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giovedì 9 gennaio 2014

Le anime nell'abisso

Su Sterru,la voragine che si apre sull'altopiano di Golgo,è una delle più profonde cavità naturali a campata unica d' Europa. 
Dopo la prima esplorazione avvenuta nel 1957, numerose altre spedizioni ne hanno raggiunto il fondo; le sue pareti sono state fotografate metro per metro e un gruppo di biologi vi ha soggiornato all'interno per alcuni giorni allo scopo di studiare la flora e la microfauna che si cela nelle oscure cavità del sottosuolo. Anni fa,insieme a degli speleologi di Faenza, anche un giovane di Baunei, Paolo Muggianu, è disceso nella voragine. 
Si può immaginare quale emozione abbia provato: per i baunesi su Sterru è sempre stato un luogo magico e riveste ancora oggi un'importanza tutta particolare nella mitologia paesana costituita da leggende che si tramandano da secoli. 
Legate a questo luogo vi sono infatti tantissime fosche storie di suicidi e di delitti, racconti di esseri tenebrosi, accadimenti misteriosi destinati a non essere mai spiegati. 
Si dice, per esempio, che passando di notte nelle vicinanze dell'abisso si possano sentire i lamenti provenire dall'interno. La gente crede che appartengano alle anime infernali che per quella via cercano di accedere al mondo dei vivi.

(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA, scritto da B.Vigna-G.Caprolu, con illustrazioni di P.L.Murgia).



lunedì 2 settembre 2013

Is brebus de Zia MAriagiuseppa


da http://www.contusu.it/

Quand’ero piccolo (avrò avuto sette-otto anni) a casa mia allevavamo conigli. Ne avevamo parecchi e tutti discendevano dalla capostipite che avevamo chiamato Antonietta. Era un magnifico esemplare, dalla taglia molto grossa e aveva la caratteristica di essere molto prolifica. Ricordo nidiate anche di 18 coniglietti! Non tutti sopravvivevano, ma una buona dozzina riusciva a tirarli su. Col passare degli anni Antonietta (o Antoniettedda, come la chiamavamo noi bambini) era diventata un’istituzione. Non ci sfiorò mai l’idea di ammazzarla, come si faceva con gli altri suoi simili e perciò era come un’icona vivente, da tutti ammirata e coccolata. A casa avevamo l’abitudine, ogni tanto, di liberare nel cortile tutti i conigli che potevano così sgranchirsi le zampe e offrire un insolito spettacolo ai passanti e vicini di casa. A quei tempi (negli anni’50) a Villacidro c’erano numerosi cacciatori e non era raro vederli transitare nelle vie del paese con il fucile a tracolla. Una mattina passò ziu Antonicu che portava il fucile a tracolla. Si avvicinò al portone e osservò quello stuolo di conigli che si muovevano liberamente nel cortile. Tra una chiacchiera e l’altra con mio padre, si tolse il fucile dalla spalla e puntatolo addosso ad Antonietta disse per scherzo: «Immoi dda sparu!» (Adesso le sparo!). Naturalmente non lo fece, limitandosi a mimarne l’azione. Poi se ne andò. La sera stessa Antonietta accusò i primi sintomi di uno strano malessere: rimase accovacciata e immobile in un angolo, senza mangiare. Il fatto si ripeté nei giorni seguenti: restava sempre immobile, senza mangiare tant’è che cominciò a deperire e nel giro di una settimana era ridotta a pelle e ossa. Non moriva ma era evidentemente sofferente e colpita da qualche grave morbo. Visto che non si riusciva a capire cosa le stesse capitando mia madre pensò di farla vedere da zia Mariagiuseppa, una vecchia del paese, famosa perché conosceva e praticava is brebus che spesso risolvevano situazioni impossibili. Così, una sera mia madre e io andammo con Antonietta dentro una scatola di cartone a casa della guaritrice. Arrivati, la vecchia osservò a lungo la coniglia e finalmente disse in tono grave: «Iscùra…è pigàda in ogu! Portat su coru spaccau!» (poveretta…ha il malocchio! Ha il cuore spaccato!). Allora iniziò il rituale di guarigione del quale conservo indistinti ricordi. Recitò in segreto is brebus e poi, rivolgendosi a mia madre: «Bai cun Deus –disse- ca sa coilla gei sanada ! » (Vai con Dio, ché la coniglia di sicuro guarisce). Il giorno stesso Antonietta riprese a mangiare e nel giro di alcuni giorni riacquistò prodigiosamente l’aspetto florido e sano di sempre. Visse ancora alcuni anni, fino a quando morì di vecchiaia.

da http://www.contusu.it/

sabato 10 agosto 2013

IÁCCU RÙJU

di Salvatore Dedòla

IÁCCU RÙJU.
Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole... Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». La Turchi è convinta che questo personaggio fantastico sia lo stesso che dà il proprio nome a una vallicola sull’alto monte di Olièna.
da http://www.summitpost.org/punta-jacu-ruiu/58710

 Poichè ella crede che in Sardegna nel passato ci siano stati molti e nitidi episodi legati ai Misteri Eleusini, di cui fa parte Íacco (nome solenne di Bacco-Dioniso nei Misteri di Eleusi), ella ritiene che questo personaggio sardo sia proprio Dioniso. A mio parere, la valletta di Iaccu Ruju (tradotto in italiano sarebbe Giacomo Rossi) indica, fino a prova contraria, soltanto il nome-cognome di un pastore del passato, che soggiornò lungamente nell’area utilizzando il pascolo comunale. Quanto all’incrollabile certezza della Turchi sulla presenza in Sardegna dei Misteri Eleusini e di tutti i personaggi divini che ne sono l’oggetto di culto, la risposta è data dagli storici e dagli archeologi, i quali ritengono che in Sardegna sia mancato ogni genere di influsso greco, escluso ovviamente quello dei Bizantini, i quali però erano cristiani, e vennero in Sardegna con lo scopo dichiarato di sradicare ogni pratica pagana (compito peraltro cui si applicarono egregiamente). Essendo impensabile che i culti di Eléusi siano stati importati dai Romani, e tantomeno dai Bizantini, occorre cercare in altra direzione l’etimologia di Jaccu Rùju in quanto essere fantastico. Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà che ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, credo occorra cercare nei vocabolari del Vicino Oriente l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi a Iaccu), e indicarlo propriamente come ‘Dio’, con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’. In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il proprio disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna. In tal guisa veniamo a sapere che Jaccu Rùju e Cusidòre sono due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.

da  www.linguasarda.com

martedì 11 giugno 2013

Su Maskinganna





Su Maskinganna è uno degli esseri fantastici della tradizione sarda che può essere incluso nella categoria dei folletti burloni. Chiamato anche S'Ingannadore, viene associato talvolta alla figura del Diavolo.

In Sardegna agisce prevalentemente nel mondo agro-pastorale, rendendosi protagonista di innumerevoli storie, prendendo di mira generalmente  contadini e pastori.

Ha la capacità di assumere qualsiasi sembianza, speso quelle di un bambino o di un animale, ma può manifestarsi anche solo con la voce.
In diversi racconti si presenta come un fanciullo con degli zoccoli al posto dei piedi, come gli Augurielli, folletti diffusi in gran parte dell'Italia meridionale, o il bruttissimo Barabao veneto.

Si diverte a combinare scherzi di ogni tipo alla malcapitata vittima o agli animali che questa custodisce.
Il Berlic valdostano di notte si introduce sotto forma di un'ombra nelle stalle, creando scompiglio tra mucche, cavalli e capre, mentre il Beilhund del Trentino ha l'aspetto di un manico d'ascia e la testa a forma di scure. Si diverte a sostituirsi all'accetta del contadino, scomparendo ridendo e fiammeggiando quando qualcuno tenta di afferrarlo per tagliare la legna. Il Linchetto toscano invece si nasconde nei tini al tempo della vendemmia, si diverte ad intrecciare la coda ai cavalli o a bussare alla porta durante la notte.


Su Maskinganna compie anche azioni positive, talvolta dando avvertimenti utili agli esseri umani. Si narra che un pastore avesse sconfinato col suo gregge di pecore in un altro terreno non suo. Sedutosi all'ombra di una pianta di fico udì da prima un brusio, e pian piano una voce ben distinta che lo avvisava di badare al gregge e di spostarlo perchè stava arrivando il padrone del terreno.
Il pastore si alzò di scatto cercando la persona che aveva parlato, e non vedendo nessuno, spaventato si affrettò comunque a radunare il gregge e riportarlo sul suo appezzamento di terra. Sapeva di aver appena avuto a  che fare con Maskinganna ma, memore dei raccontisentiti dal nonno, ne seguì comunque il consiglio.
Infatti, sulla via del rientro, incrociò proprio il padrone del pascolo in cui aveva sconfinato il gregge.


venerdì 17 maggio 2013

Il Diavolo in Sardegna

da http://www.contusu.it/

In Sardegna il Diavolo assume i nomi più disparati legati alle sue caratteristiche o al tipo di manifestazione.
I più comuni sono Diàulu, demoniu, aremigu, lu-bekku, zampa-di-addu, codicella, coa-de-fogu, bestia, puzzinòsu, tentadòri, foras-de-nosu, foras-domine, bobbòi, mommòtti, maschingànna.
apparte i più comuni, gli altri sono perifrasi per non nominarlo direttamente, in quanto il contrario lo farebbe immediatamente comparire.
Lo si indica perciò citando qualche sua caratteristica o facendo riferimento al suo modo di manifestarsi (becco, zampa di gallo, codetta, coda di fuoco, puzzolente), o si ricorre ad un nome-scongiuro (foras-domine, foras-de-nosu).
Questo diavolo che si materializza al solo farne il nome, viene immaginato e descritto nei suoi rapporti con gli uomini piuttosto che nel suo naturale ambiente infernale.

I moltissimi racconti sulle apparizioni del diavolo che è possibile ascoltare ancor oggi, descrivono le forme ingannevoli con cui si manifesta: una vecchia, un bambino piangente che, al nome di un santo o al segno della croce, si trasformano in una lingua di fuoco; un bue incatenato, un cane, un caprone, un cavallo, un cinghiale, un gallo, un vento impetuoso, e così via.

Gli improvvisi incontri col diavolo sarebbero frequenti specialmente la notte del Sabato Santo, la vigilia di San Giacomo e di San Giovanni Battista, ed avverrebbero di preferenza nei crocevia, nei cimiteri, presso le chiese sconsacrate, sotto le piante di fico.
Anche se, per sua natura, il diavolo dovrebbe agire per impossessarsi dell'anima degli uomini o per indurre a commettere peccato, nella leggenda sarda più che di patti col diavolo e di forme di possessione, si parla di incontri con il "nemico" che provocano spavento e, di conseguenza, debilitazione fisica e psichica.

Anche malattie considerate diaboliche - certe malattie mentali, forme isteriche, l'epilessia - restano turbamenti della personalità che non comportano necessariamente una malvagità del malato o un suo peccato da scontare. È lo spavento dell'incontro con il diavolo, incontro inevitabile e imprevedibile, che lascia queste tracce.

Tuttavia, questi diavoli e diavoletti sempre presenti, qualche volta possono essere anche benefici; si racconta infatti che essi custodiscono tesori, da soli o con l'aiuto dei loro alleati: Luxia Arrabiosa, sa musca macèdda, una serpe, un'anima dannata, un cane nero, o s'iscultone, una specie di basilisco descritto come un grosso rettile o come un drago con la coda di bronzo e lo sguardo che uccide.




mercoledì 8 maggio 2013

AMMUTADORI

da http://www.contusu.it
In questo articolo Vi riproponiamo un interessantissimo lavoro di catalogazione e rielaborazione degli esseri fantastici della nostra splendida isola. La raccolta si ispira ad un lavoro di Gianluca Medas. Tramite il link seguente potrete visitare la sua pubblicazione intitolata: Mostri in Mostra UMBRAS .
Cliccate due volte sulla voce che vi interessa per visualizzare la scheda.

Altri nomi con cui viene chiamato questo incubo: AMMUNTADORE - AMMUTTAROI - MUNTADORI - MUTAROLLA
Questo è un demone che agisce collegato con il sonno della sua preda provocando una sensazione di angoscia, soffocamento e oppressione nel malcapitato. In Sardegna i pastori avevano paura di addormentarsi, magari all'ombra degli alberi, per timore di un’aggressione del demone che poteva strangolarli durante il sonno.
Essendo un incubo è estremamente difficile cacciarlo via, ma lo si può fare se si conoscono le apposite formule magiche (chiamate "Brebus” ovvero “verbo, parola”).

dalla  pagina

Questo è un demone che agisce collegato con il sonno della sua preda provocando una sensazione di angoscia, soffocamento e oppressione nel malcapitato. In Sardegna i pastori avevano paura di addormentarsi, magari all'ombra degli alberi, per timore di un’aggressione del demone che poteva strangolarli durante il sonno.
Essendo un incubo è estremamente difficile cacciarlo via, ma lo si può fare se si conoscono le apposite formule magiche (chiamate "Brebus” ovvero “verbo, parola”).
Ma cosa è in realtà l'angosciante ammutadori?
Il fenomeno si manifesta al passaggio tra la veglia e il sonno, o viceversa. In questa fase particolare, il corpo si trova addormentato mentre la mente risulta essere ancora cosciente.
E' possibile trovare molta documentazione relativa a queste sensazioni quando si affronta l'argomento sogni lucidi - viaggi astrali.
Chi ha provato l'esperienza di un OBE ( Out of body experience), ha sperimentato la paralisi notturna con il contorno di sensazioni associate. Queste vanno dal percepire la presenza di una o più persone nella stanza, al vedere oggetti estranei o esseri mostruosi, all'udire suoni più o meno intensi, al sentirsi chiamare per nome, all'udire musiche, scampanio o forte ronzio.

S'ammutadori quindi può essere semplicemente associato al sonno, come la leggenda racconta, ma nulla di sovranaturale. Possiamo facilmente immaginare come un fatto simile potesse generare nella fantasia popolare dei tempi antichi, l'immagine di un essere infernale e trasformarsi in leggenda.
Per scacciarlo, se vi prende di mira, esiste uno scongiuro che le madri facevano recitare ai bambini anche come preghiera.
In questo brebu si parla dell'invidia come causa dell'arrivo de s'Ammutadori:
Sa rughe 'e Santu Valentinueretta eretta che filu
e che filu eretta
mal'apat chie m'orettat
chie m'hat a orettare
iscuru hapad e male
iscuru che in buca
origas de istuppa istuppa
origas de ispagnola
tottu che essa foras
francu s'evangelista
chie m'istat in cabitta
in cabitta 'e lettu
bonu est Santu Larentu
Santu Larentu est bonu
chi faghet su sonu
chi sona che puddus'ammuntadore l'agatten abbuvuddu
La croce di San Valentino
dritta dritta come filo
come un filo dritta
maledetto chi m'invidia
chi mi invidierà
abbia ascuro e male
scuro come in bocca
le orecchie come la stoppa
orecchie come la polvere spagnola
tutto esca fuori
fuorchè l'evangelista
che stia nel mio cuscino
nel cuscino del letto
è buono San Lorenzo
San Lorenzo è buono
perchè fa il suono
che suona come il pollo
l'ammutadore lo trovino gonfio
Come riporta Antonangelo Liori nel libro "Demoni, miti e riti magici della Sardegna", "in questo brebu ci sono alcune parole incomprensibili. L'espressione "San Lorenzo è buono perchè fa il suono che suona come il gallo" non ha alcun senso apparente, così come non si capiva cosa significasse origas de istuppa e origas de ispagnola. Dopo molte ricerche, ho azzardato che possa significare orecchie di stoppa per fucile e orecchie di polvere da sparo spagnola ( sa pulvura ispagnola è citata in numerosissime poesie popolari)".
Anche il legame tra le due frasi è oscuro.
Per esorcizzare s'Ammutadori si recita anche una preghiera (probabilmente più recente de su brebu).
In custu lettu mi pongio
e cun Deus mi cumpongiu
e cun nostra Sennora
po passare notte bona
mi corco in custu lettu
cun s'anghelu perfettu
cun s'anghelu cantande
Gesù Cristu perdicande
cun sa luna e cun su sole
biau santu Sarbadore
biau Santu Serafinu
mi det bonu caminu
In questo letto mi metto
e con Dio mi compongo
e con nostra signora
mi metto in questo letto
con l'angelo perfetto
con l'angelo che canta
Gesù Cristo predicava
con la luna e con il sole
beato San Salvatore
beato San Serafino
mi metta sulla buona strada
Si vede chiaramente come alla preghiera cattolica si uniscano commistioni pagane, come i riferimenti alla Luna e il Sole.
Nella terza preghiera contro s'Ammutadori scompare ogni riferimento pagano:
Su lettu meu est de battor cantones
bottor anghelos si bi ponet
duos in pe e duos in cabitta
nostra Signora a su costau m'ista
e a mie narat drommi e reposa
no hapas paura de peruna cosa
no hapas paura de malu fine.
S'anghelu Serafine
s'anghelu biancu
s'ispiridu santu
sa virgine Maria
totus mi sian in cumpagnia.
Anghelu de Deu
custodi meu,
custa notti illuminami
guarda e difende a mie
ca deo incumando a tie
Il mio letto è di quattro angoli
quattro angeli vi si mettono
due ai piedi e due sulla testa
nostra Signora mi sta al fianco
e mi dice dormi e riposa
non aver paura di niente
non aver paura della fine cattiva
l'angelo Serafino
l'angelo bianco
lo spirito santo e la vergine Maria
tutti siano in mia compagnia
angelo di Dio
mio custode
questa notte illuminami
guarda e difendimi
perchè io mi affido a te
Ciononostante, l'invocazione più "forte" resta sempre su brebu, che viene usato quando le altre due preghiere non sortiscono alcun effetto contro l'incubo notturno.


L'identità sciamanica della Koga, o Surbile, o Jana


da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

di  Melqart Re

Inizio col dire che la figura antichissima della Koga (in campidanese) conosciuta anche come Surbile (in Logudorese) è oggi intesa con l'accezione dispregiativa di vecchia strega menagramo. In realtà, l'avvicendarsi dei nuovi culti, non ultimo quello cristiano, ha gettato discredito sulla figura della guaritrice, della sciamana, personaggio nobile e importantissimo della comunità sarda che era impersonato dalla koga. Sembrerebbe, tuttavia, che i suddetti siano nomi più recenti, influenzati da culture che hanno frequentato la Sardegna dall'epoca romana in poi. 
Il termine Jana (Diana) è probabilmente più antico, e deriva dal nome della dea guerriera dei Sumeri (Inana, o anche Nana). Esso è più distintivo e trova riscontro anche nel Basco (la dea Jaune) e in altre lingue del bacino del Mediterraneo. Si ritiene che la figura di Inana o Nana, fosse la figura, poi divinizzata, di una delle sciamane che, in quella società matriarcale, dove la parità tra i sessi era ben rappresentata, ricopriva anche il ruolo di donna guerriera. Nondimeno, è ipotizzabile che il concetto sciamanico della “caccia dell'anima” come strumento di guarigione dei membri della comunità, allontani l'ipotesi della figura della sciamana guerriera tout court. 
"Vi sono delle persone, per lo più malate di qualche malanno, che fingono di essere state rapite per qualche tempo in cielo o trasportate all'inferno o al purgatorio, donde ritornate, raccontano d'aver visto varie persone, sia defunte che viventi, e chiamano tutto questo “andare in calazonis" (dal sinodo di Ales e Terralba del 1696 ).
Andare in calazonis equivale a cadere in trance estatico, quello che nello sciamanesimo viene chiamato trance sciamanico. 
Altra figura sciamanica femminile è quella della Gioviana (nome che ricorda anch'esso quello di Jana e Diana) anche se la sua identità umana pare essersi persa nel tempo. Ne parla Calvia, il poeta di Sassari, descrivendola come una sorta di genio tutelare delle tessitrici. Queste, in cambio della sua benemerenza, la onoravano con regalie in chicchi d'orzo e di grano. E’ probabile che la tradizione si riferisca a un vero e proprio rito molto più arcaico nel quale uno spirito, contattato dalla sciamana chiamata Gioviana, avrebbe aiutato le filatrici nella loro opera di tessitura, e il rispettivo pagamento in orzo e grano, sarebbe stato il compenso a favore della sciamana stessa, in cambio della sua mediazione con lo spirito tutelare. 
Nel medioevo fanno la comparsa due tipi di streghe: quelle che praticano la magia nera, le adoratrici e le amanti di Satana (dette streghe cattive o streghe nere) e le “abbrebarojas”, seguaci della magia bianca del “mantra”. Appaiono, infatti, gli Abrebaroi, custodi dei segreti della pratica taumaturgica di preparare una pozione o un unguento miracoloso e pronunciando delle formule magiche, poi sincretizzate in preghiere. La società di (Jana) Diana, ancora non aveva connotazioni negative per il clero. Le adepte erano viste come donne normali, che praticavano riti leciti per propiziare la fertilità dei campi. Intanto nel continente italiano, nel 1142, il Canon Episcopi di Graziano, in un testo in cui si analizza il culto di Diana, sostiene che i voli notturni e le riunioni di donne adoratrici del demonio non erano altro che fantasie e chi ci credeva, era stato indotto a farlo dal demonio. Tuttavia, le streghe erano donne del popolo: talvolta cartomanti ma più spesso levatrici, guaritrici, e soprattutto in Sardegna, donne con conoscenze di erboristeria. 
E' proprio in questa epoca che la figura delle Koge e delle Surbile, cambia connotazione ed esse sono definite streghe, accezione che ancora conservano oggi nella parlata popolare. Teniamo conto che, fino allora, il paganesimo nell'isola continuava a essere praticato, pur nel suo sincretismo con la religione cristiana. 
Sarà proprio l'inquisizione spagnola ad accelerare questo processo di cristianizzazione e di smantellamento delle antiche funzioni spirituali sciamaniche. Processo il quale, tuttavia, come abbiamo visto in precedenza, pare essere andato a rilento, come testimonia la tarda datazione del documento tratto dal sinodo di Ales e Terralba del 1696.

giovedì 18 aprile 2013

Il Diluvio e il Mito

Il Diluvio e il Mito
 di Melqart Re

Pierluigi Montalbano HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM





 Il diluvio è un mito. Il racconto leggendario di questo mito si ripete in maniera molto simile da un capo all'altro del pianeta Terra. Corrisponde a tre giorni di oscuramento, di morte della luna. E' un cataclisma non definito che avviene sotto l'egida della Luna e delle Acque, della germinazione e della rigenerazione. Un diluvio distrugge per il motivo principale che qualcosa nell'umanità si è esaurito, forse logorato, ma, a ciò, segue sempre un'umanità nuova e una successiva epopea.
 I miti del diluvio rivelano come un individuo, che diverrà protagonista principale del racconto mitologico, sia sopravvissuto e ricordato come padre dell'umanità. Era disceso il gelo nelle campagne e, un giorno, la luna domandò a un sardo pellìto la sua mastruca per ripararsi dal freddo notturno, ma ebbe da egli un netto rifiuto: “luna, se la do a te, io morirò dal freddo”. Così disse il sardo pellìto che, in alternativa, avrebbe potuto ripararsi dentro una grotta o una casa di pietra al calore di un focherello di legna. La luna ci rimase male, e non fu affatto contenta del rifiuto. Per vendicarsi fece cadere una pioggia torrenziale che sommerse tutta la regione. Esistono molte leggende simili e, in tante, la luna si presenta sotto l'aspetto di una giovane e bella donna che si vendica per il diniego subito scatenando un cataclisma. E' tuttavia possibile cogliere in queste rappresentazioni catastrofiche, prodotte dalla luna, l'ignoranza di un divieto rituale, cioè un peccato che rivela la decadenza morale dell'umanità e il suo abbandono della buona norma, o peggio ancora, il suo distacco dai ritmi cosmici. Per questo motivo nei villaggi della Sardegna, l'uomo nuovo, cioè quello nato dai supersiti del diluvio (mito della rigenerazione), prese a rispettare gli antichi codici cosmici. 
Si nota ancora oggi nell'uso rituale del taglio delle canne per le launeddas, che per essere eccellenti dovevano tener conto della luna. Nella tradizione di una persona fortunata si diceva che era nata in luna nuova, quindi protetta, o con la camicia. Inoltre, il travaso dei vini dalle botti alle damigiane doveva tener conto della luna calante e dei venti. Ancora troviamo una tradizione che consiglia di piantare le patate durante la luna crescente, ecc. (queste tradizioni sono innumerevoli).
 Il legame organico tra la luna e la vegetazione, altresì, è talmente forte che molti dei della fertilità, nell'antichità furono contemporaneamente divinità lunari. Ad esempio Sin (in accadico, Nanna in sumerico) o Istar, oppure l'egiziana Hathor, l'iranica Anahita, ecc. Dioniso (Dionysos) è contemporaneamente dio lunare e dio della vegetazione. Osiride cumula su di se, tutti gli attributi della luna, delle acque, della vegetazione e dell'agricoltura. Le corrispondenze e le identificazioni rilevate tra i vari piani cosmici soggetti ai ritmi lunari- pioggia, vegetazione, fecondità (sia animale sia lunare), spiriti dei morti, sono presenti perfino nelle forme più arcaiche di rituali religiosi. Un attributo lunare rimane sempre trasparente, nonostante il numero elevato di sincretismi o di sintesi religiose che possono aver contribuito alla nascita di queste forme nuove, ad esempio le corna dei bovidi che caratterizzano le grandi divinità della fecondità. Esse sono un emblema della Magna Mater divina e compaiono dappertutto, nelle civiltà neolitiche e in quelle nuragiche, sia nell’iconografia, sia su idoli in forma bovina, perfino nelle protomi bovine e taurine delle navi e delle navicelle.
 Ora, il corno non è altro che un'immagine della luna nuova e ne diventa simbolo lunare. Il mito relativo, resiste ancor oggi nella leggenda di Boe Muliache, figura popolare a metà strada tra l'uomo e il toro/bue che mentre dorme, il suo spirito si aliena dal corpo umano per entrare in quello di un bue che lanciando urla terrificanti e muggiti impressionanti attraversa le strade del villaggio facendo morire di paura le persone. 
Nella tradizione tramandataci, spesso questa figura annunciava agli uomini eventi catastrofici o sentori di cattivi presagi, anche se in origine, questo animale doveva essere il simbolo o presenza della luna, perché la sua forma o il suo modo di essere evocava il destino della luna stessa.

lunedì 8 aprile 2013

MASCHERA ORGOLESE



Al mito delle janas viene ricondotta anche l'antica maschera orgolese di Maria Burra (conosciuta altrove anche con i nomi di Maria Fresada, Maria Burga, Maria Lattolada),caratterizzata da sa burra, una vecchia coperta che fungeva da scialle,oltre che da una zucca.portata come una sorta di copricapo.
La maschera era completata da 
su gruppu, un lungo mestolo di sughero e canna.
Secondo alcuni,Maria Burra, cosí come altre figure della tradizione, non sarebbe altro che la raffigurazione di un'antica sacerdotessa.  
maschera orgolese,
immagine ricavata da un'illustrazione di P.L.Murgia
Questa tesi troverebbe conforto  in alcuni bronzetti nuragici che riproducono un'immagine molto simile alla maschera orgolese,nella quale la zucca avrebbe sostituito l'originaria anfora contenente l'acqua della salute che la sacerdotessa distribuiva durante i riti di iniziazione.




(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA, scritto da B.Vigna-G.Caprolu, con illustrazioni di P.L.Murgia).

domenica 14 ottobre 2012

Dee ed esseri infernali

Si puó ragionevolmente ritenere che in un tempo antichissimo,le janas siano state le divinitá delle popolazioni sarde che poi ne hanno tramandato il ricordo attraverso la tradizione orale.
Queste entitá dei boschi e delle fonti hanno visto mutare nel corso dei secoli la loro primigenia identitá.
Da divinitá agresti,le janas sono divenute esseri dotati di poteri magici,capaci di influire sul destino degli uomini donando loro enormi ricchezze  o colpendoli con la sventura.
Ancora oggi di una persona particolarmente fortunata si usa dire che é bene fadada; al contrario,si dice male fadada per chi é incorsa in una disgrazia.
Un'altra curiosa espressione è l'imprecazione 'mala jana ti currada'(cattiva fata ti insegua).
Come giá é stato detto,con l'avvento del cristianesimo si cercó di riportare entro un ambito cristiano i miti pagani e le entitá soprannaturali presenti nelle credenze popolari.
Le janas vennero cosí declassate al rango di streghe e ritenute capaci di compiere sortilegi per pura crudeltá.
Divennero delle creature infernali da cui era possibile difendersi soltanto con la preghiera o con l'ausilio di cose benedette quali la Bibbia,i crocifissi,la terra di camposanto.
Questa evoluzione puó forse aiutare ad interpretare la presenza,tra le figure della tradizione,di personaggi contradditri quali Giorgia Rabiosa,Maria Mangrofa,Maria Abbranca ed altri.Si tratta di donne dotate spesso di poteri magici,descritte a volte come demoni o streghe dalle fattezze orribili;altre volte come creature benefiche ricche di virtúe qualitá.
In una leggenda si parla di una maga di nome Zicchiriola,che viveva in una grotticella insieme ad altri 'jannaressos'(questo il nome che viene dato agli abitatori delle domus de janas).Si dice che possedesse una grossa conchiglia capace di produrre un suono simile a quello del corno.Suonando questo strumento Zicchiriola attirava nella sua caverna le ragazze brutte per insegnare loro le arti magiche.
Altre storie riferiscono di una bellissima fanciulla di Orosei,dai capelli lucenti come seta,il cui nome era Maria Mangrofa.Promessa in sposa ad un bel giovane,fu da questi abbandonata alla vigilia delle nozze.per la disperazione la ragazza lasció il suo paese ed andó a vivere in una grotta,trascorrendo tutto il tempo a filare.
poiché la grotta era molto bassa,Maria divenne ben presto gobba.Anche i capelli persero il bell'aspetto di un tempo e a causa dell'umido si fecero ispidi e impettinabili.Perse anche tutti i denti ed il suo aspetto divenne orribile. La gente inizó ad evitare di passare da quelle parti e si sparse la voce che maria fosse una strega.
 http://www.contusu.it/leggende-e-tradizioni/232
Costretta alla solitudine,quando la povera ragazza incontrava qualcuno faceva di tutto per trascinarlo nella sua grotta,promettendogli preziosi regali in cambio di un pó di compagnia.

Pare infatti che dentrola caverna Maria conservasse i bauli contenenti il suo ricco corredo e i doni ricevuti per le nozze.  Un'altra tradizione vuole che Maria Mangrofa dimorasse lungo un tratto del fiume cedrino,in una zona ancora oggi chiamata 'sa costa de zia Maria Mangrofa'. La donna sarebbe stata la custode della sorgente de Su Cologone,alle cui acque si attribuiva la propritá di guarire le malattie degli occhi.
Non  a caso poco distante venne costruita la chiesetta di Santa Lucia (la santa protettrice della vista) i cui ruderi sono ancora visibili.

(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA,scritto da B.Vigna-G.Caprolu,con illustrazioni di P.L.Murgia).
foto presa da http://teatriemusei.ovest.com/it/sorgenti-su-gologone-di-oliena-sardegna.php

mercoledì 13 giugno 2012

Eutanasia in Sardegna - Accabadoras, le sacerdotesse della morte.

Accabadoras, le sacerdotesse della morte

di Claudia Zedda


(articolo letto su http://pierluigimontalbano.blogspot.it/)

http://www.myspace.com/accabbadora/photos/20442346

C’era un tempo in cui la gente di uno stesso paese si conosceva per soprannome, un tempo nel quale la morte non era fatto di stato, un tempo in cui le strade al crepuscolo, poteva succedere venissero attraversate da piccole donnicciole che è d’obbligo immaginare vestite di nero. Non foss’altro per il loro tentativo di passare inosservate. C’era un tempo chi le chiamava sacerdotesse della morte e chi le chiamava donne esperte. Avete compreso delle nonnette alle quali mi riferisco? C’era chi le chiamava più sbrigativamente Accabadoras. Il termine è pregno di una sonorità tutta spagnola, e mai nessun altro sarà tanto evocativo. Degradazione di acabar, queste donne che l’immaginario racconta d’età avanzata, “accabavano” appunto, ponevano la parola fine alla vita degli agonizzanti, che stentavano nell’abbandonarla. Ci si è interrogati ampiamente sulla veridicità della figura, ci si è spesso chiesti se non si tratti di un residuo tradizionale, che in effetti non faccia capo ad alcuna realtà. Quesiti questi che altri prima di noi si posero. Alberto Della Marmora nel 1826 era quasi sicuro che queste donnette fossero esistite per davvero, e per quanto sottovoce, avessero operato. Ne sarà certo almeno fino al 1839, quando con la seconda edizione del suo Voyage en Sardaigne, cercherà di smorzare i toni. In meno di dieci anni era nata una polemica infuocata, e di offese malcelate ne erano volate un bel po’. Protagonisti l’eccellente ricercatore e abate Vittorio Angius, osservatore oggettivo della realtà che nuda gli si proponeva e Giuseppe Pasella che sfruttando L’indicatore Sardo, di cui era direttore, lo accusò di screditare Sardegna e sardi. Quasi che lo si potesse fare con le parole, piuttosto che non con i gesti. Un vespaio insomma, per niente dissimile da quelli moderni che non si esaurì troppo rapidamente. Il risultato fu duplice. Creare confusione nell’opinione pubblica e silenzio fra i sardi, che meglio d’altri popoli sapevano chiudersi a riccio e tacere. 


http://pierluigimontalbano.blogspot.it/
La confusione ha trovato un attimo di tregua quando Della Maria nel Bollettino Bibliografico Sardo ha riportato ciò che Monsignor Raimondo Calvisi gli aveva riferito qualche tempo addietro. Uno scoop davvero. Calvisi aveva avuto modo nel 1906, in Bitti, di assistere alla conversazione intervenuta fra la madre di un bimbo morente, e una donna anziana. Gli parve chiaro che la vecchia fosse un’accabadora, dato che la madre rifiutando il suo aiuto, le disse che il figlio il paradiso se lo sarebbe guadagnato da solo. Da questo momento le attestazioni della presenza reale de s’accabadora aumentano notevolmente. Padre Vassallo e il gesuita Licheri, non solamente crederanno nell’esistenza di questa enigmatica figura, ma se ne faranno accaniti oppositori, definendo la morte aiutata dalla mano de s’accabadora, niente po po di meno che peccato mortale. Oggi le attestazioni in merito alla figura abbondano. “Eutanasia ante litteram in Sardegna” - Sa femmina accabadora, di Alessandro Bucarelli, medico legale all’Università di Sassari e Carlo Lubrano, medico anch’esso, o il più noto “Ho visto agire s’accabadora” di Dolores Turchi, non lasciano più adito a dubbi. E che questa abbia fatto parte della storia sarda, non è cosa che debba infondo sorprendere più di tanto. Non solo una figura simile è stata condivisa da quasi tutte le realtà agro pastorali tradizionali, ma soprattutto il suo scopo sociale doveva essere sentito importante. Diversamente l’inquisizione l’avrebbe scovata, e bruciata al rogo, imputandole certo qualche vizioso legame con su tentadori. La tradizione vuole che la donna agisse solo in casi del tutto eccezionali. Soprattutto quando il moribondo, sofferente e stremato comunque non riuscisse ad abbandonare la vita. I motivi potevano essere differenti. Si poteva immaginare che l’anima non abbandonasse il corpo perché ostinatamente protetta dagli amuleti che ogni sardo che si rispettasse, indossava. Questo era infondo lo scopo delle pungas, quello di impedire alla morte d’accostarsi. Nel caso peggiore si poteva pensare che in gioventù chi stentava ora a morire, avesse commesso uno di quei crimini che non conoscono perdono, e che si sapeva, avrebbero alla fine causato una grossa agonia. Poteva aver spostato una pietra di confine, o peggio ancora bruciato un giogo. Si trattava di elementi sacri, l’uno connesso alla intoccabile proprietà privata, l’altro al mito del quale si perse significato ma non ricordo.
http://www.gentedisardegna.it/topic.asp?TOPIC_ID=9928

Per i più curiosi diremo come si racconta agisse s’accabadora. Se ricevuta l’estrema unzione il moribondo non moriva, si dice che una “donna esperta” venisse mandata a chiamare. Con estrema probabilità 


proveniva da un altro paese, non troppo distante da quello del nostro sfortunato agonizzante. E’ probabile che i tentativi di accompagnarlo nell’ultimo viaggio, inizialmente fossero del tutto rituali. L’accabadora l’avrebbe privato degli amuleti, avrebbe tolto dalla stanza tutte le icone sacre, (intesi come amuleti anch’essi), avrebbe posto accanto al capezzale un giogo, o magari un pettine. Gli oggetti potevano essere vari. Se tutte queste attenzioni non avevano successo, le si richiedeva l’uso di maniere un poco più fisiche, l’uso de sa mazzucca. Vittorio Angius ci racconta si trattasse di un corto mazzero che veniva battuto o contro il petto o contro il capo. Poco davvero si sa della pratica, dato che la donna veniva lasciata sola con il moribondo.
Questa non risulta domandasse in cambio alcun compenso, e sembra più probabile svolgesse la sua funzione sociale.
La vita era infondo intesa in maniera più concreta. Era fatta di nascita, di crescita e di morte. E di quest’ultima si parlava, si sapeva che sarebbe venuta. Per affrontarla baldamente la realtà sarda la ritualizzò istituzionalizzandola, tanto che si arrivò a poterla prevedere, affrontare, e superare. La famiglia che ne veniva colpita per un determinato periodo di tempo si allontanava dalla società, ma da questa veniva aiutata, attraverso quegli strumenti di mutuo soccorso che oggi sono stati completamente dimenticati.
Della morte oggi non si parla, sembra quasi faccia un po’ più paura che ieri, e la nostra società ha elaborato un nuovo modo per istituzionalizzarla. La ignora. Sempre che, è chiaro, non si trasformi in business politico. La parte conclusiva della vita di ciascuno è divenuta un tabù, e quando sopraggiunge sorprende e spaventa. Tanto più che non esistono ormai quei circuiti sociali di sostegno, che decenni addietro aiutavano la famiglia dell’individuo che veniva a mancare.
Ossessione silenziosa per la morte che spaventa che va a braccetto con la nuova ossessiva curiosità che circonda la figura de s’accabadora. E per ironia della sorte, quella figura che amava passare inosservata è oggi protagonista di un’accesa polemica, che infondo non è dissimile dalle precedenti. I protagonisti pure sono gli stessi, solo il cambiato nome, ma chi la storia la conosce, non si fa
ingannare. Gli ecclesiastici di allora sono i politici di oggi, ma il ritornello non è cambiato: morire per mano de s’accabadora è un peccato mortale. E chi si dovrebbe far portavoce del principio democratico, s’insinua come serpe nella sfera d’azione privata, cancellando il diritto fondamentale: quello di scelta. Quello che la tradizione, mossa dal buon senso concedeva senza dubbio alcuno. Quello che nel 1906 faceva dire ad una madre che il figlio il paradiso se lo sarebbe guadagnato da se, o con l’aiuto de s’accabadora. Il diritto naturale alla libertà di scelta.




fonte originaria : http://www.claudiazedda.it/
riproposto da http://www.contusu.it/
                       HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM


http://ciresell.blog.tiscali.it/2011/10/26/s-accabbadora-la-sacerdotessa-di-morte/




venerdì 25 maggio 2012

dee ed esseri infernali

Si puó ragionevolmente ritenere che,in un tempo antichissimo,le janas siano state le divinitá pagane delle popolazioni sarde che poi ne hanno tramandato il ricordo attraverso la tradizione orale. Queste entitá dei boschi e delle fonti hanno visto mutare nel corso dei secoli la loro primigenia identitá. Da divinitá agresti,le janas sono divenute esseri dotati di poteri magici,capaci di influire sul destino degli uomini donando loro enormi ricchezze o colpendoli con la sventura. Ancora oggi di una persona particolarmente fortunata si usa dire che è bene fadada;al contrario,si dice male fadada per chi è incorsa in una disgrazia. Un'altra curiosa espressione é l'imprecazione 'mala jana ti currada' (cattiva fata ti insegua). 

Come giá detto,con l'avvento del cristianesimo si cercó di riportare entro un ambito cristiano i miti pagani e le entitá soprannaturali presenti nelle credenze popolari. Le janas vennero cosí declassate al rango di streghe e ritenute capaci di compiere sortilegi per pura crudeltá.Divennero delle creature infernali da cui era possibile difendersi soltanto con la preghiera o con l'ausilio di cose benedette quali la Bibbia,i crocifissi,la terra di camposanto. Questa evoluzione puó forse aiutare ad interpretare la presenza,tra le figure della tradizione,di personaggi contradditori quali Giorgia Rabiosa,Maria Mangrofa,Maria Abbranca ed altri. Si tratta di donne dotate spesso di poteri magici,descritte a volte come demoni o streghe dalle fattezze orribili;altre volte come creature benefiche ricche di virtú e qualitá.

In una leggenda si parla di una maga di nome Zicchiriola,che viveva in una grotticella insieme ad altri 'jannaressos' (questo il nome che viene dato agli abitatori delle domus de janas).
Si dice che possedesse una grossa conchiglia capace di produrre un suono simile a quello del corno.
Suonando questo strumento Zicchiriola attirava nella sua caverna le ragazze brutte per insegnare loro le arti magiche.

Altre storie riferiscono di una bellissima fanciulla di Orosei,dai capelli lucenti come seta,il cui nome era Maria Mangrofa.promessa in sposa ad un bel giovane,fu da questi abbandonata alla vigilia delle nozze.
Per la disperazione la ragazza lasció il suo paese ed andó a vivere in una grotta,trascorrendo tutto il tempo a filare.Poiché la grotta era molto bassa,Maria divenne ben presto gobba.
Anche i capelli persero il bell'aspetto di un tempo e a causa dell'umido si fecero ispidi e impettinabili.Perse anche tutti i denti e il suo aspetto divenne orribile.La gente inizió ad evitare di passare da quelle parti e si sparse la voce che Maria fosse una strega.
Costretta alla solitudine,quando la povera ragazza incontrava qualcuno faceva di tutto per trascinarlo nella sua grotta,promettendogli preziosi regali in cambio di un pó di compagnia.
pare infatti che dentro la caverna Maria conservasse i bauli contenenti il suo ricco corredo e i doni ricevuti per le nozze.
foto presa da  http://www.contusu.it/leggende-e-tradizioni/232-il-tesoro-di-maria-mangrofa


Un'altra tradizione vuole che Maria Mangrofa dimorasse lungo un tratto del fiume cedrino,in una zona ancora oggi chiamata 'sa costa de zia Maria Mangrofa'.
La donna sarebbe stata la custode della sorgente de Su Gologone,alle cui acque si attribuiva la proprietá di guarire le malattie degli occhi. Non a caso poco distante venne costruita la chiesetta di Santa Lucia (la santa protettrice della vista) i cui ruderi sono ancora visibili.

(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA,scritto da B.Vigna-G.Caprolu,con illustrazioni di P.L.Murgia).

Su Gologone
foto presa da http://lampinelbuio.iobloggo.com/archive.php?y=2006&m=04

domenica 20 maggio 2012

le fate - le domus de janas

Nelle fiabe popolari sarde,la frequente presenza delle fate,chiamate fadas o janas,é da ricollegarsi all'esistenza dei caratteristici pertugi scavati artificialmente nella roccia e denominati appunto domus de janas (case delle fate),ma conosciuti anche con altri appellativi quali furreddas,concas o concheddas,precias o preccas.
Queste strane cavitá (se ne contano circa millecento sparse in tutta l'isola) hanno costituito per molto tempo un vero e proprio enigma archeologico.
Troppo piccole per essere abitate da persone, nelle credenze popolari sono diventate le dimore di esseri fantastici molto simili ai Fairies della tradizione anglosassone.Infatti,la parola jana (che forse deriva da Diana,dea della luna) indica una creatura magica a metá strada tra le streghe e gli elfi.
Oggi gli studiosi ritengono che le domus de janas rappresentino il primo esempio di costruzioni funerarie in cui si esprime la capacitá architettonica delle popolazioni prenuragiche.
Si tratta,infatti, di sepolcri scavati nella roccia e riproducenti nella forma le abitazioni dei vivi.
La loro funzione era quella di accogliere il defunto in un ambiente familiare e consentirgli,secondo le credenze comuni a quasi tutti i popoli antichi,di perpetuare la vita dopo la morte.
Esse erano la sede di cerimonie e liturgie religiose che venivano compiute periodicamente insieme alla deposizione rituale dei pasti destinati agli estinti,a conferma della fede nella sopravvivenza.
Nelle domus i posti venivano posti in posizione rannicchiata o supina,gli uni accanto agli altri,e spesso venivano dipinti di un colore ocra,che rappresentava il sangue,considerato elemento rigeneratore della vita.
In molti casi,oltre all'abbigliamento che ne indicava la posizione sociale o la professione,i defunti portavano collane di carattere amuletico costituite di pietre,ossa e denti di maiale che,secondo le primitive concezioni magico-religiose,avevano lo scopo di garantirne l'immortalitá.
Accanto ad essi venivano deposte suppellettili,armi e statuette di marmo e basalto raffiguranti la Dea Madre.
Questa,insieme al dio Toro richiamato nei graffiti che ornavano le pareti della tomba,veniva invocata a protezione dei morti.

(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA,scritto da B.Vigna-G.Caprolu,con illustrazioni di P.L.Murgia). 



Domus de janas di Sennori
Domus de janas di  Sant'Andrea Priu
(da http://www.luoghimisteriosi.it)

sabato 19 maggio 2012

le fate - il monte delle fate

Nel Logudoro, tra gli abitati di Torralba e Pozzomaggiore, non molto distante dalla strada statale 131,esite un'altura di origine vulcanica denominata Monte Oes.
Si presenta a forma di tronco di cono e sulla sua sommitá si aprono delle fenditure da cui in tempi antichissimi é fuoriuscita la lava che ha ricoperto le pendici.
Si racconta che qui ,in un lontano passato,sorgesse un meraviglioso palazzo abitato dalle fate.Era una sontuosa reggia con colonne ed arcate scolpite nella roccia ed immensi sotterranei naturali ornati di stalattiti e stalagmiti.
Vaste sale si susseguivano le una alle altre in un intrecciarsi di scale e ambienti sontuosamente arredati.Le pareti ricche di sculture testimoniavano il lavoro paziente di generazioni di abili scalpellini;i pavimenti di pietra levigata erano ricoperti di pesanti tappeti riccamente lavorati.
Nei sotterranei del palazzo venivano custoditi inestimabili tesori che suscitavano la cupidigia degli uomini.Molti avevano cercato di appropriarsene,ma inutilmente:era infatti molto difficile riuscire ad accedere al castello senza il consenso delle fate.Talvolta ,peró,queste scendevano nei paesi vicini e penetravano nelle case attraverso il buco della serratura.
Se trovavano una persona simpatica la svegliavano sussurrandole tre volte il nome all'orecchio.
Quindi la conducevano a Monte Oes e le mostravano bauli ricolmi di gioielli,pietre preziose e monete d'oro,invitandola a prendere ogni cosa.
Ma tutto ció che la persona avesse toccato si sarebbe tramutato immediatamente in cenere.
In questo caso il prescelto doveva tornare lá il giorno seguente,alla luce del sole,portando con sé un rosario e dell'acqua benedetta da gettare sul tesoro.
Solo in questo modo l'incantesimo si rompeva ed i preziosi potevano essere portati via.


(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA,scritto da B.Vigna-G.Caprolu,con illustrazioni di P.L.Murgia).

estratto da un disegno di P.L.Murgia


martedì 8 maggio 2012

sa bruxia

Illustrazione di P.L.Murgia
Orgia,la divinitá femminile delle prime societá sarde,nel corso dei millenni ha mutato le sue originali caratteristiche per assumere connotati diversi e contrastanti:crudele maga,donna avara che agisce in combutta con il diavolo,ma anche fanciulla dolce e laboriosa,oppure madre buona e sfortunata. Conosciuta anche con i nomi di Giorgia Rabbiosa,Zorza,Jorgìa,Luxia o Lughia Arrabiosa,in numerosissime leggende assume le fattezze di Bruxia,una orrenda megera dedita alle arti magiche. Sa Bruxia (la strega) é una figura presente ancora oggi in molti paesi sardi. Chiamata anche Ammaiadora,Maiaxiaisa,Axiana,é di solito una vecchia che dietro compenso compie is fatturas (o maias),perché conosce le arti magiche che si tramandano dalla notte dei tempi. I malefici in genere consistono nel minare la salute delle persone,oppure nel mandarle in rovina. Per raggiungere tali scopi,uno dei sistemi piú comuni é quello basato sulle bambole di stracci( 'pippia de zappu','ligadora' o 'punga'). occorre costruirle con dei pezzi di stoffa appartenenti alle persone che si vuole colpire e battezzarle segretamente con il loro nome. pronunciando misteriose parole magiche la fattucchiera conficca degli
aghi nel pupazzo e ad ogni puntura
corrisponde una disgrazia o una malattia.

(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA,scritto da B.Vigna-G.Caprolu,con illustrazioni di P.L.Murgia)

martedì 1 maggio 2012

leggende di santi e di pietre

Nella piana tra Tortolí e Barisardo vi sono tre menhir,uno disteso in terra e gli altri due in posizione eretta.La leggenda vuole che siano i corpi pietrificati di tre sorelle,punite da Dio per essere venute meno alla promessa fatta ad un santo.
 L'ammonimento cristiano é evidente: non si puo' non adempiere ad un voto.     Ma é anche chiaro che si tratta di un pretesto per distogliere l'attenzione e l'attaccamento della gente dai tre menhir sicuramente meta di pratiche idolatriche.

 Un gruppo di pietre che si trova nelle vicinanze di Tresnuraghes,secondo la fantasia popolare,sarebbe cio' che resta di un contadino e i suoi buoi. Si racconta infatti che l'uomo,intento ad arare i campi,continuo' il suo lavoro anche mentre passava la processione di San Marco,senza quindi rendere omaggio al santo.Per questo venne trasformato in pietra insieme ai suoi animali.


Perda Ballerina

Nelle vicinanze di Nuoro vi é un grossso macigno,posto in bilico su un'altra roccia,a cui é stato dato il nome di Perda ballerina;é infatti sufficiente urtarlo leggermente perché oscilli pericolosamente. Secondo una leggenda si tratterebbe di una fanciulla punita da Dio per aver danzato durante il periodo della Quaresima.Trasformata in pietra,quando soffia il vento continua a ballare.

 MENHIRS SU PARA E SA MONGIA  

 A Sant'Antioco,fino a poco tempo fa,erano ancora visibili delle pietre infitte indicate come Su para et sa mongia (il frate e la suora).Si racconta,infatti,di un frate e una monaca che,innamoratisi perdutamente,abbandonarono gli abiti religiosi e fuggirono insieme. La collera del Signore si scaglió su di loro: i due vennero pietrificati.Accanto al frate venne trasformato in pietra anche il cane fedele che lo aveva seguito. Una leggenda pressoché identica viene raccontata anche nel nord della Sardegna.Sulla collina di Monte Ruju,tra l'Anglona e la Gallura,si possono scorgere due rocce che richiamano vagamente delle forme umane.Per la gente del posto sono Efis ed Efisina,un frate ed una suora puniti per il loro peccato d'amore.



da http://ozstriker85.wordpress.com


  In tutte queste storie e' evidente l'esigenza di giustificare la presenza di questi strani monumenti di pietra e,allo stesso tempo,far dimenticare i loro antichi significati pagani. Dove pero' non é stato possibile creare un mito capace di incutere paura alla superstiziosa popolazione,si é cercato di dare un significato cristiano alla pratica di fermarsi presso determinate rocce per riposare e pregare. I simboli e le sculture che si trovano su queste pietre,cosi' come i segni lasciativi dagli elementi naturali,vengono pertanto spiegati come tracce del passaggio della Madonna e dei santi,ed é quindi ritenuto giusto fermarsi in quei siti per recitare una preghiera cristiana. Cosi' ancora oggi succede che la gente si fermi a pregare presso determinate rocce,le stesse ove pregavano i nostri antichi progenitori,facendo rivivere inconsapevolmente una tradizione vecchia di migliaia di anni.


Ció avviene ,per esempio,vicino ad Oliena,dove esiste un menhir chiamato sa perda de Sant'Anna (perché si dice che lá si sia riposata Sant'anna,lasciandovi impressa l'impronta della mano e del gomito),meta d'obbligo dei pellegrini che fanno ritorno dal santuario della Madonna di Monserrato.

In Sardegna sono numerosissimi i segni del passaggio di santi.
Si può dire che non esista paese in cui non vi sia una qualche pietra con impronte divine.
Nelle campagne di Bitti,lungo il sentiero che da Ghellai conduce alla statale per Nuoro,in prossimitá del bivio emerge uno spuntone di roccia sul quale é impressa l'orma di un piede. Si dice che sia stata la Madonna a lasciarvela.In quel luogo é d'uso fermarsi a riposare.
Sempre a bitti,nei pressi della chiesa campestre di San Giovanni,si trova una grande pietra liscia recante l'impronta di una mano.la tradizione vuole che lá si sia fermata una della tre Madonne che fuggirono dall'antico abitato di Dure,distrutto da una maledizione divina. Fino a qualche anno fa non era infrequente vedere in quei pressi delle persone intente a pregare.


(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA,scritto da B.Vigna-G.Caprolu,con illustrazioni di P.L.Murgia).