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lunedì 2 settembre 2013

NURAGHE, NURAKE -linguistica sarda e semitica - monumenti sardi

NURAGHE, NURAKE

di Salvatore Dedòla
da www.linguasarda.com


Su questo antichissimo nome troppi linguisti hanno elucubrato invano. Il lemma, che molti considerano un aggettivale (radice nur + tema ake), in realtà non è scomponibile. Gli viene dato il significato di ‘(torre in) muratura’, termine che avrebbe preso piede nell’alto Medioevo, mentre prima sarebbe stato diverso. Per svelare l'enigma occorre muoversi con cautela, lasciando parlare anzitutto i più quotati analisti. Comincio col Sardella (Il Sistema Linguistico della Civiltà Nuragica 325 sgg.) che demonizza quanti, riportando i significati attuali della radice nur-, collegano nuraghe al sardo nurra e traducono quest’ultimo vocabolo a un tempo come ‘mucchio di pietre’ e (con logica capovolta) come ‘vuoto, cavità, voragine’. Egli sostiene che nuraghe e nurra non sono imparentati, e dà per la torre nuragica il significato di ‘lo splendore del santuario’ (sumero nur-a-a-ak-k-i): composto del quale accetto (con riserva) solo il significato di nur 'splendore'. Il Semerano (Origini della Civiltà Europea 592) parimenti non ammette parentele tra nurra e nuraghe, ma rende il problema più avventuroso. A seguire l’esimio studioso, partiamo dalla seconda porzione del lemma, che per lui non è un tema flessivo ma un vocabolo abbinato al primo per stato costrutto. Esso avrebbe la stessa base di lat. arx < accadico arku ‘(abitazione) alta’, ebraico ārōh ‘alto, lungo’, 'luogo inaccessibile, fortificato’. Per il nome intero l’accadico darebbe, secondo Semerano, na(w)u-arraku ‘arce, castello’. Nāwûm come supposta prima parte del composto nur-ake significa ‘abitazione nomadica, pascolo’; ha la sua espansione semitica nell’ebraico nā’ā ‘abitazione, pastura’, forma allotropa di nāwe ‘abitazione, pastura’: a questa stessa base risale il verbo denominativo greco ναίω ‘abito’. Sostando sul termine intero, Semerano confronta il significato anche col latino castrum, suo sinonimo. Lo sforzo ricostruttivo del Semerano non coglie il segno, e va tentato un terzo approccio. La forma nurake potrebbe essere confrontata, per Massimo Pittau (Lingua Sardiana o dei Protosardi 163), con la forma murake largamente presente nel quadrilatero Macomer-Silanus-Abbasanta-Paulilatino-Bonarcado. Ma già sorge l'obiezione che ciò imporrebbe automaticamente anche l’equazione mur-ake = mur-ge (i noti rilievi pugliesi), che invece non hanno la base in arx (accad. arraku, arku ‘alto, lungo’) ma, soltanto per la prima parte del termine, nel latino mūrus ‘muro, mura, muraglia’. Il Pittau fornisce un apparato esauriente dei lemmi affiliati in qualche modo a nuraghe, definendoli «tutti relitti sardiani imparentati col lat. mūrus ‘muro’, con l’antroponimo etrusco Muru e col toscano mora, morra ‘mucchio di pietre, muriccia’». Egli non ammette la parentela nurra- ‘voragine’ con nurra-‘catasta’, e prosegue: «Rispetto alla base nura/mura o nurra/murra… l’appellativo nuraghe/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originario sarà stato ‘(edificio) murario’, ‘(torre) in muratura’». Ma anche la seducente discussione del Pittau è sbagliata. Anzitutto perchè non ha fatto i conti col termine Nora, che designa la celebre città fenicia della Sardegna, significante ‘Luce (di Dio)’. E qui torno al Sardella ed alla mezza verità da lui espressa sul significato di nuraghe. Capisco che avvicinare l’etimologia di nuraghe a Nora sia una turbativa agli occhi della maggior parte degli studiosi, ma è uopo farlo: occorre che ognuno abbandoni le posizioni rigide su cui sinora si è arroccato circa la funzione dei nuraghi. Sino a che non si accetterà come ovvio e naturale che i nuraghi non erano fortezze ma altari sulla cui sommità splendeva il fuoco perenne, non si capirà niente nemmeno della loro etimologia. Essi, prima d’essere identificati con un ‘muro costruito’ (accezione operata nel Medioevo dal clero cristiano, interessato a smantellare i cardini della precedente religione), erano semplicemente gli altari della Luce di Dio (del fuoco sacro) ed affiancavano il proprio nome a quello di Nora; beninteso, senza immedesimazione dei due lemmi, che non hanno la stessa etimologia. Infatti per nuraghe dobbiamo mettere in campo il termine babilonese nuḫar ‘tempio elevato, ziggurath’. Sul termine intervenne la metatesi sardiana nuḫar > nuraḫ > nuragh-e. Per la fase metatetica, vedi l’iscrizione latina sopra il nuraghe Aidu Entos, che scrive esplicitamente NURAC. Così interpretando, dobbiamo ammettere che è giusto quanto affermano gli archeologi, circa la maggiore antichità dello ziggurath di Monte d’Accoddi (Sassari). E dobbiamo aggiungere che fu proprio lo ziggurath di Monte d’Accoddi (e quelli babilonesi) il modello religioso (non formale) da cui s’evolvettero i nuraghi quali altari del Fuoco perenne di Dio. Ho scritto in varie parti che l'ipotesi - ancora oggi tenacemente sostenuta da molti - che i nuraghi fossero fortezze, non ha alcuna base logica. I nuraghi in Sardegna sono (furono) almeno diecimila, e come strumenti difensivi sarebbero un numero enorme. Accettarli come fortezze significa che i pochissimi Sardi dell'epoca (gli storici e gli antropologi hanno supposto non più di 300.000 anime) avessero costruito un nuraghe per ogni 30 persone. Il dato è incredibile, perchè dobbiamo accettare l'assurdo che i Sardi - a gruppetti di 30 - si facessero l'un l'altro una guerra permanente. La quale sarebbe illogica, perchè in breve tempo i Sardi sarebbero dovuti sparire, mentre invece non sparirono. A questo assurdo si sommerebbe l'altro, che per erigere un nuraghe non bastano 30 persone (delle quali peraltro metà sono bambini, l'altra metà va spartita tra uomini e donne, e poichè le donne avevano altro da fare, ad erigere il nuraghe avrebbero lavorato non più di sette uomini). Altro assurdo: ogni nuraghe copre mediamente un territorio non più ampio di 3 chilometri quadrati, che sarebbe lo spazio vitale di ogni tribù di 30 persone... pari a sole tre famiglie! Un assurdo affastellamento di torri difensive. Infine va fatto un ragionamento decisivo: per annientare la "tribù" avversaria non c'era bisogno di affrontarla in campo aperto, bastava aspettare il vento, attendere che la "tribù" entrasse a dormire nel proprio castello, accendere dei falò a ridosso del nuraghe, ucciderli tutti per asfissìa. I nuraghi non furono castelli ma altari. Il popolo Shardana non fu mai in guerra intestina d'annientamento, ma fortemente coeso. Riuscire a costruire una pletora incredibile di altari d'una perfezione architettonica assoluta presuppone una fortissima unità di popolo. Gli Shardana erano così religiosi, che s'aiutarono l'un l'altro ad erigere queste prodigiose torri, che da quasi quattromila anni sfidano il vento e l'insipienza degli interpreti. Circa la radice NUR su citata, essa era nota ai Fenici, con la quale appellarono la città di Nora, chiamandola Ngr (il termine è nella Stele di Nora: vedi capitolo a parte). La Fuentes Estanol, autrice del Vocabolario Fenicio, dà a Ngr appunto il significato di Nora. Accetto la sua tesi e affermo che Ngr si adatta indifferentemente a Nora ed a Nùgoro/Nugòro (che è la città di Nùoro). Per dirimere la questione, faccio le osservazioni seguenti. In Logudoro Nùoro (Nùgoro) è chiamata Nùaru. Quest'ultimo toponimo a prima vista sembra ripetere proprio il nome antico del 'nuraghe' (nuḫar, con affievolimento e successiva caduta della fricativa velare -ḫ-). Invece non è così: il log. Nùaru ha la base nell'ant.accad. nawāru(m) 'essere brillante, splendere' > agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino), incrociato con nuwwurum 'intensità (di luce)'. Nùgoro a sua volta ha la base in nuwwurum, con successiva consonantizzazione delle velari -ww- > -g-. Preciso, a scanso d'equivoci, che nuwwurum è un epiteto riferito direttamente al nuraghe quale sede luminosa del Dio del fuoco, e che dunque i toponimi Nùgoro e Nùaru, sorti in virtù di tale epiteto, sono sempre riferiti in prima persona al nuraghe, che era il tempio del Sole. Nella persistenza millenaria delle due pronunce Nùgoro e Nùaru rientra a pieno titolo anche la parentela semantica esistente tra 'intensità di luce' (nuwwurum riferito alla sacralità del nuraghe quale altare del fuoco)' e 'nuraghe' (nuḫar), che portò all'immedesimazione della "torre" col suo epiteto. Nel Nuorese prevalse la lettura toponomastica riferita alla brillantezza del nuraghe quale altare del fuoco, che è nuwwurum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata poi alla /g/ che è la velare sonora più vicina alla /w/. Il processo fonetico che portò a pronunciare Nùgoro può essere capito anche partendo dall'agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino). Al riguardo entra in gioco la legge della semplificazione del dittonghi protosemitici (riguardante l'antico accadico), che dalla base naurum produce nū(w)rum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata, dagli Shardana abitatori dell'altopiano nuorese, alla /g/. La /w/ è sparita invece nel toponimo Nora [< Nū(w)rum]. Presso i Fenici che frequentarono Nora aveva prevalso, come abbiamo visto, il rafforzamento o consonantizzazione delle -ww- di nuwwurum, e chiamarono la città di Nora Ngr, giusta l'intuizione della Fuentes Estanol; presso gli Shardana abitatori della stessa città di Nora prevalse invece l'affievolimento e la successiva caduta di -ww-, onde nuwwurum >Nu(ww)ra > Nōra.


martedì 14 maggio 2013

Villaggio prenuragico e Nuraghe Cuccuru Ibba - Laguna Santa Gilla



L’abitato nuragico e prenuragico di Cuccuru Ibba è situato all’interno della Laguna di Santa Gilla, in territorio di Assemini (CA), al confine con CapoterraEsso è raggiungibile passando nella s.s. 195 direzione Pula e svoltando a destra nella strada dorsale consortile (s.p. 12) per Macchiareddu-Grogastu, proprio dietro lo stabilimento industriale di compostaggio.
Le ricerche di superficie condotte nell’area, attraverso il rinvenimento di materiale ceramico e di ossidiana, collocano l’insediamento al periodo della cultura di Ozieri (3200-2800 a.C.) e nel Bronzo Recente e Finale. Proprio il rinvenimento di ossidiana farebbe pensare alla presenza di una officina litica all’interno del villaggio.
Il nuraghe, invece, è interamente occultato dalla terra e dalla vegetazione che gli danno la parvenza di un’umile collinetta (in sardo “cuccuru”) alta alcuni metri che si erge sulle acque delle saline di Stato; queste certamente hanno apportato rilevanti manomissioni stratigrafiche nell’intera area a partire dal 1936. Il materiale di riporto occulta la struttura millenaria dalla quale emergono solo alcuni massi di dimensioni megalitiche, presenti sulla vetta e nelle immediate vicinanze. 

Diversamente da quanto appare ad uno sguardo superficiale, anche questo insediamento è tutt’altro che isolato. Esso infatti, oltre ad essere in collegamento visivo con i nuraghi dei promontori vicini, che all’epoca dovevano essere ben più numerosi di ora, dista 700 m. da un'altra struttura, il “nuraghe Punta Ibba”, indicato nelle carte topografiche (sempre in territorio di Assemini). La posizione in cui è situato il monumento doveva essere strategica, infatti, salendo sulla sommità di questo “cuccuru” è possibile ammirare la laguna di Santa Gilla e il suo habitat lagunare; lo sguardo può spaziare dai monti di Gutturu Mannu e Monte Arcosu a sud ovest, fino alle torri di Cagliari, il Castello di San Michele ed il golfo.
Stride la vicinanza dell’impianto di termovalorizzazione e trattamento dei rifiuti, a breve distanza da quest’area d’interesse archeologico oltre che naturalistico. Per questo l’intera zona necessiterebbe di maggiore valorizzazione e tutela ambientale, tenendo conto della sua vocazione turistica.
Nell’aprile del 2012, l’area archeologica è stata oggetto di visite guidate durante la XIV edizione della "Settimana della cultura”.

sabato 4 maggio 2013

Civiltá Nuragica, di Giovanni Ugas

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

"Pur non condividendo l'idea dei nuraghi funzionali alla difesa, occupati da guarnigioni di soldati armati fino ai denti, ritengo che questo articolo scritto dal mio maestro Ugas offra parecchi spunti di riflessione sulla società nuragica, pertanto ho pensato di offrirlo ai lettori per un'attenta analisi dei dati archeologici e una valutazione d'insieme, per quanto scarna di oggettivi supporti scientifici, che possa contribuire alla ricostruzione di quel puzzle di ipotesi che, nella sua interezza, illustra il quadro più verosimile di vita quotidiana dei sardi del Bronzo."
                                                                           
                                                                                         Pierluigi Montalbano


Aspetti della società sarda tra il XVI e il X a.C.
di Giovanni Ugas 



E' cosa ben nota quanto sia straordinario il numero delle residenze fortificate dei capi protosardi, chiamate nuraghi, che controllavano e amministravano i territori cantonali e tribali tra il Bronzo medio e il Bronzo finale; nelle sole carte topografiche risultano oltre 5 mila, ma raggiungevano con molta verosimiglianza una cifra non inferiore a 7/8 mila a giudicare dai censimenti archeologici più recenti. Questi dati evidenziano l’esistenza di un sistematico controllo, amministrativo e difensivo dell’intero territorio sardo, sia pure diversificato in rapporto alla morfologia dei suoli, alla disponibilità economica e alle strategie generali. Per il loro aspetto formale e la pertinenza cronologica, i nuraghi sono distinti in arcaici o protonuraghi (datazione non calibrata: circa 1600-1330 a.C.) ed evoluti o classici (circa 1330-900 a.C.). 

I protonuraghi, definiti talora anche nuraghi a corridoio, raggiungono già la cifra ragguardevole di circa 1200/1500 unità. Caratterizzati da corridoi e/o da camere ovali od oblunghe coperti da volte tronco-ogivali (e poi ogivali gradonate), i protonuraghi sono diffusi in tutto il territorio dell’isola e si distinguono tra loro per la diversa articolazione, come più tardi i nuraghi evoluti. Ora risultano semplici (con un solo vano per livello), ora sono formati da un bastione a più ambienti, talvolta difeso da una cinta turrita esterna (Biriola-Dualchi; Su Mulinu - Villanovafranca). I bastioni dei protonuraghi si mostrano come “palazzi” megalitici a più piani (due o forse tre nella fortezza di Su Mulinu), dal contorno concavo-convesso, e raggiungono già altezze considerevoli (non inferiori ai m 15), anticipando, nel loro aspetto, i più recenti bastioni turriti evoluti, come Su Nuraxi-Barumini, Arrubiu-Orroli e Santu Antine-Torralba, nei quali il mastio centrale può superare m 25. 

Il numero decisamente inferiore dei protonuraghi con bastione circondato o non da cinta antemurale rispetto a quelli semplici indicano che, già nel XVI-XIV, la società protosarda aveva una sua articolazione interna ed era retta da capi di maggiore e minore rango. 


Per la difesa ordinaria delle residenze fortificate erano necessari gruppi di guardie nelle garitte degli ingressi, sugli spalti e per la difesa personale dei capi. Già nei protonuraghi dotati di cinta esterna (provvista in genere di almeno sette torri), come Su Mulinu e Biriola-Dualchi, era indispensabile una guarnigione di un centinaio di soldati, che all’occasione doveva essere rinforzata con l’appoggio della popolazione dimorante nei villaggi. I proiettili litici per fionda, le cuspidi di freccia in ossidiana, soprattutto le possenti spade e i pugnali in rame arsenicato di Sant’Iroxi, ci assicurano che fin dal 1600 i protosardi erano frombolieri, spadaccini e arcieri. Almeno a partire dalla fine del XIV a.C. si faceva uso anche di lance corte, come evidenziano le armature in bronzo piccole e affusolate trovate negli scavi. 

In sostanza già al tempo dei protonuraghi esisteva un’articolata piramide sociale con al vertice i capi o “re”, di maggiore e minore potere, stabiliti in residenze fortificate, piccoli palazzi, dove venivano conservate e amministrate le risorse vitali del territorio. La forza lavoro risiedeva in villaggi privi di mura, in stato di palese subalternità rispetto a chi dimorava nei castelli. La struttura micro-palatina non era sostanzialmente diversa dal sistema politico che ruotava attorno agli alti bastioni turriti del Bronzo recente (fine XIV - metà XII a.C.), quando però dovette aumentare il potere dei re e quello dei guerrieri, oramai parte di una casta cristallizzata nell’ambito di residenze regie che perduravano per diverse centinaia d’anni, che garantivano il mantenimento del sistema politico e sociale e con ciò la loro ragione sociale.

Questa situazione conoscitiva relativa ai protonuraghi è importante perché fa emergere un dato inconfutabile: al tempo in cui gli Shardana nel XIV a.C. militavano nei contingenti egiziani stanziati a Biblo e Ugarit, in Sardegna vi erano guerrieri esperti sia nelle mansioni proprie delle guardie personali dei capi (dovevano usare pugnali e spade e forse avevano pratica di lotta), sia nelle diverse armi e tecniche di combattimento: frombolieri e arcieri per la guerra a lunga gittata, lancieri per la distanza media e corta, spadaccini (immancabilmente difesi dallo scudo) negli scontri a viso aperto, “corpo a corpo”. 

La struttura politica interna non muta nei secoli successivi (XIII-XII a.C.) e ciò porta a un numero delle residenze di capi sempre più consistente, fino a diventare esorbitante. Come detto, intorno al XIII, i nuraghi assommano a circa 7500, cifra ragguardevole in rapporto alla superficie (Kmq 24.000, media 1 nuraghe ogni kmq 3), mentre i villaggi sono stimati intorno a 2500-3000, cioè circa 1 ogni 10 kmq). Allora la popolazione dovette raggiungere i 400.000-600.000 abitanti. Nel loro insieme, le residenze dei capi maggiori (re tribali e cantonali) e dei capi minori (principi dei sub-cantoni), risultano circa 3000-3.500 (più di un terzo dell’intero numero dei nuraghi). Durante il Bronzo recente, le tribù della popolazione iliese della Sardegna centro meridionale dovevano essere circa 40, a giudicare dal numero degli eraclidi re Tespiadi, nipoti dell’eponimo Iolao (Ilas in dialetto dorico) adombrato nella letteratura greca.

Il considerevole numero e l’ubicazione dei nuraghi nel territorio, anche nelle piane alluvionali dove mancano i grandi massi per costruirli, implicano l’esistenza di un sistema di popolamento controllato e centralizzato. I tre più importanti popoli dell’isola, gli Iliesi (o Iolei) nel centro sud, i Balari nel Nord-Ovest e i Corsi nel Nord-est, erano organizzati per tribù che dovevano godere di ampia se non di totale autonomia. Da alcuni passi della letteratura greca si può dedurre che i re delle dinastie iolee, cioè i capi delle tribù iliesi erano 40 o poco più. Un numero così rilevante di distretti tribali, confermato anche dalle popolazioni locali attestate in età romana, come i Siculesi, i Galilesi nel Sud e i Nurritani e i Lugudonesi a Nord, testimonia una notevole articolazione nel tessuto antropico sardo che doveva produrre una certa instabilità e forse conflittualità nei loro rapporti

A giudicare dal computo dei nuraghi con cinta turrita esterna, i capi delle tribù e dei cantoni insediati erano in numero limitato, mentre erano assai numerosi, circa duemila, forse in proporzione al numero dei villaggi, i capi minori che controllavano i bastioni polilobati, privi di difesa murari esterna dei sub-cantoni. Col tempo l’estrema parcellizzazione del territorio disponibile dovette portare a un collasso del sistema politico ed economico, costringendo all’emigrazione una parte della popolazione, soprattutto quella giovane, e creando così le premesse per movimenti migratori alla ricerca di nuove terre, come accadde per i popoli italici e non diversamente, io credo, per gli Shardana e gli altri Popoli del Mare. 
Gli edifici monumentali turriti dell’architettura nuragica del XIII e XII a.C., ancora oggi caratterizzanti il paesaggio sardo, destavano la meraviglia degli scrittori greci che li ritenevano opera di Dedalo. Le residenze di capi (i nuraghi), i sepolcri (tombe di giganti), i templi dell’acqua e i templi in antis, insomma tutti gli edifici pubblici, presentano un aspetto megalitico di bell’effetto generato sia dalla disposizione dei conci quasi sempre a filari, sia soprattutto dall’impiego sistematico di slanciate volte di sezione ogivale nelle camere circolari, nei corridoi, negli anditi, e talora nelle nicchie, una vera e propria arte gotica “ante litteram” (Lilliu). Si tratta di un’architettura ciclopica, apparentemente arcaica, ma pienamente geometrica, razionale e al passo con i tempi, se non precorritrice, soprattutto nell’impiego della volta in edifici soprassuolo, che se non inventata fu di certo perfezionata dai Sardi.



Occorre ricordare che in Oriente e in Grecia, solo assai più tardi, nel Ferro I avanzato, le volte in muratura furono adottate nelle camere circolari di edifici non funerari soprassuolo. Queste soluzioni costruttive, abbinate alla linea retta delle cortine o al profilo concavo-convesso dei bastioni (frutto dell’impiego del compasso e della fune e di rapporti armonici legati all’uso dell’unità metrica lineare di cm. 5,5), e più tardi alla bicromia e tricromia dei conci isodomi, al coronamento delle mensole dei terrazzi, offrivano ad un tempo un senso di geometria razionale, possanza e armonia, frutto di secolari esperienze nell’edilizia.
Non è esagerato affermare che, se gli architetti egizi furono i maestri insuperabili della copertura piana su pilastri e colonne, gli architetti sardi furono i maestri dei tholoi. E’ vero che in alcuni edifici dell’Argolide le volte micenee appaiono più grandiose di quelle dei nuraghi, come il tholos del “Tesoro di Atreo”, ma occorre rimarcare che tali volte sono il risultato di un rivestimento parietale ipogeico, non sono mai disposte su più piani e, non dovendo sopportare grandi carichi, non presentano particolari difficoltà per la statica complessiva degli edifici. In effetti, i Greci continentali e i cretesi, così come gli architetti anatolici e del Vicino e Medio Orientale, non usano le camere circolari con la volta negli edifici aerei, ma piuttosto impiegano colonne per realizzare le coperture degli ambienti più spaziosi (megara) dei loro palazzi. 

Gli abitati nuragici sono sempre privi di mura di protezione, salvo forse alcuni casi da riportare al Bronzo Medio, come Frenegarzu di Bortigali e Monte Sara di Macomer) o piccoli nuclei insediativi arroccati su speroni di roccia. E’ un caso isolato il grande recinto, ancora da indagare, provvisto di torri che circonda il villaggio ubicato attorno nuraghe Losa di Abbasanta. Le abitazioni ordinarie sono formate da capanne singole, di pianta ovale o oblunga nel protonuragico (Bronzo Medio), sistematicamente circolare nel Bronzo recente, in sintonia coi nuraghi evoluti. L’edilizia nuragica non attesta colonne o pilastri, nonostante le loro frequenti documentazioni nei preesistenti sepolcri ipogeici prenuragici, se non nell’atrio delle abitazioni della piana del Campidano meridionale costruite con zoccoli di pietre piccole e muri di mattoni di fango. Si tratta di edifici complessi a vani quadrangolari, preceduti da pilastri con capitelli a gola (Monte Zara – Monastir) ascrivibili alla fine del Bronzo recente II e agli inizi del Bronzo Finale (XII a.C.). Il Campidano è il retroterra del golfo di Cagliari, la regione più adatta all’agricoltura e la più aperta agli influssi esterni. Nell’insediamento di Monte Zara in Monastir sono state messe in luce alcune case con pilastri e capitelli a gola di fine XIII-XII a.C. A questo periodo si fanno risalire anche le prime aggregazioni, delle capanne circolari, come a Serra Orrios di Dorgali, con raccordi murari aggiunti spesso a capanne preesistenti. 

Con l’avvento di regimi politici di tipo aristocratico, nel Ferro I sardo, a partire dal 900 a.C., le abitazioni pluricellulari a corte centrale dei villaggi protosardi si presentano generalmente a vani quadrangolari e comprendono, talora, un piccolo ambiente termale rotondo, in origine coperto a tholos (Su Nuraxi di Barumini, Sedda Sos Carros di Oliena). A questi edifici rotondi, con un sedile a giro e al centro un grande bacile, sono state attribuite diverse destinazioni d’uso ma la presenza del forno per riscaldare l’acqua e di vasche, canali e doccioni non lasciano dubbi sulla loro funzione termale.






martedì 24 luglio 2012

Il Gigante Rosso

Il Nuraghe Arrubiu di Orroli.

http://www.fontesarda.it/imgsarde/nurarr21.htm



Vicino ad Orroli nella Sardegna centrale troviamo il Nuraghe Arrubiu, che significa "rosso" con allusione al colore che può assumere il basalto, spesso ricoperta da licheni. Si tratta di un nuraghe pentalobato i cui lavori di scavo sono molto recenti, nel sito archeologico sono stati trovati anche dei reperti dell'epoca romana con strumenti per preparare il vino. Come spesso succede gli insediamenti che avevano una dislocazione particolarmente favorevole venivano utilizzati anche nelle epoche successive.
L'imponente struttura raggiunge i 15 metri di altezza e quasi 3000 mq come area. Purtroppo gli interventi archeologici veri e propri risalgono al 1981. Intorno alla torre centrale sorgono altre 5 torri, collegate l'una all'altra da imponenti muraglioni rettilinei, con un cortile irregolarmente pentagonale al centro.