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domenica 24 novembre 2013

Presenzatione del libro "I cognomi della Sardegna" di Salvatore Dedola




domenica 7 aprile 2013

etimologia Ichnùsa


di Salvatore Dedòla



ICHNÙSA







I Greci ebbero la sorte di tramandare ai posteri molte opere scritte, e mediante esse hanno imposto la propria ragione presso gli studiosi dei moderni atenei, i quali a quei testi restano fideisticamente attaccati come all’unica verità. E così sembra a tutti lapalissiano che i nomi più antichi della Sardegna siano stati, in concorrenza tra loro, i seguenti quattro di tradizione greca: ̉Ιχνοũσσα, Σανδαλιοτίς o Σανδαλώτη,̉Αργυρόφλεψ, Σαρδώ(Sardinia presso i Romani).
Ma intanto nessuno ha notato che la Sardegna, in tal guisa, ricevette una considerazione immensa nel mondo greco-latino, poiché l’essere chiamata in tanti modi (che in definitiva sono sei) non era indice di scarsa frequentazione dell’isola – com’è lamentela generale – ma il contrario: era segno che tutte le flotte del Mediterraneo conoscevano bene i suoi approdi, e ogni flotta individuava l’Isola con un nome preciso.
A quei tempi mancavano le convenzioni geografiche internazionali, e ogni popolo del bacino greco chiamava l’Isola al modo che le singole marinerie si tramandavano. La tradizione greca riporta tali versioni, che però vengono limitate (consapevolmente) a quelle che circolavano nel bacino d’utenza. Furono omesse quindi le versioni semitiche, per la ragione che la Grecia, nella colonizzazione del Mediterraneo, si trovò sempre in aspra concorrenza coi Fenici, dei quali bisognava occultare e contrastare gli interessi anche su questo piano.
Vediamo per esteso le versioni di parte greca (e conseguentemente di parte romana). Lo Pseudo Aristotele scrive: «Quest’isola, come sembra, una volta veniva chiamata Ichnussa ( ̉Ιχνοũσσα) in quanto il suo perimetro riproduce una figura di molto simile all’impronta di un piede umano». È la prima notizia in assoluto, tramandata nel IV sec. a.e.v. Plinio, N.H. III, scrive: «Sardiniam ipsam Timaeus Sandaliotim appellavit ab effigie soleae, Myrsilus Ichnusam a similitudine vestigii» (i due studiosi citati da Plinio sono del IV sec. a.e.v.). Sallustio, II, scrive nel I sec. a.e.v.: «La Sardegna, situata nel mare Africo, ha la forma di un piede umano».
Da scrittore a scrittore, ̉Ιχνοũσσα (o ̉Ιχνοũσα) e Sandaliotis furono i due coronimi più tramandati, e tutti gli scrittori li riferirono alla ‘impronta di un piede umano’ ( ̉Ιχνοũσα) o a un sandalo (Sandaliotis): vedi Silio Italico, Manilio, Pausania, Aulo Gellio, Solino, Esichio (Σανδαλώτη), Claudiano, Isidoro, Paolo Diacono.
Se ne discosta lo Scolio al Timeo di Platone: «Costui (Tirreno), salpato secondo un vaticinio dalla Lidia, giunse in quei luoghi (= nel mare Tirreno) e da Sardo, moglie di lui (prese nome) sia la città di Sardis nella Lidia, sia l’isola che prima era chiamata Argiròfleps (̉Αργυρόφλεψ) e adesso Sardinia (Σαρδώ)».
Non metterebbe conto fare osservare che il greco ̉ίχνος ‘orma, traccia’, originariamente ‘segno, figura’, corrisponde all’akk. šiknum (lat.signum) ‘figura, immagine’, ‘posizionamento’ del piede. Il termine è quindi mediterraneo, non solo greco. Comunque sia, il greco ̉Ιχνοũσα, in quanto ‘Sardegna’, non ha la base in ̉ίχνος (mi spiace deludere quanti ci hanno creduto): è invece una paretimologia. Ciò non toglie che il coronimo, impostosi con la nota semantica e per le ragioni suddette, sia stato creduto il prototipo che racchiude e dimostra tutta la verità. Una verità indiscutibile, a cominciare dall’assurdità che i Greci (o chi, se non loro?) avessero misurato accuratamente la forma dell’isola già qualche millennio prima dell’Era volgare, ossia da quando il coronimo esisteva per suo conto, e quando essi, in quanto popolo, stavano ancora in mente Dei. Per contro, dobbiamo concederci, una volta tanto, la licenza di osservare la questione dal punto dei vista dei Sardi proto-nuragici e dei Sardi nuragici, ai quali possiamo accordare che abbiano abitato l’isola di ̉Ιχνοũσα quando ancora il popolo greco non esisteva, in un’epoca in cui, oltre ad erigere i superbi nuraghi, gli artisti sapevano scolpire le statue di Monti Prama. Ebbene, chiediamocelo: i Sardi o Sardiani (o Shardana: nome caparbiamente rifiutato da chi non vuole comprendere) dovettero veramente aspettare la nascita del genio greco per chiamare ̉Ιχνοũσα la propria isola? O dovettero prima attendere le visite dei Fenici?
̉Ιχνοũσα è proprio una paretimologia. Basterebbe questo a dimostrarlo: quando il coronimo sortì, mancavano quattro secoli al talento matematico di Claudio Tolomeo (circa 150 post e.v.), il primo geografo ad aver descritto l’Europa e la Sardegna con procedimenti ed approssimazioni che saranno resi migliori soltanto dai geografi dell’Età moderna. I geografi greci (e latini) precedenti Tolomeo descrissero l’isola col sistema dei peripli e con misure assai discordanti tra geografo e geografo, comunque imprecise, ingestibili. Nessuno di loro riuscì mai a dimostrare nei fatti ciò che il toponimo ̉Ιχνοũσα pretendeva descrivere: l’impronta d’un piede umano, o di un sandalo (Sandaliotis).
̉Ιχνοũσα, ̉Ιχνοũσσα è una perfetta paretimologia, ed ha la base antichissima nell’akk. iqnû ‘lapislazzuli, turchese’, ‘smalto blu’ + -sû ‘the X-man’, in composto iqnû-sû > Iqnusa, che significa ‘l’uomo del Grande Verde’ e parimenti ‘quella (l’isola) del Grande Verde’.
Inutile nascondere l’evidenza: la Sardegna 3000-6000 anni or sono era nota come l’isola dei miracoli per la sua straordinaria feracità, per l’incredibile boscosità, per le numerosissime saline, per essere totalmente circondata da banchi di corallo rosso, per produrre enormi quantità di murici destinati alla porpora, principalmente era nota per le sue miniere. Non è un caso che sia stata chiamata pure ̉Αργυρόφλεψ, che in greco significò ‘dalle vene d’argento’.
La fama di “isola dei miracoli” spaziava specialmente nel bacino semitico, e non fu un caso che poi i Fenici si tennero stretta l’isola. Furono proprio questi, assieme agli Ebrei coi quali navigavano in stretto comparaggio, a dare all’isola un nome più appropriato alla visione del proprio mondo e della propria religione. La chiamarono Kadoššène, (Kadoš-Šēne = ebraico-fenicio ‘Madre Santa’). Precisamente kadošebr., qdš fenicio = ‘santo, sacro’; šn’ fenicio ‘maestro’ ma anche un certo tipo di ufficio (sacro). Nel fenicio šn’ sembrerebbe di poter cogliere quella che per gli Ebrei fu la Terra Santa, la Terra Promessa.
Questo termine in Sardegna rimase in uso fino a tutto il ‘700, ossia sino a tre secoli fa, con la pronuncia Cadossène, ed ancora oggi è ricordato, ed usato pure nelle insegne dei negozi (Nuoro).
Con ciò constatiamo che il coronimo indicante la Sardegna ha tre fonti: una sembra venire dal mondo greco, l’altra proviene senz’altro dai Fenici-Ebrei; la terza proviene senz’altro dai pre-Lidi, i quali con tale nome gentile vollero fare omaggio a Sardò, moglie di Tirreno. A ben vedere, Sardinia o Sardò è l’unico coronimo ad essere datato, poiché da Erodoto, I, 94, sappiamo quando i Lidi (pre-Lidi) mossero, guidati daTirreno, verso il Mediterraneo occidentale.
Dicevo che una delle tre fonti “sembra venire dal mondo greco”. Sembra, ma non è. Ai Greci, mirabili contraffattori di nomi e toponimi altrui, fu facile credere che Ιχνοũσα, Σανδαλιοτίς significasse ‘quella dell’orma’, ‘quella del sandalo’, e rafforzarono tale illusione per il fatto che i naviganti fenici dicevano Kadoššène. Essi sapevano che in semitico -šēn significava pure ‘sandalo’ (così è l’akk. šēnu ‘sandalo’), e sapevano che l’akk. šiknum (lat. signum) ‘figura, immagine’, ‘posizionamento’ del piede, rafforzava la propria intuizione; onde gli fu facile intendere l’akk. iqnû-sû > Iqnusa come ‘orma del piede’, anziché nel suo vero significato di iqnû ‘lapislazzuli, turchese’, ‘smalto blu’ + -sû ‘the X-man’, ša ‘colei che’, in composto iqnû-sû, iqnû-ša > Iqnusa, ossia ‘quella (l’isola) del Grande Verde’.
Così andò la questione nei bacini marinari frequentati dai Greci, e, gravida di tale equivoco, l’autorità dei Greci ebbe presa pure nel mondo romano.
Resta da chiarire perché l’akk. Iqnuša significa ‘Isola del Grande Verde’ (o ‘Quella del Turchese, del Lapislazzuli’). Semplicemente perché in epoca arcaica, quando tutto lo scibile delle antiche civiltà aveva un senso, la Sardegna era nota in tale modo. Isola del Grande Verde era un coronimo antonomastico, poiché l’isola era incastonata al centro del Mediterraneo (chiamato il Grande Verde), lontana da ogni costa, distante ma attrattiva per tutte le sue ricchezze.
Il Grande Verde: così lo chiamavano pure gli Egizi. E quando descrissero i Popoli del Mare, affermarono sempre che provenivano dalGrande Verde, da loro detto Uatch-ur, ‘the Great Green water’, ossia il Mare Mediterraneo. A saperlo interpretare foneticamente, l’egizioUatch-ur è la base etimologica da cui deriva pure il ted. Wasser e l’anglosassone water. Parola mediterranea e pan-europea, questa, che però non replicava, se non nella semantica, il modo in cui gli Accadi, gli Assiri e i Babilonesi chiamarono per proprio conto il Mediterrraneo:Iqnû-sû ‘quello (il mare) del Lapislazzuli’.
Per il resto, gli Egizi seppero distinguere bene quando indicarono le varie parti del Mediterraneo. Quindi scrissero pure Uatch ura āa Meḥu, the ‘Very Great Green Water of the North Land’ i.e., the Mediterranean Sea; ma scrissero Uatch ur ḥau nebtiu ‘the Ionian Sea’, con una evidente distinzione.
Dopo questa ampia disamina della questione, ora sappiamo la vera origine di Ichnùsa. Ed abbiamo guadagnato finalmente pure una seconda certezza: che i celebri Shardana, gli invasori del Delta, uno dei Popoli del Grande Verde, non potevano che avere la propria base in Sardegna, a dispetto degli stuoli di archeologi che ancora lo negano a vantaggio della Sardi anatolica.

http://www.linguasarda.com/index2.htm

giovedì 24 maggio 2012

cognomi sardi


di   Salvatore Dedòla.


Credo opportuno elencare in anteprima qualche cognome, facente parte di una ricerca completa, di imminente pubblicazione, relativa ai cognomi della Sardegna, dei quali sarà restituita la vera etimologia, in sostituzione di quelle improprie o inverosimili escogitate senza alcun metodo da altri linguisti.


BARRANCA cognome che Pittau presenta come spagnolo (Madrid etc), derivato dal sost. barranca ‘burrone, dirupo’, di origine prelatina. La proposta del Pittau s’ingaglioffa con le proposte dei linguisti spagnoli (es. il Corominas), che non sanno precisare quale sia il lemma basilare prelatino che avrebbe dato origine a barranca.

In ogni modo, credo più congruo ipotizzare per lo sp. e sardo Barranca la base accadica barrāqu ‘un ufficiale di corte’, con successiva epentesi di -n- eufonica. Una variante del cognome sardo è Baranca e pure Branca, anch’essi corretti da epentesi, i quali, al pari di Barranca, sono varianti di Barracca (vedi).
Occorre notare che ci sono pure altri cognomi sardi corretti dall’epentesi eufonica -n-, es. Burranca e Murranca (vedi), per i quali ipotizzo un diverso etimo.

BARRERA cognome gallurese che Pittau pensa sia originato dal catalano-spagnolo barrera ‘barriera’. Come sempre Pittau preferisce le vie più facili e sbrigative, che sono quelle della paronomasia, senza rendersi conto che in qualunque parte del Mediterraneo sarebbe stato difficile giustificare un cognome del genere, il quale non si riferirebbe né a cose utili alla società né a idee condivise dalla società.

Occorre andare al fondo della questione con scelte coraggiose, anche se possono apparire “fantasiose” a chi non ha mai riflettuto che il paniere dei cognomi sardi è un immenso crogiolo nel quale sono confluiti e sono ancora conservati, in forma cristallizzata, moltissimi appellativi o nomi di cose sardiane, di epoca nuragica e prenuragica.
Così è per Barrèra, un composto basato sull’akk. warûm ‘un copricapo’ + erû(m) ‘aquila, avvoltoio’ (stato costrutto war-erû > *barréru > Barrèra), col significato di ‘copricapo di aquila’, ossia copricapo fatto di piume d’aquila. Il pensiero di qualcuno andrà al diadema tipico dei capi degli Indiani d’America, mentre io penso al tipico copricapo di piume che rappresentò l’emblema della nazione Shardana, quella nazione che si auto-rappresentò nei propri bronzetti e che fu immortalata dal Faraone nelle epiche battaglie sul Delta.

BARRÌLE, Barrìli cognome pansardo che Pittau reputa propriamente italiano, corrispondente al sost. sardo barrile, -i ‘barile’, derivato dallo sp. barril. In alternativa lo considera italiano tout court. Pittau, nella sua immarcescibile idiosincrasia contro tutto ciò che è semitico, non potrà mai ammettere che Barrìli è un antichissimo epiteto riferito al Dio Sommo del Cielo, ad Ilu il dio dei Fenici, degli Ugaritici, dei Aramei, con base nell’akk. warûm ‘un copricapo’ + Ilu ‘Dio’ (stato costrutto war-Ilu), col significato di ‘copricapo di Ilu’ (ricordo che Ilu fu spesso rappresentato con lo stesso copricapo di piume col quale sono stati eternati gli Shardana).


BITTA cognome sul quale Pittau fa quattro ipotesi etimologiche: 1 corrisp. al sost. bitta, femm. di bitti ‘caprioletto, cerbiatto, mufloncino’; 2 corrisp. al sost. bitta ‘vetta, cima, ramoscello’ dal corrispondente italiano; 3 corrisp. al sost. bitta, vitta ‘benda, cordone, nastro’ < lat. vitta; 4 cgn propriamente italiano corrisp. al femm. del nome pers. Bitto, Vito.

Non vale assolutamente la pena d’inseguire Pittau nelle sue ipotesi “italianistiche” (che sono le ultime tre), poichè esse seguono la scia di mere apparenze fonetiche, senza riguardo alla storia e all’evoluzione dei cognomi sardi.
Quanto alla prima ipotesi, aggancio la discussione e l’etimo al cgn Bitti, sul quale mi attesto.

BITTI, Bitta. É un cognome; ma il primo termine appartiene pure a un comune della provincia di Nùoro. Esso ricorda per assonanza il fenicio bt ‘casa, abitazione’, l’ebr. beit ‘casa’, ed il genitivo possessivo accad. biti ‘della casa’ (OCE 88).

Ma in sardo bitthi/bizzi è il ‘piccolo del daino’. In logud. è chiamato bitti il ‘daino’. In Gallura è chiamato bittu il ‘muflone’. Nel Nuorese è chiamata bitta, betta la ‘cerva’. Questi nomi di animale derivano dal lat. bestia ‘animale: in genere’. Ma hanno l’antecedente nell’accadico.
Tanto per cominciare, l’origine del toponimo Bitti/Bitthi non è latina ma sardiana. Esso fa riferimento indiretto alla bellezza e alla ricchezza faunistica delle antiche foreste sarde e, al pari del nome comune bitti, bitta, ha la base nell’akk. bintu, bittu ‘figlia’, bīnu ‘figlio’ < binûtu ‘creazione, creatura’. Cfr. toponimi Bitte, Bittaléo, Bittaló, Bitaló, Bittalói, Bittelotte, Bittita, Bittitá, Bittitái, (con circospezione: Cala Bitta in Gallura e Bitticolái presso Dorgali).

BONA cognome che Pittau, al solito inseguimento dell’omologazione fonetica, crede di origine prettamente italiana, proponendo tre opzioni: 1 l’agg. bona ‘buona’ (di donna); o addirittura corrisp. al femm. del masch. bonu < lat. bonus; 3 infine pensa a un cognome propriamente italiano.

E sì che il cognome è italiano. Ma pensare, con estrema faciloneria, alle due prime soluzioni, solo per un richiamo fonetico, è faccenda che non può riguardare un linguista.
Bona è un antichissimo termine mediterraneo, quindi anche italico, basato sull’akk. būnum‘uccello’.

BOSU cognome pansardo che Pittau considera propriamente italiano, da Boso, che secondo lui deriva da un aggettivo germanico *boso ‘cattivo’. Non è così. Non si può andare all’inseguimento di una omologazione fonetica qualsivoglia, a costo di inventarla (come in questo caso) e comunque di andarla a prendere a casa del diavolo.

Bosu è un cognome prettamente sardiano, basato sull’akk. būṣu ‘bisso’, ‘lino di qualità fine’.

BOTTA cognome sul quale Pittau fa tre ipotesi etimologiche, andando a cercare le omologazioni fonetiche presenti attualmente nei lessici dell’alto Mediterraneo. Comincia con ipotizzare una corrispondenza col sost. it. botta ‘motto pungente’; poi pensa a un cognome italiano di significato uguale; infine pensa al sardo botta ‘scarpa’ < cat.-sp. bota. La terza ipotesi è giusta. Ma Pittau, al solito, non va oltre, nel senso che si appaga nel credere che tutto abbia avuto origine nella penisola iberica. Non pensa affatto che Botta sia una omologazione, ossia una sardizzazione del cgn sardo Scarpa, dal popolo sentito a torto come corrisp. all’it. scarpa (mentre invece è un cognome di origine sardiana).

Scarpa è un cognome che Pittau, manco a dirlo, ritiene derivi direttamente dall'italiano scarpa (il suggerimento è del Wagner). Ma intanto Pittau ricorda che il cognome è già presente nei condaghes di Silki e di Trullas come Iscarpa. Al che può dirsi, senza margine di errore, che tutti i cognomi registrati nelle carte medievali sarde non erano di genovesi nè di pisani ma proprio sardi, per il fatto che il Giudice o gli altri che intendevano registrare notarilmente alcuni fatti, fin a quando gli era consentito andavano a cercare i testimoni tra la propria gente, tra quelli che, vivendo nell'agro, avevano vissuto i fatti sui quali erano invitati a testimoniare nero-su-bianco. Peraltro pisani e genovesi, immigrati alla spicciolata a cominciare dalla seconda metà dell'XI secolo, sceglievano le proprie sedi nelle città o nei paesi costieri, non certo nelle aree interne, dalle quali provenivano invece tutti i cognomi registrati nei condaghes.
I cognomi dei condaghes sono, al 100%, di origine antichissima. Infatti la base etimologica di Scarpa, Iscarpa è nell'ak. iṣu(m) 'albero, legname' + karpum 'chìcchera, tazza', col significato sintetico di ‘tazza lignea, tazza ricavata da un albero’. Questo nome fu l’equivalente dell’attuale sardo coppu, malùne etc., che sono le note tazze di sughero ritagliate direttamente da un bitorzolo del mastio della sughera. Ogni tazza, in età primitiva (in Sardegna ancora ieri) veniva ricavata dal legno. Pure l’etimo di chìcchera ci dà informazioni in questo senso: deriva infatti dallo spagn. jicara, e questo da una parola azteca che indicava il guscio di un frutto.
Peraltro ancora oggi l’etimo dell’it. scarpa è considerato alquanto inafferrabile. DELI ipotizza un (inesistente) germanico *skarpa ‘tasca di pelle’, probabile prestito dal fr. ant. escharpe ‘sacoche, bourse’. E nessuno si è accorto che le scarpe, specie quelle dei contadini, furono fatte spessissimo di legno (nel nord Europa era normale). Col che ritorniamo forzatamente all’etimologia semitica.

BRÁSIA è un cognome che Pittau registra a Orgosolo fin dal ‘700. Egli lo fa corrispondere al sost. brasia ‘bragia’, il quale secondo lui deriva dal corrispondente italiano bragia, brace, ossia ‘fuoco senza fiamma che resta da legna o carbone bruciati’.

Pittau è sorretto in questa interpretazione italianeggiante dai dizionari etimologici italiani, ivi compreso DELI che pone l’etimo di bragia, brace in un inesistente germanico *brasa ‘carbone ardente’ attraverso un antico (e inesistente) derivato *brasia.
Così si costruiscono le etimologie della lingua italiana. Non c’è chi – sia pure per eliminare quegli odiosi asterischi indicanti una sconfitta – vada a confortarsi nei dizionari semitici, per sapere se prima dei Germani e prima dei Romani nel Mediterraneo esistesse un vocabolo con certa fonetica e pari semantica.
Esisteva, naturalmente, ed era l’akk. barḫu ‘luccicante, brillante’, barāḫu ‘mandare fasci di luce, luccicare, brillare’, che fu la base del vocabolo sardo e di quello prelatino, successivamente di quello italiano. Vedi il cgn Barca, dal punico Barka, ebraico Barak (Brk) ‘fulmine’, akk. barḫu ‘luccicante, brillante’.

BRODU cognome che Pittau traduce all’italiana brodu ‘brodo’. Non si è reso conto che è poco metodico italianizzare i lemmi nell’intento di accedere a una omologazione fonetica qualsivoglia. Peraltro nemmeno DELI sa quale sia l’etimo di it. ‘brodo’. Ma questa è un’altra faccenda, visto che Pittau non si cura quasi mai di scavare diacronicamente alla ricerca di un etimo, bastandogli il conforto dei termini omofonici dell’oggi.

Brodu è un cognome autoctono. Non a caso esiste in mezza Sardegna. Esso è sardiano ed ha la base nell’akk. būru ‘giovane di animale’ + sum. udu ‘pecora’, col significato di ‘agnello’.

BRUSADÒRE cognome di Quartu che Pittau crede significhi ‘bruciatore, incendiario’ da brusiare ‘bruciare, incendiare’. Pittau non tiene conto che il termine brusadòre in sardo non esiste, anche perché non avrebbe avuto alcun senso. Gli incendiari nel passato non erano qualificati come terroristi, quali sono oggi, giustamente. Erano semplicemente persone che ripulivano i pascoli dagli sterpi, operatori di un debbio che la comunità normalmente accettava.

Brusadòre è una classica paronomasia, basata sul sumerico buru’az (un tipo di uccello) + dur ‘uccello’, col significato di ‘uccello buru’az’).

BUESCA cognome che Pittau, con un’operazione strabiliante, fa derivare dall’it. colto buesco, -a ‘da bue, propria del bue’. La proposta ha dell’incredibile. Peraltro non si riuscirebbe mai a capire perché un cognome sardo, che si ritiene antico, abbia origine da un sintagma it. “alla buesca” (come suggerisce Pittau). Che relazione potremmo evincere da un avverbio colto e un cognome regionale? Alla proposta manca una pur labilissima logica.

In realtà Buèsca è termine sardiano, basato sull’akk. bûm, pûm ‘uccello’ + sum. e-sig (un tipo di uccello), col significato di ‘uccello e-sig’.

BÙRGIAS cognome che Pittau, in un eroico sforzo di trovare una qualsivoglia omologazione, pensa che corrisponda al sost. logud. (b)urza, úrgia ‘criniera di cavallo’, ‘ciuffo di capelli lasciato crescere per nascondere la calvizie’. Non riuscendo a capirne l’origine, pensa a un relitto sardiano, del quale ovviamente non rende conto. Peraltro Burgias è documentato nel CDS II 45 per l’anno 1410.

Burgias è senz’altro relitto sardiano, ma è lungi dall’avere le parentele attuali dalle quali il Pittau parte, non riuscendo a fare a meno del suo parossistico bisogno di avere per ogni cognome un riscontro nell’attualità.
Burgias ha la base nel sumerico burgia ‘offerta rituale’, ed è uguale al cognome italiano Bòrgia.

BUSONÈRA cognome che Pittau dà di origine spagnola, corrisp. al sost. buzonera ‘chiavica’, ‘pozzetto di scolo’. Non contesto l’origine geografica del cognome, ma certamente l’interpretazione. Va bene il significato del termine comune spagnolo. Ma esso non si estende al cognome, per il semplice fatto che nessun cognome ha mai assunto, alle sue origini, dei significati infamanti. Per capirlo, basta collocarsi ai tempi in cui i cognomi cominciarono, alla chetichella e sempre più estesamente, a guadagnare utenti. Ogni famiglia ebbe sempre la libertà e il modo di assumere o rigettare un certo soprannome (perché di un soprannome si trattava, per lo più). Quindi Busonèra non è altro che una paronomasia: di ciò dobbiamo essere certi.

Il vero etimo va cercato nella lingua mediterranea, con base nell’akk. būzu ‘brocca di vetro’ + nīru ‘luce’. Questo termine ‘vetro-luce’ si deve evidentemente riferire all’epoca in cui i Fenici (e gli Egizi) cominciarono la produzione degli utensili di vetro. Il ‘vetro-luce’ dovette essere il più trasparente e raffinato in assoluto, degno di figurare alla mensa dei faraoni.

BUTTA cognome di Cagliari, Oristano e Sassari che Pittau fa corrispondere al sost. campid. butta ‘botta, colpo’ < italiano. Non credo affatto a questa derivazione. Un lingua straniera (tale è quella italiana in rapporto al paniere sardo da cui sorsero i cognomi) non può essere presa come base di cognomi sardi, tanto per soddisfare l’esigenza di equivalenze fonetiche.

Butta non può che essere un lemma sardiano, e il reale significato va cercato nella base sumerica, dove possiamo ricavare bu ‘perfetto’ + tu ‘formula magica’, col significato di ‘formula magica esemplare’, o ‘modello di formula magica’ o ‘formula magica perfetta’.

BUTTU cognome che Pittau fa corrispondere al sost. buttu ‘mozzo della ruota’ < piemontese but. Sembra impossibile che un cognome sardo si sia formato, per poi espandersi un tutta la Sardegna, con tre soli secoli di dominio piemontese. In realtà Buttu non è altro che la variante di Butta (vedi).


BÚRDZA, úrdza, búldza, úldza logud. ‘frangia, ‘tela della frangia’, ‘orlo estremo dell’ordito’; (Orgosolo, Fonni) gúrgias; (Urzulei) ar búrgiulas. Wagner non trova l’etimo. Gli sarebbe stato facile reperirlo, se avesse aperto il dizionario sumerico, che per gur dà ‘orlo’. In sardiano evidentemente il lemma sumerico venne trattato in forma aggettivale, aggiungendovi il suffisso in -ia del tipo di quello latino e simile a quello ebraico (cfr. Ozia, Isaia, Geremia, Sedecia, Netanya, Ezechia, Elia, Anania, Zaccaria, termini pronunciati in modo diverso a causa dello spostamento dell’accento: -ìa).


CABÉCCIA cognome di Sassari e Sorso che Pittau crede di origine spagnola, da cabeza ‘testa, capo’. In realtà il cognome sembra di origine còrsa: a Tempio dal 1622 al 1658 si registrò un Cabezia, Capecha, la cui forma ufficiale odierna, Capece, fu rifatta agli inizi dell’Ottocento su quella di un noto cognome napoletano (Maxia CS 152).

La probabile origine còrsa dà più forza al possibile retaggio sardiano (intendendosi per sardiano un aggettivo che riguarda, ovviamente, i Sardi e i Corsi preromani e precristiani).
Cabéccia è un termine importantissimo per il popolo sardiano, basato sull’akk. qābu ‘pozzo’ + ēqu (un oggetto di culto). In assiro per bīt ēqu s’intende un ‘sepolcro sotterraneo’, letteralmente ‘tempio-sepolcro’; invece i Sardiani hanno utilizzato la forma di stato costrutto qāb-ēqu indicante proprio il ‘pozzo sacro’, esattamente ‘pozzo destinato al culto’. Ora conosciamo anche il nome dei celebri “pozzi sacri” della Sardegna.

CABELLA cognome presente a Cagliari, Guspini, Oristano, Tempio Pausania, Trinità d’Agultu. Secondo Pittau può essere una variante del cgn Gabella significante it. ‘gabella, tassa, dazio’; o può essere un cgn propriamente italiano derivato dall’espressione Ca(sa) Bella.

Non sono d’accordo con la tendenza del Pittau d’inseguire una omologazione fonetica purchessia, che lo porta molto spesso ad abbandonare il campo della linguistica sarda per sondare i recessi meno plausibili della lingua italiana. Maxia CS 195, nell’evidenziare l’elemento còrso nella diocesi di Sorres del XV secolo, registra un Paulu Cabeda. Essendo quindi il cognome piuttosto antico, relativo peraltro ad aree interne e non alle città sarde, è impossibile immaginarlo di diretta origine italiana.
In realtà Cabella è un importantissimo lemma sardiano, legato indissolubilmente all’altro lemma che ha generato il cognome Cabéccia. Infatti Cabella ha la base nell’akk. qābu ‘pozzo’ + ellu ‘puro, sacro’ (stato costrutto qāb-ellu), col significato proprio di ‘pozzo sacro’.
Sembra non esserci scappatoia: anche gli antichi Sardiani (o Shardana) avevano il proprio nome per individuare il ‘pozzo sacro’.

CABÍLLA cognome di Baunéi e Silanus, esprimente il femminile dell’epiteto cabíllu (secondo Pittau DCS 148).

Cabíllu a sua volta è un termine oscuro e comunque incompreso. Lo si è considerato, da parte di moltissimi, dalla gente comune e, a quanto vediamo col Pittau, pure da certi linguisti viventi, come un aggettivo etnico indicante ‘chi è del Capo di Sopra’ ossia chi è della Sardegna settentrionale. Ma i dizionari sardi non recepiscono il lemma; in più, non si è dato conto di quel tema in -íllu. Peraltro, se cabíllu significasse realmente ‘quello del Capo di Sopra’, ci aspetteremmo che quanti risiedono a nord dell’isola usino anch’essi un epiteto reciproco per indicare “quelli del Capo di Sotto”. Ma non c’è alcun epiteto. È un dato reale che questo epiteto sia usato soltanto nel sud dell’isola. Nel nord è sconosciuto, se non da parte di quanti lo hanno udito pronunciare dai residenti del sud. Un rompicapo.
Si risolve il problema esclusivamente se mettiamo in campo il vocabolario semitico, dove abbiamo l’akk. ḫābilu, ḫabbilu ‘criminale, malfattore’. Il significato non ha bisogno di commenti. Ma si pone il problema di quando sia potuto nascere un tale epiteto. Poiché il lemma è arcaico, sembrerebbe di poter affermare che sia nato in epoca prelatina, addirittura prefenicia. Ma in ciò occorre prudenza. Infatti la durata della parlata accadica in Sardegna non è ancora cessata neppure oggi, e si può supporre che questa sia stata usata – con piena e reciproca comprensione da parte dei residenti – almeno fino all’anno 1000 di questa Era, nonostante lo sforzo del clero orientale mirante a omologare la parlata sarda a quella di Bisanzio.
È verosimile che l’epiteto sia nato durante l’epoca buia dei quattro Giudicati, allorchè i quattro regni si combatterono tra loro senza esclusione di colpi in vista di una supremazia e con lo scopo di unificare l’isola. L’epiteto, viste le premesse, è nato sicuramente nel giudicato di Càlari.

CACCEDDU, Caceddu cognome che Pittau crede una variante tipicamente olianese del cgn Catteddu e pertanto significante ‘cagnolino’. A me non sembra affatto. Pittau è incorso nella ennesima paronomasia, costruendo una paretimologia.

Cacceddu è un lemma sardiano, pronunciato alla sardiana, ed ha la base in un termine commerciale antico-assiro (II millennio a.e.v.), usato dai commercianti assiri della Cappadocia per nominare una particolare veste della città hittita di Ḫaḫḫum, chiamata ḫaḫḫītu(m). Evidentemente questo vestiario fu commercializzato nell’intero Mediterraneo.

CADDÙCCIU cognome che Pittau colloca nella Gallura e lo fa corrispondere al dim. di caddu ‘cavallo’ < lat. caballus.

C’è molto da discutere sulla trafila etimologica del Pittau. Anzitutto va detto che cáḍḍu è vocabolo autonomo dal latino, ed ha la base accadica, da kallû(m) ‘messaggero espresso, pony express’. Questa tradizione è ancora viva nel Logudoro, dove l’equivalente di ‘cavallaio’ (da lat. căballus) non esiste, preferendosi amante de sos caḍḍos, mentre ‘cavalleria’ si traduce con militia a caḍḍu, e ‘cavallerizzo’ è chìe pigat a caḍḍu. Quindi appare ovvio che cáḍḍu è vocabolo sardiano riferito all’uso nobile del quadrupede, all’uso per la monta, per fini militari, per le competizioni (pony) e, principalmente, per i servizi postali. Quest’ultimo uso, esplicitato dalla radice accadica, lascia ampiamente capire quanto fossero importanti e quale uso si facesse, prima dei Romani, delle strade sardiane che i nostri studiosi insistono a chiamare “romane”.
Ma a parte l’etimologia di caḍḍu, che riguarda esclusivamente il ‘cavallo’, è l’intero cognome Caddùcciu a non basarsi sul sardo caḍḍu. Esso è sardiano ed ha la base nel sumerico kadu ‘copertura’ + uhul ‘pecora’, col significato di ‘ricovero per pecore’.

CADELLO cognome creduto dal Pittau forma italianizzata del cgn Cadeddu. Ma la questione è letteralmente capovolta. È Cadeddu ad avere avuto origine da Cadello.

Andiamo con ordine. Cadeddu è cognome che Pittau considera probabile svolgimento del latino catellus ‘cagnolino’, il quale compare come cognome Catellu nel CSMB 65 e come Cadello nel CDS II 43, 44 per l’anno 1410. Così pensa anche Paulis NPPS 180, che assume questa ipotesi nel trattare il fitonimo cadèḍḍa (Escolca, Nuragus) ‘ranuncolo dei campi’ (Ranunculus arvensis L.).
In realtà, così come ho già spiegato per il fitonimo catheḍḍìna, il termine cadèḍḍu, cadèḍḍa non ha alcuna relazione con i cagnolini e neppure coi cani. Esso è un composto sardiano con base nell’akk. ḫadû(m) ‘gioia’ + ellu(m) ‘puro’, col significato complessivo di ‘pura gioia’ (in relazione alla bellezza del fiore). Cadéllo in quanto cognome indica anch’esso questo fiore, ed è la forma primitiva dello stesso cognome. Cadéḍḍu non è altro che la forma seriore del cognome, dopo aver subito la palatalizzazione della -ll-.


giovedì 10 maggio 2012

lingua sarda e lingue semitiche



I confronti e le tesi di Salvatore Dedola.


Confronti termini sardi e semitici


ABBA    logud. 'acqua'. Come spesso andrò a dimostrare, gli etimologisti che mi hanno preceduto, convinti della "innegabile" origine latina di gran parte della lingua sarda, hanno persino inventato le leggi fonetiche che dimostrerebbero il processo di derivazione dei vocaboli dal latino al sardo. Wagner sostiene che abba deriverebbe direttamente dal lat. aqua, in virtù dell'esito (che altrove ho spiegato) del lat. -q- > sardo -b-. Invece per -q- e -b- non ci troviamo affatto di fronte ad un processo derivativo, a una norma fonetica derivata diacronicamente dall'altra, ma di fronte a due leggi fonetiche sincroniche, già operanti per proprio conto prima dell'invasione romana della Sardegna.

Abba esiste già nel vocabolario accadico: abbu 'palude, pantano'; abbû 'fauna acquatica'; bā 'acqua'. In Sardegna con abba assistiamo soltanto agli esiti d'una legge fonetica tutta sarda, che traduce in -a i termini accadici in -u, e che (per bā) ha aggiunto a-, operando la prostesi soltanto durante il lento processo di identificazione con la lingua del vincitore. Ma questo processo si è concluso soltanto in pieno Medioevo, con centro irradiativo nelle città di Kàralis e Thàtharis.

ACCABÁRE    'finire, terminare'; logud. anche nel senso di ‘far morire un malato terminale o un ferito gravissimo’ nel senso di ‘completare l’esito’ della malattia o delle tribolazioni; logud. figur. ‘completare’ la distruzione economica di un miserabile. Wagner lo propone dallo sp. acabar 'id.'; camp. accabbàdda 'finiscila!, smettila!'; accabbu 'fine, termine' = sp. acabo 'termine'. La base etimologica comune dei termini sardi e spagnoli è l'accad. aqqabu 'rimanente', da forme aramaiche.


ACCALAMÁU    camp. ‘chi perde vigore, illanguidisce, s’ammoscia (fiore, persona o altro)’. Wagner ritiene possa derivare dal cat. calima ‘calitja d’estiu, bruma estiva’. In realtà deriva dall’accad. akālu(m) ‘consumare, devastare’, ‘logorare, irritare, far male (a una parte del corpo)’.


ALLILLONAISÌ   , p.p. allillonáu camp. ‘diventar mogio, amminchionarsi, rintontirsi’. S’esti allillonéndi cun is videogiògus ‘si sta rincoglionendo con i video-giochi’. La voce manca nel Wagner. Ha base etim. nell’ant.accad. lillu ‘scemo, idiota’.


ANNU    ‘anno’. I linguisti accademici sostengono che derivi direttamente dal lat. annus. Ma non sono d’accordo. Il termine è antichissimo, prelatino, ed ha la base direttamente nel bab. Annum ‘il dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus, al quale fu intitolato il mese di gennaio.


ARRÓRI    interiezione campidanese volgarmente tradotta, all’italiana, orrore; ma col brivido non ha alcuna affinità. Il termine è pronunciato spesso come clausola finale, commento esclamativo d’una frase che narra un episodio un po’ fuori del comune, non del tutto rilassante, poco edificante, ma spesso anche positivo, persino altamente positivo. Infatti è pronunciato e sentito sempre in modo soffice: Arròri! ‘che danno!, che vergogna!, che disgrazia!, che dispiacere!, che contrattempo!, che disdetta!, che insolenza!’; ma anche ‘Che portento!, che record!, che prestazione!’ e così via. Spesso è usato come nome comune nel corpo di frasi falsamente maleauguranti, che in realtà esprimono spiccata ammirazione. Ancu tengat arrori: est unu furriott’e pìbiri, cust’òmini! ‘Perdiana: quest’uomo è un turbine di pepe!’; Arrori mannu tèngada! ‘Che birbante!, Dio l’abbia in gloria!’; Arrori dhu càlidi! ‘Perdinci che cranio!’ (ad un bambino di cui si commenta l’ottima resa scolastica). E così via. In sè, quest’interiezione, o nome comune, è un modo plebeo per inserire un commento del tipo ‘Maledizione!’ (non inteso come bestemmia ma solo come termine esclamativo che va bene in ogni situazione). Succede anche con l’italiano Maledizione!

Il termine deriva direttamente dall’accad. arru ‘maledetto’ < arāru ‘maledire’.

ATTITTU.    Qualcuno traduce attittu come ‘singhiozzo’. E sia. Ma questo è un modo alquanto libero di adattare i semantemi. S’attìttu è in ogni modo, prevalentemente, il gesto carezzevole e primitivo d’una madre che stringe al petto il bimbo piangente, al quale porge il capezzolo e canta la ninna-nanna. Da questo gesto materno è sortito il secondo significato di attittu, collegato al gesto della madre che stringe al petto il figlio morto, specialmente il figlio assassinato, (anticamente) il figlio morto in battaglia, al quale canta la nenia funebre. Da ciò nacque il grande significato di s’attittu, ancora vivo nei villaggi della Sardegna, che è la riunione funebre della parentela che piange e narra le gesta del morto. S’attittu è per antonomasia il canto funebre delle attittadòras, donne scelte per la funzione del lamento funebre, espresso in lunghi lamenti cantati (almeno un tempo). Il significato dell’attittu è così profondo, che a Bosa attorno ad esso è stato imbastito tutto il Carnevale, caratterizzato da uomini travestiti da donne che stringono al petto un (finto) bimbo e girano per la città pronunciando frasi oscene (accompagnate da gesti osceni) che burlescamente mimano il bisogno di calmare le pene del bimbo sofferente.

Attittu deriva da titta ‘capezzolo’ (vedi lemma), e come titta ha la base etimologica nel bab. tîtum ‘nutrimento, cibo’, ti’ûtu ‘nutrimento, sostentamento’, termine fuso con tiwītum (a song).

BABBU.    Questo termine pansardo significa ‘padre’ ed ha l’eguale soltanto nel toscano babbo. Ma il termine toscano è d’origine sarda.

Oggi babbu si dice pure per il Padre Eterno. Nelle carte medievali (CSP 15, 262; CSNT 15,63; CSMB 33) prevaleva patre per designare il proprio padre, almeno nelle donazioni ufficiali dei Giudici, i quali evidentemente, se non altro nell’uso della lingua aulica, erano influenzati dalla lingua latina. Oggi si è tornati a dire babbu sia per il Padreterno sia per il padre carnale.
Il termine è tipicamente sardo, ed è collegato con l'accad. abu 'padre', cui si è aggiunta nel tempo la b-. Il termine si è fuso poi con bābu ‘piccolo ragazzo, bambino’ ed ha contributo ad espellere dalla parlata sarda l’omofono accadico bābu ‘porta (di casa, del tempio, della reggia, della città)’. Ma babbu in definitiva ha un fortissimo aggancio originario, etimologico

BALOSSU    camp. ‘poco accorto, stupido, cretino, imbecille’. Wagner non recepisce il termine. La base etimologica è l’accad. balu(m) ‘senza’ + uššu(m) ‘fondamenta (di casa o altro)’. Balossu è dunque l’equivalente del lat. imbēcillus ‘senza bastone, senza sostegno’ quindi ‘debole di corpo o di mente’.


BARBÀGIA.    Questo è un coronimo sin troppo noto a chi abbia sentito parlare, sia pure per vie indirette, della Sardegna. Il termine è sempre stato interpretato da chiunque come ‘il luogo dei barbari’. Ma, a ben vedere, questa è una etimologia popolare inventata ai tempi dell’imperatore Tiberio, allorquando il vero termine aveva perso oramai i connotati, diventando incomprensibile. Il coronimo Barbagia è da confrontare con Arbu ed Arbus (vedi), coi quali condivide la radice antico-babilonese arbu, che significa ‘waste, uncultivated, territorio incolto (quindi adatto alle greggi)’. Il coronimo sardiano doveva essere pronunciato, originariamente *Arba-ria e, una volta perduto il significato d’origine, anche i Sardi gli agglutinarono la B- (seguendo le proprie leggi fonetiche), rendendolo quindi Barbaria (Barbàia > Barbagia), con gradimento da parte dei dominatori romani che forse per eufonia o, meglio, per etimologia popolare, così lo chiamavano da tempo.


BASUCCU    camp. è una ‘specie di pagello’, ma è esteso anche ad un uomo ‘tonto’, ‘che comprende poco’. Wagner lo deriva dal cat. basuc, sp. besugo. Ma la vera base etimologica sta nell’accad. massuhum ‘di qualità inferiore’.


BÁU,    bau-bau è lo 'spauracchio', un essere di cui si ha paura. Il termine è ritenuto dal Wagner onomatopeico, dall'abbaiare del cane, e sono ricordati simili espressioni in italiano e in altre lingue romanze. Può darsi che l'influsso pan-europeo attuale sia servito ad integrare quest'espressione sarda tra le altre europee. Ma va ricordato che i Babilonesi usavano già il verbo bâ’u(m) col significato - tra gli altri - di 'fare' cattivi segni, 'travolgere'. Quindi bau-bau non è altro che un raddoppiamento accadico con senso superlativo.


BAÙLLU,    Baùle cognome che Pittau crede equivalente a sardo baùle 'baule, bara' < cat. baul (Wagner), e pensa a un cognome italiano dal significato uguale (Baùllo). In realtà la base etimologica del cognome è il bab. bā 'acqua' + ullû(m) 'esaltata' di dea (è la dea delle acque). Il composto è quindi uno stato costrutto riferito proprio alla Dea delle Acque, tanto venerata in Sardegna. Vedi baùle.


BEBBÉI    camp. ‘coccola del ginepro’. Paulis NPPS 444 la ritiene una voce elementare indicante qualcosa di ‘tondo’. Ma sbaglia.

Il lemma è una iterazione sardiana (usata in termini superlativi) dell’accad. be’u (a bird), col significato di ‘(coccola degli) uccelli’. Il nome non ha nulla di strano. Infatti la coccola fu usata, ed ancora oggi è usatissima, dagli uccellatori sardi per attirare e catturare al laccio gli uccelli da passo.

BINU, inu.    Normalmente in sardo significa ‘vino’ e si fa discendere l’etimo dal lativo vinum. Invece l’etimo discende, per ambo le lingue, dal bab. īnu ‘vino’, ebr. iāin.


BUGGÍNU,    buginu camp. ‘boia, carnefice’, settentr. boccinu < bocchìre, occhìre < lat. occīdere. È detto popolarmente che il termine buggínu sia stato creato a ricordo della severità del ministro savoiardo Bogino, che abolì i privilegi nobiliari. L’immaginario collettivo ha fuso i riferimenti al cognome e al nome comune per istigazione della nobiltà locale.

Sbaglia il Pittau a derivare il termine dall’ital. aguzzino. Wagner lo collega tout court al cat. butxí ed allo spagnolo antico, che hanno lo stesso significato sardo. Ma l’origine più profonda è nel bab. ugu ‘morte’, uggu ‘rabbia, furia’, uggugu ‘molto furioso’ + suffisso sardiano in –nu (oppure accad. inû ‘mestiere, craft’). In quest’ultimo caso il significato sarebbe ‘mestiere di morte’ ossia ‘boia’.

BURRICU    camp. ‘asino’ Wagner lo fa derivare dal lat. burricus ‘cavallino’, ma non dà l’etimologia. Il termine latino e quello sardo hanno la base nell’ant.accad. būru col senso di ‘puledro; piccolo quadrupede’, ‘vitello da latte’ e altri animali giovani.


BURRUMBALLA.    Questo termine sardo, con le sue varianti fonetiche, significa ‘cosa o gente di poco conto o valore; segatura, trucciolame, ciarpame’. Significa anche ‘confusione, tumulto’, specialmente nel nord Sardegna. Il Wagner lo riporta accertando l’identica forma anche in catalano ma non intrigandosi nella ricerca dell’etimo. Afferma soltanto che l’estensione del termine e del suo significato a tutta l’isola è causata forse dal fatto che si poteva intravedere un elemento onomatopeico.

I Catalani erano mediterranei come i Sardi, ed a suo tempo recepirono l’influsso dei navigatori pre-fenici e fenici. Questo termine è antichissimo, deriva dal sumero, ed è attestato nell’antico babilonese nella forma burubalûm col senso di ‘sconquasso, rovina; agglomerato urbano abbandonato, deserto’.
Ma burubalûm indica anche un serpente soprannaturale, un Leviatano, possibile oggetto di culto cui, a quanto pare, i monaci cristiani appiopparono un significato diabolico.

CADDOZZU    campid. e specialm. cagliaritano 'sudicio' (di persone). Ma il termine si ritrova pure ad Escalaplano, ossia sulle montagne degli antichi Galilla. Wagner propone una probabile etimologia da udkad 'cotenna, pelle del maiale o del cinghiale' < lat. callum. Ma è difficile accostarsi alla proposta wagneriana. Era nota nell'antichità l'abitudine all'igiene del maiale (a maggior ragione del cinghiale), che non è nè più sporco nè più pulito di altri animali, ed appare “sporco” solo allorchè viene chiuso nell'abiezione del brago. Ma il brago, si sa, viene cercato naturalmente dal maiale (e pure da molti animali della savana) per crearsi addosso un impasto che, seccando, racchiude e uccide le zecche e tutti i parassiti della pelle. Nella stagione calda è usuale vedere branchi di maiali (quelli liberi in natura) immersi per lungo tempo nei fiumi d'acqua pura, col solo muso fuori, proprio come i bufali. Il termine 'sozzo, sudicio' non poteva dunque richiamare il maiale, nonostante che gli Ebrei lo avessero considerato un essere immondo. Ciò riguarda soltanto la loro religione, per la quale era immondo persino il cammello, ed in questo, soltanto in seguito, sono stati imitati dagli Arabi.

Suppongo che il termine caddozzu col semantema attuale sia nato nell'alto medioevo ad opera dei preti cristiani, decisi a far tabula rasa di ogni forma di religione anteriore, della quale bersagliavano i termini sacri distorcendoli nella forma e molto più nel significato, che veniva capovolto, umiliato, lordato e quindi demonizzato. In Sardegna - giusta la (relativa) tolleranza degli imperatori - le religioni attestate erano le stesse professate a Roma: quella ufficiale dello Stato, ma pure quelle orientali (ebraica, egiziana, persiana, etc.). L'unico termine antico accostabile a caddotzu è il fenicio qdš (qodeš) ‘santo, santuario’, ‘consacrare, consacrato’, riferito a tutto: sacerdoti, offerte, tempio e divinità. È principalmente accostabile l'ebraico qadòš 'martire, santo' (SLE 85). Ma può esserlo pure qaddiš, ch'era la preghiera ripetute varie volte al giorno (SLE 73), o il kidduš, la benedizione a Dio espressa la mattina del sabato, recitata accanto a due candele, su una coppa di vino.

CÀGLIARI.    Anticamente era Kàralis/Karales. Anche nell’antica Panfilia esisteva la cittadina chiamata Κάραλις, Κάραλλις. Il toponimo è ripetuto almeno altre tre volte nel centro-Sardegna (Austis, Sorradìle e altrove). La stessa forma antica, Carále, si trova ad esempio ad Austis, nel sito più alto del territorio, in un valico che collega i territori di Austis e Teti. La contraddizione tra toponimo “marino” e “montano” è forte, ed infatti il sito di Austis ha diversa etimologia, bab. hārali ‘porta’, con relazione al valico (il quale ancora oggi in sardo viene chiamato 'porta', ossia genna).

Si deve ai Sardo-Fenici, e quindi ai Sardo-Cartaginesi dal sec. VI a.e.v., una prima organizzazione urbana sulle preesistenze sardo-nuragiche del sito di Kàralis. Sinora non si è indagato abbastanza sul toponimo, ed ognuno ha detto la sua, senza certezze. Per sanare l’aporia comincio dicendo che il porto fenicio di Kàralis fu scelto sul bordo orientale della laguna, località Santa Gilla (Santa Igia), proprio di fronte alla vicinissima isola alluvionale di Sa Illetta/S.Simone. Guarda caso, sullo stesso sito s’insediò poi anche la Cálaris medievale. Era l’unico sito possibile, al fine di tutelare la flotta dalle tempeste di mare provenienti da maestrale e da libeccio (ma anche da scirocco), reso sicuro da acque basse che permettevano di tirare le navi in secca, e da moli reciprocamente fronteggiati e rapidamente raggiungibili.
Ciò premesso, non è apparso comunque chiaro per quale motivo i Fenici potessero aver dato alla capitale dei Sardi il nome Karali.
È un nome affascinante, perché ci riporta direttamente alla semantica di Olbia (greco ’Όλβια: ‘felice, fortunata’). Tale semantica proviene dal termine neo-bab. karallu, che significa ‘gioiello’ ma anzitutto ‘felicità’. Ciò to¬glie clamorosamente dall’imbarazzo generazioni di storici e linguisti, inca¬paci di spiegare perché il notissimo aggettivale greco Olbia si sia radicato in un’isola dove i Greci non operarono né si stabilirono ma subirono soltanto batoste. Il toponimo grecizzato, dopo il tentativo dei Greci di stabi¬lirsi in Gallura e dopo la battaglia di Aleria, fu tollerato ed usato per l’in¬con¬fessabile rispetto che tutti i popoli tributavano alla civiltà greca. Olbia è una classica traduzione, una delle mille, che i Greci hanno traslato a pro¬prio uso e consumo, assorbendo il semantema dalla base babilonese della quale erano pienamente informati (altrimenti non sa¬premmo spiegare la perfetta corrispondenza semantica tra i due toponimi, indicanti la ‘felicità’, la ‘fortuna’). La corrispondenza perfetta tra i semantemi di Olbia e Karáli/Karallu fu voluta per ragioni geografico-ambientali, anzi inferisco che pure il sito di Olbia doveva aver avuto un previo nome di Karallu, perché le due città a quei tempi ebbero a disposizione nientemeno che i porti naturali più belli e sicuri della Sardegna, certamente due tra i più sicuri del Mediterraneo.

CALA    oggi indica, all’italiana, una ‘cala’, una spiaggia alquanto nascosta, molto arcuata, o simile. Ma nell’antichità era un litorale morfologicamente composto da una parete alluvionale antica, con alla base una spiaggia creata dai sassi di caduta. Ha la base nell’accad. kālû ‘molo, diga’. Ma vedi Gala-noli.



CALLÒNI.    Per il termine camp. designante il ‘testicolo’ (log. codzone) Wagner pone l’origine nel lat. coleone (Romanisches etymologisches Wörterbuch 2036). In realtà deriva dal bab. qallû, gallû (‘human genitals’).


CAMA    'calura forte d'estate'. Ha la base nell'accad. qamû ‘ardere’ ed anche 'vampa del fuoco o dell'incendio'. Vedi anche sanscrito kāma ‘amour; objet du désir’, ma principalmente ebr. hammah ‘calore, arsura’ (חַ מָּ ה).


CANÁGLIA    è un sito collinare tra la Nurra di Sassari e l’Argentiera. Assieme a quest’ultimo, il sito è noto per le antiche miniere. Il termine e allomorfo di Cannavaglio (vedi) e del gallur. Canna aglia e indica la Cannabis ossia la ‘canapa’. La base etimologica di Cannabis è da accad. kannu ‘shoot, germoglio’ + baliu ‘lord’, col significato di ‘piantina principe’, evidentemente per l’importanza che già in età arcaiche la canapa ebbe per gli sciamani e per le cerimonie religiose.


CANCARÀDU.    Wagner, con molto giudizio, non se l’è sentita di mettere assieme il sardo càncheru, càncaru ‘granchio, spasimo’ col verbo sardo cancarare ‘intirizzire, irrigidire’. Riconosce che cancarare non è voce indigena e neppure dal latino da cancer, e lascia la questione sospesa.

In realtà il termine cancarare è tipicamente ebraico, espresso col raddoppiamento per esprimere l’effetto-limite. Deriva da kar ‘freddo’, karàh ‘fredda, gelida’. Il termine ebraico è da confrontare col bab. kâru(m) ‘essere stordito, intorpidito, incapacitato (di arto)’. La -n- contenuta nella sillaba del raddoppiamento è l’effetto della commistione con càncaru.

CANNA ‘canna’.    Wagner lo fa derivare dal latino canna. Ma è pure uguale al gr. καννα. Come l’equivalente latino, greco e italiano, ha varie accezioni. Indica questa pianta ed altre piante del genere, con i diminutivi del caso. Metonimicamente può indicare un oggetto fatto con la canna o che somiglia alla forma tubulare di questa. In Sardegna su cannoni è lo ‘scarico a tubo di una sorgente’.

Il termine, con tutte le sue accezioni, deriva direttamente dall’accad. qanû(m) ‘canna’ (sumero kan ‘recipiente’, ebraico qāne ‘canna’: OCE II 360), da cui anche il cognome sardo Canu. Quest’ultimo infatti non deriva dal lat. canus ‘dai capelli grigi, canuto’, come propone Pittau, ma dal termine su detto, il quale poi per suo conto ha prodotto kanû ‘condotto, canna; vulva, vagina’.

IMPÍCCU    ‘impiccagione’; deriva direttamente dal bab. pīqu(m) ‘strangolamento’. Da ciò s'intuisce che gli antichi popoli mesopotamici non perdevano nè tempo nè beni economici ad elevare un patibolo per far perire di soffocamento un prigioniero o un condannato: gli bastava strangolarlo. Tutto sommato, il patibolo per l’impiccagione ebbe sempre una funzione scenografica, veniva elevato per il bisogno di comunicare col popolo nei momenti in cui i morituri erano numerosi, o molto importanti (vedi Cristo, al quale fu elevata la croce, e vedi le migliaia di seguaci di Spartaco, incrociati sulla Via Appia); il palco dell'impiccagione era insomma una "sovrastruttura" funzionale alla forza e alla legittimità del potere costituito; ma il fine primario di ogni atto punitivo rimase lo strangolamento, s'impiccu.


LEPPA    è il classico coltello a serramanico costruito in Sardegna, noto in tutto il mondo. Wagner produce una serie di simiglianze italiche e persino greche, es. calabr. lappa ‘lama lunga di coltello’, catan. adlappared ‘coltello’, romanesco sleppa ‘coltello’, anche berbero alĕbban ‘spada’; ma l’origine, secondo lui, è dal gr. λεπίς, λέπος ‘corteccia, buccia, lamina di metallo, piastra’ (greco mod. λεπίδα, λεπίδι ‘lama di coltello’). Invece la base etimologica, per il termine sardo e per quello greco, è nell’assiro-bab. lippu ‘incartamento’ (a causa della teca dove s'incastra la lama a riposo). Potrebbe avere la base anche nell'accad. eleppu(m) 'nave, barca', traslato riferito alla cavità della nave, destinata a ricevere le merci nella sua stiva.




MACCU.    Sappiamo quali origini abbia la parola sarda che equivale a 'scimunito, pazzoide'. Plauto con esso ha persino creato il nome d'un personaggio nell’Atellana. Maccu deriva dall'accad. mahhûm 'estatico, profeta', da mahûm = 'furoreggiare, entrare in trance'. Sappiamo in quanta considerazione i “matti” fossero tenuti nel mondo semitico, essendo ritenuti intermediari della divinità.

In ogni modo questo termine ha subìto l’influsso e l’incrocio dell’accad. mākum, makû(m) ‘esser carente, privo di, aver bisogno’, makû ‘essere assente, mancare di qualcosa o di tutto (anche nella mente)’. In sardo sett. si dice infatti mancánti per ‘pazzo’, letteralm. ‘che è privo di comprendonio’.

fonte: http://www.questasinnai.com/?p=294