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mercoledì 24 dicembre 2014

BONA PASCHIXEDDA! VIAGGIO ATTRAVERSO LE TRADIZIONI E I RITI DI NATALE IN SARDEGNA


presepe sardo
di Claudia Zedda
da http://tottusinpari.blog.tiscali.it/

E’ un calderone di tradizioni, vecchie, nuove, dimenticate e ritrovate, pagane e cristiane, familiari e dell’intera comunità. E’ il Natale, sa Paschixedda per dirla alla campidanese. Pur essendo oggi uno dei periodi più attesi di tutto l’anno, del Natale, di quello sardo per lo meno, si è scritto poco, quasi che poco ci fosse da dire, quasi che ieri non fosse la più importante festa dell’anno.  Eppure la tradizione natalizia si lega a diversi aspetti, siano essi gastronomici, familiari, religiosi o magici. Un puzzle dai colori tenui che pure merita d’essere ricomposto.
Il cibo. Le società tradizionali non conoscevano l’abbondanza che è delle tavole dei nostri giorni. La tavola veniva imbandita con una relativa generosità esclusivamente il 25, il giorno di Natale, mentre il 24 notte, sa nott’è xena, per quanto famiglia e vicinato si riunissero, il pasto era ben più frugale. Lo sfarzo si dimostrava invece nella confezione del pane e di alcuni dolciumi tipici del periodo. Pani speciali venivano preparati, decorati e regalati specie ai più giovani. Era raro che in questo periodo il dono dovesse essere richiesto, era invece più comune che i ragazzini ricevessero un dono spontaneo da parte degli adulti. In Ogliastra ad esempio veniva donato un bellissimo pane a forma di cuore, di giglio, di stella, di pesce o di uccello; addirittura si poteva ricevere un pane a forma di neonato, su accèddhu, il bambinello appunto. Il pane era lavorato minuziosamente, con una ossessiva dovizia di particolari, ad attestare l’importanza del periodo e della festa che si celebrava. Su accèddhu veniva raffigurato con tanto di capelli, sesso e cordoncino legato intorno alla vita, ad indicarne l’incredibile povertà. In Gallura invece si era soliti donare la franka e lu kubòni, la bambola ed il corvo , l’una alle bambine, l’altro ai maschietti. A Thiesi la sera della vigilia di Natale erano i bambini più poveri a chiedere, presso le case di chi stava meglio, del pane. Lo si faceva recitando una breve filastrocca, che augurava tutto il bene possibile a chi avesse donato il pane conosciuto con il nome di su bakkìddhu, che possedeva la caratteristica forma del bastone pastorale. Più spesso questo pane  veniva richiesto e donato durante i festeggiamenti del primo dell’anno e dell’Epifania. In località di Orotelli ad essere donato per Natale, a grandi e ragazzi era su pan ‘e paska, mentre ad Olmedo si confezionava un caratteristico presepe interamente realizzato con il pane. Dolci tipici del periodo erano invece le papassine, piccole pagnottine dolci  realizzate utilizzando farina, sapa, uva passa, noci, nocciole e mandorle
Il ceppo natalizio. Tradizione antichissima quella del ceppo natalizio, accomuna moltissimi paesi europei, probabilmente degradazione dell’uso dell’abete solstiziale, scomparsa fra le popolazioni italiane con la cristianizzazione e tornata in auge solamente agli esordi del novecento. Il ceppo doveva essere acceso la vigilia della notte di Natale e aveva lo scopo di scaldare il Bambin Gesù. Bruciava fino all’alba ma si doveva aver cura che non venisse consumato interamente dato che ogni giorno lo si doveva riaccendere fino almeno all’Epifania. La tradizione vuole che queste attenzioni avrebbero portato fortuna alla famiglia. Il discorso da farsi per la Sardegna è molto similare. Su troncu de xena o sa cotzina de xena accesa la notte della vigilia, doveva rimanere acceso per tutto il periodo festivo. Nella zona algherese si trattava di un tronco d’ulivo definito tu frone de nadal e dinanzi a questo si scaldava l’intera sacra famiglia. Esattamente come accadeva durante la Pasqua anche nei giorni che precedevano il Natale ci si occupava delle grandi pulizie della casa. Questa alla fine poteva essere decorata con rami d’ulivo, rametti di menta o di alloro. Quest’ultimo veniva usato per decorare oggetti custoditi negli armadi, sa skidonera ad esempio, un tipico telaio in legno con tanto di gancetti per essere appeso al muro.
Espressioni magiche e religiose. Il potere magico del solstizio d’inverno, tradizionalmente festeggiato il 21 di dicembre, immediatamente dopo la cristianizzazione si dovette obbligatoriamente traslare al 25 dicembre, data che nel 336 d.C. venne considerata convenzionalmente quella della nascita di Cristo. Ereditò dunque un bagaglio mistico davvero notevole che pare essere in parte sopravvissuto ancora nel ricordo e nelle tradizioni d’oggi. Conclusasi la cena della vigilia di norma la famiglia seduta intorno al fuoco si intratteneva con il gioco. Fra i più gettonati, specialmente nella zona del campidano c’era su barrallicu, una trottola a più facce sulle quali potevano essere incise quattro diverse lettere. Se la trottola fermandosi avesse indicato una T (tottu), il giocatore avrebbe preso tutto il piatto, ma poteva anche fermarsi su una M (mesu o mitadi) e in quel caso si sarebbe vinta la metà. La N invece indicava nudda, ossia nulla e la P era la casella più sfortunata dato che stava ad indicare poni, ossia metti. Ovviamente i giochi con i quali intrattenersi non finivano certo qui, eppure in molti al gioco preferivano il racconto interno al fuoco. Qualsiasi attività si fosse scelta, la si sarebbe interrotta molto velocemente in prossimità della mezzanotte, quando prendeva avvio samiss’è pudda, la messa del primo canto del gallo. Il nome è probabilmente di derivazione catalana dato che anche in Spagna si conosce la Missa del Gall, e ci si è convinti che faccia riferimento all’ora tarda (prossima al giorno) nella quale veniva celebrata. Le autorità ecclesiastiche dell’epoca riportano sdegnosamente delle sregolatezze cui si potesse assistere durante questa messa. A parte un chiacchiericcio di sottofondo, giustificato dal ritrovo di tutto il paese in chiesa, i ragazzi erano soliti lanciare bucce di noci o di mandarini verso le ragazze più graziose per attirarne l’attenzione, e pare che non fosse così raro assistere a manifestazioni di gioia ben più pericolose. Per quanto fosse vietato esplicitamente sembra che fosse pratica comune quella di sparare all’interno della chiesa e soprattutto all’esterno. Alla messa della vigilia non potevano davvero mancare le giovani donne in stato interessante. La tradizione vuole che lamiss’è pudda avrebbe guarito un feto eventualmente malformato o malato, tramite un’operazione di tipo esorcistico esattamente come lascia intendere il detto “sa bestia si furrìada in cristianu”. Le donna incinte che decidevano invece di non partecipare alla messa, rischiavano di dare alla luce un mostro, un bambino deforme e dalle forme animalesche.  Non è raro che la tradizione ricordi di donne che non avendo partecipato alla messa di Natale, abbiano partorito bambini mostruosi, che spesso assumevano la parvenza di scuri esseri svolazzanti, uccelli neri per dirla semplice. Queste leggende portano in seno germi di tradizioni ben più antiche che meriterebbero un approfondimento. Il potere di questa notte sacra (un tempo tutto del solstizio d’inverno) non si esauriva certo con il suo potere esorcizzante. La tradizione vuole che esattamente fra Natale ed Epifania le donna che conoscevano l’arte della divinazione e della cura, dei brebus e della medicina dell’occhio esattamente in questo periodo passassero i propri segreti alle future praticanti, a patto che percepissero l’approssimarsi della morte. Si era inoltre convinti che chiunque fosse nato la notte di Natale avrebbe avuto la possibilità di salvaguardare dalle disgrazie almeno sette case del vicinato (numero di chiara derivazione magica) e che durante la sua vita non avrebbe potuto perdere ne denti ne capelli. Addirittura si riteneva che la persona in questione una volta morta avrebbe mantenuto incorrotto il proprio corpo. A esemplificazione della credenza il detto che recita più o meno così: “chini nascidi sa nott’è xena non purdiada asut’e terra”. (Chi nasce la notte della vigilia di natale non può marcire sotto terra).
Le figure fantastiche. Particolarmente condito è anche il reparto delle creature fantastiche femminili che tradizionalmente scorrazzano per le case dei vivi la notte della vigilia di Natale. L’uso vuole che nessun cibo venga lasciato sulla tavola a fine pasto e per convincere i più piccoli a non lasciare nemmeno una briciola sul piatto ci pensavaMaria Puntaborru nel Campidano e la Palpaeccia nell’interno isolano. Megere entrambe andavano la notte alla ricerca dei bambini con la pancia vuota che sarebbero stati inevitabilmente puniti. L’una avrebbe loro infilzato la pancia con uno spiedo, l’altra avrebbe messo sullo stomaco una grossa pietra che l’avrebbe schiacciato. Ovvio e ben visibile il potere educativo della leggenda.
Gli auguri. Fino a qualche decennio fa il nostro buon Natale sarebbe suonato piuttosto come bonas pascas, bonas paschixedda, bonas festas, o norabonas.

venerdì 14 giugno 2013

La capanna sudatoria nella Sardegna della preistoria - Sedda 'e sos carros Oliena



Ho riportato di seguito un commento pubblicato sul post Il complesso di Sedda 'e sos carros di Oliena per due motivi secondo me molto importanti: innanzitutto tramite lo studio multisciplinare (che purtroppo nella ricerca condotta in Sardegna stenta ancora a decollare) si possono inquadrare e ricostruire tanti aspetti ancora sconosciuti e molto importanti relativi alla spiritualità (e non solo) del passato, in secondo luogo (ma per questo non meno importante del primo) ho potuto constatare felicemente che tramite appunto la collaborazione tra esperti di diverse discipline (siano essi all'interno dell'ambito accademico e non) si possa dare forma e colore ad un monumento caro a gran parte dei Sardi. Mille grazie alla competenza di Mauro Atzei per il bellissimo regalo che mi riempie di una gioia immensa.


Caro Marcello, leggevo proprio oggi il tuo interessante resoconto sul sito sacro di sedda e sos carros. Mi pare che siano passati non molto più di due mesi da quando ho avuto l'occasione di seguire, proprio relativamente a questo bellissimo complesso rituale situato in territorio di Oliena, la conferenza dell'archeologa nugorese Gianfranca Salis che ne parlò con profusione di particolari. A parte il grande dispiacere nell'apprendere dei danneggiamenti subiti dalle nove protomi d'ariete, giustamente prelevate dalla sovrintendenza per meglio tutelarle e sostituire con delle coppie fedeli, l'impressione che quel tipo di vasca dotata di fornelli esterni per il riscaldamento dell'acqua (simile nella tipologia come tu hai giustamente riportato a quelle di Serra Orrios a Dorgali e di Su Romanzesu a Bitti), oltre che per le forme circolari del complesso, fanno pensare ad un impianto tipo temazcal per la creazione di un ambiente sacro del sudore. Io penso che l'impianto, chiuso a tholos, come gli studiosi suppongono fosse in origine, fosse una sofisticatissima capanna sudatoria in stile nuragico, probabilmente antesignana delle capanne sudatorie da li a venire. Il sospetto è che già in diverse tombe dei giganti i nuragici svolgessero queste tipologie rituali. Tuttavia, alla fine del bronzo, certamente, il sincretismo avvenuto con l'esorcizzazione di miriadi di nuove divinità, cioè con l'esercizio dell'animismo sempre più spinto, messo in mostra con la produzione della bronzistica sacra, ha segnato anche un balzo in avanti nella realizzazione di capanne sudatorie certamente architettonicamente molto elaborate e sofisticate. Il rituale che le sacerdotesse svolgevano in questi piccoli edifici cultuali erano simili senz'altro a quelli che si svolgono ora tra i nativi americani. Chi ha fatto esperienza dell'effetto mistico indotto da questo genere di pratiche (io lo feci sotto la saggia guida di una anziana sciamana maya)sa che lo scopo principale, oltre al rituale della purificazione spirituale e fisica tout court, è quello di avere con facilità, la trance estatica che porti con se la "visione mistica". 
Mauro Atzei



Riporto di seguito l'articolo di Riccardo Fioravanti su http://ecatemethod.blogspot.it/2012/11/cose-la-capanna-sudatoria.htmlcon un breve resoconto esplicativo :
La Capanna Sudatoria è un antico rituale che appartiene a diverse culture Native del pianeta. I bagni di vapore per scopi di purificazione e rigenerazione nascono nella notte dei tempi. In molti casi, tali pratiche erano e sono tutt’ora considerate riti spirituali, in altri casi in tempi più recenti, si sono trasformate in usanze moderne per la ricerca del benessere psicofisico, come ad esempio la sauna finlandese che tra essa stessa origine da antiche pratiche sciamaniche del nord Europa o i bagni di sudore termali praticati nella nostra terra dagli antichi Etruschi prima e dai Romani poi.
La Capanna Sudatoria che conduco nasce dalle mie esperienze vissute negli Stati Uniti con i Nativi d’America che considerano tale pratica una cerimonia spirituale di purificazione per il corpo, le emozioni, la mente e lo spirito. Ho svolto molte capanne in diverse tribù delle Americhe; ho partecipato a centinaia di Inipi della tribù dei Lakota, ho svolto la capanna dei Nez Perce, il Temascal degli Aztechi e Maya e altre capanne condotte con modalità e tradizioni diverse. La mia Capanna Sudatoria denominata dell’Arcobaleno si svolge in modo simile all’Inipi, la Capanna Sudatoria dei Lakota. La capanna è costruita con 16 rami di salice intrecciati tra loro a formare una cupola. Tale cupola rappresenta l’utero di Madre Terra. La capanna è interamente ricoperta da teli ed ha la porta rivolta a Ovest, la direzione degli Esseri di Tuono, Wakinyan in lingua Lakota. Tale apertura permette ai poteri dell’Ovest di entrare nella capanna per portare il loro benefico influsso ai partecipanti al rito. I poteri dei Wakinyan e della Sacra Direzione dell’Ovest nella Ruota di Medicina sono strettamente relazionati con me. All’interno della capanna vi è una buca dove vengono poste le pietre roventi che a loro volta vengono bagnate da me per provocare il vapore. A circa 7 metri dalla capanna vi è la buca del fuoco dove vengono surriscaldate le pietre. La terra della buca scavata dentro la capanna viene posta a formare un tumolo o altare tra la capanna e la buca del fuoco. La capanna simboleggia la Terra, l’altare la Luna e la buca del fuoco il Sole. Ogni cosa che appartiene al rito della Capanna Sudatoria ha un profondo significato. Le persone che partecipano a questa cerimonia entrano a gattoni, come i bambini, a rappresentare l’umiltà verso il Grande Spirito e il rispetto verso questo rito. Vengono poi portate all’interno della capanna le pietre roventi e viene chiusa la porta in modo da oscurare totalmente l’ambiente; si è ritornati nell’utero di Madre Terra per purificarsi e rinascere nuovamente. All’interno della capanna si canta, si prega, si condivide. Io inizio a versare l’acqua sulle pietre che incominciano a cantare, cioè a rilasciare il vapore. La temperatura sale e inizia la purificazione del sé; corpo, emozioni, mente e spirito. Il resto non si può raccontare perché l’unico modo per conoscere la Capanna Sudatoria è farla.
Le donne che sono nel loro ciclo non possono entrare nella Capanna Sudatoria, ma possono comunque partecipare alla cerimonia stando in uno spazio a loro dedicato.

Postato  da Riccardo Fioravanti

venerdì 19 aprile 2013

Sant'Antonio Abate .

da www.sardegnagrandieventi.it

Fuoco di Sant'Antonio:un rito che attraversa tutta la Sardegna nella notte tra il 16 e il 17 gennaio.




La notte tra il 16 e il 17 gennaio da Dorgali a Bolotana, da

Bosa a Desulo, da Budoni ad Escalaplano, da Samugheo a Orosei e in tanti altri paesi ancora si accendono i falò in
onore di Sant'Antonio Abate, esponente importante
 dell'ascetismo egiziano del III secolo d. C. Un culto antico e radicato quello per questo santo, visto dalla collettività cristiana come uno strenuo oppositore dei diavoli e delle fiamme dell'inferno. La leggenda, infatti, racconta che Sant'Antonio avrebbe rubato una favilla incandescente dal Regno degli Inferi per regalarla all'umanità, dotandola, così,del fuoco.

La notte del 16 gennaio si chiedono al Santo grazie e
 miracoli in un contesto quasi magico, dominato
 dall'imponente falò che consuma enormi cataste di legna.
 Questo rito, che mescola devozione cristiana ad antiche
 tradizioni pagane, è documentato fin dalla metà del XIX
 secolo, ma le sue origini sono sicuramente più remote. Dopo i riti liturgici e la benedizione del fuoco, i partecipanti stazionano di fronte ad esso, intenti ad intessere conversazioni, cantare, gustare dolci ed assaporare vini offerti dalla comunità. Il fuoco arde tutta la notte: sarà il disegno del fumo emanato a suggerire auspici e profezie.

In Barbagia inizia il Carnevale con i fuochi di Sant'Antonio
Nei paesi della Barbagia, in particolare, in occasione
della festa di Sant'Antonio Abate, il "Santo del Fuoco",
tra il 16 e il 17 gennaio, fanno la loro comparsa le
maschere del Carnevale che si aggirano fra i grandi
fuochi accesi nei rioni o nei sagrati delle chiese
.
A Mamoiada inizia la danza dei Mamuthones guidati
dagli Issohadores. I primi indossano una maschera nera di legno d'ontano o pero selvatico
, dall'espressione sofferente o impassibile e sulla
schiena portano "sa carriga", campanacci dal peso di
circa 30 kg; i secondi con le loro maschere bianche
lanciano le loro funi per catturare gli astanti.

Ad Orani Sos Bundos con le loro maschere di sughero visitano i fuochi e ricevono su pistiddu, il dolce tipico preparato per S. Antonio e benedetto durante la processione. Il dolce è offerto anche a tutti i presenti e inviato nelle case dei malati a tredici persone di nome di Antonio.
Attorno ai fuochi, quando iniziano i balli in piazza, si
ritrovano anche Sos Maimones, le maschere di Orotelli
con i visi anneriti dalla fuliggine ricavata dal sughero bruciato.

Ad Ottana dopo la funzione religiosa che termina con
la benedizione del falò (Su Ogulone) in piazza, le
maschere di Sos Merdùles fanno la loro prima uscita e
si radunano intorno al fuoco.

Durante la serata anche a Samugheo fanno la loro prima apparizione Su Mamutzone, S'Urtzu, S'Omadore, Su Traga Cortgius le maschere che in origine uscivano al calar della sera, quando in paese risuonavano le campane.
A Fonni, un'ora prima della SS. Messa, durante su
pispiru (il vespro) si accende un unico grande fuoco.
Dopo la funzione religiosa, il prete accompagna la
statua di S. Antonio in processione, compiendo tre giri
intorno al fuoco e benedicendo sia il falò sia il pane in
sappa, tipico dolce di questa festa, preparato dal
priore e offerto ai presenti dopo la cerimonia. Infine,
entrano in scena le maschere tradizionali fonnesi,
S'Urthu e Buttudos.
A Lodè i giovani del paese accendono un enorme fuoco
attorno ad un grande tronco alto 15-20 metri: i più
agili si lanciano di corsa sulle frasche per arrivare fino
in cima al tronco. In palio maialetti, vino e doni offerti dal paese che serviranno per organizzare una cena a
cui partecipa tutta la comunità.



da www.provincia.mediocampidano.it