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domenica 16 febbraio 2014

Sa Filonzana


Sa Filonzana (la filatrice) è uno dei personaggi chiave del Carnevale di Ottana (NU). Gli altri sono Sos Boes e Sos Merdules. È l'unico personaggio femminile del carnevale in Sardegna. In realtà è un uomo travestito da orrida vecchia: piegata dall'età, vestita di nero e con il volto nascosto da una maschera lignea.
Ha fra le mani il fuso, la conocchia e la lana, fila e predice un futuro più o meno prospero o infausto, a seconda della qualità del vino che le viene offerto. Il filo è quello della nostra vita e del nostro destino che lei conosce molto bene.


sabato 10 agosto 2013

IÁCCU RÙJU

di Salvatore Dedòla

IÁCCU RÙJU.
Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole... Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». La Turchi è convinta che questo personaggio fantastico sia lo stesso che dà il proprio nome a una vallicola sull’alto monte di Olièna.
da http://www.summitpost.org/punta-jacu-ruiu/58710

 Poichè ella crede che in Sardegna nel passato ci siano stati molti e nitidi episodi legati ai Misteri Eleusini, di cui fa parte Íacco (nome solenne di Bacco-Dioniso nei Misteri di Eleusi), ella ritiene che questo personaggio sardo sia proprio Dioniso. A mio parere, la valletta di Iaccu Ruju (tradotto in italiano sarebbe Giacomo Rossi) indica, fino a prova contraria, soltanto il nome-cognome di un pastore del passato, che soggiornò lungamente nell’area utilizzando il pascolo comunale. Quanto all’incrollabile certezza della Turchi sulla presenza in Sardegna dei Misteri Eleusini e di tutti i personaggi divini che ne sono l’oggetto di culto, la risposta è data dagli storici e dagli archeologi, i quali ritengono che in Sardegna sia mancato ogni genere di influsso greco, escluso ovviamente quello dei Bizantini, i quali però erano cristiani, e vennero in Sardegna con lo scopo dichiarato di sradicare ogni pratica pagana (compito peraltro cui si applicarono egregiamente). Essendo impensabile che i culti di Eléusi siano stati importati dai Romani, e tantomeno dai Bizantini, occorre cercare in altra direzione l’etimologia di Jaccu Rùju in quanto essere fantastico. Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà che ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, credo occorra cercare nei vocabolari del Vicino Oriente l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi a Iaccu), e indicarlo propriamente come ‘Dio’, con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’. In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il proprio disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna. In tal guisa veniamo a sapere che Jaccu Rùju e Cusidòre sono due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.

da  www.linguasarda.com

venerdì 19 aprile 2013

Sant'Antonio Abate .

da www.sardegnagrandieventi.it

Fuoco di Sant'Antonio:un rito che attraversa tutta la Sardegna nella notte tra il 16 e il 17 gennaio.




La notte tra il 16 e il 17 gennaio da Dorgali a Bolotana, da

Bosa a Desulo, da Budoni ad Escalaplano, da Samugheo a Orosei e in tanti altri paesi ancora si accendono i falò in
onore di Sant'Antonio Abate, esponente importante
 dell'ascetismo egiziano del III secolo d. C. Un culto antico e radicato quello per questo santo, visto dalla collettività cristiana come uno strenuo oppositore dei diavoli e delle fiamme dell'inferno. La leggenda, infatti, racconta che Sant'Antonio avrebbe rubato una favilla incandescente dal Regno degli Inferi per regalarla all'umanità, dotandola, così,del fuoco.

La notte del 16 gennaio si chiedono al Santo grazie e
 miracoli in un contesto quasi magico, dominato
 dall'imponente falò che consuma enormi cataste di legna.
 Questo rito, che mescola devozione cristiana ad antiche
 tradizioni pagane, è documentato fin dalla metà del XIX
 secolo, ma le sue origini sono sicuramente più remote. Dopo i riti liturgici e la benedizione del fuoco, i partecipanti stazionano di fronte ad esso, intenti ad intessere conversazioni, cantare, gustare dolci ed assaporare vini offerti dalla comunità. Il fuoco arde tutta la notte: sarà il disegno del fumo emanato a suggerire auspici e profezie.

In Barbagia inizia il Carnevale con i fuochi di Sant'Antonio
Nei paesi della Barbagia, in particolare, in occasione
della festa di Sant'Antonio Abate, il "Santo del Fuoco",
tra il 16 e il 17 gennaio, fanno la loro comparsa le
maschere del Carnevale che si aggirano fra i grandi
fuochi accesi nei rioni o nei sagrati delle chiese
.
A Mamoiada inizia la danza dei Mamuthones guidati
dagli Issohadores. I primi indossano una maschera nera di legno d'ontano o pero selvatico
, dall'espressione sofferente o impassibile e sulla
schiena portano "sa carriga", campanacci dal peso di
circa 30 kg; i secondi con le loro maschere bianche
lanciano le loro funi per catturare gli astanti.

Ad Orani Sos Bundos con le loro maschere di sughero visitano i fuochi e ricevono su pistiddu, il dolce tipico preparato per S. Antonio e benedetto durante la processione. Il dolce è offerto anche a tutti i presenti e inviato nelle case dei malati a tredici persone di nome di Antonio.
Attorno ai fuochi, quando iniziano i balli in piazza, si
ritrovano anche Sos Maimones, le maschere di Orotelli
con i visi anneriti dalla fuliggine ricavata dal sughero bruciato.

Ad Ottana dopo la funzione religiosa che termina con
la benedizione del falò (Su Ogulone) in piazza, le
maschere di Sos Merdùles fanno la loro prima uscita e
si radunano intorno al fuoco.

Durante la serata anche a Samugheo fanno la loro prima apparizione Su Mamutzone, S'Urtzu, S'Omadore, Su Traga Cortgius le maschere che in origine uscivano al calar della sera, quando in paese risuonavano le campane.
A Fonni, un'ora prima della SS. Messa, durante su
pispiru (il vespro) si accende un unico grande fuoco.
Dopo la funzione religiosa, il prete accompagna la
statua di S. Antonio in processione, compiendo tre giri
intorno al fuoco e benedicendo sia il falò sia il pane in
sappa, tipico dolce di questa festa, preparato dal
priore e offerto ai presenti dopo la cerimonia. Infine,
entrano in scena le maschere tradizionali fonnesi,
S'Urthu e Buttudos.
A Lodè i giovani del paese accendono un enorme fuoco
attorno ad un grande tronco alto 15-20 metri: i più
agili si lanciano di corsa sulle frasche per arrivare fino
in cima al tronco. In palio maialetti, vino e doni offerti dal paese che serviranno per organizzare una cena a
cui partecipa tutta la comunità.



da www.provincia.mediocampidano.it


giovedì 5 aprile 2012

MAMUTHONES e ISSOHADORES

Fra le manifestazioni degli usi e costumi popolari della Sardegna la più significativa e la più ricca di ricordi  arcaici  è quella che i pastori e i contadini della Barbagia chiamano "SOS MAMUTHONES"  e "SOS ISSOHADORES"  di Mamoiada, due figure che si esibiscono insieme ma sono ben distinte, caratterizzate sia dal diverso abbigliamento che dal modo di muoversi.
L'abbigliamento del Mamuthone comprende ora l'abito in velluto scuro, la mastruca nera (casacca di pelle ovina caratteristica dei pastori sardi) chiamata sas peddes, le scarpe in pelle conciate a mano dette soshòsinzos; sul volto porta  sa visera, una maschera nera antropomorfa,  sul capo  il berretto sardo (coppola) ed il fazzoletto del vestiario femminile (su mucadore) che avvolge visera e berretto.
Sul dorso del Mamuthone,  legato da una serie di cinghie in cuoio con un complesso sistema di ancoraggio,  è sistemato  un pesante mazzo di campanacci di varia misura mentre un altro  carico più piccolo di campanelle bronzee è collocato  sul davanti all'altezza dello sterno e dello stomaco. L'insieme  dei campanacci e sonagli viene chiamato  sa carriga.  Il peso complessivo di tutta l'attrezzatura si aggira sui 20/25 chili, ma non è solo il peso quello che fa faticare  bensì  la "morsa" delle cinghie in pelle, ben strette tra le spalle e la gabbia toracica che rendono difficile la respirazione; infatti, a fine esibizione le spalle dei partecipanti sono spesso segnate da varie ecchimosi. Una delle doti richieste per fare ilMamuthone è la resistenza alla fatica.
I Mamuthones vanno accompagnati dagli Issohadores,portatori di  soha,  una lunga fune in giunco.
L'Issohadore non porta i pesanti  campanacci, il suo abbigliamento è del tutto diverso da quello delMamuthone   e viene indicato a Mamoiada ed in altri paesi come"veste 'e turcu"(vestito da turco). L'abbigliamento  ora comprende: sul capo la nera berritta sarda legata al mento da un fazzoletto variamente colorato, larghi pantaloni e camicia di tela bianchissimi, sopraccalze di lana nera, il corpetto rosso del costume tradizionale maschile, a tracolla una cinghia in pelle e stoffa dove sono appuntati piccoli sonagli, uno scialle, di solito scuro con bellissimi ricami,  legato alla vita con  la parte  variopinta  che scende lungo la gamba sinistra.
I componenti di questa straordinaria rappresentazione si ritrovano tutti nel punto stabilito per indossare gli abiti della "cerimonia". La vestizione sa' di rito.  La prima uscita annuale dei  Mamuthones e Issohadores  avviene  il 17 Gennaio il giorno di Sant'Antonio, di quello stesso Santo per cui si accendono  grandi fuochi votivi in tutta la Barbagia, ma in altri tempi quest'uscita avveniva già verso l'Epifania o addirittura a Natale.
I Mamoiadini affermano  «senza Mamuthones eIssohadores non c'è Carnevale» il che vuole significare che è questa la manifestazione più importante e il simbolo del Carnevale e allo stesso tempo che l'apparizione di questa misteriosa "mascherata" è segno di festosità, di allegria, di tempi propizi.
Benché si sappia che la sfilata durerà dal pomeriggio fino alla tarda sera, Mamuthones e Issohadoresmangiano e bevono poco  perché l'esibizione richiede molto sforzo e forse anche perché in principio bisognava digiunare come nei misteri. Quest'origine è certamente antichissima: «est anticoriu», dicono i Sardi delle cose il cui ricordo è perduto nell'oscurità dei tempi. (Marchi).
Si è parlato finora di carnevalata, ma quella dei Mamuthones e Issohadores  è una cerimonia solenne, ordinata come una processione che è allo stesso tempo una danza; «una processione danzata» come l'ha definita l'etnologo Raffaello Marchi che per primo, negli anni '40, ha osservato molto da vicino questa manifestazione.
Il gruppo è composto tradizionalmente da 12 Mamuthones e  8  Issohadores  e vanno avanti disposti in quest'ordine:
M = Mamuthone I = Issohadore
M = Mamuthone
I  = Issohadore


    

L'ordinamento sembrerebbe del tutto militaresco, specie per la funzione di avanguardia, di retroguardia, di fiancheggiamento e protezione mobile che hanno gliIssohadores, ma la parata per quanto battagliera possa essere, non è certamente la miniatura di un esercito sardo. 
La processione si muove lentamente, in modo non uniforme perché diverso, ma non discordante è il passo dei Mamuthones e quello degli Issohadores. IMamuthones, disposti su due file parallele, procedono a piccoli passi cadenzati, quasi dei saltelli,  come se avessero catene ai piedi,  appesantiti dai campanacci, dalle vesti di lana grezza, dalla visera.  Ad intervalli uguali danno tutti dei colpi di spalla ruotando il corpo una volta verso destra e un'altra verso sinistra; a questo movimento in due tempi, eseguito in perfetta sincronia, corrisponde un unico squillo dei campanacci; ogni tanto tutti insieme fanno tre rapidi salti su se stessi, seguiti da tre squilli più alti di tutta la sonagliera.
Gli Issohadores si muovono con passi più agili e sciolti, ma sempre misurati ed accordati, per quanto possibile, con l'andare faticoso dei loro cupi  compagni; poi d'improvviso si slanciano, gettano  sa soha (il laccio)  fulmineamente  e quasi senza rompere la compostezza dei loro atteggiamenti  colgono, legano e tirano a sé come un prigioniero l'amico o la donna che hanno scelto nella folla.  Mentre compiono questo esercizio essi possono scambiare qualche parola con la gente  che li circonda, al contrario deiMamuthones che restano muti per tutto il percorso della processione, come gli iniziati di alcuni misteri pagani. (Marchi).  Specialmente se sono uditi a distanza, per le vie di Mamoiada mentre avanzano gradualmente dal silenzio, gli squilli alti e leggeri dei sonagli, quelli gravi e cupi dei campanacci e i colpi faticosamente cadenzati dei passi creano nello spazio una sonorità amplissima e solenne, piena di oscuri significati.  In questo clima di mistero avanza la processione, austera e tragica, con i Mamuthones neri e oppressi come schiavi in catene e gli Issohadoresslanciati e colorati.









Soha / a documentary by Donatello Conti




Per guardare il documentario entrare nel sito linkato qua sotto  e iscriversi.
http://www.mamuthonescarrigados
                                            
                                                 .i/t