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giovedì 18 dicembre 2014

Cartagine inquilina in Sardegna? Quanto versava nelle casse sarde?

da  HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

Cartagine inquilina in Sardegna? Quanto versava nelle casse sarde? 
di Rolando Berretta

Non si capisce il punto di vista di chi ci ha propinato una grande Cartagine, nel VI a.C., fino alla stipula di un trattato con Roma dove si rivendica il possesso cartaginese della Sardegna, ossia una grande Cartagine in piena espansione militare, padrona del Mediterraneo. Per capire che qualcosa non va è sufficiente visionare sull'atlante dove i Focesi fondarono Massalia e quanto fosse imortante commercialmente. Nessuno li ostacolò, non gli Etruschi, non i Cartaginesi e nemmeno i Sardi.
Per essere sinceri ci provarono i Cartaginesi con questi risultati:

Tucidide (I 13 6), i Focesi, appena fondata Massalia, vincevano i Cartaginesi.
Pausania (X 18 6), quelli dei Focesi che occupavano Elatèia (o Elatea, nella Focide; in Grecia) mandarono a Delfi un Leone d’oro in onore di Apollo dopo la battaglia navale contro i Cartaginesi. Giustino (XLIII 5 2), i Marsigliesi spesso sbaragliarono gli eserciti dei Cartaginesi poiché era scoppiata la guerra tra loro a causa della cattura di navi da pesca e, dopo averli vinti, concessero loro la pace. Vittorie confermate dalle offerte votive a Delfi (iscrizione SIG 12; questa iscrizione paleografica è databile intorno al 525 a.C. (n.d.a. i Massalioti erano già alleati di Roma).
Se aggiungiamo la visita di Dorieo, direttamente in Africa nel 525 a.C., possiamo dire che non fu un secolo di espansione e di successi.
I Cartaginesi erano talmente messi male che non avrebbero potuto soddisfare le richieste di Cambise che, infatti, se la legò al dito.
Il fondo della favola si è raggiunto quando si è spacciato l’Amilcare di Imera per un figlio di Magone. Era il 480 a.C. ed Erodoto è stato chiaro scrivendo che quell’Amilcare era figlio di Annone e di una Siracusana. Occorre una riflessione in merito.
Dopo la Battaglia del Mare Sardo, nella quale un gruppo di Focesi giunto da Focea, sbaragliò le flotte dei Tirreni e dei Cartaginesi e, infine, approdò in Basilicata (forse non accolto dagli altri Focesi). Si legge che Etruschi e Cartaginesi si spartirono la Corsica e la Sardegna. E con quale diritto? A seguito di quale evento? Questa è una fantasia incomprensibile, una proposta priva di quel rigore storico che dovrebbe sempre essere applicato.
Passiamo ai trattati.



Tito Livio racconta che quando Roma fu incendiata dai Galli, andarono persi tutti i documenti scritti. Inoltre, di questi trattati, oltre Polibio, si occupò anche Tito Livio che scrive che se Alessandro Magno fosse giunto in Italia si sarebbe trovato contro Roma e Cartagine, legate da vetusti trattati, senza specificare quali fossero. Dice Vetusti, cioè lontani nel tempo. Nel 348 a.C. vennero a Roma, ed era la prima volta, gli ambasciatori cartaginesi per stipulare un trattato di amicizia e alleanza. Ciò è confermato anche da Diodoro Siculo: Consoli a Roma: Marco Valerio e Marco Popilio... in quell’anno per la prima volta fu stipulato un trattato tra Roma e Cartagine (XVI 69).
Diodoro, cronologicamente, è in ritardo di 5 anni perché è il 343 a.C. Dopo la vittoria sui Sanniti, gli ambasciatori Cartaginesi tornarono a Roma per felicitarsi e portarono una corona d’oro di 25 libbre (messa nel Campidoglio) per felicitarsi della terza vittoria sui Sanniti, a Suessula, a opera di Marco Valerio. Erano passati cinque anni, era il 343.
Tito Livio: Consoli a Roma erano Marco Valerio Corvo (III consolato) e Aulo Cornelio Cosso. Tornarono nel 306 a.C. e, per la terza volta, fu rinnovato il trattato di amicizia e alleanza. Tito Livio parla di 3 viaggi degli ambasciatori Cartaginesi e parla di un trattato (quello del 348 a.C.) di amicizia e alleanza, e dei suoi rinnovi. Cosa c’è di complicato?
Mentre gli studiosi discutono sul secondo trattato, che sarebbe il terzo, evitano di parlare di quelli vetusti che implicano rapporti al di fuori del quadro storico conosciuto. Ci saranno altri trattati, ancora, ma Tito Livio sottolinea, non entrando nei dettagli, le 3 visite degli ambasciatori perché questo era l’evento da segnalare. Quello del 509 a.C. di Polibio è uno di quelli Vetusti, o è l’unico? Per quanto riguarda l'arrivo di Pirro, Tito Livio ne parla, solo, nel sommario del XIII. Polibio li accorpa in un unico pezzo mentre Livio lo descrive nell’anno interessato. T.Livio (sommario) VII 27Et cum Carthaginiensibus legatis Romae foedus iuctum cum amicitiam ac societatem petentes venissent. VII 38 (i Cartaginesi tornarono a Roma per congratularsi...ma non si parla del trattato...si sottolinea altro) IX 19 (si evidenzia lo sforzo comune di Roma e Cartagine per una ipotetica visita di Alessandro Magno. (...et farsitan cum et foederibus vetustis iuncta res Punica Romanae esset et timor par...) IX 43 Et cum Carthaginiensibus eodem anno foedus tertio renovatum legatisque eorum , qui ad id venerant , comiter munera missa. ( PER LA TERZA VOLTA FU RINNOVATO IL TRATTATO AI CARTAGINESI. NON SI PARLA SICURAMENTE DI UN TERZO TRATTATO MA DEL RINNOVO DI QUELLO DEL 348.
Vediamo tutto il pezzo.
Eodem anno aedes Salutis a C.Iuno Bubulco censore locata est, quam consul bello samnitium voverat. Ab eodem collegaque eius M.Valerio Maximo viae per agros publica impensa factae. Et cum Carthaginiensibus eodem anno foedus tertio renovatum legatisque eorum, qui ad id venerant, comiter munera missa.
Per i puristi c'è la traduzione di Antonio Pischedda:
"Nel medesimo anno il tempio della Salute che il Console aveva eretto per voto durante la guerra dei Sanniti è stato dato in appalto dal Censore C.Giuno Bibulco. Dal medesimo e dal suo collega M.Valerio Massimo sono state fatte attraverso pubblica spesa le strade attraverso la campagna. E nello stesso anno per la TERZA volta fu rinnovata l’alleanza ai Cartaginesi ed ai loro ambasciatori che erano venuti appositamente per questo".
T.Livio XIII (sommario) Cum Cartaginiensibus quarto foedus renovatum est (era il 277 a.C. anno del passaggio di Pirro). Per capire i trattati in questione bisognerebbe analizzare il contesto storico/cronologico della loro stesura. Siamo nel 509/8, Roma ha cambiato forma di governo. Sono stati allontanati i Re e, sotto i primi Consoli, si rivedono tutti i trattati fatti precedentemente. In questo contesto vanno ricercati i vetusti trattati che segnala Tito Livio. Di trattati da rivedere ce ne dovrebbero essere più di uno. Nel 348 a.C. per Livio, 343 a.C. per Diodoro (tra i due ci sono quasi sempre 5 anni di differenza ma se si cercano i Consoli si supera facilmente questo ostacolo). Cartagine sbarca in Sicilia sotto il comando di Annone. Gli ambasciatori Cartaginesi, per la prima volta, si recano a Roma, e fu concesso un trattato. Era al I Consolato Marco Valerio Corvo. Le operazioni finiscono malamente per Cartagine e, secondo Diodoro, nel 339 a.C. Giscone firma la pace con Timoleonte. Gli ambasciatori Cartaginesi tornano a Roma: li segnala Tito Livio nel 343 e, con la scusa di felicitarsi della vittoria Romana sui Sanniti, portarono una corona d’oro.
Ma cosa volevano veramente?
Era il III Consolato Marco Valerio Corvo. Sappiamo da Diodoro che Timoleonte vietò ai Cartaginesi di portare aiuti ai Tiranni siciliani contro Siracusa. Tutte le città greche, in Sicilia, tornarono libere e che il confine dei Cartaginesi era il fiume Lico. Detto questo passiamo a Polibio e alla sua versione. Polibio si è meravigliato che a Roma e a Cartagine non si era conservato il ricordo della sua scoperta. Dice Polibio (III 22): Il primo trattato tra Romani e Cartaginesi fu concluso, dunque, ai tempi di Lucio Giuno Bruto e Marco Orazio (Pulvillo n.d.a), i primi consoli in carica dopo la cacciata dei re, quelli che consacrarono il tempio di Giove Capitolino. Ciò avvenne 28 anni prima del passaggio di Serse in Grecia. Trascrivo più sotto il testo del trattato che ho cercato di interpretare con la maggiore esattezza possibile, ma tanta differenza intercorre fra la lingua arcaica dei Romani e quella attuale che solo specialisti esperti, dopo attento esame, riescono a stento a capire.

Prima di proseguire vorrei esporre il mio pensiero. Fu fatto il primo trattato nel 348 a.C. e nel 343 si stilò il nuovo documento del rinnovo e la copia del vecchio fu archiviata. Ai tempi di Pirro ci fu il terzo rinnovo e la copia del secondo rinnovo fu archiviata. Credo che Polibio abbia trovato l’archivio delle vecchie copie, nel quale erano conservati anche quelli vetusti, e abbia tirato le sue conclusioni. Questo è il testo di Polibio:
"A queste condizioni vi sarà amicizia fra Romani e i loro alleati e i Cartaginesi e i loro alleati. Né i Romani né gli alleati dei Romani navighino oltre il promontorio di Kalos a meno che non vi siano costretti da un fortunale o dall’inseguimento dei nemici. Chi vi sia costretto a forza, non faccia acquisti sul mercato, nè prenda in alcun modo più di quanto gli sia indispensabile per rifornire la nave o celebrare sacrifici e si allontani entro 5 giorni. I trattati commerciali non abbiano valore giuridico se non sono stati conclusi alla presenza di un banditore o di uno scrivano. Delle merci vendute alla presenza di questi, il venditore abbia garantito il prezzo dello Stato se il commercio è stato concluso nell’Africa settentrionale o in Sardegna. Qualora un Romano venga nella parte della Sicilia, in possesso dei Cartaginesi, goda degli stessi diritti degli altri. I Cartaginesi , a loro volta, non facciano alcun torto alle popolazioni di Ardea, di Anzio, di Laurento, di Circeo e Terracina, nè di nessun’altra città dei Latini soggetta a Roma. Si astengano pure dal toccare le città dei Latini non soggetti a Roma e qualora si impadroniscano di alcuna di esse, la restituiscano intatta ai Romani. Non costruiscano in territorio latino fortezza alcuna, qualora mettano piede nel paese in assetto di guerra, è loro proibito passarvi la notte". 


Una Navicella battuta all'asta da Christie's

Adesso Polibio aggiunge i suoi commenti che valgono come tali (III 23). Il promontorio di Kalos (Calos) è quello che si trova proprio di fronte a Cartagine, rivolto a Settentrione. I Cartaginesi, a mio parere, proibirono ai Romani di procedere oltre, in direzione sud, con le navi da guerra poichè non vogliono che questi conoscano nè le località della Bisside nè quelle della piccola Sirte, luoghi che essi chiamano Empori per la fecondità della regione. Se qualcuno, spinto qui a forza, o da una tempesta, o dai nemici, ha bisogno di qualcosa che gli è necessario per i sacrifici o per la riparazione dell’imbarcazione, gli permettono di prendere queste cose, ma nulla di più. Esigono che coloro che sono approdati ripartano nel giro di cinque giorni. Era concesso ai mercanti Romani di recarsi per i loro commerci a Cartagine e in tutta la costa della Libia al di qua di capo Calò, nonché in Sardegna e in quelle parti della Sicilia che si trovano sotto la giurisdizione dei Cartaginesi. Questi assicurano che i loro diritti saranno garantiti. In questo patto, i Cartaginesi danno l’impressione di parlare della Sardegna e della Libia come territori propri. Per quel che riguarda la Sicilia essi fanno, in modo esplicito, considerazioni di tipo diverso, riferendo il patto solo a quelle parti della Sicilia che cadono sotto il dominio dei Cartaginesi. Allo stesso modo anche i Romani riferiscono il patto solamente al territorio Latino e non fanno menzione del resto dell’Italia, visto che non cadeva sotto la loro autorità. Questo è il secondo trattato per Polibio, privo di datazioni (III 24). Dopo questo fu stipulato un altro trattato, nel quale i Cartaginesi inclusero Tiro. Gli Uticensi aggiunsero, al promontorio di Calos, Mastia e Tarseio. Si vietava ai Romani di predare e fondare città oltre questi luoghi. 
Il trattato suona all’incirca così: 
"A queste condizioni si stipula un trattato di amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani con i Cartaginesi, i Tirii, il popolo di Utica e i loro alleati. Oltre il promontorio di Calos, Mastia e Tarseio, i Romani non esercitino la pirateria, nè il commercio, nè fondino città. Qualora i Cartaginesi si impadroniscano di una città dei Latini non soggetta ai Romani tengano le ricchezze e gli uomini, ma restituiscano la città. Qualora un Cartaginese riesca a catturare qualcuno che sia vincolato ai Romani da un trattato di pace scritto, ma non sia loro soggetto, non lo faccia sbarcare in porti romani; se ce lo avrà condotto e un Romano metterà la mano sopra di lui, il prigioniero dovrà essere lasciato libero. Lo stesso valga per i Romani. Se da un territorio in possesso dei Cartaginesi un Romano prenderà viveri ed acqua, non se ne serva per offendere alcuno che sia legato ai Cartaginesi da vincoli di pace e di amicizia. Lo stesso valga per i Cartaginesi. In caso contrario non sia punito privatamente, ma l’offesa da lui arrecata sia ritenuta pubblica. In Sardegna e in Libia nessun Romano commerci nè fondi città (e qui c’è un bel buco nel testo)...e non vi rimanga più di quanto occorra per imbarcare provviste o riparare la nave. Se vi sarà stato spinto dalla tempesta, si allontani da quei luoghi entro cinque giorni. Nella parte della Sicilia soggetta ai Cartaginesi e in Cartagine stessa ogni Romano può agire e commerciare liberamente, con parità di diritti coi cittadini. Lo stesso valga per un Cartaginese a Roma". 
A questo punto Polibio aggiunge il suo commento e si arriva a fare una bella frittata. Di nuovo in questo trattato rivendicano a sè la Libia e la Sardegna appropriandosene e vietando ogni accesso ai Romani mentre, per quel che riguarda la Sicilia, fanno chiare precisazioni di tipo diverso, riferendo il patto a quella parte loro soggetta. Lo stesso fanno i Romani riguardo al Lazio: stabiliscono che i Cartaginesi non devono fare ingiustizie agli abitanti di Ardea, di Anzio, di Circeo e di Terracina. Queste sono le città che racchiudono i confini dalla parte del mare della regione latina di cui tratta il patto. In questo commento vengono ritirate in ballo Ardea, Anzio, Circeo e Terracina che non figurano in questo trattato ma sono citate nel testo del primo. Ricordiamoci di queste città: Anzio (Cenone) dei Volsci Anziati fu presa da Tito Numicio Prisco nel 463. Terracina (ANXUR) nel golfo tra il M.Circeo e Gaeta fu presa nel 406, per la prima volta, dal Tribuno Militare, con potere consolare, Gneo Fabio Ambusto. Fu ripresa nell’inverno del 400 a.C., freddo record: il Tevere gelò; navigazione impossibile. Se qualcuno pensa che in un trattato del 509 a.C. Roma possa tirare in ballo Anzio e Terracina non mi trova assolutamente d’accordo. Tutto questo per dire che Cartagine, nel 508 a.C., pagava l’affitto del suolo occupato mentre Roma viveva in attesa del ritorno di Tarquinio il Superbo e di Porsenna con tanto di esercito. Non riesco a immaginare le due città intente a spartirsi l’Italia e il Mediterraneo. Forse, se si rivedessero gli avvenimenti del 349 a.C. per Livio e del 344 a.C. per Diodoro, con i testi dei trattati di Polibio davanti, e integrando il tutto con quanto riporta Giustino, tutto sarebbe chiaro. 


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lunedì 26 agosto 2013

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS - TOPONOMASTICA SARDA

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS 
di Salvatore Dedòla

Quartùcciu, comune della provincia di Cagliari, è contiguo a Quartu sant’Elena ed è alquanto più piccolo. Ma la diversa dimensione è un fatto recente e non è la ragione del toponimo, inteso impropriamente come ‘Quartu piccolo’. Nel medioevo Quartùcciu era grande come Quartu, aveva lo stesso nome di oggi, ed era chiamato, alla spagnola, Quartocho, Quarto tocho, inteso dagli occupanti come ‘Quarto grossolano, villano, zotico’. In ogni periodo i toponimi esistenti vengono adattati ad orecchio, per paronomasia, e gli Spagnoli li adattarono senza peraltro voler dare connotati spregiativi. Non sapevano intendere in altro modo uno strano Quartucciu per un borgo già da allora nientaffatto minore di Quartu, consci che i campidanesi, se avessero voluto sottolinearne la piccolezza, avrebbero preferito un Piccìu (del tipo Sia-Piccìa). La storia ha sempre unito Quartu e Quartucciu. Nel passato costituivano assieme a Selárgius una triade di villaggi paritetici e contigui, per quanto distinti. Secoli addietro Quártu e Quartùcciu erano chiamati, in modo più congruo, Quartu josso e Quartu susu. Ma entrambi, ahimè, con dei nomi ignoti e obnubilati dalla caligine dell’indifferenza, al pari del nome Selargius. Per rendere finalmente chiara la questione, parto da Quartu josso, oggi chiamato Quartu sant’Elena. Il nome Quartu viene riferito al quarto miglio della strada romana diretta da Cagliari ad Olbia, ma questo riferimento è una elucubrazione dotta fatta a freddo, poi divenuta patrimonio del popolo. Di etimologie popolari sono lastricate le vie dell’Inferno. Ma ci sono anche uomini di buona volontà. C’è chi pone il discorso su buona carreggiata, supponendo che Quartu non derivi dal romano quartus o quartum ma dal punico qart ‘città’. Ad altri invece sembra difficile accedere a tale ipotesi, per una serie di considerazioni negative. Primamente ricordano che Quartu si trova in felice compagnia, non solo in Sardegna, in qualità di villaggio sorto accanto al miliario d’una strada romana. La felice compagnia sarda sarebbe costituita da Sestu, Settimo, Ottava (tra Portotorres e Sassari), Decimo. Ma tutti questi toponimi sono paronomasie che sottendono toponimi un tempo significanti qualcos’altro. Quartu ha la base nel semitico qart, termine usato dai Fenici (qrt ‘città’), dagli Ugaritici (qrt ‘città’) e dagli Aramei (qiryā ‘città’, קִרְיָה), ed in pari tempo dagli Assiri (qrītā ‘città). A Babilonia s’usava lo stesso radicale (qarītu) per ‘granaio’: la qual cosa non è di poco conto, perché nell’epoca dei Grandi Imperi i granai erano di rigorosa proprietà statale e – per ragioni strategiche – non potevano stare in aperta campagna o in un luogo qualsiasi, ma dentro una città presidiata dalla truppa. Quindi se supponiamo Quartu < qart dobbiamo ammettere ch’essa, già in epoca šardana, ebbe la sua rilevante importanza, considerato che un radicale tipo qart non arrivò in Sardegna coi Fenici ma preesistette già con gli Šardana medesimi, poiché questi parlavano una lingua che aveva la base entro il vasto paniere della parlata accadica, imperante nel Mediterraneo dal 2000 a.C. Ma – ed ora spaziamo nella geografia ambientale – perché mai i Fenici (o i precursori Šardana) avrebbero avuto l’idea di costruire una città in un sito discosto dalle spiagge e dai porti, precluso dalla grande laguna oggi chiamata Saline di Quartu? È debole l’argomento che la laguna era facilmente aggirabile approdando alla spiaggia dell’attuale Margine Rosso (presso la quale sta infatti una lunga sopraelevata d’epoca romana). Seconda obiezione: quali ragioni postulavano la nascita di due città, Cagliari e Quartu-Quartucciu, vicine l’un l’altra quattro-cinque miglia? Circa la vocazione al grano suggerita dal citato lemma babilonese, è senz’altro possibile pensare che in queste vaste campagne si coltivasse (in epoca punica lo si coltivava certamente) il grano. Ma intanto va detto che la vocazione riguardò principalmente Quartucciu (= Quarto Tocho che nel suo aggettivo ‘rozzo, zotico, agreste’, così voluto dal senso pratico degli Spagnoli, tradisce il concetto di ‘vocato all’agricoltura’). Ma nella vocazione al grano era implicata anche Selárgius, come vedremo. Eppoi quello del grano era fenomeno piuttosto comune, essendo tipico, ad esempio, della Trexenta e della Marmilla, che però, notoriamente, non conservavano il grano in loco ma lo trasferivano rapidamente ai granai custoditi dentro le robuste mura della città di Cagliari. Per Quartu occorre pure riflettere sul fatto che i vari pagi, in cui si suddividevano i fruitori del territorio, non avevano da pensare al solo grano ma anche alle saline, da cui traevano un valore aggiunto maggiore. Non si può fare a meno d’immaginare che gli indigeni di Quarto Josso da tempo immemorabile, magari aiutati da quelli di Quarto Tocho e di Selargius, abbiano trasportato su chiatte il sale sino a Su Siccu per l’imbarco, navigando nella grande laguna.
da http://www.trekearth.com/gallery/Europe/Italy/Sardegna/Cagliari/Cagliari/photo1295944.htm

Non a caso Mammarranca indica quel lunghissimo canale navigabile collegante le Saline a Su Siccu (Cagliari), che in termini semitici significa ‘lunga via d’acqua’. In questa faccenda c’è da dare, francamente, un colpo all’incudine ed uno al martello. E qui torno a difendere l’interpretazione di Quartu = Qart ‘città’. Difendo con più vigore la definizione di ‘città’ per tre motivi. Primo: si deve immaginare che la dunosa spiaggia del Poetto fosse stata tagliata all’altezza dell’Ospedale marino o della “Bussola”, e che dunque le navi onerarie passassero tranquillamente collegandosi dritto a Quartu josso (esattamente come fecero i Fenici a Giorgino per raggiungere il loro porto di S.Igia). Secondo: il fatto che tre popolose borgate fin dall’estrema antichità si siano trovate sempre unite, è la dimostrazione provata che tale conurbazione fosse chiamata veramente Qart ‘città’, in quanto nell’estrema antichità le città nascevano quasi sempre dall’incontro e dalla fusione di vari pagi contigui, costituiti ognuno da un singolo gruppo patriarcale avente dei connotati che si preferiva tenere distinti. Il terzo motivo si nutre d’aritmetica: va ricordato che il miglio romano (m 1478) moltiplicato per quattro (quartu) fa m 5912, che non sono proprio i 7400 m che dividono i due capisaldi attuali (piazza Jenne e piazza S.Elena di Quartu). La differenza di 1,5 chilometri non si colma affatto supponendo una più corta direttrice impressa all’itinerario diretto ad Olbia. La direttrice era già cortissima: partiva dal foro romano (piazza Carmine) e transitava a un dipresso sotto l’attuale via San Giovanni (verosimilmente per gran parte della via Garibaldi), tirando poi diritta lungo il bordo settentrionale della laguna di Molentargius per segnare il quarto miglio molto prima di Quartu Josso. I conti sono chiari. Ma torniamo all’agglomerato dei tre villaggi uniti e distinti. Se di porto e di città dobbiamo parlare, dobbiamo capire che l’economia cittadina, oltrechè salaria e porporaria (poi parleremo di ciò), era principalmente agraria, e dunque Qart era necessitata a smerciare le proprie derrate. I tre villaggi hanno un retroterra territoriale immenso. Quartu spazia ad est in una ampia fascia pedemontana e marina, Quartucciu e Selargius spaziano a nord per campagne prima piatte poi ondulate, adatte (allora ed oggi) alla migliore agricoltura. Certo, Quartu josso nel medioevo subì l’onta della corvée per la raccolta del sale. Ma aveva enormi estensioni anche per le coltivazioni, e viene dalle sue campagne la prova delle prime vigne della storia sarda. Ma andiamo con ordine. Se accettiamo per la conurbazione di Quartu-Quartucciu-Selargius il nome di ‘città’, dobbiamo pure chiarire l’origine di Qart-Ucciu. Né il latino né il greco hanno referenti di tale forma. Ed è chiaro il perché: se qart è semitico, anche il secondo membro -ùču deve esserlo. Infatti in accadico troviamo ugû, col significato di ‘madre’. Eccoci dunque a Quartùcciu ‘Città Madre’, termine completo e bello.

da  http://www.linguasarda.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cagliari_-_Su_Siccu_et_Bonaria.jpg