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mercoledì 3 dicembre 2014

Divinità e religione: il panteon dei fenici.



Dagon
http://it.wikipedia.org/wiki/Dagon



In assenza di scritti mitologici e liturgici, le fonti sono le iscrizioni provenienti dalle città stato orientali. Gli autori principali sono: Sancuniatone, sacerdote di Beirut (XII a.C.), riportato da Filone di Biblos, giuntoci attraverso Eusebio; Damascio, neoplatonico (V a.C.), che cita una cosmogonia di Mecio; Plutarco e Luciano, che forniscono dati sulle credenze dell’epoca; l’Antico Testamento, sui Cananei; i testi di Ugarit; le fonti puniche.
La religione fenicia appare come un prolungamento di quella cananea del II millennio a.C. Ogni città fenicia aveva una divinità poliade generalmente associata a un partner, con determinate funzioni. A Tiro imperavano Melqart e Astarte, con un rito del risveglio annuale. Melqart è una divinità che garantisce ordine e benessere, Astarte è la dispensatrice di potere e vitalità, legata al trono e alla fertilità. A Sidone erano veneratiAstarte ed Eshmun, dio guaritore assimilato ad Asclepio/Esculapio. A Biblos invece si credeva nella Baalat Gubal (signora di Biblos), insieme al Baal di Biblos, che è all’origine dell’Adone greco. Per loro si celebravano feste annuali di morte e resurrezione.
Altre divinità erano: Reshef, dio della folgore e del fuoco, originariamente nefasto poi benefico; Dagon, dio del grano; Shadrapa, conosciuto dal 600 a.C., un genio guaritore rappresentato con serpenti e scorpioni; diversi culti astrali, di età ellenistica; Chusor, inventore e lavoratore del ferro; Sydyk e Misor, divinità della giustizia e della rettitudine.
Filone di Biblos riporta una mitologia: all’origine del cosmo, della cultura e degli dei sono il vento e il caos, da cui nasce un uovo cosmico, detto Mot. La cultura sarebbe stata creata da Usoos, inventore delle pelli d’animali, mentre al vertice della genealogia divina sarebbero stati Eliun e Berut. Gli dei vivevano nei templi, o bet (casa o palazzo). Non ci sono pervenute statue, forse  a causa del diffuso aniconismo. Apprezzavano il culto distele o betili, nonché di montagne, acque, alberi, e pietre ritenute sacre. Asherah è una piccola colonna votiva in legno, analoga al betilo, la dimora
degli dei. Il tempio più semplice era a cileo aperto, formato da un recinto sacro e una piccola cappella o un betilo. Nella parte frontale c’è l’altare per i sacrifici, ed è sempre vicino a una fonte o a un bacino e a un bosco. Le offerte potevano essere cruente (non suini), e in cambio speravano di ottenere una grazia. Se si riceveva il beneficio c’era l’offerta di un ex-voto. 
Si credeva anche nei refaim, esseri giganti dell’aldilà o antenati. La magia era una pratica diffusa: lo scopo era allontanare il malocchio o colpire i nemici, con formule talvolta incise nelle tombe. L’aldilà era localizzato sottoterra, ed era immaginato come un deserto arido e buio. Era importante per i defunti ricevere una sepoltura ed essere ricordati tra i vivi.
Agreus: Dio della caccia, fratello di Halieus
Agros: Dio di campi, coltivazioni, viticolture, e del vino, fratello di Agrotes
Agrotes: Dio della terra, dei cavalli, della caccia e degli indovini. Appare come un auriga, a volte accompagnato da un gruppo di cani, fratello di Agros.
Aion & Protogonos: I primi mortali. Scoprirono il cibo.
Aleyin: Dio della primavera e della vegetazione nella stagione delle pioggie. Figlio di Baal, fratello di Anat. "Colui che cavalca le nuvole", spesso appare con 7 compagni e 8 maiali selvaggi.
Amat-Asherat: Dea dell'alchimia. Bandita da El nel deserto, riunì creature simili a sfingi, con corpo di leone e testa umana, per combattere Baal. Consorte di Terah, madre di Siba'ni.
Amunos: Dio della vita dei villaggi, fratello di Magus
Anat: Dea della battaglia, dello spargimento di sangue, di temperamento bollente. Perpetua la vita degli dei assicurando loro continui sacrifici. Uccise il dio Mot. Figlia di Baal, sorella di Aleyin. Appare come una vergine che cavalca un leone e porta uno scudo, lancia e ascia.
Aqhat: Figlio di Danel, fratello di Pughat. Eroe mortale, bello e favorito dagli dei, che gli diedero un arco divino. Anat lo volle e ordinò al suo servo Yatpan di ucciderlo per averlo, ma l'arco andò distrutto durante la lotta tra i due.
Arsay: Dea della terra umida e delle paludi. Figlia di Baal.
Asherat del mare: Grande dea della saggezza e del mare. Madre degli dei. Moglie di El e sua consigliera, ebbe 70 figli, incluso Baal
Asherat: Dea del matrimonio, della fedeltà e della vita casalinga. Moglie di Baal. Madre di Aleyin, Anat, Pidray, Tallay, e Arsay.
Astart (Astoreth): Dea della fertilità, dell'amore e del piacere. Patrona delle prostitute e degli edonisti. Le prostitute del suo tempio erano famose su tutto il Mare Librum. Appariva come una donna sensuale in una tunica trasparente multicolore.
Ba'al: Signore. Ba'alat: Signora, la versione femminile. Dio delle nuvole e delle tempeste. Figlio di El e Asherat-del-mare. Marito di Ashrat, padre di Aleyin e Anat, e Pidray, Tallay, e Arsay. La sua voce era il tuono e dispensava la pioggia. Appariva come un giovane guerriero che vestiva con tunica, elmo a punta con corna stilizzate, e brandiva una lancia.
Baal Hammon: Grande dio del cielo, del sole e della continuità. Appariva come un nobile vecchio con corna ramificate, spesso accompagnato da sfingi alate. Consorte di Tanit.
Baltis: Dea del cielo, della gioia e della danza. Protettrice delle donne. Sorella spirituale della dea egizia Hathor. Appariva come una donna che indossava un elmo con corna di vacca e un disco al loro centro.
Bauu: Dea della notte, moglie di Kolpia.
Daggay: Dea della nascita. Aiutante di Asherat-del-mare.
Danel: Semidio della verità, della divinazione e della comunità. Nato come eroe mortale, conoscitore di ogni cosa dalla nascita. Domandò giustizia per le vedove, protezione per gli orfani e assistenza contro i saccheggi, figlio di Keret, padre di Aqhat e Pughat.
El: Dio supremo. Signore del pantheon e padre degli uomini. Fece scorrere i fiumi fino agli oceani e assicurò la fertilità alla Terra. Marito di Asherat-del-mare, padre di Baal. Appariva come un uomo ingrigito con sei ali. Il suo simbolo era il toro rosso.
Eshmun: Dio della guarigione e della salute. Figlio di El e di Asherat-del-mare. Rappresentato come un uomo di mezza età con una toga bianca e un bastone intorno al quale sono arrotolati due serpenti.
Geinos: Dio dell'agricoltura. Fratello di Technites.
Genos & Genea:  il maschio e la femmina che fondarono la Fenicia e scoprirono la preghiera.
Giganti: Cassius, Lebanon, Antilebanon, Brathy. Comandavano dalle montagne che portano i loro nomi e inventarono la bruciatura degli incensi.
Gurzil: Dio del combattimento e della sete di sangue. Faceva i suoi nemici a pezzi. Patrono dei gladiatori.
Halieus: Dio della pesca. Appariva come un tritone cornuto, accompagnato da nereidi. Fratello di Agreus.
Hasisu: Dio del fuoco e della lavorazione dei metalli. Fratello di Kusor. Inventò con suo fratello il ferro e la maniera di lavorarlo.
Hay-Tau: Dio della vegetazione e della foresta. Ha forma di un albero. Le lacrime di Hay-Tau sono resina (tesori per i fenici che esportavano in Egitto).
Hiyon: Dio della lavorazione delle gemme, del vetro, e del lavoro lapidario. Artigiano divino, lavoratore dell'oro e dell'argento. I suoi simboli sono le pinze e il martello.
Iolaus: Semidio dell'agilità (della mente e del corpo). Eroe mortale, aiutante del dio Melkart. Patrono dei corridori, di coloro che vivono delle loro arguzie e di coloro che aiutano gli altri.
Ist (Phos, Pyr, Phlox): triplice dea del fuoco e della scienza domestica, portò il fuoco agli uomini.
Keret: Eroe mortale. Re di Sidon, un figlio di El e soldato della dea Sapas, non molto coraggioso. Combatté contro il dio della Luna Terah ma perdette. Comprò una moglie costosa. Suo figlio, Danel, fu un genio.
Kolpia: Dio del vento. Consorte di Bauu.
Kusor: Grande dio dei marinai e degli inventori. Fratello di Hasisu, artigiano degli dei. Inventò i mezzi meccanici, la pesca sulla barca, l'architettura e la navigazione.
Latpon: Dio della magia e della saggezza. Patrono dei praticanti. Figlio di El e di Asherat-del-mare.
Magos: Dio dell'allevamento degli animali. Patrono dei pastori e degli allevatori. Fratello di Amunos.
Mastiman: Dio dei morti, servo di Mot. Strangola i prescelti dal suo signore.
Melkart: Dio della forza, dell'impegno e dell'espansione fenicia. Patrono degli esploratori e dei viaggiatori. Il suo simbolo è l'orizzonte, dove il sole incontra il mare. Indossa una pelle di leone, è il greco Eracle.
Misor: Dio della giustizia. Fratello di Sydyk. Scoprì il sale. Padre di Tauutos.
Moloch: Grande dio dei disastri, delle piaghe, dei vulcani, delle regioni infernali. Era propiziato con sacrifici. Appariva come un nero minotauro con ali da pipistrello e tre occhi gialli, mentre sputava fuoco.
Mot: Dio della morte e della siccità. Favorì il figlio di El, finché fu ucciso dalla dea Anat. Il suo simbolo è una vite appassita intrecciata a teschio.
Ousoos: Dio delle vesti, delle tinte, e del commercio. Fratello e rivale di Samemroumos.
Pataecians (Pataiko): Aiutava gli spiriti potenti del bene mandati a proteggere i fenici che navigavano. Patechus: Grande dio delle navi, della navigazione e dei viaggi oceanici. Patrono dei viaggiatori, dei naviganti e degli esploratori. I suoi servi, i Pateciani, proteggevano le navi fenicie.
Pidray: Dea della nebbia e della foschia. Figlia di Baal.
Pughat: Eroina mortale. Conosceva i segreti dell'astrologia. Figlia di Danel, sorella di Aqhat.
Quadesh: Dea della luce stellare, della selva, dell'astrologia. Assistente di Anat nei sacrifici; Consorte di Resheph. Appariva come una donna giovane vestita di verde e argento.
Resheph (Amurru): Dio dei tuoni, della selva e della musica. Assistente di Anat nei sacrifici. Consorte di Quadesh. Appariva come un giovane guerriero che portava un tridente saettante.
Ruti: Dio dell'arte della guerra e della milizia. Figlio di El e di Asherat-del-mare. Appariva come un uomo con testa leonina.
Sahar: Dea dell'alba. Figlia di El e di Asherat-del-mare. Gemella di Salem.
Salem: Dea della sera. Figlia di El e di Asherat-del-mare. Gemella di Sahar.
Samemroumos (Hypsouranious): Dio del rifugio, delle costruzione e dei costruttori. Fratello e rivale di Ousoos.
Sapas: Dea della luce e dell'esplorazione sotterranea. Figlia di El e di Asherat-del-mare.
Siba'ni: Semidio del furto, della fortuna, e delle relazioni pericolose. Figlio di Terah e di Amat-Asherat. Sua madre restò nel deserto 7 anni per purificarsi prima della sua nascita.
Sydyk: Dio della giustizia. Fratello di Misor. I suoi discendenti, i Kabiri (forse i Cabeiri greci) perfezionò la navigazione, e divennero i Pateciani al servizio del dio Patechus. Appariva come un uomo con un elmo piumato, che portava una lancia.
Tallay: Dea della pioggia e della rugiada. Figlia di Baal.
Tammuz (chiamato Adone dai greci): Dio del raccolto, avendo imparato da Mot e Aleyin. Nato da un albero myrrh nel quale sua madre (Myrrha) l'ha trasformato. In veste mortale era un giovane bellissimo, adorato dalla dea greca Afrodite. Fu ucciso da un maiale che stava cacciando: il ruscello dove cadde fluisce rosso come il sangue ogni anno; si dice che gli anemoni sboccino per lui.
Tanit: Grande dea della luna, della maternità, della magia. Appare come una donna velata e avvolta da piume di colomba. Le colombe le erano gradite e sacre. Consorte di Baal Hammon. I suoi simboli sono una staffa sormontata da un disco e un triangolo con un cerchio al suo apice.
Tauutos: Dio della scrittura e dell'insegnamento. Messaggero degli dei. Inventò i primi caratteri scritti. Patrono dei saggi, degli scribi, e dei bibliotecari. Figlio di Misor.
Technites: Dio dell'arte muraria, della costruzione dei mattoni e dei tetti. Patrono degli artigiani. Fratello di Geinos.
Terah: Dio della luna calante e dei segreti. Consorte di Amat-Asherat, padre di Siba'ni.
Yam: Grande dio del mare, delle creature che lo abitano e dei terremoti. Avversario di Baal.


Yatpan, eroe mortale: seguace di Anat, ha ucciso Aqhat per lei. Fu assassinato da Pughat, sorella di Aqhat.


domenica 2 giugno 2013

UNA SOLA DEA MEDITERRANEA - Occhio sul Mediterraneo

UNA SOLA DEA MEDITERRANEA, TRE NOMI
Tanit, Neith, Athena
da http://www.liutprand.it/

di Leila Guiga

La celebre dea Tanit non era di origini puniche. Si trattava di un’antica dea berbera, adottata dai fenici quando fondarono Cartagine. Alcuni ricercatori dicono che essi agirono così per ingraziarsi le popolazioni locali del Nord Africa e per farsi aiutare nella loro guerra contro i greci. 
Tanit, divinità libica, appare nel pantheon punico solo a partire dal sec. IV a.C. Prima d’allora, la dea protettrice della città di Cartagine era l’orientale Ashtart (Astante). 
Mentre la maggior parte delle divinità di Cartagine corrispondono con quelle originarie della Fenicia, di Tanit non si trova quasi nessuna traccia in Oriente, mentre è diffusissima a Cartagine e nei territori circostanti, ancor prima che a Cartagine. Ella era conosciuta con diversi nomi similari: Tanit/Taniyt/Tanjit/Tangit.



La città marocchina di Tangeri deriva il proprio nome originario, Tingis/Tanga, da quello di questa dea berbera. Tanga era la sposa di Anzar, dio della pioggia e dell'acqua (v. anche il racconto “La fidanzata di Anzar”, alla sezione "Racconti"), ed era la madre dell'Eracle berbero (Anteo), che sostenne un celebre combattimento con l’Eracle greco, conclusosi con la vittoria di quest’ultimo. 
Eracle era meno forte, ma conosceva il segreto della forza del suo avversario berbero, che non poteva essere sconfitto sino a che i suoi piedi toccavano la terra di Tangeri, la sua terra-madre. Eracle ricorse all’astuzia e spinse il suo avversario in mare, in modo da renderlo del tutto impotente. 
Tinja à anche il nome di un’altra regione del Nord Africa, al Nord della Tunisia
Tinja e Tangeri sono due città poste in riva al mare, il che rafforza l’idea d’un legame della dea con l’acqua (ricordiamo le funzioni di suo marito Anzar). 
Non dimentichiamo un’altra tradizione nord-africana legata all’acqua, quella di Madre Tango. Si tratta di un’entità alla quale gli abitanti chiedono che faccia cadere la pioggia, in occasione d’una lunga siccità. L’usanza è ancora viva, in alcune località. Si organizza una festa e i bambini fabbricano un gran pupazzo di paglia, lo vestono ed escono con esso per le strade, in una processione rituale diretta al mare, gridando: 
“Madre Tango ha implorato Dio per far cadere la pioggia. 
Donne, appoggiate la sua richiesta, e che Dio l’ascolti!” 
Quel “Dio” non potrebbe essere Anzar, suo marito, divinità della pioggia e dell’acqua? Certo, perché – dopo la processione – i bambini portano il pupazzo di Tango in mare e chiedono al Dio di curarsi di lei e di ascoltare le sue preghiere. 

La dea egiziana Neith sembra proprio la stessa divinità, ed era oggetto nella regione del Delta nilotico d’un culto di origini molto antiche. 
Innanzitutto il nome: Neith o Nit è molto simile a Tanit, se si toglie una T, che è un modo della lingua berbera per designare il genere femminile. berbère. Inoltre Ta-Nit, in egiziano, significa proprio "la terra di Neith". 
E la città dedicata a Neith in Egitto si chiamava semplicemente Tanit (Tanis, nella versione grecizzata). Si noti che tale città fu fondata dai berberi nella parte occidentale del Delta e che gli Egizi la chiamavano "amenti": "della terra dell’Ovest” (terra dei berberi). 
Neith è spesso indicata come Tjehenut (berbera), e lo stesso Osiride abita nell’"amenti" (l'Occidente berbero), che rappresentava per gli Egizi la terra degli antenati e dell’Aldilà. Il nome "amenti" derivava da quello di Amon (ancora un dio libico-berbero, adorato in Egitto). 
Inoltre, il nome della città, Tanis, ricorda quello del lago Tri-tonis in Libia, che si può anche interpretare come delle "tre Tonis" ossia il lago delle tre dee della Trinità femminile primordiale. Erodono parla di quel mitico lago come d’un lago sacro, luogo di nascita di tre dee mitologiche. 
Tonis, o Tanis, può anche essere all’origine del nome di Tunisi, capitale della Tunisia. La città sorge presso un gran lago, che ha sempre avuto anch’esso un carattere sacrale. 

Infine Athena, uno strano personaggio, per i suo attributi mutevoli e per la sua origine che si perde, tra il mito e la storia. 

Già Erodoto sostiene che gli Egizi adoravano Athena sotto il nome di Neith, e nel parlare delle tre dee, il cui culto era collegato al lago Tritonis, cita proprio i tre nomi: Medusa, Pallas e Athena, che sarebbero state figlie del fiume Tritone (emissario del lago Tritonis). 

La sua "Egida", corazza o scudo di pelle di capra che à il suo attributo principale e che le conferiva poteri superiori, era una protezione per la battaglia usata dalle guerriere berbere, le Amazzoni, perché la pelle assorbiva meglio i colpi. Il nome egida deriva da quello dell’animale, e ancor oggi i berberi (kabyli, cleuh, chaoui) usano il termine "ighid" per designare il capretto. 
Il nome stesso delle Amazzoni, entrato nella mitologia greca, significa semplicemente “berbere” o “libiche”, come plurale di Amazigh (il nome con cui i Berberi chiamano se stessi): Imazighen/Imaziyen, diventato "Amazzoni" nella sua traduzione in greco. 
Si raccontava che, intorno al lago Tritone, un rituale di combattimento divino opponesse le due dee sorelle Pallas e Athena. Quest’ultima vinse, e ciò comportava il disonore Pallas e la perdita del suo rango di Vergine Divina. Athena, per amore della sorella, ne volle eternare il nome, unendolo al proprio. Athena aveva anche l’attributo di “tritogenia”, come un patronimico, che indicava senza dubbio il nome del padre Tritone (un dio marino, poi ribattezzato Poseidone: il nome del suo Tridente ricorda ancora il nome del dio originario: Tritone!) Un altro attributo di Athena era: Athena Diwya. Forse in riferimento alla sua saggezza. "Dihya" in lingua berbera è il nome che si dà alle donne di Grande Saggezza, specialmente alle sacerdotesse dei culti pagani, che ricoprivano un rango considerevole nel paese, prima dell’arrivo dell’Islam. 
Citiamo ad esempio la famosa Kahena – Dihya, feroce combattente contro l’occupazione degli arabi e capo disperato della resistenza. Ella finì per bruciare i campi, piuttosto di consegnarne il raccolto agli invasori, e si suicidò gettandosi nel fuoco, poiché il suo piano stava fallendo. Suo figlio l’avrebbe ferocemente vendicata! 






altro...
Matriarcato & Matriarchy: LA DEA TANIT

mercoledì 22 maggio 2013

Arte e religione nella Sardegna preistorica

Noi sardi al tempo della preistoria
di Pierluigi Montalbano


In Sardegna, verso metà del II millennio a.C., si erano sviluppate forme di civiltà in villaggi sorti intorno a residenze fortificate, in zone in cui la pesca, la pastorizia e l'agricoltura avevano avuto un imponente sviluppo. Di queste civiltà si hanno prove e testimonianze che risalgono fino al VI millennio a.C.: sono diffusi oggetti di ceramica tardo neolitica, lavorata a mano, sottoposta a procedimenti di lisciatura o incisione e dipinte con forme geometriche non prive di variazione di fantasia.

Queste antichissime testimonianze, di gran lunga precedenti la comparsa dei nuragici, provano la presenza di vita religiosa ed economica in Sardegna già prima del contatto della regione con le grandi civiltà della Mesopotamia. Dimostrano inoltre l'esistenza di un antico sostrato di civiltà indigena con sviluppi autonomi, che ha percorso i presupposti necessari per il diffondersi di centri commerciali che scambiavano i prodotti della pastorizia, dell'artigianato e dell'agricoltura locali.
I centri di scavo ci mostrano prove di elevato tenore di vita con presenza di ceramiche colorate e decorate che rivelano la presenza di grandi ricchezze dei dinasti locali. La presenza di agenzie commerciali si protrasse per molti secoli, comportando progressi nella vita economica e culturale dell’isola: durante il secondo millennio si può parlare di una forma di colonialismo commerciale, che non soltanto lasciava sopravvivere l'assetto politico e sociale precedentemente trovato in Sardegna, ma determinava miglioramenti nella tecnologia in genere e in particolare nella metallurgia, in quanto insieme alle merci venivano importati anche procedimenti tecnici nella fabbricazione dei manufatti.

In questo periodo, forse per influenza Mesopotamica, anche le tradizionali figure religiose abbandonano la stilizzazione neolitica per assumere caratteri maggiormente realistici e antropomorfici, e cominciano ad apparire insieme con altre figure di uomini o di animali. La produzione ceramistica fa pensare ora all'esistenza di una più vasta sfera di acquirenti, con esigenze di gusto più complesse e più sensibili all'arte. Le nuove influenze introducono motivi decorativi inediti accanto alle antiche forme geometriche. Compaiono spirali, linee ondeggianti, grandi anfore e grandi brocche di ceramica non soltanto dipinta ma anche a rilievo e, nello stesso tempo, si introducono nuovi procedimenti di verniciatura e si imitano in argilla oggetti di bronzo, impiegando vernice e modellature che danno alla terracotta dipinta l'agilità, la fantasia e la ricchezza degli oggetti metallici.
La comparsa del vino come bevanda suggerisce tazze particolari e concede all'estro dei modellatori libertà di invenzione nella creazione di brocche con becchi che consentono di versare il liquido, certamente prezioso, senza sprecarlo. Un miglioramento generale del tenore di vita e più articolate esigenze nei consumi presuppongono però una nuova struttura sociale, che non è più concepibile in forma di grosse aziende agricole nelle quali tutti i sudditi lavorano per il sovrano, mediatore rispetto alle forze divine di una religione idolatrica, con una funzione a un tempo magica e sacrale.
Il maggiore sviluppo antropomorfico delle individualità divine indica, a sua volta, che la divinità ha abbandonato le arcaiche forme idolatriche (divinità come potenza generativa della natura) pur restando legata a una forma prevalentemente naturalistica, inerente principalmente al felice sviluppo di tutti i cicli della vita, dell'agricoltura e della pastorizia. Nel fondo religioso persiste, quindi, il concetto della presenza di una divinità femminile come simbolo della fecondità della terra e di ogni cosa animata e inanimata: una Dea Madre. 

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

mercoledì 1 maggio 2013

La Sagra di Sant'Efisio



Ogni primo maggio lungo le strade del centro storico di Cagliari si snoda la piu' grande e colorata processione religiosa del mondo.


di Paolo Matta
da http://www.sardi.it/


Correva l'anno 1652. La Sardegna veniva decimata da una terribile pestilenza: a Cagliari la popolazione si ridusse della metà. Dovunque era morte e disperazione.
La gente, allora, si rivolse ad un santo martire, Efisio di Elia, decapitato nel 303 a Nora, una località della costa cagliaritana, per non avere rinnegato la fede cristiana. Efisio si trovava in Sardegna, a capo di una guarnigione dell'esercito dell'imperatore romano Diocleziano, per reprimere le comunità dei cristiani presenti nell'isola. Ma, durante un trasferimento, ebbe una visione, simile a quella di Paolo sulla via di Damasco: da persecutore Efisio divenne il più fervente seguace di Gesù. Chiamato a rinnegare la fede cristiana, rifiutò e fu condannato a morte. Rinchiuso in un carcere della città (dove oggi sorge la chiesa a lui intitolata) venne trasferito in segreto sul litorale di Cagliari per evitare che la gente potesse opporsi alla sentenza. Sulla spiaggia di Nora fu decapitato da un soldato romano.

Il culto di Sant'Efisio, da allora, si diffuse a Cagliari e in tutta la Sardegna. La cripta del quartiere di Stampace, che fu il suo carcere, divenne ben presto un centro di spiritualità, mentre a Nora, sul luogo del martirio, in epoca successiva, venne eretta una deliziosa chiesetta a navata singola, poco distante dalla cittadina, oggi sepolta sotto le acque del mare.
Ma fu in occasione della peste del 1650, quella che viene descritta dal Manzoni ne "I Promessi Sposi", che Sant'Efisio legò per sempre il suo nome a quello di Cagliari e della Sardegna.

La municipalità, facendosi interprete dei sentimenti della popolazione scampata al contagio, fece un voto solenne al suo santo: se Sant'Efisio, con la sua potente intercessione, avesse fatto cessare la peste, i cagliaritani, ogni anno e per sempre in avvenire, avrebbero portato solennemente in processione il suo simulacro dalla chiesetta di Stampace fino a quella di Nora.

E la peste cessò per davvero. E dal 1656, ogni anno il 1° maggio, le genti della Sardegna, indossando i loro tradizionali costumi, ripetono questo gesto di ringraziamento al loro santo patrono.
E' la Sagra di Sant'Efisio: la più grande e colorata processione religiosa del mondo.
L'unica che dura quattro giorni, l'unica che compia un percorso che non conosce soste, se non per la notte. L'unica capace di unire tutte le genti di un'isola che è stata definita un "continente", per le profonde differenze culturali, sociali ed economiche presenti nel suo territorio.
La giornata centrale della Sagra è il 1° maggio: di certo, in questo giorno, già si celebravano dei riti legati al ringraziamento per il raccolto alla fine della primavera.
La liberazione dalla peste e il voto che ne è conseguito si sono "innestati" in queste celebrazioni del mondo agricolo fino a diventare, insieme, un evento di fede e di costume. All'inizio la Sagra era solo una piccola processione che accompagnava il simulacro del Santo a Nora: vi partecipavano confratelli e consorelle della Arciconfraternita del Gonfalone, una piccola scorta di miliziani, l' AlterNos, rappresentante del sindaco di Cagliari, il Decano del Capitolo Metropolitano, delegato dell'Arcivescovo di Cagliari.

Poi si aggiunsero i "cavalieri campidanesi", i gruppi in costume provenienti da tutte le zone della Sardegna, lo squadrone di miliziani assicurato dai vecchi rioni cittadini (soprattutto Villanova).
Oggi il 1° maggio, a Cagliari, sfilano 5.000 persone. Aprono una trentina di "traccas", carri ancora "a ruota piena", trainati da buoi, splendidamente addobbati con i prodotti dei campi, gli utensili della casa, i prodotti tipici della gastronomia sarda.
Quindi, pian piano, la processione si è arricchita di altri elementi. Dapprima le "traccas", carri a buoi che servivano per il trasporto e la vita della famiglia contadina, una sorta di primitivo "camper" o "roulotte" con il quale, soprattutto dal Campidano di Cagliari, si partecipava ai quattro giorni della processione.

La liberazione dalla peste e il voto che ne è conseguito si sono "innestati" in queste celebrazioni del mondo agricolo fino a diventare, insieme, un evento di fede e di costume. All'inizio la Sagra era solo una piccola processione che accompagnava il simulacro del Santo a Nora: vi partecipavano confratelli e consorelle della Arciconfraternita del Gonfalone, una piccola scorta di miliziani, l' AlterNos, rappresentante del sindaco di Cagliari, il Decano del Capitolo Metropolitano, delegato dell'Arcivescovo di Cagliari.

Quindi, pian piano, la processione si è arricchita di altri elementi. Dapprima le "traccas", carri a buoi che servivano per il trasporto e la vita della famiglia contadina, una sorta di primitivo "camper" o "roulotte" con il quale, soprattutto dal Campidano di Cagliari, si partecipava ai quattro giorni della processione.

Poi si aggiunsero i "cavalieri campidanesi", i gruppi in costume provenienti da tutte le zone della Sardegna, lo squadrone di miliziani assicurato dai vecchi rioni cittadini (soprattutto Villanova).
Oggi il 1° maggio, a Cagliari, sfilano 5.000 persone. Aprono una trentina di "traccas", carri ancora "a ruota piena", trainati da buoi, splendidamente addobbati con i prodotti dei campi, gli utensili della casa, i prodotti tipici della gastronomia sarda.

Seguono i gruppi in costume, a piedi, che recitano o cantano le preghiere della tradizione religiosa isolana, creando un clima di altissima suggestione. Spicca l'arancione del costume di Desulo, l'austero completo nero delle altissime e bellissime ragazze di Tempio, i corpetti ricchi d'oro dei costumi di Quartu, i piedi nudi dei pescatori del gruppo di Cabras.
Dietro i costumi i cavalieri, la parte più spettacolare della Sagra: dapprima quelli "campidanesi" seguiti dalle giubbe rosse dei miliziani, la scorta armata del Santo che, in antichità, proteggeva la processione dalle incursioni dei banditi frequenti lungo la strada del litorale.
La processione si snoda lungo le strade del centro storico tra due ali di folla strabocchevole.

A mezzogiorno in punto, dalla sua chiesetta di Stampace esce il Santo, dentro un secentesco cocchio dorato trainato da una coppia di giganteschi buoi. Precedono il cocchio la "Guardiania" in frac nero e cilindro, corpo scelto dei confratelli di Sant'Efisio che accompagnano a cavallo il Santo lungo il tragitto cittadino. Quindi l'AlterNos, scortato da due mazzieri del Comune in abito di gala e due fila di confratelli e consorelle in abito penitenziale.

Il suono delle "launeddas", tipico strumento a fiato sardo, precede il passaggio del Santo fra le folla che si accalca, che vuole toccare il cocchio, che, commossa, partecipa al secolare rito.
E passa, Efisio, tra la sua gente che non ha dimenticato i suoi interventi a favore di Cagliari e della Sardegna: come quando, nel 1793, liberò la città dall'assedio francese oppure, nel 1943, attraversò la città fatta a pezzi dalle bombe della "Grande Guerra", raccogliendo le lacrime e la disperazione dei cagliaritani che seppero, anche in quella occasione, ricostruire la città in pochi anni.

Giunto di fronte al Municipio, in una Via Roma infiorata (è il rito de "sa ramadura"), il cocchio del Santo viene salutato dalle sirene delle navi in porto e da un'ovazione della gente presente che, in piedi, si segna al suo passaggio.
La sagra, a quel punto, diventa festa di campagna: si passa per La Maddalena, Su Loi, Sarroch, Villa San Pietro, Pula e Nora. Dovunque si ripetono delle piccole sagre, con celebrazioni religiose e banchetti dove tutti sono invitati, nel segno della massima accoglienza e ospitalità.

Il 4 maggio la strada del ritorno: solo a tarda sera, alla luce di mille fiaccole, Sant'Efisio dentro il suo cocchio, fa rientro nella sua chiesetta stampacina.
Ancora fra migliaia di devoti che fanno ressa per poter entrare nel piccolo tempio, per stare ancora vicino al "loro" santo protettore.
"Atrus annus" è il saluto e l'augurio che ci si scambio. "Ad altri anni", perché a Stampace il 5 maggio si pensa già alla sagra dell'anno successivo.
E così da 353 anni.



















martedì 30 aprile 2013

Cagliari 1943 - Sant' Efisio sotto le bombe

La Festa di Sant'Efisio - TU, NOS, EPHYSI, PROTEGE

              TU NOS, EPHYSI, PROTEGE

Da ore la sfilata segna il passo tra gli isolati del centro, serpeggiando lentamente alla volta del mare della Scaffa. In coda sorge finalmente il Santo, risucchiato dal grembo di Stampace. Sono i membri della sua Arciconfraternita, dopo un altro anno, a riconsegnarlo alla luce. Volti compassati. uomini avvolti nei frac.
Non più nobili a rappresentare se stessi. Dai polsini inamidati emergono mani ispessite dal lavoro. Donne in abito nero. Cunfraris col saio azzurro e la mantella bianca. Sono i corifei del dramma collettivo che si rinnova. i depositari delle minuzie del rito. Gli intimi di Efis.
La scorta verso i luoghi del martirio. Il cocchio caracolla sulle asperità dell’asfalto, tra i petali dei fiori e lo sterco dei cavalli. Lo sguardo fisso della statua ondeggia enignamente sulla folla. Cercato dagli occhi di chi chiede una grazia, si sporge in una promessa, rinnova un voto. In mezzo al chiasso dei gitanti spensierati e dei turisti curiosi. Al passaggio del santo la fiumana di persone gli si richiude dietro in una scia vociante.
Fuori dalla città la processione si sgretola. Tornano a casa le traccas, i cavalieri, il folklore. Molti si danno convegno per le bevute e i balli della sera. 
Restano i pellegrini. Accompagnano il santo a Giorgino, dove lasciati gli ori indosserà i più modesti abiti di campagna, prima di proseguire il suo viaggio. Ripartono in pochi, un corteo incupito che si serra attorno al cocchio in un abbraccio confidente. Si lasciano portare e insieme sospingono il santo verso la sua palma di martirio. Alcuni sono scalzi, tutti pregano.
invocano al santo un'ccezione per sé, la salvezza di una persona cara,un'argine alle nuove pesti. Sul loro mormorio si alzano solo i comandi severi del bovaro. Il camino verso nora, con le sue soste rituali, dura tre giorni. 
La pioggia invocata viene accolta come un miracolo, e i piedi nudi all'arrivo non avranno una piaga. Efis tornerà dai suoi, a Stampace. 

La Festa di Sant'Efisio - Ex voto suscepto


Ex voto suscepto
Si è detto di Sant’Efisio come festa enciclopedica, simultanea apertura annuale di tutti i forzieri della tradizione. Ma Sant’Efisio è festa delle feste anche perché compendio di tutti gli elementi qualificanti delle celebrazioni tradizionali, loro paradigma completo.
C’è il Santo intercessore, l’offertorio popolare, la processione rituale, il suo allungarsi in pellegrinaggio, il santuario fuori porta, la durata plurigiornaliera delle celebrazioni, il repertorio di preghiere dedicate. C’è il voto: Sant’Efisio è missa e promissa (1). Cioè festa ex voto suscepto (conseguente alla promessa assunta) e l’occasione dell’impegno solenne collettivo fu l’epidemia di peste che si abbattè sulla Sardegna alla metà del Seicento.
Ma i meriti di Efisio erano già cari ai sardi da lungo tempo. Da quando, soldato di Diocleziano – a seguito di una visione celeste che gli notificò, con due stimmate in forma di croce e di foglia di palma sulle mani, il martirio futuro – si rifiutò di eseguire gli ordini e di angariare i cristiani della nostra isola. Se ne interessò l’imperatore in persona, che lo fece imprigionare e torturare. Ma Efisio non cedette. Né il ferrò pagano poté segnarne le carni; gettato in una fornace ne uscì invece temprato.
Per vincerlo bisognò decapitarlo.
Avvenne a Nora, città costiera prima punica poi romana, dove in ricordo sorse l’omonima chiesa campestre, oggi di impianto protoromanico ma su una presumibile precedente costruzione alto medievale, cioè di un tempo più prossimo ai fatti. Un santuario di fondazione dunque, non di quelli il cui edificio è sopravvivenza di precedente centro abitato, ma di quelli che invece rimontano a una deliberata edificazione su misura. Riferita, in questo e in altri casi, a un singolo episodio notevole.
E che come tutti i santuari campestri – almeno nella rigida divisione tradizionale sarda tra travillam e saltus (nucleo abitato e campagna) – costituisce mediazione e ricomposizione di un dualismo: tra il colto e l’incolto, tra l’ordine umano e la potenza disordinata della natura, tra il sacro e il profano. E nel suo ruolo di avamposto morale, in questa fattispecie paleocristiana, stabilisce il segno durevole della buona novella vittoriosa sulle insidie pagane.
In quest’ottica dualistica la chiesetta di Nora può essere considerata santuario campestre di Cagliari, come osserva Giulio Angioni. E di questa geografia spirituale disegnata dalla costellazione di santuari campestri della Sardegna, ai primi di maggio assurge senz’altro a capitale.
Alla sua volta, con trenta chilometri da percorrere, la processione cittadina diventa pellegrinaggio.
In una prima di cinque tappe, presso la chiesetta della spiaggia di Giorgino, il Santo lascia i paludamenti da parata e gli ori votivi di cui è carico, per indossare le più modeste vesti da campagna, casomai i pirati al largo lo avvistassero per approdare e rapinarlo.
Così, lungo l’arco morale che separa dalla meta si spengono i colori e si prosegue in un camminare silenzioso e confidente, guidato della cerchia ristretta del Santo in esercizio confirmatorio di dedizione privilegiata.
Seguono gli avventizi del voto, che invocano ancora un’eccezione per sé, fiduciosi di trovarsi nel luogo dove il Santo può accorgersi più facilmente di loro.
De Casteddu appassionau Di Cagliari appassionato
Sempri siais difensori Sempre siate difensore
Sighei a essiri intercessori, Continuate a essere intercessore,
Efis Martiri sagrau. Efisio Martire consacrato.
Così recitano i goccius(2). Dove Efisio, come ogni santo di elezione popolare, è definito “intercessore”. Parola che il lessico liturgico attinge dalla nomenclatura giuridica, nella quale significa precisamente “garante”. E a dare uno sguardo più a fondo, all’origine latina del termine, ben si capisce come la sua adozione teologica si sia arricchita di un senso duplice:inter cedere significa “passare attraverso”, ovvero squarciare la frontiera tra la terra e il cielo e additare alla sovrabbondante grazia divina il varco attraverso il quale mostrarsi quaggiù (come tipicamente testimoniano gli ex voto dipinti); ma anche significa “mettersi tra”, cioè frapporre una mano misericordiosa fra i rovesci della vita e i salvati.
Ecco che laddove il dipinto votivo deposto nel tempio P.G.R.(3) può considerarsi fotogramma di sventura singolare e personale preghiera illustrata, la “sfilata” di Sant’Efisio, e poi il suo allungarsi in pellegrinaggio, è supplica plenaria e dinamica, intero film. A dare evidenza estrema all’aspetto essenziale di tutti gli ex voto (esclusi quelli segreti): essere certificazione pubblica di un debito contratto in un momento difficile, da esibire al Santo ma soprattutto agli occhi di tutti: offerti al cielo ma rivolti alla comunità. Della quale la sagra di Sant’Efisio in un certo senso costituisce la meravigliosa e vasta historia illustrata.

Bruno Piras

Note
1) Messa e promessa. Qui con casuale ma felice pertinenza dell’etimo condiviso, risalente alla formula di commiato del rito ecclesiale (ite, missa est = andate, è stata inviata) in uso proprio ai tempi di Efisio, quando il cristianesimo perseguitato scioglieva l’agape non appena l’eucarestia era stata appunto “inviata” (missa) all’esterno, verso coloro che, per divieto, prudenza o impossibilità, non erano potuti convenire. 
2) Versi di preghiera tradizionale in sardo.
3) Per Grazia Ricevuta, sigla che contassegna gli ex voto deposti nelle chiese.


Tu nos,Ephysi,protege - Un documentario di Marina Anedda