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mercoledì 1 maggio 2013

La Sagra di Sant'Efisio



Ogni primo maggio lungo le strade del centro storico di Cagliari si snoda la piu' grande e colorata processione religiosa del mondo.


di Paolo Matta
da http://www.sardi.it/


Correva l'anno 1652. La Sardegna veniva decimata da una terribile pestilenza: a Cagliari la popolazione si ridusse della metà. Dovunque era morte e disperazione.
La gente, allora, si rivolse ad un santo martire, Efisio di Elia, decapitato nel 303 a Nora, una località della costa cagliaritana, per non avere rinnegato la fede cristiana. Efisio si trovava in Sardegna, a capo di una guarnigione dell'esercito dell'imperatore romano Diocleziano, per reprimere le comunità dei cristiani presenti nell'isola. Ma, durante un trasferimento, ebbe una visione, simile a quella di Paolo sulla via di Damasco: da persecutore Efisio divenne il più fervente seguace di Gesù. Chiamato a rinnegare la fede cristiana, rifiutò e fu condannato a morte. Rinchiuso in un carcere della città (dove oggi sorge la chiesa a lui intitolata) venne trasferito in segreto sul litorale di Cagliari per evitare che la gente potesse opporsi alla sentenza. Sulla spiaggia di Nora fu decapitato da un soldato romano.

Il culto di Sant'Efisio, da allora, si diffuse a Cagliari e in tutta la Sardegna. La cripta del quartiere di Stampace, che fu il suo carcere, divenne ben presto un centro di spiritualità, mentre a Nora, sul luogo del martirio, in epoca successiva, venne eretta una deliziosa chiesetta a navata singola, poco distante dalla cittadina, oggi sepolta sotto le acque del mare.
Ma fu in occasione della peste del 1650, quella che viene descritta dal Manzoni ne "I Promessi Sposi", che Sant'Efisio legò per sempre il suo nome a quello di Cagliari e della Sardegna.

La municipalità, facendosi interprete dei sentimenti della popolazione scampata al contagio, fece un voto solenne al suo santo: se Sant'Efisio, con la sua potente intercessione, avesse fatto cessare la peste, i cagliaritani, ogni anno e per sempre in avvenire, avrebbero portato solennemente in processione il suo simulacro dalla chiesetta di Stampace fino a quella di Nora.

E la peste cessò per davvero. E dal 1656, ogni anno il 1° maggio, le genti della Sardegna, indossando i loro tradizionali costumi, ripetono questo gesto di ringraziamento al loro santo patrono.
E' la Sagra di Sant'Efisio: la più grande e colorata processione religiosa del mondo.
L'unica che dura quattro giorni, l'unica che compia un percorso che non conosce soste, se non per la notte. L'unica capace di unire tutte le genti di un'isola che è stata definita un "continente", per le profonde differenze culturali, sociali ed economiche presenti nel suo territorio.
La giornata centrale della Sagra è il 1° maggio: di certo, in questo giorno, già si celebravano dei riti legati al ringraziamento per il raccolto alla fine della primavera.
La liberazione dalla peste e il voto che ne è conseguito si sono "innestati" in queste celebrazioni del mondo agricolo fino a diventare, insieme, un evento di fede e di costume. All'inizio la Sagra era solo una piccola processione che accompagnava il simulacro del Santo a Nora: vi partecipavano confratelli e consorelle della Arciconfraternita del Gonfalone, una piccola scorta di miliziani, l' AlterNos, rappresentante del sindaco di Cagliari, il Decano del Capitolo Metropolitano, delegato dell'Arcivescovo di Cagliari.

Poi si aggiunsero i "cavalieri campidanesi", i gruppi in costume provenienti da tutte le zone della Sardegna, lo squadrone di miliziani assicurato dai vecchi rioni cittadini (soprattutto Villanova).
Oggi il 1° maggio, a Cagliari, sfilano 5.000 persone. Aprono una trentina di "traccas", carri ancora "a ruota piena", trainati da buoi, splendidamente addobbati con i prodotti dei campi, gli utensili della casa, i prodotti tipici della gastronomia sarda.
Quindi, pian piano, la processione si è arricchita di altri elementi. Dapprima le "traccas", carri a buoi che servivano per il trasporto e la vita della famiglia contadina, una sorta di primitivo "camper" o "roulotte" con il quale, soprattutto dal Campidano di Cagliari, si partecipava ai quattro giorni della processione.

La liberazione dalla peste e il voto che ne è conseguito si sono "innestati" in queste celebrazioni del mondo agricolo fino a diventare, insieme, un evento di fede e di costume. All'inizio la Sagra era solo una piccola processione che accompagnava il simulacro del Santo a Nora: vi partecipavano confratelli e consorelle della Arciconfraternita del Gonfalone, una piccola scorta di miliziani, l' AlterNos, rappresentante del sindaco di Cagliari, il Decano del Capitolo Metropolitano, delegato dell'Arcivescovo di Cagliari.

Quindi, pian piano, la processione si è arricchita di altri elementi. Dapprima le "traccas", carri a buoi che servivano per il trasporto e la vita della famiglia contadina, una sorta di primitivo "camper" o "roulotte" con il quale, soprattutto dal Campidano di Cagliari, si partecipava ai quattro giorni della processione.

Poi si aggiunsero i "cavalieri campidanesi", i gruppi in costume provenienti da tutte le zone della Sardegna, lo squadrone di miliziani assicurato dai vecchi rioni cittadini (soprattutto Villanova).
Oggi il 1° maggio, a Cagliari, sfilano 5.000 persone. Aprono una trentina di "traccas", carri ancora "a ruota piena", trainati da buoi, splendidamente addobbati con i prodotti dei campi, gli utensili della casa, i prodotti tipici della gastronomia sarda.

Seguono i gruppi in costume, a piedi, che recitano o cantano le preghiere della tradizione religiosa isolana, creando un clima di altissima suggestione. Spicca l'arancione del costume di Desulo, l'austero completo nero delle altissime e bellissime ragazze di Tempio, i corpetti ricchi d'oro dei costumi di Quartu, i piedi nudi dei pescatori del gruppo di Cabras.
Dietro i costumi i cavalieri, la parte più spettacolare della Sagra: dapprima quelli "campidanesi" seguiti dalle giubbe rosse dei miliziani, la scorta armata del Santo che, in antichità, proteggeva la processione dalle incursioni dei banditi frequenti lungo la strada del litorale.
La processione si snoda lungo le strade del centro storico tra due ali di folla strabocchevole.

A mezzogiorno in punto, dalla sua chiesetta di Stampace esce il Santo, dentro un secentesco cocchio dorato trainato da una coppia di giganteschi buoi. Precedono il cocchio la "Guardiania" in frac nero e cilindro, corpo scelto dei confratelli di Sant'Efisio che accompagnano a cavallo il Santo lungo il tragitto cittadino. Quindi l'AlterNos, scortato da due mazzieri del Comune in abito di gala e due fila di confratelli e consorelle in abito penitenziale.

Il suono delle "launeddas", tipico strumento a fiato sardo, precede il passaggio del Santo fra le folla che si accalca, che vuole toccare il cocchio, che, commossa, partecipa al secolare rito.
E passa, Efisio, tra la sua gente che non ha dimenticato i suoi interventi a favore di Cagliari e della Sardegna: come quando, nel 1793, liberò la città dall'assedio francese oppure, nel 1943, attraversò la città fatta a pezzi dalle bombe della "Grande Guerra", raccogliendo le lacrime e la disperazione dei cagliaritani che seppero, anche in quella occasione, ricostruire la città in pochi anni.

Giunto di fronte al Municipio, in una Via Roma infiorata (è il rito de "sa ramadura"), il cocchio del Santo viene salutato dalle sirene delle navi in porto e da un'ovazione della gente presente che, in piedi, si segna al suo passaggio.
La sagra, a quel punto, diventa festa di campagna: si passa per La Maddalena, Su Loi, Sarroch, Villa San Pietro, Pula e Nora. Dovunque si ripetono delle piccole sagre, con celebrazioni religiose e banchetti dove tutti sono invitati, nel segno della massima accoglienza e ospitalità.

Il 4 maggio la strada del ritorno: solo a tarda sera, alla luce di mille fiaccole, Sant'Efisio dentro il suo cocchio, fa rientro nella sua chiesetta stampacina.
Ancora fra migliaia di devoti che fanno ressa per poter entrare nel piccolo tempio, per stare ancora vicino al "loro" santo protettore.
"Atrus annus" è il saluto e l'augurio che ci si scambio. "Ad altri anni", perché a Stampace il 5 maggio si pensa già alla sagra dell'anno successivo.
E così da 353 anni.



















martedì 30 aprile 2013

Cagliari 1943 - Sant' Efisio sotto le bombe

La Festa di Sant'Efisio - TU, NOS, EPHYSI, PROTEGE

              TU NOS, EPHYSI, PROTEGE

Da ore la sfilata segna il passo tra gli isolati del centro, serpeggiando lentamente alla volta del mare della Scaffa. In coda sorge finalmente il Santo, risucchiato dal grembo di Stampace. Sono i membri della sua Arciconfraternita, dopo un altro anno, a riconsegnarlo alla luce. Volti compassati. uomini avvolti nei frac.
Non più nobili a rappresentare se stessi. Dai polsini inamidati emergono mani ispessite dal lavoro. Donne in abito nero. Cunfraris col saio azzurro e la mantella bianca. Sono i corifei del dramma collettivo che si rinnova. i depositari delle minuzie del rito. Gli intimi di Efis.
La scorta verso i luoghi del martirio. Il cocchio caracolla sulle asperità dell’asfalto, tra i petali dei fiori e lo sterco dei cavalli. Lo sguardo fisso della statua ondeggia enignamente sulla folla. Cercato dagli occhi di chi chiede una grazia, si sporge in una promessa, rinnova un voto. In mezzo al chiasso dei gitanti spensierati e dei turisti curiosi. Al passaggio del santo la fiumana di persone gli si richiude dietro in una scia vociante.
Fuori dalla città la processione si sgretola. Tornano a casa le traccas, i cavalieri, il folklore. Molti si danno convegno per le bevute e i balli della sera. 
Restano i pellegrini. Accompagnano il santo a Giorgino, dove lasciati gli ori indosserà i più modesti abiti di campagna, prima di proseguire il suo viaggio. Ripartono in pochi, un corteo incupito che si serra attorno al cocchio in un abbraccio confidente. Si lasciano portare e insieme sospingono il santo verso la sua palma di martirio. Alcuni sono scalzi, tutti pregano.
invocano al santo un'ccezione per sé, la salvezza di una persona cara,un'argine alle nuove pesti. Sul loro mormorio si alzano solo i comandi severi del bovaro. Il camino verso nora, con le sue soste rituali, dura tre giorni. 
La pioggia invocata viene accolta come un miracolo, e i piedi nudi all'arrivo non avranno una piaga. Efis tornerà dai suoi, a Stampace. 

La Festa di Sant'Efisio - Ex voto suscepto


Ex voto suscepto
Si è detto di Sant’Efisio come festa enciclopedica, simultanea apertura annuale di tutti i forzieri della tradizione. Ma Sant’Efisio è festa delle feste anche perché compendio di tutti gli elementi qualificanti delle celebrazioni tradizionali, loro paradigma completo.
C’è il Santo intercessore, l’offertorio popolare, la processione rituale, il suo allungarsi in pellegrinaggio, il santuario fuori porta, la durata plurigiornaliera delle celebrazioni, il repertorio di preghiere dedicate. C’è il voto: Sant’Efisio è missa e promissa (1). Cioè festa ex voto suscepto (conseguente alla promessa assunta) e l’occasione dell’impegno solenne collettivo fu l’epidemia di peste che si abbattè sulla Sardegna alla metà del Seicento.
Ma i meriti di Efisio erano già cari ai sardi da lungo tempo. Da quando, soldato di Diocleziano – a seguito di una visione celeste che gli notificò, con due stimmate in forma di croce e di foglia di palma sulle mani, il martirio futuro – si rifiutò di eseguire gli ordini e di angariare i cristiani della nostra isola. Se ne interessò l’imperatore in persona, che lo fece imprigionare e torturare. Ma Efisio non cedette. Né il ferrò pagano poté segnarne le carni; gettato in una fornace ne uscì invece temprato.
Per vincerlo bisognò decapitarlo.
Avvenne a Nora, città costiera prima punica poi romana, dove in ricordo sorse l’omonima chiesa campestre, oggi di impianto protoromanico ma su una presumibile precedente costruzione alto medievale, cioè di un tempo più prossimo ai fatti. Un santuario di fondazione dunque, non di quelli il cui edificio è sopravvivenza di precedente centro abitato, ma di quelli che invece rimontano a una deliberata edificazione su misura. Riferita, in questo e in altri casi, a un singolo episodio notevole.
E che come tutti i santuari campestri – almeno nella rigida divisione tradizionale sarda tra travillam e saltus (nucleo abitato e campagna) – costituisce mediazione e ricomposizione di un dualismo: tra il colto e l’incolto, tra l’ordine umano e la potenza disordinata della natura, tra il sacro e il profano. E nel suo ruolo di avamposto morale, in questa fattispecie paleocristiana, stabilisce il segno durevole della buona novella vittoriosa sulle insidie pagane.
In quest’ottica dualistica la chiesetta di Nora può essere considerata santuario campestre di Cagliari, come osserva Giulio Angioni. E di questa geografia spirituale disegnata dalla costellazione di santuari campestri della Sardegna, ai primi di maggio assurge senz’altro a capitale.
Alla sua volta, con trenta chilometri da percorrere, la processione cittadina diventa pellegrinaggio.
In una prima di cinque tappe, presso la chiesetta della spiaggia di Giorgino, il Santo lascia i paludamenti da parata e gli ori votivi di cui è carico, per indossare le più modeste vesti da campagna, casomai i pirati al largo lo avvistassero per approdare e rapinarlo.
Così, lungo l’arco morale che separa dalla meta si spengono i colori e si prosegue in un camminare silenzioso e confidente, guidato della cerchia ristretta del Santo in esercizio confirmatorio di dedizione privilegiata.
Seguono gli avventizi del voto, che invocano ancora un’eccezione per sé, fiduciosi di trovarsi nel luogo dove il Santo può accorgersi più facilmente di loro.
De Casteddu appassionau Di Cagliari appassionato
Sempri siais difensori Sempre siate difensore
Sighei a essiri intercessori, Continuate a essere intercessore,
Efis Martiri sagrau. Efisio Martire consacrato.
Così recitano i goccius(2). Dove Efisio, come ogni santo di elezione popolare, è definito “intercessore”. Parola che il lessico liturgico attinge dalla nomenclatura giuridica, nella quale significa precisamente “garante”. E a dare uno sguardo più a fondo, all’origine latina del termine, ben si capisce come la sua adozione teologica si sia arricchita di un senso duplice:inter cedere significa “passare attraverso”, ovvero squarciare la frontiera tra la terra e il cielo e additare alla sovrabbondante grazia divina il varco attraverso il quale mostrarsi quaggiù (come tipicamente testimoniano gli ex voto dipinti); ma anche significa “mettersi tra”, cioè frapporre una mano misericordiosa fra i rovesci della vita e i salvati.
Ecco che laddove il dipinto votivo deposto nel tempio P.G.R.(3) può considerarsi fotogramma di sventura singolare e personale preghiera illustrata, la “sfilata” di Sant’Efisio, e poi il suo allungarsi in pellegrinaggio, è supplica plenaria e dinamica, intero film. A dare evidenza estrema all’aspetto essenziale di tutti gli ex voto (esclusi quelli segreti): essere certificazione pubblica di un debito contratto in un momento difficile, da esibire al Santo ma soprattutto agli occhi di tutti: offerti al cielo ma rivolti alla comunità. Della quale la sagra di Sant’Efisio in un certo senso costituisce la meravigliosa e vasta historia illustrata.

Bruno Piras

Note
1) Messa e promessa. Qui con casuale ma felice pertinenza dell’etimo condiviso, risalente alla formula di commiato del rito ecclesiale (ite, missa est = andate, è stata inviata) in uso proprio ai tempi di Efisio, quando il cristianesimo perseguitato scioglieva l’agape non appena l’eucarestia era stata appunto “inviata” (missa) all’esterno, verso coloro che, per divieto, prudenza o impossibilità, non erano potuti convenire. 
2) Versi di preghiera tradizionale in sardo.
3) Per Grazia Ricevuta, sigla che contassegna gli ex voto deposti nelle chiese.


Tu nos,Ephysi,protege - Un documentario di Marina Anedda

Tu nos, Ephysi, protege


Un documentario di Marina Anedda.


La Festa di Sant'Efisio - LaFesta




La Festa.

http://magazine.snav.it/sardegna-la-sagra-di-s-efisio-a-cagliari/
Il primo maggio, in Sardegna, prima ancora che il lavoro si è sempre festeggiata la festa. Rubando alcune osservazioni di Giulio Angioni, antropologo caposcuola degli studi di cose sarde – e nella speranza di non tradirne il senso –, si può infatti definire la sagra cagliaritana di Sant’Efisio come festa della festa. Di tutte le feste dell’Isola. Non solo perché, banalmente,majore tra minores(1) o manna tra pittikkas(2)Non solo quindi perché più ricca e vasta, ma perché paradigma stesso di ogni festa indigena.
Più ricca senza dubbio: vi trova posto il meglio di tutte le dovizie e i fasti dell’Isola. Festa di primavera, momento di riepilogo e annuncio di prossima ripartenza, apertura anticipata del ciclo delle ricorrenze estive, dedicate – ciascuna – al santo eletto come peculiare e proprio, e insieme – tutte – alle paganissime celebrazioni del comune e condiviso calendario agropastorale. Ecco, in onore al santo, le doverose esibizioni propiziatorie di abbondanza e la distribuzione di dolci e pani alla folla, in una sorta di comunione preliturgica officiata in modo orizzontale e laico. Largizioni parche e solo simboliche: i partecipanti sono migliaia e non ce ne sarebbe certo per tutti. Ma sufficienti a esibire, in simulacro, la generosità obbligatoria dell’ultimo affondo possibile alle scorte e ai granai, a due mesi ancora dalle nuove messi estive.
Più vasta: alle altre feste gli obbreris(3) apparecchiano il meglio della propria – singola – tradizione paesana, e tutti gli altri partecipano da ospiti. A Sant’Efisio ciascun paese partecipa da protagonista, e prima che ospite è attore a confronto con tutti gli altri attori.
Sant’Efisio come festa enciclopedica della Sardegna, dunque. Come florilegio, meglio del meglio di ogni sardità. Collazione di tutte le strumentazioni materiali festive. Le traccas (carri) addobbate non riportano a casa carichi di paglia e villani affaticati, ma persone festanti, doni e fiori; i buoi sono strigliatissimi e adornati da finimenti ricamati e arance infisse sulle corna; i pani sono quelli più bianchi, di farina sceltissima. Per un giorno tutto è sublimato, sollevato da terra (in questo caso è proprio quella dei campi). Soprattutto le persone: vestono più dei panni buoni e del miglior decoro della domenica. Indossano l’intero repertorio dell’arcadia di Sardegna, dove tutto, in quel tempo, era facile, pacificato e felice. Si esibiscono cioè le fonti sentite come autentiche, primigenie ed esclusive, delle varie identità visive, e più in generale culturali, dell’Isola.

A volte si tratta di tradizioni mai interrotte del tutto: ancora pochi anni or sono non era raro imbattersi, nella piazza del Carmine scalo dei taxi interpaesani, in una donna di Desulo, di Aritzo o di Tonara spontaneamente vestita col suo “costume” originale. Qualche volta si tratta invece di operazioni di recupero colto, di fatture sartoriali rivitalizzate a tavolino (in certi casi anche con ricostruzioni integrative “per analogia”), volute con ogni forza poco prima che tutto fosse perduto per sempre, travolto dalla modernità alloctona e sepolto per sempre dalla civiltà omogenea delle merci seriali.
Nella festa si confrontano dunque tutte le filologie folkloriche isolane, tante quanti i campanili di Sardegna. Filologie che spesso postulano, più o meno consapevolmente, una visionecreazionista dei loro elementi qualificanti. Si attinge cioè a un fondale mitico, a una fissità delle specie collocate nell’affresco di un magnifico e immoto “come eravamo”. Voluto, ogni anno che passa, più ricco di com’era, più socialmente partecipato, più fastoso di quanto avrebbe potuto mai essere. Ciascun costume (e anche ciascuna costumanza) è perciò sentito, nella museizzazione di oggi, “severamente così” e “assolutamente non in altro modo”, a volte in un paradossale primato del dover essere sull’essere. E a questa concezione necessariamente irrigidita, a questa meritoria “conservazione” – controllata a vista dalle pro loco, dai gruppi folk, dai comitati, dai sinceri appassionati – fa ovviamente buon gioco la cessazione dell’osmosi vitale, a opera del cataclisma improvviso della modernità, che aveva espresso le meraviglie che vediamo esibite durante la festa.
Tuttavia, anche all’interno di questo quadro “atemporale”, la dimensione storica traspare. Frac e cappelli a cilindro sono quelli della nobiltà di sopravvivenza feudale e quelli dell’avanzare tardivo della borghesia locale che ne contendeva il primato; l’ordine sociale è garantito in simbolo da miliziani settecenteschi affiancati da carabinieri ottocenteschi; lo stesso simulacro del santo, osserva Giulio Angioni, è abbigliato come soldato romano ma acconciato comehidalgo spagnolo.
Non è però questo tipo di considerazioni a incantare lo spettatore, turista italiano o straniero o gitante sardo. È il tripudio di colori, di pizzi bianchissimi, di velluti di grammatura regale, di fatture minuziose. Lo scintillio di ori e argenti finissimi, la sincronia improvvisa dei passi di ballo, il suono ipnotico delle launeddas(4).
Il vertiginoso succedersi di bellezza.
Per questo la festa di Sant’Efisio la si sente chiamare spesso “sfilata”. I diversi paesi, a decine, avanzano lungo le strade del centro tra due ali di folla fittissima, annunciati dai loro stendardi ricamati o avvistati per i loro colori dominanti. Ne sortisce a momenti un involontariobeauty contest, con molti vincitori sanciti a più riprese dall’intensità degli applausi.
E lo spettatore può restarne sorpreso due volte, a contrasto con l’immagine austera, a tratti cupa, con cui viene percepita la Sardegna tradizionale, coi neri delle sue vedovanze perenni e i marroni dei suoi uomini di campagna.
A far partire l’applauso, durante questo plenario e totalizzante folk pride, può essere la leggerezza di una danza o la grazia di un portamento. La fiera compostezza virile o il sorriso di modestia muliebre, virtù morali tradizionalmente molto coltivate, e anch’esse in sfilata.
Ma soprattutto sono, ancora una volta, i complessi costumi femminili, fruscianti di stoffe azzimate e ammantatrata a Dante, che fraintendendo (Commedia, 2, XXIII, 94 - 102) ne scambiò il misterioso e inespugnabile pathos per licenziosa impudicizia.

Bruno Piras

Note
1 logudorese: maggiore tra minori
2 campidanese: grande tra piccole 
3 organizzatori responsabili della festa
4 strumento ancestrale ad ancia, a tre cannei di veli e ampi scialli. Con gonne serrate in vita e bustini stretti, propizi solo a portamenti alteri. A sostegno di corolle di camicie di lino ricamato costellate di gioielli, in una sensualità severa e arcana. Di cui forse giunse notizia esage


Tu nos,ephysi,protege - Un documentario di Marina Anedda

sabato 5 maggio 2012

festa di sant 'Efisio - culto e processione

Efisio è patrono dell'Arcidiocesi e compatrono di Cagliari: una devozione "viscerale" l'ha portato a soppiantare nel cuore della gente il primo patrono di Cagliari, San Saturno. È venerato in ampie zone dell'isola, e in modo particolare nella regione sud-occidentale. Le grandiose celebrazioni che si svolgono a maggio in onore di Efisio affondano le radici nel secolo XVII. L'epidemia di peste che colpì l'isola alla metà del secolo viene ricordata come una delle più drammatiche calamità che l'isola ha subito in epoca moderna, come durata e numero di vittime. L'11 luglio del 1652 la Municipalità di Cagliari si appellò a Sant'Efisio affinché proteggesse la città dal morbo, e l'assemblea civica espresse un voto con cui si impegnava a tributare ogni anno una processione in suo onore. Nel maggio del 1657 avvenne la prima solenne processione per lo scioglimento del voto: il simulacro del Santo venne trasportato fino alla chiesetta di Nora, accompagnato dalle autorità cittadine e dai rappresentanti di tutti i paesi liberati dal morbo. Ma Cagliari è debitrice nei confronti di Efisio per un suo secondo intervento prodigioso. Tra il 17 e il 18 febbraio del 1793, la flotta francese comandata dall’ammiraglio Truguet assediava Cagliari con un fitto bombardamento. I Cagliaritani invocarono il loro protettore e le milizie popolari capeggiate da Girolamo Pitzolo respinsero i francesi sbarcati sulla spiaggia di Quartu S. Elena. Al Santo venne attribuito il titolo di "comandante supremo dei combattenti".