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mercoledì 8 maggio 2013

Le rotte degli Shardana e gli studi sul sistema metrico dei protosardi

di  Giovanni Ugas
da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

Tra i campi di indagine di Giovanni Ugas, docente di Preistoria e Protostoria all’Università di Cagliari, vanno segnalati, oltre agli originali elementi alfabetici nati nell’Isola dopo il periodo nuragico, i sistemi ponderali e metrico lineari in uso nella Sardegna dell’antichità, basati sulla ricorrenza del 5,5 (grammi e centimetri) come parametro ricorrente. Nel contributo che pubblichiamo il professore presenta una breve sintesi dell’articolo “I segni numerali e di scrittura in Sardegna tra l’età del Bronzo e il I Ferro” nel quale affronta la problematica dei codici numerali e di scrittura al tempo dei nuraghi. Questo studio uscirà dalle stampe nella collana di Studi Archeologici “Tharros felix” (V) curata da Raimondo Zucca e da altri docenti archeologi e storici dell’Antichità per conto della casa editrice Carocci di Roma.


È noto che per circa sette secoli, tra l’età del Bronzo medio e finale (all’incirca dal 1600 al 900. C.), le popolazioni sarde furono governate dai capi tribù che risiedevano nei nuraghi mentre il resto della popolazione dimorava nelle modeste abitazioni dei villaggi. Il commercio intertribale era aperto alle transazioni con regioni d’oltre mare e almeno dal XIV a.C. la Sardegna fu raggiunta da contenitori in ceramica dipinta, grandi lingotti ox-hide in rame, manufatti in avorio e vetro del bacino orientale del Mediterraneo, mentre i Sardi navigavano con le loro merci in Sicilia, Grecia e Creta. É chiaro che, allora, i Sardi frequentavano popolazioni che adoperavano la scrittura e non a caso in 8 lingotti in rame importati (forse tramite Creta) sono stati rilevati contrassegni di scrittura lineare egea. Tuttavia, a parte l’esiguo numero e l’origine incerta di questi marchi, non è attestata nell’isola alcuna iscrizione avente almeno due caratteri sillabici insieme e allo stato attuale delle ricerche non esistono ragioni valide per sostenere che nella Sardegna del Tardo Bronzo fosse stato adottato un sistema di scrittura lineare affine a quello egeo, né di altra natura. A partire dal IX a.C., abbattuti i nuraghi, le comunità dei villaggi compirono un passo fondamentale verso una società urbana, sostituendo le residenze dei capi tribali con organismi collegiali e costruendo maestosi edifici pubblici, in particolare sale del consiglio, palestre per i giovani, terme, templi destinati a divinità celesti e dell’acqua. Le condizioni economiche e sociali migliorarono e ben presto i villaggi santuariali accumularono notevoli ricchezze. Allora la Sardegna fu raggiunta da mercanti fenici (che in parte vi si stabilirono), greci ed etruschi, ma non di meno i Sardi lasciarono le tracce dei loro movimenti (ceramiche e artistici bronzi) in Etruria e altre regioni peninsulari, Creta, Africa del Nord e Penisola iberica, mentre qualche Nivola o Sciola protosardo scolpiva le grandiose statue di Mont’e Prama. Non c’è da stupirsi se in questo clima di benessere e di apertura culturale del I Ferro anche in Sardegna maturarono le condizioni per la nascita della scrittura. Oggi si può contare su un complesso di 32 manufatti del I Ferro (IX-VI a.C.), in particolare vasi, pesi da bilancia e lingotti provvisti di 55 segni di scrittura alfabetica. Spesso i grafemi si presentano isolati per registrare misure di peso o di capacità, ma talora possono aver segnalato la proprietà o la fabbrica. Le iscrizioni con due e più grafemi finora individuate sono appena sei, ma le stesse e i segni isolati consentono di definire un omogeneo e originale sistema di scrittura alfabetica connesso con un codice numerale. Le iscrizioni fanno pensare ad un fenomeno d’élite, ma l’articolata distribuzione dei segni in ambito regionale porta a ipotizzare un’ampia diffusione; d’altronde, a oggi, sono assai poco indagati i templi e le sepolture del I Ferro (in particolare del VII-VI a.C.) da cui attendiamo nuove iscrizioni.
Allo stato attuale il sistema alfabetico sardo consta di 21 lettere: 16 consonanti, di cui alcune problematiche, e 5 vocali. Finora non risultano attestati i grafemi per i fonemi B, D, TH, N, e ciò può dipendere in parte dalla documentazione ancora carente. Non solo l’aspetto formale, ma anche l’orientamento progressivo dei grafemi (da sinistra a destra) e l’uso delle vocali inducono ad affermare, sorprendentemente, che il sistema alfabetico sardo si apparenta al modello di scrittura greco “rosso” occidentale piuttosto che a quello fenicio. Colpisce la vicinanza formale con i più precoci alfabeti della Beozia e dell’Eubea. Basti richiamare i grafemi della statuetta bronzea tebana dedicata da Mantiklos ad Apollo arciere e quelli dell’iscrizione greca su un vaso di Gabii (Osteria dell’Osa), la più antica in ambito etrusco-laziale. Questo legame tra la Sardegna e il mondo beota ed euboico è suggellato da una serie di elementi in comune: gli ornamenti geometrici delle ceramiche e l’importazione precoce di vasellame euboico; i templi in antis sul fronte e sul retro; la relazione etnica tra la Sardegna e la Beozia proposta nel mitico racconto su Iolao e i Tespiadi, che fa retrocedere nell’eroica età del Bronzo un rapporto certamente vissuto nell’età del Ferro. Contemporaneamente nel IX-VIII a.C. era diffuso nell’isola un articolato codice numerale che impiegava segni alfabetici e geometrici. In 25 manufatti, si riscontrano segni numerici elementari, anch’essi con direzione di lettura progressiva, consistenti in tacche e cerchielli (o puntini), che avevano la funzione di registrare le misure di peso, unità e multipli. In alcuni pesi da bilancia e lingotti in piombo la disposizione dei punti e dei cerchielli per segnalare le cifre 3, 4, 5 e 6, è quella tipica dei dadi e ciò porta a credere che fosse praticato tra le comunità sarde il gioco dei dadi. Più tardi, a partire forse dal VII a.C., i Sardi adottarono un nuovo codice numerale a base 5 e 10, strutturalmente simile al sistema di numerazione decimale degli Etruschi e dei Romani.



Intervista a Giovanni Ugas di Celestino Tabasso 

«Quella lettera solo nostra»: l’alfabeto nato tra i nuraghi, una “A” indica l’originalità simbolica isolana.
Professore, che cosa fa pensare che si tratti di un alfabeto sardo e non di segni importati da altre culture?
«Erano cominciati da poco gli anni Settanta quando scoprii i primi segni: già da quegli elementi era evidente che si trattava di segni progressivi, disposti secondo una lettura da sinistra verso destra che portava a un orizzonte greco. Mi sarei aspettato un alfabeto fenicio e invece le ricerche dei successivi trent’anni mi confermarono quella prima impressione. E soprattutto mi confermarono che non avevamo a che fare con segni sporadici, elementi grafici usati esclusivamente per indicare la capacità di un vaso o l’identità del suo proprietario: no, l’insieme dei segni a nostra disposizione porta a un alfabeto completo, ad andamento progressivo, e dunque diverso da quello fenicio, dotato di vocali come greco ed etrusco ma con alcuni elementi grafici in comune con l’alfabeto fenicio, la maggioranza dei grafemi che richiamano la scrittura greca e altri ancora adattati alle esigenze proprie della scrittura sarda» - e qui il professore indica sulla tabella che pubblicherà su “Tharros felix” un simbolo a forma di freccia, l’equivalente di una a - . È naturale che l’alfabeto in uso nell’Isola riflettesse i fitti contatti dei sardi con le altre culture. Ad esempio la diffusione di vocali come u, i, e a indica i rapporti con la cultura euboica. E qui giova ricordare che secondo Diodoro siculo (e non solo secondo lui) gli Iliesi giunsero in Sardegna con i Tespiadi. È interessante perché Tespi era una cittadina della Beozia: attraverso la prassi greca del dare forma mitica agli eventi storici si possono leggere le relazioni intrecciate nel periodo del Primo Ferro». 

http://gianfrancopintore.blogspot.it

Possiamo immaginare testimonianze grafiche di concetti complessi, o comunque più articolati delle misure indicate su pesi e di lingotti? 
«Questo è l’interrogativo più interessante, perché a questo punto non ci sono dubbi sulla struttura e la completezza dell’alfabeto, può esserci tutt’al più qualche imprecisione nell’attribuire un fonema a un segno piuttosto che a un altro, mentre ci vuole grandissima attenzione - e direi grande prudenza - per individuare elementi di significato complessi. Il fatto è che per il momento abbiamo a disposizione soltanto sei iscrizioni con più di un segno». 
Su queste rare ma preziose iscrizioni potremo leggere il Sardo più antico. 
«Sarebbe difficile e azzardato dire “questo è il Sardo”, non foss’altro perché l’Isola era popolata da Iliesi, Balari e Corsi: quando le ricerche avranno fatto molti passi avanti, potremo dire: “Questa era una lingua dei Sardi”» 
Quanto tempo ci vorrà per individuarlo? 
«Per ora i dati sono molto limitati: ripeto, abbiamo a disposizione 55 segni tracciati su 32 manufatti. Non è tantissimo ma sono molto fiducioso: forse ci saremmo aspettati di più da tre decenni di ricerche ma va detto che trent’anni fa, per intenderci, nessuno ipotizzava che avremmo trovato ceramiche nuragiche a Creta e ceramiche micenee in Sardegna. L’archeologia, come amo ripetere, è una scienza giovane e deve fare con prudenza e attenzione il suo percorso, soprattutto se si tiene conto che templi e necropoli del sesto e settimo secolo, cioè i siti che dovrebbero restituirci le iscrizioni, sono i luoghi di scavo e di indagine più penalizzati dall’attività di ricerca che si è svolta finora. Detto questo, oltre un certo punto noi archeologi cederemo volentieri il passo ad altri studiosi, a cominciare dai colleghi glottologi.

Fonte: Unione Sarda 

sabato 4 maggio 2013

Civiltá Nuragica, di Giovanni Ugas

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

"Pur non condividendo l'idea dei nuraghi funzionali alla difesa, occupati da guarnigioni di soldati armati fino ai denti, ritengo che questo articolo scritto dal mio maestro Ugas offra parecchi spunti di riflessione sulla società nuragica, pertanto ho pensato di offrirlo ai lettori per un'attenta analisi dei dati archeologici e una valutazione d'insieme, per quanto scarna di oggettivi supporti scientifici, che possa contribuire alla ricostruzione di quel puzzle di ipotesi che, nella sua interezza, illustra il quadro più verosimile di vita quotidiana dei sardi del Bronzo."
                                                                           
                                                                                         Pierluigi Montalbano


Aspetti della società sarda tra il XVI e il X a.C.
di Giovanni Ugas 



E' cosa ben nota quanto sia straordinario il numero delle residenze fortificate dei capi protosardi, chiamate nuraghi, che controllavano e amministravano i territori cantonali e tribali tra il Bronzo medio e il Bronzo finale; nelle sole carte topografiche risultano oltre 5 mila, ma raggiungevano con molta verosimiglianza una cifra non inferiore a 7/8 mila a giudicare dai censimenti archeologici più recenti. Questi dati evidenziano l’esistenza di un sistematico controllo, amministrativo e difensivo dell’intero territorio sardo, sia pure diversificato in rapporto alla morfologia dei suoli, alla disponibilità economica e alle strategie generali. Per il loro aspetto formale e la pertinenza cronologica, i nuraghi sono distinti in arcaici o protonuraghi (datazione non calibrata: circa 1600-1330 a.C.) ed evoluti o classici (circa 1330-900 a.C.). 

I protonuraghi, definiti talora anche nuraghi a corridoio, raggiungono già la cifra ragguardevole di circa 1200/1500 unità. Caratterizzati da corridoi e/o da camere ovali od oblunghe coperti da volte tronco-ogivali (e poi ogivali gradonate), i protonuraghi sono diffusi in tutto il territorio dell’isola e si distinguono tra loro per la diversa articolazione, come più tardi i nuraghi evoluti. Ora risultano semplici (con un solo vano per livello), ora sono formati da un bastione a più ambienti, talvolta difeso da una cinta turrita esterna (Biriola-Dualchi; Su Mulinu - Villanovafranca). I bastioni dei protonuraghi si mostrano come “palazzi” megalitici a più piani (due o forse tre nella fortezza di Su Mulinu), dal contorno concavo-convesso, e raggiungono già altezze considerevoli (non inferiori ai m 15), anticipando, nel loro aspetto, i più recenti bastioni turriti evoluti, come Su Nuraxi-Barumini, Arrubiu-Orroli e Santu Antine-Torralba, nei quali il mastio centrale può superare m 25. 

Il numero decisamente inferiore dei protonuraghi con bastione circondato o non da cinta antemurale rispetto a quelli semplici indicano che, già nel XVI-XIV, la società protosarda aveva una sua articolazione interna ed era retta da capi di maggiore e minore rango. 


Per la difesa ordinaria delle residenze fortificate erano necessari gruppi di guardie nelle garitte degli ingressi, sugli spalti e per la difesa personale dei capi. Già nei protonuraghi dotati di cinta esterna (provvista in genere di almeno sette torri), come Su Mulinu e Biriola-Dualchi, era indispensabile una guarnigione di un centinaio di soldati, che all’occasione doveva essere rinforzata con l’appoggio della popolazione dimorante nei villaggi. I proiettili litici per fionda, le cuspidi di freccia in ossidiana, soprattutto le possenti spade e i pugnali in rame arsenicato di Sant’Iroxi, ci assicurano che fin dal 1600 i protosardi erano frombolieri, spadaccini e arcieri. Almeno a partire dalla fine del XIV a.C. si faceva uso anche di lance corte, come evidenziano le armature in bronzo piccole e affusolate trovate negli scavi. 

In sostanza già al tempo dei protonuraghi esisteva un’articolata piramide sociale con al vertice i capi o “re”, di maggiore e minore potere, stabiliti in residenze fortificate, piccoli palazzi, dove venivano conservate e amministrate le risorse vitali del territorio. La forza lavoro risiedeva in villaggi privi di mura, in stato di palese subalternità rispetto a chi dimorava nei castelli. La struttura micro-palatina non era sostanzialmente diversa dal sistema politico che ruotava attorno agli alti bastioni turriti del Bronzo recente (fine XIV - metà XII a.C.), quando però dovette aumentare il potere dei re e quello dei guerrieri, oramai parte di una casta cristallizzata nell’ambito di residenze regie che perduravano per diverse centinaia d’anni, che garantivano il mantenimento del sistema politico e sociale e con ciò la loro ragione sociale.

Questa situazione conoscitiva relativa ai protonuraghi è importante perché fa emergere un dato inconfutabile: al tempo in cui gli Shardana nel XIV a.C. militavano nei contingenti egiziani stanziati a Biblo e Ugarit, in Sardegna vi erano guerrieri esperti sia nelle mansioni proprie delle guardie personali dei capi (dovevano usare pugnali e spade e forse avevano pratica di lotta), sia nelle diverse armi e tecniche di combattimento: frombolieri e arcieri per la guerra a lunga gittata, lancieri per la distanza media e corta, spadaccini (immancabilmente difesi dallo scudo) negli scontri a viso aperto, “corpo a corpo”. 

La struttura politica interna non muta nei secoli successivi (XIII-XII a.C.) e ciò porta a un numero delle residenze di capi sempre più consistente, fino a diventare esorbitante. Come detto, intorno al XIII, i nuraghi assommano a circa 7500, cifra ragguardevole in rapporto alla superficie (Kmq 24.000, media 1 nuraghe ogni kmq 3), mentre i villaggi sono stimati intorno a 2500-3000, cioè circa 1 ogni 10 kmq). Allora la popolazione dovette raggiungere i 400.000-600.000 abitanti. Nel loro insieme, le residenze dei capi maggiori (re tribali e cantonali) e dei capi minori (principi dei sub-cantoni), risultano circa 3000-3.500 (più di un terzo dell’intero numero dei nuraghi). Durante il Bronzo recente, le tribù della popolazione iliese della Sardegna centro meridionale dovevano essere circa 40, a giudicare dal numero degli eraclidi re Tespiadi, nipoti dell’eponimo Iolao (Ilas in dialetto dorico) adombrato nella letteratura greca.

Il considerevole numero e l’ubicazione dei nuraghi nel territorio, anche nelle piane alluvionali dove mancano i grandi massi per costruirli, implicano l’esistenza di un sistema di popolamento controllato e centralizzato. I tre più importanti popoli dell’isola, gli Iliesi (o Iolei) nel centro sud, i Balari nel Nord-Ovest e i Corsi nel Nord-est, erano organizzati per tribù che dovevano godere di ampia se non di totale autonomia. Da alcuni passi della letteratura greca si può dedurre che i re delle dinastie iolee, cioè i capi delle tribù iliesi erano 40 o poco più. Un numero così rilevante di distretti tribali, confermato anche dalle popolazioni locali attestate in età romana, come i Siculesi, i Galilesi nel Sud e i Nurritani e i Lugudonesi a Nord, testimonia una notevole articolazione nel tessuto antropico sardo che doveva produrre una certa instabilità e forse conflittualità nei loro rapporti

A giudicare dal computo dei nuraghi con cinta turrita esterna, i capi delle tribù e dei cantoni insediati erano in numero limitato, mentre erano assai numerosi, circa duemila, forse in proporzione al numero dei villaggi, i capi minori che controllavano i bastioni polilobati, privi di difesa murari esterna dei sub-cantoni. Col tempo l’estrema parcellizzazione del territorio disponibile dovette portare a un collasso del sistema politico ed economico, costringendo all’emigrazione una parte della popolazione, soprattutto quella giovane, e creando così le premesse per movimenti migratori alla ricerca di nuove terre, come accadde per i popoli italici e non diversamente, io credo, per gli Shardana e gli altri Popoli del Mare. 
Gli edifici monumentali turriti dell’architettura nuragica del XIII e XII a.C., ancora oggi caratterizzanti il paesaggio sardo, destavano la meraviglia degli scrittori greci che li ritenevano opera di Dedalo. Le residenze di capi (i nuraghi), i sepolcri (tombe di giganti), i templi dell’acqua e i templi in antis, insomma tutti gli edifici pubblici, presentano un aspetto megalitico di bell’effetto generato sia dalla disposizione dei conci quasi sempre a filari, sia soprattutto dall’impiego sistematico di slanciate volte di sezione ogivale nelle camere circolari, nei corridoi, negli anditi, e talora nelle nicchie, una vera e propria arte gotica “ante litteram” (Lilliu). Si tratta di un’architettura ciclopica, apparentemente arcaica, ma pienamente geometrica, razionale e al passo con i tempi, se non precorritrice, soprattutto nell’impiego della volta in edifici soprassuolo, che se non inventata fu di certo perfezionata dai Sardi.



Occorre ricordare che in Oriente e in Grecia, solo assai più tardi, nel Ferro I avanzato, le volte in muratura furono adottate nelle camere circolari di edifici non funerari soprassuolo. Queste soluzioni costruttive, abbinate alla linea retta delle cortine o al profilo concavo-convesso dei bastioni (frutto dell’impiego del compasso e della fune e di rapporti armonici legati all’uso dell’unità metrica lineare di cm. 5,5), e più tardi alla bicromia e tricromia dei conci isodomi, al coronamento delle mensole dei terrazzi, offrivano ad un tempo un senso di geometria razionale, possanza e armonia, frutto di secolari esperienze nell’edilizia.
Non è esagerato affermare che, se gli architetti egizi furono i maestri insuperabili della copertura piana su pilastri e colonne, gli architetti sardi furono i maestri dei tholoi. E’ vero che in alcuni edifici dell’Argolide le volte micenee appaiono più grandiose di quelle dei nuraghi, come il tholos del “Tesoro di Atreo”, ma occorre rimarcare che tali volte sono il risultato di un rivestimento parietale ipogeico, non sono mai disposte su più piani e, non dovendo sopportare grandi carichi, non presentano particolari difficoltà per la statica complessiva degli edifici. In effetti, i Greci continentali e i cretesi, così come gli architetti anatolici e del Vicino e Medio Orientale, non usano le camere circolari con la volta negli edifici aerei, ma piuttosto impiegano colonne per realizzare le coperture degli ambienti più spaziosi (megara) dei loro palazzi. 

Gli abitati nuragici sono sempre privi di mura di protezione, salvo forse alcuni casi da riportare al Bronzo Medio, come Frenegarzu di Bortigali e Monte Sara di Macomer) o piccoli nuclei insediativi arroccati su speroni di roccia. E’ un caso isolato il grande recinto, ancora da indagare, provvisto di torri che circonda il villaggio ubicato attorno nuraghe Losa di Abbasanta. Le abitazioni ordinarie sono formate da capanne singole, di pianta ovale o oblunga nel protonuragico (Bronzo Medio), sistematicamente circolare nel Bronzo recente, in sintonia coi nuraghi evoluti. L’edilizia nuragica non attesta colonne o pilastri, nonostante le loro frequenti documentazioni nei preesistenti sepolcri ipogeici prenuragici, se non nell’atrio delle abitazioni della piana del Campidano meridionale costruite con zoccoli di pietre piccole e muri di mattoni di fango. Si tratta di edifici complessi a vani quadrangolari, preceduti da pilastri con capitelli a gola (Monte Zara – Monastir) ascrivibili alla fine del Bronzo recente II e agli inizi del Bronzo Finale (XII a.C.). Il Campidano è il retroterra del golfo di Cagliari, la regione più adatta all’agricoltura e la più aperta agli influssi esterni. Nell’insediamento di Monte Zara in Monastir sono state messe in luce alcune case con pilastri e capitelli a gola di fine XIII-XII a.C. A questo periodo si fanno risalire anche le prime aggregazioni, delle capanne circolari, come a Serra Orrios di Dorgali, con raccordi murari aggiunti spesso a capanne preesistenti. 

Con l’avvento di regimi politici di tipo aristocratico, nel Ferro I sardo, a partire dal 900 a.C., le abitazioni pluricellulari a corte centrale dei villaggi protosardi si presentano generalmente a vani quadrangolari e comprendono, talora, un piccolo ambiente termale rotondo, in origine coperto a tholos (Su Nuraxi di Barumini, Sedda Sos Carros di Oliena). A questi edifici rotondi, con un sedile a giro e al centro un grande bacile, sono state attribuite diverse destinazioni d’uso ma la presenza del forno per riscaldare l’acqua e di vasche, canali e doccioni non lasciano dubbi sulla loro funzione termale.