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giovedì 18 dicembre 2014

Cartagine inquilina in Sardegna? Quanto versava nelle casse sarde?

da  HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

Cartagine inquilina in Sardegna? Quanto versava nelle casse sarde? 
di Rolando Berretta

Non si capisce il punto di vista di chi ci ha propinato una grande Cartagine, nel VI a.C., fino alla stipula di un trattato con Roma dove si rivendica il possesso cartaginese della Sardegna, ossia una grande Cartagine in piena espansione militare, padrona del Mediterraneo. Per capire che qualcosa non va è sufficiente visionare sull'atlante dove i Focesi fondarono Massalia e quanto fosse imortante commercialmente. Nessuno li ostacolò, non gli Etruschi, non i Cartaginesi e nemmeno i Sardi.
Per essere sinceri ci provarono i Cartaginesi con questi risultati:

Tucidide (I 13 6), i Focesi, appena fondata Massalia, vincevano i Cartaginesi.
Pausania (X 18 6), quelli dei Focesi che occupavano Elatèia (o Elatea, nella Focide; in Grecia) mandarono a Delfi un Leone d’oro in onore di Apollo dopo la battaglia navale contro i Cartaginesi. Giustino (XLIII 5 2), i Marsigliesi spesso sbaragliarono gli eserciti dei Cartaginesi poiché era scoppiata la guerra tra loro a causa della cattura di navi da pesca e, dopo averli vinti, concessero loro la pace. Vittorie confermate dalle offerte votive a Delfi (iscrizione SIG 12; questa iscrizione paleografica è databile intorno al 525 a.C. (n.d.a. i Massalioti erano già alleati di Roma).
Se aggiungiamo la visita di Dorieo, direttamente in Africa nel 525 a.C., possiamo dire che non fu un secolo di espansione e di successi.
I Cartaginesi erano talmente messi male che non avrebbero potuto soddisfare le richieste di Cambise che, infatti, se la legò al dito.
Il fondo della favola si è raggiunto quando si è spacciato l’Amilcare di Imera per un figlio di Magone. Era il 480 a.C. ed Erodoto è stato chiaro scrivendo che quell’Amilcare era figlio di Annone e di una Siracusana. Occorre una riflessione in merito.
Dopo la Battaglia del Mare Sardo, nella quale un gruppo di Focesi giunto da Focea, sbaragliò le flotte dei Tirreni e dei Cartaginesi e, infine, approdò in Basilicata (forse non accolto dagli altri Focesi). Si legge che Etruschi e Cartaginesi si spartirono la Corsica e la Sardegna. E con quale diritto? A seguito di quale evento? Questa è una fantasia incomprensibile, una proposta priva di quel rigore storico che dovrebbe sempre essere applicato.
Passiamo ai trattati.



Tito Livio racconta che quando Roma fu incendiata dai Galli, andarono persi tutti i documenti scritti. Inoltre, di questi trattati, oltre Polibio, si occupò anche Tito Livio che scrive che se Alessandro Magno fosse giunto in Italia si sarebbe trovato contro Roma e Cartagine, legate da vetusti trattati, senza specificare quali fossero. Dice Vetusti, cioè lontani nel tempo. Nel 348 a.C. vennero a Roma, ed era la prima volta, gli ambasciatori cartaginesi per stipulare un trattato di amicizia e alleanza. Ciò è confermato anche da Diodoro Siculo: Consoli a Roma: Marco Valerio e Marco Popilio... in quell’anno per la prima volta fu stipulato un trattato tra Roma e Cartagine (XVI 69).
Diodoro, cronologicamente, è in ritardo di 5 anni perché è il 343 a.C. Dopo la vittoria sui Sanniti, gli ambasciatori Cartaginesi tornarono a Roma per felicitarsi e portarono una corona d’oro di 25 libbre (messa nel Campidoglio) per felicitarsi della terza vittoria sui Sanniti, a Suessula, a opera di Marco Valerio. Erano passati cinque anni, era il 343.
Tito Livio: Consoli a Roma erano Marco Valerio Corvo (III consolato) e Aulo Cornelio Cosso. Tornarono nel 306 a.C. e, per la terza volta, fu rinnovato il trattato di amicizia e alleanza. Tito Livio parla di 3 viaggi degli ambasciatori Cartaginesi e parla di un trattato (quello del 348 a.C.) di amicizia e alleanza, e dei suoi rinnovi. Cosa c’è di complicato?
Mentre gli studiosi discutono sul secondo trattato, che sarebbe il terzo, evitano di parlare di quelli vetusti che implicano rapporti al di fuori del quadro storico conosciuto. Ci saranno altri trattati, ancora, ma Tito Livio sottolinea, non entrando nei dettagli, le 3 visite degli ambasciatori perché questo era l’evento da segnalare. Quello del 509 a.C. di Polibio è uno di quelli Vetusti, o è l’unico? Per quanto riguarda l'arrivo di Pirro, Tito Livio ne parla, solo, nel sommario del XIII. Polibio li accorpa in un unico pezzo mentre Livio lo descrive nell’anno interessato. T.Livio (sommario) VII 27Et cum Carthaginiensibus legatis Romae foedus iuctum cum amicitiam ac societatem petentes venissent. VII 38 (i Cartaginesi tornarono a Roma per congratularsi...ma non si parla del trattato...si sottolinea altro) IX 19 (si evidenzia lo sforzo comune di Roma e Cartagine per una ipotetica visita di Alessandro Magno. (...et farsitan cum et foederibus vetustis iuncta res Punica Romanae esset et timor par...) IX 43 Et cum Carthaginiensibus eodem anno foedus tertio renovatum legatisque eorum , qui ad id venerant , comiter munera missa. ( PER LA TERZA VOLTA FU RINNOVATO IL TRATTATO AI CARTAGINESI. NON SI PARLA SICURAMENTE DI UN TERZO TRATTATO MA DEL RINNOVO DI QUELLO DEL 348.
Vediamo tutto il pezzo.
Eodem anno aedes Salutis a C.Iuno Bubulco censore locata est, quam consul bello samnitium voverat. Ab eodem collegaque eius M.Valerio Maximo viae per agros publica impensa factae. Et cum Carthaginiensibus eodem anno foedus tertio renovatum legatisque eorum, qui ad id venerant, comiter munera missa.
Per i puristi c'è la traduzione di Antonio Pischedda:
"Nel medesimo anno il tempio della Salute che il Console aveva eretto per voto durante la guerra dei Sanniti è stato dato in appalto dal Censore C.Giuno Bibulco. Dal medesimo e dal suo collega M.Valerio Massimo sono state fatte attraverso pubblica spesa le strade attraverso la campagna. E nello stesso anno per la TERZA volta fu rinnovata l’alleanza ai Cartaginesi ed ai loro ambasciatori che erano venuti appositamente per questo".
T.Livio XIII (sommario) Cum Cartaginiensibus quarto foedus renovatum est (era il 277 a.C. anno del passaggio di Pirro). Per capire i trattati in questione bisognerebbe analizzare il contesto storico/cronologico della loro stesura. Siamo nel 509/8, Roma ha cambiato forma di governo. Sono stati allontanati i Re e, sotto i primi Consoli, si rivedono tutti i trattati fatti precedentemente. In questo contesto vanno ricercati i vetusti trattati che segnala Tito Livio. Di trattati da rivedere ce ne dovrebbero essere più di uno. Nel 348 a.C. per Livio, 343 a.C. per Diodoro (tra i due ci sono quasi sempre 5 anni di differenza ma se si cercano i Consoli si supera facilmente questo ostacolo). Cartagine sbarca in Sicilia sotto il comando di Annone. Gli ambasciatori Cartaginesi, per la prima volta, si recano a Roma, e fu concesso un trattato. Era al I Consolato Marco Valerio Corvo. Le operazioni finiscono malamente per Cartagine e, secondo Diodoro, nel 339 a.C. Giscone firma la pace con Timoleonte. Gli ambasciatori Cartaginesi tornano a Roma: li segnala Tito Livio nel 343 e, con la scusa di felicitarsi della vittoria Romana sui Sanniti, portarono una corona d’oro.
Ma cosa volevano veramente?
Era il III Consolato Marco Valerio Corvo. Sappiamo da Diodoro che Timoleonte vietò ai Cartaginesi di portare aiuti ai Tiranni siciliani contro Siracusa. Tutte le città greche, in Sicilia, tornarono libere e che il confine dei Cartaginesi era il fiume Lico. Detto questo passiamo a Polibio e alla sua versione. Polibio si è meravigliato che a Roma e a Cartagine non si era conservato il ricordo della sua scoperta. Dice Polibio (III 22): Il primo trattato tra Romani e Cartaginesi fu concluso, dunque, ai tempi di Lucio Giuno Bruto e Marco Orazio (Pulvillo n.d.a), i primi consoli in carica dopo la cacciata dei re, quelli che consacrarono il tempio di Giove Capitolino. Ciò avvenne 28 anni prima del passaggio di Serse in Grecia. Trascrivo più sotto il testo del trattato che ho cercato di interpretare con la maggiore esattezza possibile, ma tanta differenza intercorre fra la lingua arcaica dei Romani e quella attuale che solo specialisti esperti, dopo attento esame, riescono a stento a capire.

Prima di proseguire vorrei esporre il mio pensiero. Fu fatto il primo trattato nel 348 a.C. e nel 343 si stilò il nuovo documento del rinnovo e la copia del vecchio fu archiviata. Ai tempi di Pirro ci fu il terzo rinnovo e la copia del secondo rinnovo fu archiviata. Credo che Polibio abbia trovato l’archivio delle vecchie copie, nel quale erano conservati anche quelli vetusti, e abbia tirato le sue conclusioni. Questo è il testo di Polibio:
"A queste condizioni vi sarà amicizia fra Romani e i loro alleati e i Cartaginesi e i loro alleati. Né i Romani né gli alleati dei Romani navighino oltre il promontorio di Kalos a meno che non vi siano costretti da un fortunale o dall’inseguimento dei nemici. Chi vi sia costretto a forza, non faccia acquisti sul mercato, nè prenda in alcun modo più di quanto gli sia indispensabile per rifornire la nave o celebrare sacrifici e si allontani entro 5 giorni. I trattati commerciali non abbiano valore giuridico se non sono stati conclusi alla presenza di un banditore o di uno scrivano. Delle merci vendute alla presenza di questi, il venditore abbia garantito il prezzo dello Stato se il commercio è stato concluso nell’Africa settentrionale o in Sardegna. Qualora un Romano venga nella parte della Sicilia, in possesso dei Cartaginesi, goda degli stessi diritti degli altri. I Cartaginesi , a loro volta, non facciano alcun torto alle popolazioni di Ardea, di Anzio, di Laurento, di Circeo e Terracina, nè di nessun’altra città dei Latini soggetta a Roma. Si astengano pure dal toccare le città dei Latini non soggetti a Roma e qualora si impadroniscano di alcuna di esse, la restituiscano intatta ai Romani. Non costruiscano in territorio latino fortezza alcuna, qualora mettano piede nel paese in assetto di guerra, è loro proibito passarvi la notte". 


Una Navicella battuta all'asta da Christie's

Adesso Polibio aggiunge i suoi commenti che valgono come tali (III 23). Il promontorio di Kalos (Calos) è quello che si trova proprio di fronte a Cartagine, rivolto a Settentrione. I Cartaginesi, a mio parere, proibirono ai Romani di procedere oltre, in direzione sud, con le navi da guerra poichè non vogliono che questi conoscano nè le località della Bisside nè quelle della piccola Sirte, luoghi che essi chiamano Empori per la fecondità della regione. Se qualcuno, spinto qui a forza, o da una tempesta, o dai nemici, ha bisogno di qualcosa che gli è necessario per i sacrifici o per la riparazione dell’imbarcazione, gli permettono di prendere queste cose, ma nulla di più. Esigono che coloro che sono approdati ripartano nel giro di cinque giorni. Era concesso ai mercanti Romani di recarsi per i loro commerci a Cartagine e in tutta la costa della Libia al di qua di capo Calò, nonché in Sardegna e in quelle parti della Sicilia che si trovano sotto la giurisdizione dei Cartaginesi. Questi assicurano che i loro diritti saranno garantiti. In questo patto, i Cartaginesi danno l’impressione di parlare della Sardegna e della Libia come territori propri. Per quel che riguarda la Sicilia essi fanno, in modo esplicito, considerazioni di tipo diverso, riferendo il patto solo a quelle parti della Sicilia che cadono sotto il dominio dei Cartaginesi. Allo stesso modo anche i Romani riferiscono il patto solamente al territorio Latino e non fanno menzione del resto dell’Italia, visto che non cadeva sotto la loro autorità. Questo è il secondo trattato per Polibio, privo di datazioni (III 24). Dopo questo fu stipulato un altro trattato, nel quale i Cartaginesi inclusero Tiro. Gli Uticensi aggiunsero, al promontorio di Calos, Mastia e Tarseio. Si vietava ai Romani di predare e fondare città oltre questi luoghi. 
Il trattato suona all’incirca così: 
"A queste condizioni si stipula un trattato di amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani con i Cartaginesi, i Tirii, il popolo di Utica e i loro alleati. Oltre il promontorio di Calos, Mastia e Tarseio, i Romani non esercitino la pirateria, nè il commercio, nè fondino città. Qualora i Cartaginesi si impadroniscano di una città dei Latini non soggetta ai Romani tengano le ricchezze e gli uomini, ma restituiscano la città. Qualora un Cartaginese riesca a catturare qualcuno che sia vincolato ai Romani da un trattato di pace scritto, ma non sia loro soggetto, non lo faccia sbarcare in porti romani; se ce lo avrà condotto e un Romano metterà la mano sopra di lui, il prigioniero dovrà essere lasciato libero. Lo stesso valga per i Romani. Se da un territorio in possesso dei Cartaginesi un Romano prenderà viveri ed acqua, non se ne serva per offendere alcuno che sia legato ai Cartaginesi da vincoli di pace e di amicizia. Lo stesso valga per i Cartaginesi. In caso contrario non sia punito privatamente, ma l’offesa da lui arrecata sia ritenuta pubblica. In Sardegna e in Libia nessun Romano commerci nè fondi città (e qui c’è un bel buco nel testo)...e non vi rimanga più di quanto occorra per imbarcare provviste o riparare la nave. Se vi sarà stato spinto dalla tempesta, si allontani da quei luoghi entro cinque giorni. Nella parte della Sicilia soggetta ai Cartaginesi e in Cartagine stessa ogni Romano può agire e commerciare liberamente, con parità di diritti coi cittadini. Lo stesso valga per un Cartaginese a Roma". 
A questo punto Polibio aggiunge il suo commento e si arriva a fare una bella frittata. Di nuovo in questo trattato rivendicano a sè la Libia e la Sardegna appropriandosene e vietando ogni accesso ai Romani mentre, per quel che riguarda la Sicilia, fanno chiare precisazioni di tipo diverso, riferendo il patto a quella parte loro soggetta. Lo stesso fanno i Romani riguardo al Lazio: stabiliscono che i Cartaginesi non devono fare ingiustizie agli abitanti di Ardea, di Anzio, di Circeo e di Terracina. Queste sono le città che racchiudono i confini dalla parte del mare della regione latina di cui tratta il patto. In questo commento vengono ritirate in ballo Ardea, Anzio, Circeo e Terracina che non figurano in questo trattato ma sono citate nel testo del primo. Ricordiamoci di queste città: Anzio (Cenone) dei Volsci Anziati fu presa da Tito Numicio Prisco nel 463. Terracina (ANXUR) nel golfo tra il M.Circeo e Gaeta fu presa nel 406, per la prima volta, dal Tribuno Militare, con potere consolare, Gneo Fabio Ambusto. Fu ripresa nell’inverno del 400 a.C., freddo record: il Tevere gelò; navigazione impossibile. Se qualcuno pensa che in un trattato del 509 a.C. Roma possa tirare in ballo Anzio e Terracina non mi trova assolutamente d’accordo. Tutto questo per dire che Cartagine, nel 508 a.C., pagava l’affitto del suolo occupato mentre Roma viveva in attesa del ritorno di Tarquinio il Superbo e di Porsenna con tanto di esercito. Non riesco a immaginare le due città intente a spartirsi l’Italia e il Mediterraneo. Forse, se si rivedessero gli avvenimenti del 349 a.C. per Livio e del 344 a.C. per Diodoro, con i testi dei trattati di Polibio davanti, e integrando il tutto con quanto riporta Giustino, tutto sarebbe chiaro. 


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domenica 12 maggio 2013

Fenici e Punici in Sardegna

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM


Paolo Bernardini
Fenici e Punici in Sardegna - Atti I.I.P.P.



Introduzione:
Tra l’840 e il 775 a.C., quando iniziano le navigazioni fenicie verso l’Occidente, la Sardegna assume il ruolo di cerniera dei traffici che uniscono Atlantico, Mediterraneo e Vicino Oriente lungo quelle rotte che, già a partire dalla tarda età del Bronzo, vedevano nell’isola un protagonista di spicco nell’incontro tra Oriente e Occidente. L’impatto culturale con il Levante è particolarmente evidente con gli inizi dell’età del Ferro, in corrispondenza con lo sviluppo della bronzistica figurata locale, imbevuta di stimoli e suggestioni vicino-orientali, e che indica processi più complessi di mutamento in atto sui comportamenti sociali, sui modi di aggregazione, sulle ideologie di potere. Mercanti e artigiani fenici si stabiliscono nell’emporio indigeno di Sant’Imbenia, nel golfo di Alghero, dove organizzano con le comunità locali la commercializzazione del vino della Nurra che circolerà in abbondanza sulle nuove frontiere mediterranee e atlantiche dei Fenici, da Cartagine a Cadice e a Huelva; ma, entro la prima metà dell’VII sec. a.C., le regioni costiere della Sardegna centro-meridionale sono già caratterizzate dalla presenza di centri fenici organizzati: dal golfo di Palmas (Sulky, Monte Sirai, San Giorgio di Portoscuso, San Vittorio di Carloforte) a quello di Oristano (Othoca, Tharros, Neapolis); dall’approdo di Olbia al golfo di Cagliari. Precocissimi e intensi sono
i fenomeni di interrelazione culturale con le comunità locali, testimoniati dai prestigiosi oggetti veicolati dai Fenici circolanti nei grandi santuari dell’etnia nuragica, da Nurdole di Orani a Santa Cristina di Paulilatino, da S’Uraki di San Vero Milis a Sant’Anastasia di Sardara; tra il IX e il VII a.C., nascono le comunità sardo-fenicie, quella società composita, meticcia, il cui sviluppo sarà spezzato nel VI a.C., con l’espansionismo cartaginese nel Mediterraneo. La battaglia del Mare Sardo (540 a.C. ca.) segna un mutamento di orizzonte caratterizzato dal forte protagonismo cartaginese che ha le sue premesse nella prima metà del secolo nella formazione di uno stato forte e ben organizzato nell’Africa settentrionale. Tra il 540 e il 510 a.C. Cartagine riesce a controllare le coste della Sardegna; nei centri fenici di antica fondazione il mutamento radicale del rituale funerario, con il passaggio dall’incinerazione all’inumazione, le nuove tipologie funerarie (tombe a cassone, tombe a camera costruita), il mutamento della produzione ceramica e artigianale in genere documentano la portata del mutamento. Gli obiettivi che Cartagine persegue in Sardegna sono il diretto controllo delle aree di maggiore potenzialità agricola e mineraria attraverso una penetrazione capillare negli spazi fertili dell’isola. Al concludersi del primo cinquantennio del IV a.C. la Sardegna punica rappresenta una realtà completamente consolidata che emerge con chiarezza negli accordi del secondo trattato con Roma (348 a.C.).



Fenici e Punici in Sardegna

La rete delle navigazioni fenicie nell’Occidente mediterraneo e atlantico produce tra l’ultimo quarantennio del IX e il primo venticinquennio dell’VII a.C. (840-775 a.C. circa) numerosi insediamenti nei quali il carattere e la funzione empirici si intrecciano con una più spiccata attitudine di popolamento; nonostante una crescente tendenza al rialzamento delle cronologie, propugnato soprattutto dagli studiosi di area spagnola, anche sulla scorta dei recenti, problematici e purtroppo decontestualizzati ritrovamenti di Huelva, le seriazioni in stratigrafia delle ceramiche greche ma anche il quadro complessivo di evoluzione delle forme vascolari fenicie ad oggi noto impedisce di raggiungere i proclamati versanti di X sec. a.C. per l’avvio della presenza fenicia in Occidente. Nel processo di graduale espansione fenicia nei mari e nelle terre dell’Ovest un ruolo importante è svolto dalla Sardegna dell’età del Ferro, sia per la sua posizione strategica di cerniera dei traffici che si snodano tra l’Atlantico, il Mediterraneo e il Vicino Oriente, sia per la sua consolidata frequentazione con i naviganti e gli esploratori levantini di etnia siriana, palestinese, egea e cipriota che hanno stretto profondi rapporti di interrelazione con le comunità nuragiche a partire almeno dalle fasi mature dell’età del Bronzo, tra il XII e il X a.C. Al concludersi di questo periodo e in quella fase, ancora legata nella tradizione degli studi alla problematica e per molti versi insoddisfacente nomenclatura della “precolonizzazione”, una specificità fenicia inizierebbe a cogliersi, secondo la tradizionale visione degli studi, nella circolazione presso le comunità indigene della Sardegna di bronzi figurati di origine e tradizione vicino-orientale, la cui attribuzione cronologica e culturale resta peraltro ancora assai problematica; piuttosto l’impatto ideologico e iconografico del Levante assume forme importanti nella cultura locale soprattutto con l’avvio del Ferro, in corrispondenza con lo sviluppo nelle botteghe
indigene della bronzistica figurata e della circolazione di un articolato bagaglio di imagerie vicino-orientale che trovano peculiari forme di adozione nell’artigianato autoctono, influenzando e condizionando, a livello più profondo, comportamenti sociali, modi di aggregazione, ideologie di potere. Nella rete dei commerci mediterranei e atlantici rivitalizzata dai Fenici sulla scia di tradizionali e accreditate rotte interne e internazionali gestite dalle popolazioni rivierasche dell’Occidente, la Sardegna appare profondamente coinvolta sin dalle fasi alte della seconda metà del IX sec. a.C. Mercanti e artigiani fenici si stabiliscono nell’emporio indigeno di Sant’Imbenia nel golfo di Alghero e organizzano con la comunità locale lo sfruttamento e la commercializzazione del vino del fertile territorio della Nurra. Il vino di Sant’Imbenia, trasportato in anfore di tipo levantino prima eseguite in impasto e poi tornite, talora decorate con motivi a cerchielli tipici del gusto indigeno, circola, a partire da tale data, nelle nuove frontiere degli insediamenti fenici, da Cartagine a Cadice e a Huelva, in parallelo con l’ampia attestazione in questi luoghi di brocche askoidi, anch’esse legate al consumo e all’uso del vino, e di altre forme significative di “contenitori” di merci come i vasi a collo. Anfore vinarie, prodotte nell’Algherese e in altre località dell’isola, brocche askoidi e vasi a collo sono presenti, oltre lo stretto di Gibilterra, in contesti databili appunto tra l’840 e il 775 a.C.; ma il fenomeno prosegue nel tempo, come attestano le brocche indigene provenienti da Cartagine, da Mozia e dall’isola di Creta. Esiste peraltro una prospettiva di studi che tenta di riportare la circolazione di questi materiali a orizzonti della fine dell’età del Bronzo o di primissima età del Ferro (Lo Schiavo 2005) anche coinvolgendo in questa prospettiva cronologica “alta” l’abbondante materiale sardo attestato in Etruria: Etruria e Sardegna. Non meno significativa è la presenza negli avamposti fenici dell’estremo Occidente di teglie, semplici o a base forata, la cui attribuzione a fabbriche della Sardegna, è sempre più verosimile e che introducono, accanto al tema della partecipazione sarda ai traffici fenici, prospettive di possibile stanzialità di gruppi di etnia sarda nelle nuove frontiere atlantiche. La prima metà dell’VII a.C. registra, nelle regioni costiere della Sardegna centro-meridionale, la presenza di nuclei insediativi fenici saldamente organizzati; i “fuochi” principali di irradiazione si individuano, sulla base dei dati conoscitivi attualmente disponibili, nel golfo di Palmas e in quello di Oristano; ma vi sono altre aree strategicamente sensibili, come la costa olbiese, dove sorge un importante santuario di Melqart che le ricerche iniziano a farci intravedere, e naturalmente l’ampia e appetibile insenatura del golfo di Cagliari, porta delle piane iolee dei Campidani e sede delle opulente comunità indigene del retroterra, che assumono
precocemente modelli culturali orientali. La formazione nell’isola di gruppi emergenti, che è forse ancora improprio, per lo stato delle conoscenze, definire come “aristocrazie”, ma che certamente partecipano a pieno titolo del mutamento epocale che nel Mediterraneo antico determina l’affermazione del potere gentilizio e di classe, trova nuovi motori di sviluppo e di accelerazione nel graduale inserimento nella nuova rete dei traffici occidentali e, soprattutto, attraverso la costante e profonda interazione con i centri fenici costieri. Sulky, nell’isola di Sant’Antioco, è quello meglio noto per l’imponenza e la omogeneità della documentazione restituita dagli scavi dell’abitato e del santuario tofet; ma non meno importante è la testimonianza della precocità del fenomeno di irradiazione nella regione interna sulcitana: da Monte Sirai al Nuraghe Sirai, dal nuraghe di Tratalias a quello di Tzirimagus per volgersi di nuovo alla costa con San Giorgio di Portoscuso e all’installazione insulare con San Vittorio di Carloforte. Nel golfo oristanese, i siti di Othoca, Tharros e Neapolis governano gli approdi costieri e organizzano una penetrazione capillare verso quei Campidani centrali, che studi recenti individuano come uno specifico e vitale di28 stretto della Sardegna dell’età del Ferro; i territori oggi di Cabras, di San Vero Milis, di Narbolia, di Nuraxi Nieddu restituiscono infatti per questa età insediamenti abitativi, installazioni di santuario, arredi liturgici scolpiti quali i modelli di nuraghe e seriazioni ceramiche di rilievo, come nel caso delle brocche askoidi, delle pintadere, dei calici su lungo stelo fittamente decorati, nonché di una produzione bronzistica figurata di altissimo rilievo. Nei grandi santuari dell’etnia indigena, soprattutto quelli in collegamento con la grande via d’acqua del Tirso che facilita i percorsi verso l’interno, circolano prestigiosi manufatti prodotti o veicolati dai Fenici: che siano i vasi laminati in argento del Nuraghe Nurdole di Orani, le imagines orientali di Santa Cristina di Paulilatino o di Olmedo o i supporti di torciere di S’Uraki. In questi luoghi vi sono opere di bottega locale in cui fortemente radicati appaiono modelli e iconografie orientali: dalla trasposizione indigena dello schema del faraone trionfante al nuraghe Nurdole ai fieri arcieri corazzati di Sant’Anastasia di Sardara che pure ha restituito una importante serie di bacili. 
I santuari indigeni, e insieme la ricca e variopinta ceramica dei centri interni del Cagliaritano o la straordinaria produzione in bronzo antropomorfa, testimoniano la lunga durata e la vitalità della società indigena dell’età del Ferro che approda a versanti cronologici di piena fase orientalizzante e dell’arcaismo; oltre le produzioni degli artigiani locali e la seriazione di prodotti di importazione o imitazione fenicia, aramaica e siriana, fanno fede del processo i quadri distributivi dei prodotti etruschi, in parte mediati dal commercio fenicio, in parte frutto di contatti diretti con le comunità sarde: bacili bronzei, spesso decorati con figurine di leone, fanno la loro comparsa di nuovo presso i grandi centri cultuali mentre i bronzi figurati e le ceramiche sardi trovano ampia attestazione nei contesti etruschi e campani tra il IX e il VI a.C. Alle porte del golfo di Oristano, tra l’VII e il VII a.C., nel celebre santuario di Monti Prama che ha mosso in questi ultimi tempi le febbrili corde di una metastorica ideologia identitaria e indipendentista, artigiani di tradizione e cultura orientale hanno saputo interpretare le esigenze di una committenza emergente, interessata a dare forme scultorea alle storie e alle saghe delle proprie famiglie; ma altrettanto straordinario è il processo continuo di interazione che percorre le diverse etnie nei centri di fondazione fenicia. A Sulky vasi di fattura e tradizione indigena si spartiscono, mischiati al vasellame fenicio, gli anfratti rocciosi del tofet mentre comunità etnicamente miste, meticcie, vivono quotidianamente nei grandi insediamenti di Monte Sirai, del Nuraghe Sirai o sull’altura fortificata di Tzirimagus; la necropoli di Bitia restituisce stiletti in bronzo di produzione locale così come avviene per le necropoli di Tharros e di Othoca, dove un’altra enclave meticcia sorge sull’altura della Cattedrale. Prende avvio in questi secoli, tra il IX e il VII, quel processo di formazione di comunità sardofenicie che Cartagine, proiettata nel suo itinerario di espansione mediterranea, dovrà spezzare e rifondare, su basi e strategie del tutto differenti, nel VI a.C., all’indomani della battaglia del Mare Sardonio, l’episodio di un conflitto più vasto e generalizzato, in cui Greci, Etruschi e Cartaginesi mutano i profili del Mediterraneo arcaico. I quadri fisici e morfologici, palcoscenico dell’incontro e dell’interrelazione, sono esemplari, per sempre fissati nel mito delle fondazioni fenicia a iniziare dalla leggenda di Tiro, nata sulle rocce erranti per volere di Melqart: che si tratti del paesaggio di terre mobili, fatto di piane fertili, benedette ma precarie, di esili istmi e potenti speroni di roccia impiantati nelle viscere del Mediterraneo che contrassegnano l’habitat del golfo oristanese o della regione fenicia del Sulcis, che si articola in morfologie insulari raccordate alla terraferma da lingue di terra frammentate da vie d’acqua fluviali o lagunari (Sant’Antioco e Bitia) o del tutto autonome (San Vittorio nell’isola di San Pietro), in morfologie di coste basse e aperte, contornate e intersecate da stagni e lagune (S. Giorgio di Portoscuso). È il paesaggio che favorisce gli approdi e le soste; la sua mobilità, che è anche assenza di confini e di limiti, prelude agli incontri, agli scambi; è l’orizzonte fisico e culturale che definisce, nel tempo e nello spazio, il divenire dell’emporia. Ma vi sono anche le fasce fertili del Campidano, le ubertose piane iolee, quelle del mito e quelle della realtà storica, segnate dall’oro del grano, le terre abitate e governate nei primi secoli dell’età del Ferro da quelle ricche e floride comunità indigene eredi della antica tradizione nuragica e pronte ad accogliere gli stimoli e le novità portate dai mercanti stranieri e ad interagire con essi. Questa rapida sintesi, condotta sul versante “fenicio” della ricerca e della riflessione e che prevede la vitalità ininterrotta di una cultura indigena, che si voglia o meno chiamare nuragica, nel passaggio dal Bronzo al Ferro e fino ai periodi orientalizzante e arcaico, si scontra, in modo al momento inconciliabile, con l’orientamento di numerosi studiosi di preistoria e protostoria sarda i quali tendono non soltanto a ritenere concluso lo sviluppo della civiltà nuragica al chiudersi dell’età del Bronzo ma riportano gran parte dei materiali di cui si è finora trattato sotto il profilo dell’interazione, a fasi precedenti della stessa età del Bronzo, svuotando in gran parte i quadri culturali del Ferro, in cui le attestazioni di manufatti indigeni, sia in metallo che in ceramica, sarebbero da interpretarsi come riutilizzi e tesaurizzazioni, quindi come “falsi contesti”. Non è possibile qui entrare nei dettagli di una questione così intricata e complessa, sulla quale peraltro l’imminente congresso presenta numerose discussioni specifiche (ma ricordo i quadri ricostruttivi generali in Ugas 1998 e Torres et alii 2005 e il recente congresso di Villanovaforru, attualmente in corso di pubblicazione: Nuragici e gli Altri); ci si limiterà a ribadire, dal versante fenicio, che le indicazioni stratigrafiche e di contesto che presentano associazioni stringenti con oggetti sardi, fenici e greci sembrano scogli assai ardui da superare. 

Nelle immagini (tutte dell'autore): i centri fenici e punici nel Mediterraneo

giovedì 11 aprile 2013

Amsicora . Ampsicora.


La rivolta di Ampsicora.

da http://www.sardegnacultura.it/j/v/258?s=20932&v=2&c=2570&t=7



Amsicora,il capo dei Sardi Pelliti
http://it.wikipedia.org/wiki/Ampsicora








Il passaggio della Sardegna sotto la dominazione romana fu una conseguenza, anche se indiretta, della sconfitta subita da Cartagine nella prima guerra punica. Parliamo di "conseguenza indiretta" nel senso che il trattato di pace stipulato nel 241 a.C. tra Roma e Cartagine non prevedeva per quest'ultima la perdita di controllo sulla Sardegna. Tale perdita scaturì dalla decisione di Roma di aderire alla richiesta di aiuto dei mercenari di Cartagine di stanza in Sardegna, ribellatisi a causa dell'impossibilità per Cartagine di far fronte alle loro richieste di pagamento. 


La repentinità del passaggio della Sardegna dalla sfera di controllo punica a quella romana è certamente una delle possibili concause che determinarono la difficoltà incontrata da Roma nel tentativo di giungere alla "pacificazione" dell'isola. Nel momento in cui ebbe luogo tale passaggio, i Sardi mostravano infatti connotati culturali profondamente segnati dal plurisecolare rapporto con il mondo culturale fenicio-punico, connotati che, per certi versi, nemmeno i successivi secoli di dominazione romana riuscirono a cancellare del tutto dal "genoma" culturale sardo. 


Tutto ciò aiuta ad inquadrare nella giusta luce la cosiddetta "rivolta di Ampsicora", che ebbe luogo in Sardegna nel 215 a.C., durante la seconda guerra punica (219 a.C.-202 a.C.). Nel corso di tale conflitto Roma attraversò una delle crisi militari, politiche ed economiche più profonde della sua storia, a causa delle ripetute sconfitte subite per opera di Annibale, l'abile condottiero cartaginese che ebbe la felice intuizione di spostare lo scontro militare direttamente in Italia. Le notizie relative a tale evento ci sono state tramandate dallo storico di età augustea Tito Livio e dal poeta di età flavia Silio Italico. 


Per far fronte alle ingenti spese che il protrarsi del conflitto comportava, Roma dovette adottare misure assai drastiche. Tra queste va certamente annoverato il notevole incremento delle imposizioni fiscali alle province e quindi anche alla Sardegna. Ciò determinò una situazione di forte malcontento tra i Sardi, soprattutto tra i latifondisti sardo-punici che vedevano seriamente danneggiati i propri interessi economici. 


Uno di questi era appunto Ampsicora, originario di Cornus, che si pose a capo della rivolta scoppiata per porre fine alle "vessazioni" di Roma. I rivoltosi si schierarono apertamente con Cartagine, che rispose alla richiesta di aiuto inviando in Sardegna Asdrubale, detto il Calvo, uno dei suoi uomini più capaci. Sul versante romano, il comando fu invece affidato a Tito Manlio Torquato. 


L'esito della rivolta si decise nel corso di due battaglie campali. Nella prima, svoltasi probabilmente nel Campidano di San Vero Milis, Josto, figlio e luogotenente di Ampsicora, affrontò Tito Manlio Torquato al posto del padre, recatosi in Barbagia per cercare di coinvolgere nel conflitto i Sardi dell'interno, subendo una pesante sconfitta. Lo scontro decisivo, il cui esito fu anche questa volta favorevole ai Romani, ebbe luogo però non lontano da Carales, in una località ubicata probabilmente tra Sestu e Decimo. Nella battaglia sembra siano morti circa dodicimila uomini del fronte sardo-punico, tra cui lo stesso Josto, mentre Ampsicora avrebbe deciso di darsi la morte al termine della battaglia. 


Cornus