi su un podio siamo certi che si tratta di divinità. La maggior parte dei capitelli non sono greci, spesso sono ripresi dall’architettura egizia.
Curiosamente, mentre altrove le stele a edicola scompaiono nel VI a.C., qui a Sulki continuano, pur trasformandosi. Nelle stele troviamo delle edicole con elementi classici greci sia nell'architettura che, gradualmente, nella iconografia delle nicchie. I personaggi hanno veste classica, anche se il significato è lo stesso: si passa da personaggi maschili con stola a personaggi femminili con disco. L'edicola ha capitelli, colonne e timpano con acroteri senza trabeazione (ancora simboli punici). La prima innovazione è il timpano. C'è un personaggio femminile con disco nel petto che mantiene abiti punici. In una colonna c'è un personaggio con stola e veste classica, timpano con acroteri con all'interno una rosetta. Abbiamo anche una stele polimaterica meno pregiata datata al II a.C. con colonne scanalate, capitelli senza trabeazione, timpano, acroteri e personaggio con stola. Si arriva alle ultime rappresentazioni che sono in materiale meno pregiato, ad esempio marmo, dove si vede l'influenza del mondo classico con fattezze tipiche greche. 
Mentre a Cartagine nel terzo strato di scavo si passa alla stele piatta che diventa un supporto per la rappresentazione, a Sant’Antioco abbiamo un fenomeno unico, con l’edicola tridimensionale che presenta però elementi classici inseriti in maniera artificiosa nello schema preesistente. Al posto dei pilastri compaiono delle colonne doriche, e il timpano è fiancheggiato da acroteri, ma scompare la trabeazione, fatto che causerebbe il crollo del tempio. Ciò è testimoniato dal fatto che non esistono templi fatti in questo modo. Al centro del timpano c’è la falce lunare che sormonta il disco solare, simbolo sardo-punico. Rimane la figura femminile con disco al petto o personaggi maschili con rosetta. La Dea Tanìt ha sulla spalla una stola, una veste di tipo classico, greco, contravvenendo alla moda precedente. Si giunge, dunque, a una commistione di stili e tradizioni.
Nel II a.C. si arriva a stele in marmo, edicola classica e personaggio con stola. Un’altra tipologia è quella con stele centinata, che ricompare in età tarda, intorno al III a.C., caratterizzate da animali (ovi-caprini) in atteggiamento di movimento. Stranamente questa tipologia ricompare dopo secoli di assenza, forse si tratta di animali sacrificati nei tophet.

domenica 5 maggio 2013

Sant'Antiogu Santu Sulcitanu - Santo patrono della Sardegna

MARCO MASSA  http://www.studio87.it
da http://www.santuantiogu.it/



Secondo la tradizione, Antioco nacque attorno al 95 - 96 d.C. in Mauritania, allora annessa all'Impero di Roma. Governatore di questa regione pare fosse lo stesso padre di Antioco, di cui non si conosce il nome, ma che di certo era di religione pagana, al contrario della moglie Rosa e dell'altro fratello Platano (il sardo Pardamu), sicuramente cristiani (in una chiesa rurale nei pressi di Villaspeciosa si vedono dipinti in un medesimo quadro i due santi Antioco e Platano).
Padre Tommaso Napoli nel suo libretto "Vita, Invenzione e Miracoli del glorioso Martire Sant'Antioco detto volgarmente Sulcitano" pubblicato a Cagliari nella Reale Stamperia nel 1734 descrive riccamente le opere del Santo: "Piamente e cristianamente educato il nostro Antioco applicossi dopo i primi studi a quello della medicina, che gli servì di mezzo opportuno per facilitargli la conversione d'un gran numero d'infedeli....
Sparsasi perciò ben presto la fama del disinteresse, della carità, e dei prodigi del cristiano medico, era incredibile il concorso di ogni genere di persone che a lui ricorrevano per sollievo, e costretto vedeasi chiamato da più parti a scorrere or in questa or in quella contrada, qual fatica però egli con piacere addossatasi.
Il nome, ed il grido d'un medico sì valente non poté restare lungo tempo ignoto al Romano Imperatore Adriano, che portato dal suo genio ambulatorio trovatasi verso l'anno di Cristo 126 in quelle regioni d'Africa".
L'imperatore fece comparire Antioco al suo cospetto e lo accusò, nella sua qualità di medico e scienziato, di aver prestato il suo nome ad una setta nemica dell'impero e di aver negato il culto degli dei per adorare un uomo crocifisso. Dalle parole Adriano passò alle minacce, poi ai supplizi. Antioco è sospeso all'eculeo, gli si applicano ai fianchi fiaccole accese, viene immerso in una caldaia di pece bollente, è destinato in pasto alle fiere, ma con fede incrollabile supera tutti i pericoli.
Allora Adriano lo invita nel tempio.
Padre Tommaso Napoli: " Misero che non vedea apparecchiarsi nuovi trionfi alla fede dei cristiani, ed a se, ed a' suoi idoli nuova confusione! Imperciocché entrato appena Antioco nel tempio dei falsi numi, invocato il nome del suo Dio e fattosi il segno della croce, tremò al punto la terra, si scossero le mura del tempio e caddero a terra infranti quanti idoli innalzato colà vi avea la cieca superstizion dei gentili. Fuggì Adriano e con esso tutta la corte ed il numeroso popolo ivi accorso temendo restar massacrati dalle rovine del crollante tempio..."
Il principe decide di mandare il santo in esilio.
onde fatto tosto il rescritto, ed intimatoglielo, fu Antioco consegnato ad un cavaliere, o capitano chiamato Ciriaco, affinché al luogo il menasse del suo destino. Imbarcati sopra una nave, dopo sofferte alcune furiose tempeste calmate colle orazioni del santo, approdarono alle spiagge dell'isola di Sulcis, e trovatala deserta, ivi lo lasciarono in abbandono".
La leggenda vuole che qui, raccolto in preghiera nella sua grotta, Antioco muore mentre attende di venir prelevato dalle guardie romane che dovevano condurlo a Karales. Subito dopo la sua morte, che la tradizione fissa attorno all'anno 127, la fama delle sue opere si sparse nel Sulcis e poi in tutta la Sardegna. Numerosi pellegrini accorrevano alla sua tomba e ne invocavano aiuto e protezione. Nel luogo del "martirio" del santo moro sulcitano (si tratta di un ipogeo punico monocellulare che fa parte di un complesso catacombale di notevolissime dimensioni ancora in gran parte inesplorato), sorse il primo nucleo di una delle cattedrali più antiche della Sardegna, il cui primo impianto, unito al cimitero catacombale, è datato V secolo.




Una lapide, anche questa databile allo stesso periodo rinvenuta nel 1615 sulla tomba che si suppone quella del santo cristiano, attesta la storicità del personaggio. L'iscrizione è da ritenersi, verosimilmente, come il documento più antico che riguarda Antioco; in questa è detto santo - BEATI SCI ANTHIOCI - e vescovo - PONTIFICIS XRI -. Le strutture originarie della chiesa sono tipiche dell'architettura bizantina. La cupola è senza dubbio l'elemento architettonico più importante e presenta come quella di S. Saturno di Cagliari, le scuffie agli angoli del quadrato su cui imposta, particolare costruttivo del IV-V secolo.
Questa lapide attesta che il culto di S. Antioco è antichissimo e forse già conosciuto prima del VI secolo. Nel 1089 il Giudice Costantino donava ai monaci Vittoriani di Marsiglia la chiesa di S. Antioco in Sulcis e questa, il 13 luglio 1102, veniva riconsacrata, dopo alcune riparazioni, dal vescovo Gregorio. Nel 1124 un altro Giudice di Cagliari, Mariano Torchitorio, donava al Santo tutta l'isola sulcitana che dal quel momento prenderà il nome di Isola di Sant'Antioco.
Importantissima è la donazione fatta dalla Giudicessa Benedetta di Lacon Massa e da suo figlio Guglielmo, Giudice della Provincia di Cagliari, a favore del Vescovo di Sulcis Bandino e dei suoi successori. La donazione è redatta in un vivace volgare sardo, ormai totalmente sganciato dal ruolo ancillare che aveva avuto in un primo tempo nei confronti del latino cancelleresco è riportata da Padre Salvatore Vidal nel suo manoscritto "Vida Martirio y Milagros de San Antiogo" conservato presso la Biblioteca Universitaria di Cagliari.
La trascrizione è tratta dall'originale contenuta in un libro intitolato Registro che Vidal afferma essere conservato nell'Archivio della Cattedrale di Cagliari.
Giovanni Pirodda sottolinea a proposito di questo testo la precocità, rispetto alle altre aree culturali, con cui il sardo afferma la propria emancipazione dall'oralità. "Ma ciò che risulta singolare al confronto con le situazioni parallele del mondo neolatino è il fatto che il volgare sardo si presenta fin dagli inizi come una delle lingue ufficiali delle cancellerie, in alternativa al latino, senza passare, come altrove, attraverso forme subordinate, come quelle della glossa e della citazione. I documenti sardi, esclusa l'invocazione iniziale, nascono già completamente volgari, o completamente latini: questi ultimi, di notevole correttezza linguistica e talora di apprezzabile eleganza; mentre i primi manifestano una rilevante coscienza dei problemi connessi alla scrittura del volgare e una buona attrezzatura culturale".