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mercoledì 3 dicembre 2014

Divinità e religione: il panteon dei fenici.



Dagon
http://it.wikipedia.org/wiki/Dagon



In assenza di scritti mitologici e liturgici, le fonti sono le iscrizioni provenienti dalle città stato orientali. Gli autori principali sono: Sancuniatone, sacerdote di Beirut (XII a.C.), riportato da Filone di Biblos, giuntoci attraverso Eusebio; Damascio, neoplatonico (V a.C.), che cita una cosmogonia di Mecio; Plutarco e Luciano, che forniscono dati sulle credenze dell’epoca; l’Antico Testamento, sui Cananei; i testi di Ugarit; le fonti puniche.
La religione fenicia appare come un prolungamento di quella cananea del II millennio a.C. Ogni città fenicia aveva una divinità poliade generalmente associata a un partner, con determinate funzioni. A Tiro imperavano Melqart e Astarte, con un rito del risveglio annuale. Melqart è una divinità che garantisce ordine e benessere, Astarte è la dispensatrice di potere e vitalità, legata al trono e alla fertilità. A Sidone erano veneratiAstarte ed Eshmun, dio guaritore assimilato ad Asclepio/Esculapio. A Biblos invece si credeva nella Baalat Gubal (signora di Biblos), insieme al Baal di Biblos, che è all’origine dell’Adone greco. Per loro si celebravano feste annuali di morte e resurrezione.
Altre divinità erano: Reshef, dio della folgore e del fuoco, originariamente nefasto poi benefico; Dagon, dio del grano; Shadrapa, conosciuto dal 600 a.C., un genio guaritore rappresentato con serpenti e scorpioni; diversi culti astrali, di età ellenistica; Chusor, inventore e lavoratore del ferro; Sydyk e Misor, divinità della giustizia e della rettitudine.
Filone di Biblos riporta una mitologia: all’origine del cosmo, della cultura e degli dei sono il vento e il caos, da cui nasce un uovo cosmico, detto Mot. La cultura sarebbe stata creata da Usoos, inventore delle pelli d’animali, mentre al vertice della genealogia divina sarebbero stati Eliun e Berut. Gli dei vivevano nei templi, o bet (casa o palazzo). Non ci sono pervenute statue, forse  a causa del diffuso aniconismo. Apprezzavano il culto distele o betili, nonché di montagne, acque, alberi, e pietre ritenute sacre. Asherah è una piccola colonna votiva in legno, analoga al betilo, la dimora
degli dei. Il tempio più semplice era a cileo aperto, formato da un recinto sacro e una piccola cappella o un betilo. Nella parte frontale c’è l’altare per i sacrifici, ed è sempre vicino a una fonte o a un bacino e a un bosco. Le offerte potevano essere cruente (non suini), e in cambio speravano di ottenere una grazia. Se si riceveva il beneficio c’era l’offerta di un ex-voto. 
Si credeva anche nei refaim, esseri giganti dell’aldilà o antenati. La magia era una pratica diffusa: lo scopo era allontanare il malocchio o colpire i nemici, con formule talvolta incise nelle tombe. L’aldilà era localizzato sottoterra, ed era immaginato come un deserto arido e buio. Era importante per i defunti ricevere una sepoltura ed essere ricordati tra i vivi.
Agreus: Dio della caccia, fratello di Halieus
Agros: Dio di campi, coltivazioni, viticolture, e del vino, fratello di Agrotes
Agrotes: Dio della terra, dei cavalli, della caccia e degli indovini. Appare come un auriga, a volte accompagnato da un gruppo di cani, fratello di Agros.
Aion & Protogonos: I primi mortali. Scoprirono il cibo.
Aleyin: Dio della primavera e della vegetazione nella stagione delle pioggie. Figlio di Baal, fratello di Anat. "Colui che cavalca le nuvole", spesso appare con 7 compagni e 8 maiali selvaggi.
Amat-Asherat: Dea dell'alchimia. Bandita da El nel deserto, riunì creature simili a sfingi, con corpo di leone e testa umana, per combattere Baal. Consorte di Terah, madre di Siba'ni.
Amunos: Dio della vita dei villaggi, fratello di Magus
Anat: Dea della battaglia, dello spargimento di sangue, di temperamento bollente. Perpetua la vita degli dei assicurando loro continui sacrifici. Uccise il dio Mot. Figlia di Baal, sorella di Aleyin. Appare come una vergine che cavalca un leone e porta uno scudo, lancia e ascia.
Aqhat: Figlio di Danel, fratello di Pughat. Eroe mortale, bello e favorito dagli dei, che gli diedero un arco divino. Anat lo volle e ordinò al suo servo Yatpan di ucciderlo per averlo, ma l'arco andò distrutto durante la lotta tra i due.
Arsay: Dea della terra umida e delle paludi. Figlia di Baal.
Asherat del mare: Grande dea della saggezza e del mare. Madre degli dei. Moglie di El e sua consigliera, ebbe 70 figli, incluso Baal
Asherat: Dea del matrimonio, della fedeltà e della vita casalinga. Moglie di Baal. Madre di Aleyin, Anat, Pidray, Tallay, e Arsay.
Astart (Astoreth): Dea della fertilità, dell'amore e del piacere. Patrona delle prostitute e degli edonisti. Le prostitute del suo tempio erano famose su tutto il Mare Librum. Appariva come una donna sensuale in una tunica trasparente multicolore.
Ba'al: Signore. Ba'alat: Signora, la versione femminile. Dio delle nuvole e delle tempeste. Figlio di El e Asherat-del-mare. Marito di Ashrat, padre di Aleyin e Anat, e Pidray, Tallay, e Arsay. La sua voce era il tuono e dispensava la pioggia. Appariva come un giovane guerriero che vestiva con tunica, elmo a punta con corna stilizzate, e brandiva una lancia.
Baal Hammon: Grande dio del cielo, del sole e della continuità. Appariva come un nobile vecchio con corna ramificate, spesso accompagnato da sfingi alate. Consorte di Tanit.
Baltis: Dea del cielo, della gioia e della danza. Protettrice delle donne. Sorella spirituale della dea egizia Hathor. Appariva come una donna che indossava un elmo con corna di vacca e un disco al loro centro.
Bauu: Dea della notte, moglie di Kolpia.
Daggay: Dea della nascita. Aiutante di Asherat-del-mare.
Danel: Semidio della verità, della divinazione e della comunità. Nato come eroe mortale, conoscitore di ogni cosa dalla nascita. Domandò giustizia per le vedove, protezione per gli orfani e assistenza contro i saccheggi, figlio di Keret, padre di Aqhat e Pughat.
El: Dio supremo. Signore del pantheon e padre degli uomini. Fece scorrere i fiumi fino agli oceani e assicurò la fertilità alla Terra. Marito di Asherat-del-mare, padre di Baal. Appariva come un uomo ingrigito con sei ali. Il suo simbolo era il toro rosso.
Eshmun: Dio della guarigione e della salute. Figlio di El e di Asherat-del-mare. Rappresentato come un uomo di mezza età con una toga bianca e un bastone intorno al quale sono arrotolati due serpenti.
Geinos: Dio dell'agricoltura. Fratello di Technites.
Genos & Genea:  il maschio e la femmina che fondarono la Fenicia e scoprirono la preghiera.
Giganti: Cassius, Lebanon, Antilebanon, Brathy. Comandavano dalle montagne che portano i loro nomi e inventarono la bruciatura degli incensi.
Gurzil: Dio del combattimento e della sete di sangue. Faceva i suoi nemici a pezzi. Patrono dei gladiatori.
Halieus: Dio della pesca. Appariva come un tritone cornuto, accompagnato da nereidi. Fratello di Agreus.
Hasisu: Dio del fuoco e della lavorazione dei metalli. Fratello di Kusor. Inventò con suo fratello il ferro e la maniera di lavorarlo.
Hay-Tau: Dio della vegetazione e della foresta. Ha forma di un albero. Le lacrime di Hay-Tau sono resina (tesori per i fenici che esportavano in Egitto).
Hiyon: Dio della lavorazione delle gemme, del vetro, e del lavoro lapidario. Artigiano divino, lavoratore dell'oro e dell'argento. I suoi simboli sono le pinze e il martello.
Iolaus: Semidio dell'agilità (della mente e del corpo). Eroe mortale, aiutante del dio Melkart. Patrono dei corridori, di coloro che vivono delle loro arguzie e di coloro che aiutano gli altri.
Ist (Phos, Pyr, Phlox): triplice dea del fuoco e della scienza domestica, portò il fuoco agli uomini.
Keret: Eroe mortale. Re di Sidon, un figlio di El e soldato della dea Sapas, non molto coraggioso. Combatté contro il dio della Luna Terah ma perdette. Comprò una moglie costosa. Suo figlio, Danel, fu un genio.
Kolpia: Dio del vento. Consorte di Bauu.
Kusor: Grande dio dei marinai e degli inventori. Fratello di Hasisu, artigiano degli dei. Inventò i mezzi meccanici, la pesca sulla barca, l'architettura e la navigazione.
Latpon: Dio della magia e della saggezza. Patrono dei praticanti. Figlio di El e di Asherat-del-mare.
Magos: Dio dell'allevamento degli animali. Patrono dei pastori e degli allevatori. Fratello di Amunos.
Mastiman: Dio dei morti, servo di Mot. Strangola i prescelti dal suo signore.
Melkart: Dio della forza, dell'impegno e dell'espansione fenicia. Patrono degli esploratori e dei viaggiatori. Il suo simbolo è l'orizzonte, dove il sole incontra il mare. Indossa una pelle di leone, è il greco Eracle.
Misor: Dio della giustizia. Fratello di Sydyk. Scoprì il sale. Padre di Tauutos.
Moloch: Grande dio dei disastri, delle piaghe, dei vulcani, delle regioni infernali. Era propiziato con sacrifici. Appariva come un nero minotauro con ali da pipistrello e tre occhi gialli, mentre sputava fuoco.
Mot: Dio della morte e della siccità. Favorì il figlio di El, finché fu ucciso dalla dea Anat. Il suo simbolo è una vite appassita intrecciata a teschio.
Ousoos: Dio delle vesti, delle tinte, e del commercio. Fratello e rivale di Samemroumos.
Pataecians (Pataiko): Aiutava gli spiriti potenti del bene mandati a proteggere i fenici che navigavano. Patechus: Grande dio delle navi, della navigazione e dei viaggi oceanici. Patrono dei viaggiatori, dei naviganti e degli esploratori. I suoi servi, i Pateciani, proteggevano le navi fenicie.
Pidray: Dea della nebbia e della foschia. Figlia di Baal.
Pughat: Eroina mortale. Conosceva i segreti dell'astrologia. Figlia di Danel, sorella di Aqhat.
Quadesh: Dea della luce stellare, della selva, dell'astrologia. Assistente di Anat nei sacrifici; Consorte di Resheph. Appariva come una donna giovane vestita di verde e argento.
Resheph (Amurru): Dio dei tuoni, della selva e della musica. Assistente di Anat nei sacrifici. Consorte di Quadesh. Appariva come un giovane guerriero che portava un tridente saettante.
Ruti: Dio dell'arte della guerra e della milizia. Figlio di El e di Asherat-del-mare. Appariva come un uomo con testa leonina.
Sahar: Dea dell'alba. Figlia di El e di Asherat-del-mare. Gemella di Salem.
Salem: Dea della sera. Figlia di El e di Asherat-del-mare. Gemella di Sahar.
Samemroumos (Hypsouranious): Dio del rifugio, delle costruzione e dei costruttori. Fratello e rivale di Ousoos.
Sapas: Dea della luce e dell'esplorazione sotterranea. Figlia di El e di Asherat-del-mare.
Siba'ni: Semidio del furto, della fortuna, e delle relazioni pericolose. Figlio di Terah e di Amat-Asherat. Sua madre restò nel deserto 7 anni per purificarsi prima della sua nascita.
Sydyk: Dio della giustizia. Fratello di Misor. I suoi discendenti, i Kabiri (forse i Cabeiri greci) perfezionò la navigazione, e divennero i Pateciani al servizio del dio Patechus. Appariva come un uomo con un elmo piumato, che portava una lancia.
Tallay: Dea della pioggia e della rugiada. Figlia di Baal.
Tammuz (chiamato Adone dai greci): Dio del raccolto, avendo imparato da Mot e Aleyin. Nato da un albero myrrh nel quale sua madre (Myrrha) l'ha trasformato. In veste mortale era un giovane bellissimo, adorato dalla dea greca Afrodite. Fu ucciso da un maiale che stava cacciando: il ruscello dove cadde fluisce rosso come il sangue ogni anno; si dice che gli anemoni sboccino per lui.
Tanit: Grande dea della luna, della maternità, della magia. Appare come una donna velata e avvolta da piume di colomba. Le colombe le erano gradite e sacre. Consorte di Baal Hammon. I suoi simboli sono una staffa sormontata da un disco e un triangolo con un cerchio al suo apice.
Tauutos: Dio della scrittura e dell'insegnamento. Messaggero degli dei. Inventò i primi caratteri scritti. Patrono dei saggi, degli scribi, e dei bibliotecari. Figlio di Misor.
Technites: Dio dell'arte muraria, della costruzione dei mattoni e dei tetti. Patrono degli artigiani. Fratello di Geinos.
Terah: Dio della luna calante e dei segreti. Consorte di Amat-Asherat, padre di Siba'ni.
Yam: Grande dio del mare, delle creature che lo abitano e dei terremoti. Avversario di Baal.


Yatpan, eroe mortale: seguace di Anat, ha ucciso Aqhat per lei. Fu assassinato da Pughat, sorella di Aqhat.


domenica 2 giugno 2013

UNA SOLA DEA MEDITERRANEA - Occhio sul Mediterraneo

UNA SOLA DEA MEDITERRANEA, TRE NOMI
Tanit, Neith, Athena
da http://www.liutprand.it/

di Leila Guiga

La celebre dea Tanit non era di origini puniche. Si trattava di un’antica dea berbera, adottata dai fenici quando fondarono Cartagine. Alcuni ricercatori dicono che essi agirono così per ingraziarsi le popolazioni locali del Nord Africa e per farsi aiutare nella loro guerra contro i greci. 
Tanit, divinità libica, appare nel pantheon punico solo a partire dal sec. IV a.C. Prima d’allora, la dea protettrice della città di Cartagine era l’orientale Ashtart (Astante). 
Mentre la maggior parte delle divinità di Cartagine corrispondono con quelle originarie della Fenicia, di Tanit non si trova quasi nessuna traccia in Oriente, mentre è diffusissima a Cartagine e nei territori circostanti, ancor prima che a Cartagine. Ella era conosciuta con diversi nomi similari: Tanit/Taniyt/Tanjit/Tangit.



La città marocchina di Tangeri deriva il proprio nome originario, Tingis/Tanga, da quello di questa dea berbera. Tanga era la sposa di Anzar, dio della pioggia e dell'acqua (v. anche il racconto “La fidanzata di Anzar”, alla sezione "Racconti"), ed era la madre dell'Eracle berbero (Anteo), che sostenne un celebre combattimento con l’Eracle greco, conclusosi con la vittoria di quest’ultimo. 
Eracle era meno forte, ma conosceva il segreto della forza del suo avversario berbero, che non poteva essere sconfitto sino a che i suoi piedi toccavano la terra di Tangeri, la sua terra-madre. Eracle ricorse all’astuzia e spinse il suo avversario in mare, in modo da renderlo del tutto impotente. 
Tinja à anche il nome di un’altra regione del Nord Africa, al Nord della Tunisia
Tinja e Tangeri sono due città poste in riva al mare, il che rafforza l’idea d’un legame della dea con l’acqua (ricordiamo le funzioni di suo marito Anzar). 
Non dimentichiamo un’altra tradizione nord-africana legata all’acqua, quella di Madre Tango. Si tratta di un’entità alla quale gli abitanti chiedono che faccia cadere la pioggia, in occasione d’una lunga siccità. L’usanza è ancora viva, in alcune località. Si organizza una festa e i bambini fabbricano un gran pupazzo di paglia, lo vestono ed escono con esso per le strade, in una processione rituale diretta al mare, gridando: 
“Madre Tango ha implorato Dio per far cadere la pioggia. 
Donne, appoggiate la sua richiesta, e che Dio l’ascolti!” 
Quel “Dio” non potrebbe essere Anzar, suo marito, divinità della pioggia e dell’acqua? Certo, perché – dopo la processione – i bambini portano il pupazzo di Tango in mare e chiedono al Dio di curarsi di lei e di ascoltare le sue preghiere. 

La dea egiziana Neith sembra proprio la stessa divinità, ed era oggetto nella regione del Delta nilotico d’un culto di origini molto antiche. 
Innanzitutto il nome: Neith o Nit è molto simile a Tanit, se si toglie una T, che è un modo della lingua berbera per designare il genere femminile. berbère. Inoltre Ta-Nit, in egiziano, significa proprio "la terra di Neith". 
E la città dedicata a Neith in Egitto si chiamava semplicemente Tanit (Tanis, nella versione grecizzata). Si noti che tale città fu fondata dai berberi nella parte occidentale del Delta e che gli Egizi la chiamavano "amenti": "della terra dell’Ovest” (terra dei berberi). 
Neith è spesso indicata come Tjehenut (berbera), e lo stesso Osiride abita nell’"amenti" (l'Occidente berbero), che rappresentava per gli Egizi la terra degli antenati e dell’Aldilà. Il nome "amenti" derivava da quello di Amon (ancora un dio libico-berbero, adorato in Egitto). 
Inoltre, il nome della città, Tanis, ricorda quello del lago Tri-tonis in Libia, che si può anche interpretare come delle "tre Tonis" ossia il lago delle tre dee della Trinità femminile primordiale. Erodono parla di quel mitico lago come d’un lago sacro, luogo di nascita di tre dee mitologiche. 
Tonis, o Tanis, può anche essere all’origine del nome di Tunisi, capitale della Tunisia. La città sorge presso un gran lago, che ha sempre avuto anch’esso un carattere sacrale. 

Infine Athena, uno strano personaggio, per i suo attributi mutevoli e per la sua origine che si perde, tra il mito e la storia. 

Già Erodoto sostiene che gli Egizi adoravano Athena sotto il nome di Neith, e nel parlare delle tre dee, il cui culto era collegato al lago Tritonis, cita proprio i tre nomi: Medusa, Pallas e Athena, che sarebbero state figlie del fiume Tritone (emissario del lago Tritonis). 

La sua "Egida", corazza o scudo di pelle di capra che à il suo attributo principale e che le conferiva poteri superiori, era una protezione per la battaglia usata dalle guerriere berbere, le Amazzoni, perché la pelle assorbiva meglio i colpi. Il nome egida deriva da quello dell’animale, e ancor oggi i berberi (kabyli, cleuh, chaoui) usano il termine "ighid" per designare il capretto. 
Il nome stesso delle Amazzoni, entrato nella mitologia greca, significa semplicemente “berbere” o “libiche”, come plurale di Amazigh (il nome con cui i Berberi chiamano se stessi): Imazighen/Imaziyen, diventato "Amazzoni" nella sua traduzione in greco. 
Si raccontava che, intorno al lago Tritone, un rituale di combattimento divino opponesse le due dee sorelle Pallas e Athena. Quest’ultima vinse, e ciò comportava il disonore Pallas e la perdita del suo rango di Vergine Divina. Athena, per amore della sorella, ne volle eternare il nome, unendolo al proprio. Athena aveva anche l’attributo di “tritogenia”, come un patronimico, che indicava senza dubbio il nome del padre Tritone (un dio marino, poi ribattezzato Poseidone: il nome del suo Tridente ricorda ancora il nome del dio originario: Tritone!) Un altro attributo di Athena era: Athena Diwya. Forse in riferimento alla sua saggezza. "Dihya" in lingua berbera è il nome che si dà alle donne di Grande Saggezza, specialmente alle sacerdotesse dei culti pagani, che ricoprivano un rango considerevole nel paese, prima dell’arrivo dell’Islam. 
Citiamo ad esempio la famosa Kahena – Dihya, feroce combattente contro l’occupazione degli arabi e capo disperato della resistenza. Ella finì per bruciare i campi, piuttosto di consegnarne il raccolto agli invasori, e si suicidò gettandosi nel fuoco, poiché il suo piano stava fallendo. Suo figlio l’avrebbe ferocemente vendicata! 






altro...
Matriarcato & Matriarchy: LA DEA TANIT

mercoledì 22 maggio 2013

Arte e religione nella Sardegna preistorica

Noi sardi al tempo della preistoria
di Pierluigi Montalbano


In Sardegna, verso metà del II millennio a.C., si erano sviluppate forme di civiltà in villaggi sorti intorno a residenze fortificate, in zone in cui la pesca, la pastorizia e l'agricoltura avevano avuto un imponente sviluppo. Di queste civiltà si hanno prove e testimonianze che risalgono fino al VI millennio a.C.: sono diffusi oggetti di ceramica tardo neolitica, lavorata a mano, sottoposta a procedimenti di lisciatura o incisione e dipinte con forme geometriche non prive di variazione di fantasia.

Queste antichissime testimonianze, di gran lunga precedenti la comparsa dei nuragici, provano la presenza di vita religiosa ed economica in Sardegna già prima del contatto della regione con le grandi civiltà della Mesopotamia. Dimostrano inoltre l'esistenza di un antico sostrato di civiltà indigena con sviluppi autonomi, che ha percorso i presupposti necessari per il diffondersi di centri commerciali che scambiavano i prodotti della pastorizia, dell'artigianato e dell'agricoltura locali.
I centri di scavo ci mostrano prove di elevato tenore di vita con presenza di ceramiche colorate e decorate che rivelano la presenza di grandi ricchezze dei dinasti locali. La presenza di agenzie commerciali si protrasse per molti secoli, comportando progressi nella vita economica e culturale dell’isola: durante il secondo millennio si può parlare di una forma di colonialismo commerciale, che non soltanto lasciava sopravvivere l'assetto politico e sociale precedentemente trovato in Sardegna, ma determinava miglioramenti nella tecnologia in genere e in particolare nella metallurgia, in quanto insieme alle merci venivano importati anche procedimenti tecnici nella fabbricazione dei manufatti.

In questo periodo, forse per influenza Mesopotamica, anche le tradizionali figure religiose abbandonano la stilizzazione neolitica per assumere caratteri maggiormente realistici e antropomorfici, e cominciano ad apparire insieme con altre figure di uomini o di animali. La produzione ceramistica fa pensare ora all'esistenza di una più vasta sfera di acquirenti, con esigenze di gusto più complesse e più sensibili all'arte. Le nuove influenze introducono motivi decorativi inediti accanto alle antiche forme geometriche. Compaiono spirali, linee ondeggianti, grandi anfore e grandi brocche di ceramica non soltanto dipinta ma anche a rilievo e, nello stesso tempo, si introducono nuovi procedimenti di verniciatura e si imitano in argilla oggetti di bronzo, impiegando vernice e modellature che danno alla terracotta dipinta l'agilità, la fantasia e la ricchezza degli oggetti metallici.
La comparsa del vino come bevanda suggerisce tazze particolari e concede all'estro dei modellatori libertà di invenzione nella creazione di brocche con becchi che consentono di versare il liquido, certamente prezioso, senza sprecarlo. Un miglioramento generale del tenore di vita e più articolate esigenze nei consumi presuppongono però una nuova struttura sociale, che non è più concepibile in forma di grosse aziende agricole nelle quali tutti i sudditi lavorano per il sovrano, mediatore rispetto alle forze divine di una religione idolatrica, con una funzione a un tempo magica e sacrale.
Il maggiore sviluppo antropomorfico delle individualità divine indica, a sua volta, che la divinità ha abbandonato le arcaiche forme idolatriche (divinità come potenza generativa della natura) pur restando legata a una forma prevalentemente naturalistica, inerente principalmente al felice sviluppo di tutti i cicli della vita, dell'agricoltura e della pastorizia. Nel fondo religioso persiste, quindi, il concetto della presenza di una divinità femminile come simbolo della fecondità della terra e di ogni cosa animata e inanimata: una Dea Madre. 

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM

lunedì 29 aprile 2013

LUOGHI STRUMENTI ATTORI DEL CULTO IN SARDEGNA - parte 1




YIŚRA’EL. I fenomeni toponomastici della Sardegna sono stati adeguatamente svelati e catalogati in uno studio recente1, e possiamo confermare che in nessun territorio (né in Sardegna né in Continente) i singoli popoli hanno omesso di dedicare alle proprie divinità una adeguata (direi vasta) porzione di siti. Valga come esempio il territorio più celebre dell’antichità mediterranea, Israele. La base etimologica di Yiśra’el può essere conosciuta dall’akk. išru(m) ‘villaggio recintato, fortificato’ + ebr. El ‘Dio altissimo’, con riferimento alla religione esclusiva degli Ebrei, che hanno sempre avuto un proprio Dio perfettamente distinto da ogni altro Dio dell’antichità. Il significato complessivo sembra proprio quello di ‘Dio del villaggio fortificato’, ‘Dio della nazione esclusiva’, e simili.
La stessa GerusalemmeYerûšālaym, ebbe significato sacro, da Šalimu (Giosuè 10,1), che è un dio della salute (il lemma ha il plurale in -im). Ricordo che proprio a Gerusalemme in origine c’era una fonte poderosa, una risorgiva che alla scaturigine creava un laghetto che in seguito fu scavato e ampliato per creare il serbatoio idrico per l’intera città. Ovvio pensare che in origine la gente andasse alla risorgiva non solo per attingere acqua ma anche per immergersi e curare certe malattie: da qui la dedica a Šalimu.
Il lemma Yerûšālaym è noto in varie forme secondo il popolo che lo scrisse. E così abbiamo ebr. יְרוּשָׁלַיׅם , gr. Ιερουσαλημ, ʿΙεροσόλυμα, lat. Jerusalem, assiro Urišläm, akk. UrusalimUrusalimmu. Per l’etimologia abbiamo ebr. יְרוּ* (*Iěru) ‘fondazione, insediamento di città’, da sum. iri ‘città’ + Šalam ( שׁלם) ‘dio della salute’, col significato di ‘città di Šalam’.




4a. I vari siti del culto


La Sardegna, manco a dirlo, dedicò alle divinità una buona porzione del sistema toponimico. Ad esempio, il territorio di Gadòni serbò alle divinità circa il 20% dei 250 toponimi registrati in carta. Lo stesso accadde un po’ in tutta l’isola. Da queste migliaia di toponimi sardi estrapolerò di seguito soltanto pochi esempi, tali però da rendere un’idea del rapporto che gli indigeni ebbero con la propria terra.

ARCUÉNTU è il monte più alto del Guspinese (m 785). Geologicamente è un neck, costituito dalla lava rappresa nell’ultimo conato d’eruzione. Ne è risultato un monte subconico che s’allunga spettacolare e solitario verso il cielo.
L’oronimo a tutta prima sembrerebbe derivare da Arculéntu, che in sardo significa ‘abrotano’ (Artemisia abrotanum L.), ma anche ‘erba prota’ (Achillea ligustica), e persino ‘millefoglio’ (Achillea millefolium L.)2. Alcuni lo vorrebbero derivare da Erculentu, collegandolo ad Ercole, cui sarebbe stato dedicato un tempio sulla vetta. Ma intanto chi pensa ad Ercole non dà ragione del secondo membro dell’oronimo (-entu). Certamente vi sorse un castello medievale, del quale resta­no le fondamenta, quasi certamente basate sul tempio più antico.
L’origine dell’oronimo pare chiara se assumiamo la base accadica arku ‘lungo, alto’ + bītum, fenicio bt, ebr. bait ‘abitazione’, ‘tempio’. L’originaria pronuncia sarebbe in tal caso *arcu-betu, con successiva epentesi della -n- per il richiamo all’idea del ventoArcuéntu significherebbe, con tale ricostruzione, ‘tempio elevato’. Ma è certamente più congrua l’etimologia basata sull’akk. (w)aru ‘Luna’, onde ritengo senz’altro che il significato sia ‘Tempio della Dea Luna’.

BARÚMINI comune dell’alta Marmilla, a circa 60 km da Cagliari, posto in un pianoro calcareo sopraelevato sul rio Mannu, il quale un tempo doveva essere un vero fiume. Presso il paese passava una delle rare vie di transumanza dalla Barbagia ed il fiume doveva essere guadabile. Il toponimo appare inRDSard. a. 1341 così com’è attualmente. Alla luce del significato di altri lemmi d’origine accadica quali Barumèle, ritengo che l’etimologia possa essere sumero-accadica. Abbiamo un composto di akk. barû(m) ‘to see, look at’, ‘sovrintendere’ + sum. min ‘two’ e possiamo interpretare che in questo sito fortunato ci fossero due templi al Dio Sole. Essi c’erano, in realtà, e sono il nuraghe oggi ritrovato al centro del palazzo marchionale, nonchè il nuragheprincipale, quello per cui Barùmini va famosa nel mondo. Quindi sembra chiaro che il paese prese il nome dall’epiteto che il popolo aveva coniato per i due templi del Dio protettore: ‘i Due Sovrintendenti’, ‘i Due Protettori’.
http://www.barumini.net/sardegna-in-miniatura/


BETILLI, località di foresta attualmente interessata dal casello della ferrovia minore, in agro di Sàdali. È un evidente composto. Pare che Betilli non abbia altro significato che quello dell’it. ‘bétilo’. In tal caso l’origine è fenicia (bt), parimenti ebraica (bait), e bet-el significò ‘casa del dio’. Nella storia biblica di Giacobbe bet-El è il nome del luogo sacro rivelatosi casa di Dio e contrassegnato da un cippo. In un testo fenicio del sec. VII a.e.v. (il famoso trattato di Asar-haddon) Baitili è il nome di una persona divina. Presso i Sumeri Beletili era il secondo nome di Damkina, paredra dei dio Enki poi divenuto Ea. Quanto al betilo, esso è la più antica forma che, agli occhi del semita, poteva esprimere la divinità: una scultura aniconica, come si deduce dal testo biblico ove si narra del betilo in forma di cippo, che Giacobbe ricavò dalla pietra da lui usata come capezzale.

BONACATTU è un toponimo, un cognome ma anzitutto un nome personale, espresso al femminile: Bonacatta. Tutti i Sardi (compreso me) sono d’accordo che il termine deriva da Nostra Segnora de Bonacattu. Ma ecco le differenze: secondo tutti i linguisti viventi (escluso me), Bonacattu costituisce una etimologia popolare di Bonàrcado, interpretato come bonu accattu ‘buon ritrovamento’, ma che in realtà deriva – secondo loro – dal bizantinoPanáchrantos ‘immacolata, purissima’. Questa strampalata etimologia viene da lontano, prodotta da una messe di linguisti i quali, dietro la “intuizione” del primo ricercatore, si sono intruppati senza più rischiare di mettere al lavoro la propria cultura.
Autorevole sistematrice e stabilizzatrice di questa paretimologia è Carla Marcato (Dizionario di Toponomastica 85-86), la quale, partendo dal fatto che nel condághe di Bonàrcado il toponimo figura nelle varianti BonarkantoBonarchantoBonarckanto, conclude: «Si tratta di un nome di origine greco-bizantina, da Panákhrantos, ‘immacolata, purissima’, attributo della S.Vergine Maria venerata nel citato santuario del luogo. La presenza di b in luogo di p, frequente nei prestiti greco-bizantini, ha favorito la successiva e recente interpretazione del toponimo come Bonacattu ‘buon ritrovato’, in connessione con una leggenda secondo la quale un’immagine che raffigura la Madonna col Bambino sarebbe stata trovata da un cacciatore tra i cespugli che circondano il santuario». Il tramandatore di questa rassicurante favola è il prof. Giulio Paulis, noto cattedratico di linguistica sarda e collega della Marcato.
È singolare che i linguisti siano arrivati a sancire una paretimologia addirittura con una favola. Non è la prima volta. A tanto non si è spinto il prof. Francesco Cesare Casula, che nel suo Dizionario Storico Sardo si è attenuto esclusivamente al metodo scientifico, scrivendo che «il toponimo [Bonàrcado] potrebbe derivare dal greco-bizantino pan ‘tutto’ e árcados ‘senza macchia’, oppure direttamente da Monarcanto, così come lo troviamo scritto in qualche documento medievale». Rendiamo grazie al Casula per averci dato una quarta forma di rappresentazione del toponimo Bonàrcado. Egli non parla affatto diBonacattu. Infatti il condaghe di Bonàrcado non cita Bonacattu tra le varianti che nominano il sito (vedi CSMB, ristampa del testo di Enrico Besta riveduto da Maurizio Virdis), cita semmai BonarcatuVonarcatu e simili.
Ma la forma Bonacattu e relative varianti (prevalsa da secoli tra i residenti – o usata da millenni? – e rafforzata dai nomi personali di molte persone del luogo) è senz’altro una forma storica, quella che dà più affidamento nella ricerca. Quindi è storico ed affidabile il sintagma Nostra Signora de Bonacattu. Occorre capire, a questo punto, perché i linguisti abbiano messo in relazione Bonacattu con ‘buon ritrovato’, rafforzando il tutto con una favola. La loro risposta è inappellabile: la favola esiste, e il significato è questo; un fatto corrobora l’altro, non ci sono altre interpretazioni. Il carapace della loro cultura è inespugnabile. Siamo all’assurdo kafkiano.
Chi l’ha detto che Bonacattu significhi ‘buon ritrovato’? E nel passato, si è mai tentato d’indietreggiare, d’immergersi, di sondare? Bonacattu non può essere forse una paronomasia? Nessuno ha mai riflettuto sul fatto che, alla base delle vestigia del primo tempio bizantino, esistono vestigia più antiche, e che lo stesso Francesco Cesare Casula cita l’ipotesi degli archeologi che il primo santuario fosse quello di san Giorgio.
E, se fosse vera la primazia di san Giorgio, nessuno ha mai riflettuto sul fatto che in Sardegna è stato proprio san Giorgio a sostituire il “santo” celebrato e venerato ai primi dell’Anno? Insomma, si sa o non si sa che san Giorgio non è altro che il sostituto dell’antico Dio della Natura, quello tanto celebrato in periodo di Carnevale?
Altro che ‘buon ritrovato’! Bonacattu è una paronomasia. In origine fu un composto rituale sardiano, un giaculatoria, il ritornello di un inno sacro, basato sull’akk. būnu ‘bontà d’animo’, ‘espressione’, ‘buone intenzioni’ + kattû(m) ‘che rafforza, corrobora’. Questo è un classico appellativo rivolto al Dio della Natura, ed il suo primo membro (Bonu-, Bona-) è lo stesso che nomina il santuario di Bonu-Ighínu, da tutti incredibilmente tradotto come ‘Buon Vicino’.

BONASSÁI. Il toponimo Bonassái sta in agro di Olmedo. Indica in modo speciale il nuraghe del sito, ma è tutto il compendio ad avere questo nome. Attualmente ci sta il centro di ricerca sugli animali d'allevamento, ma questo sito pianeggiante è sempre stato privilegiato da terreni alquanto buoni, capaci di dare frumento, oltrechè biade. Il toponimo va diviso in Bon-assai.
Per Bon- vedi Bono e simili, con la base etimologica nel sum. bu ‘perfetto’ + nu ‘creatore, procreatore’; -assái va confrontato con la terminazione di origine anatolico-occidentale (ed anche lidia) dalla forma -ασσος (vedi Alikarn-assos) e «ritrova antecedenti in voci come ebraico ošjā (fondazione, fondamento) e più vigorosa risonanza in accadico āû (detto di costruzione che sorge, “protruding pillars upon the foundation terrace”)» (Semerano, IEM 23). QuindiBonassái significò in origine, con riferimento al nurághe quale altare del Dio Sole, ‘palazzo del Perfetto Creatore’. Vedi Ussassái.

BONASTÒRE. Questo toponimo in agro di Alà sembra a tutta prima doversi riferire all’astòre, dall’it. astore. In realtà esso è un epiteto sacro, indice dell’antica presenza di un tempio, un nuraghe. Ha la base nel sum. bu ‘perfetto’ + nu ‘creatore, procreatore’ + ašte ‘sedia, trono’ + ur ‘proteggere’. Il significato originario fu ‘trono del Protettore, Perfetto Creatore’.

BONUIGHÍNU sito celebre per aver dato nome alla Cultura di Bonuighίnu, Neolitico medio. Nella località sorse anche un castello e pure un'antica chiesa, poi ristrutturata nel '700.
Bonuighίnu (agro di Mara) viene tradotto come 'Buon Vicino', da cui per riflesso il catalano Bonvehí. Ma questa non è altro che una paronomasia. Tanto per avvicinarci all’etimo, occorre anzitutto ricordare che per ighìnas s'inten­devano (vedi Alta Ogliastra, dove ancora s'intendono) le sezioni di terreno di 40 are, 'vicine tra loro', donate dal comune agli sposi sino a tutto l'800. Non a caso l’etimo di ighìnas sta nell’ass. ikû ‘campo’. Tuttavia l’etimologia di Bonu Ighínuva cercata altrove, partendo dal fatto che il luogo fu considerato sacro fin dall’Età della Pietra. Il mistero dell’etimo sta quindi nella sacralità del sito. PerBonu abbiamo l’akk. būnu ‘viso’ di Dio, ‘favore, buona intenzione’ di Dio. Per Ighínu abbiamo il composto sumerico igi ‘viso, faccia’ + nu ‘Creatore’. In questo sito in origine si onorò il ‘Viso del Dio Creatore’, il Dio Unico nella sua epifania in quanto Dio Sole.

BRUNCO cognome di Nùoro corrispondente al sost. bruncu ‘ceffo, muso’ e ‘cima, punta di monte’. Per capire l’etimo di bruncufruncuruncu ‘grugno del maiale’, ‘ceffo, muso’, andiamo al Wagner, il quale ricorda il termine anche nelle denominazioni topografiche già nei documenti antichi, designandosi con esso una cima di montagna.
La base di queste accezioni – ivi compreso il cognome Brunco – è il composto sumerico bur ‘cultic location’ + un ‘to be high’ + ku ‘to place’ (bur-un-ku >b[u]runcu), col significato di ‘luogo alto per il culto’.
Cataloghiamo quindi bruncu come il sito privilegiato dove veniva eretto un edificio di culto. La Sardegna è piena di queste denominazioni topografiche.

CASTEDDU ‘E SU BROGÁRIU è così chiamato un sito del territorio di Ardaùli dove si trovano le migliori domus de janas.
Anche qui, come nel sito a domus de janas di Scala Mughères, siamo in un luogo sacro dove venivano fatte delle offerte per i defunti e celebrati i riti religiosi. La base etimologica è l’akk. burgû (un tipo di offerta), da cui l’aggettivo brugáriubrogáriu.

DOINANÍCORODONIANÍCORO. Davanti alla complessità del toponimo, presento anzitutto il territorio. Questo è l’ombelico del Supramonte, il confine tra Orgòsolo e Dorgáli, un tempo aspramente conteso perché è l’unica pianura – circa tre chilometri quadrati – in mezzo alla marea di sassi, anfratti, gole, forre, creste, picchi, pareti dell’asperrimo territorio supramontano. Ciò che colpisce in questo luogo, oggi deserto ma ieri frequentato da pastori-agricoltori, sono poche cose significative che mancano nel restante Supramonte. Anzitutto il nurághe. Esso è piccolissimo (il più piccolo della Sardegna, assieme al diruto Casteddu ‘e Joni in agro di Ussassái) ma tuttavia esso esiste, ed è un fatto raro in tutto il Supramonte. Serviva a quanti gravitavano nel sito, per adorare il Sole (o per fare la guardia, a seconda delle teorie). Propendo per l’adorazione del Sole, considerato pure che gli Ilienses avevano lì accanto il più grande circolo solare della Sardegna (diametro circa 90 m). Sembra ovvio che ogni circolo solare della nostra isola servisse anche per praticare su Ballu tundu, la danza sacra mediterranea. Serviva, insomma, per far festa, specie dopo che, dentro il circolo, era stato trebbiato l’orzo o il triticum. Accanto alnurághe ed a questo circolo c’è pure il villaggio nuragico, con la tomba di giganti esattamente al centro dell’abitato. A poche centinaia di metri c’è la più importante fonte del Supramonte, ingrottata tre metri sotto una placca di calcare dolomitico. Allora, possiamo dire che Campu Doniancoro è un sito magico, un sito sacro.
Lo scenario di Campu Donianícoro si appalesa come uno sprofondamento montano immenso, con accanto la fonte. La base etimologica è il sum. tun‘sprofondamento, depressione’ + An ‘Dio Sommo del Cielo’ + kur ‘land, country’ (cfr. gr. χρος): stato costrutto tuni-ani-kurDoni-aní-coro significò quindi ‘Territorio pianeggiante dedicato ad Anu’.

ESTERZÌLI. Nell’intento di dare al toponimo una etimologia, osserviamo la sua grande somiglianza col nome fenicio di Astarte (Ištar, la dea dell’amore e delle acque generatrici). Non credo sia un caso che il paese possegga la celeberrima Domu ‘e Orgìa, il tempio post-nuragico a pianta greca (mégaron) sul monte S.Vittoria. Questa montagna è intestata, guarda un po’, alla Vittoria, a seguito della conquista del duce bizantino Zabarda, ma è palese che con tale nome s’intese cancellare il nome e la celebrità del tempio di Venere. Esterzili ha per base Ištar + illum ‘circondata dall’ombra, dal bosco’. Come dire: ‘(tempio di) Ištar tenebrosa’.
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FURTÉI comune del Medio Campidano. Il toponimo appare in RDSard. a. 1341 come Frutey e potrebbe avere origine dal lat.mediev. fructetum ‘frutteto’ con successivo tema -ey che rende il collettivo -etum. Cfr. l’attuale cognome italiano Fruttero.
C’è poi un’altra ipotesi di traduzione proposta da Semerano (OCE) < (Venere) Orteia (gr. ’Oρθεία, Foρθασία, Boρθεία, Foρθεία) < akk. burtu ‘cisterna, piscina’ = burtia = Borteia = Ortheia = 'cisterna, piscina, sorgente'. Seguendo questa interpretazione, suppongo che in origine il villaggio sorse accanto a una grande sorgiva, che fu dedicata alla Dea delle Acque, altrove nota come Mamùsa.

ILIÀNA. La trascrizione cartografica del nome della celebre rupe in territorio di Seùi è Perda ‘e Liàna, ma è ipercorrettismo di Perda Iliàna, così chiamata ancora nel XIX secolo dall’Angius. Il cartografo non si è accorto del vezzo dei Seuesi di pronunciare y per ‘ede. Ma potrebbe dirsi pure il contrario, ossia che furono gli antichi (a finire con l’Angius) ad aver pronunciato male l’oronimo, interpretandolo sic et simpliciter Iliàna, che poi il cartografo corresse in ‘e Liàna. Tutto sommato, però, questa seconda ipotesi è un cavillo, ed è meglio attenersi alla pronuncia Iliàna.
Questa rupe perfettamente verticale, identica agli scenografici cilindri del deserto dell’Arizona, sta esattamente al centro della Sardegna, e domina le rapide del Flumendosa, il fiume sardo con maggiore portata. Da quassù si ha uno strano rapporto acqua-cielo. Come non bastasse tale visuale, che dalla vetta di 1293 metri spazia liberamente su mezza Sardegna, i Sardói eressero un nuraghe sopra il cilindro, creando un prolungamento del segno mistico della Sacra Virga. Avevano bisogno, evidentemente, di sacralizzare all’acmé questo cilindro, che a sua volta s’erge su un alto cono di deiezione, il quale a sua volta sta in vetta a un monte. La rupe è visibile dall’Arcu de Corr’e Boi (‘il passo a corno di bue’, il più elevato dell’isola), che è un totem lunare contrapposto al totem fallico della rupe Iliàna, nel classico binomio Dea-fecondata-dal-Dio-fecondante. I nostri padri, che disseminarono di menhirs l’intera Sardegna (se ne contavano a migliaia), avevano nella rupe Iliana l’unico vero Grande Totem naturale, in dialogo con la Falce Lunata, divisi-uniti da vallate ricche d’acque perenni.
La base etimologica dell’oronimo è sumero-accadica: ilianūm, indicante genericamente un albero < sum. ilianum. Fu dunque la forma fusiforme della rupe, diritta come un albero sacro, a produrre questo nome. La rupe dovette essere considerata “l’albero” per antonomasia, ossia il phallos del dio-Toro. Il termine accadico ilānu ‘dio, deità’ (con riferimento speciale alla statua-menhir del Dio), nonchè il termine ugaritico Ilu indicante il Dio supremo sono, chiaramente, termini primari col quale ilianūm si fonde. Ilu ha pure l’aggettivale ‘Eljôn ‘l’altissimo’, che può essere anch’esso la forma che ha prodottoIliàna.
Quindi è chiaro che i lemmi sardi comincianti con la radice il- debbono essere riferiti, spesso se non sempre, a questi termini originari accadico e ugaritico.

ILODÉI. Il toponimo Ilodéi Malu significa ‘sito del Diavolo’ o, tout court, ‘Diavolo’. Si trova a Funtana Bona in agro di Orgòsolo, esattamente dove ora sta la caserma della Forestale. Ilodéi va scomposto in Ilódhe + suffisso territoriale (con base ebraica) -i. A sua volta Ilódhe è variante di Lodhe ‘volpe’, ‘Diavolo’. Vedi, per il semantema, Brabaìsu ma, per la forma, anche Lodé.
Comunque il toponimo può derivare pure dall’accadico ilūtu(m) col significato di ‘divinità, casa degli dei’. In tal caso Malu fu aggiunto dai preti cristiani per demonizzare il sito.

LÁURA termine greco-bizantino, λαύρα, significante ‘quartiere’ (Di.Sto.Sa. 832), da qualcuno raccordato alla base greca λας ‘pietra’. Nell’Ecclesiasticosignifica ‘chiostro, monastero: con celle separate’. Fu un’istituzione monastica bizantina, costituita da un raggruppamento di celle indipendenti, ma con una chiesa comune. In Sardegna il concetto è espresso con monistènemuristèni, o cumbessìa. Ma nel sottofondo della cultura sarda il termine láura rimane con molta forza attraverso vari toponimi. Furono i monaci basiliani a costruirle in Sardegna, e s’accontentarono di veramente poco. Il nome láura viene dato agli insediamenti dei monaci basiliani che dal IV secolo e poi dalla fine del VI secolo si sparsero un po’ ovunque al seguito delle truppe del duce bizantino Zabarda, poi continuarono a disseminarsi in Sardegna a seguito della lotta iconoclasta del 727 (Stefano il Giovane consigliava agli iconodùli di emigrare in paesi lontani per sfuggire alle persecuzioni dell’imperatore Leone III l’Isaurico).
Le presenze di làure in Sardegna sono numerose, e ciò si deduce dalla storia, dall’archeologia, dalla toponomastica. Quest’ultima ci porta all’abitato diLùras, ch’ebbe origine da una láura bizantina. Ci porta sulla giara di Gésturi, dove le stupende láure (chiamate con ipercorrettismo is aúrras) sono sopravvissute nel Cuili Crabόsu (presso Scala s’Eramìda) e un po’ dovunque, adibite però a porcilaia. (Già Scala s’Eramìda ‘la risalita dell’eremita’, che da Sini conduce lassù, è prova dell’insediamento d’un eremitaggio ai bordi della Giara). A S.Vito, lungo la risalita che conduce al monte Lora, c’è il Cuìli Is áurras, con la solita capanna in pietra dalla sagoma e dal recinto caratteristici (per la forma della capanna, basta ricordare quella d’un celebre dolce torinese, il Gianduiòt). Sul monte Lora (che ne doveva essere zeppo, considerati i numerosi siti privilegiati: le cengie sui precipizi od i cocuzzoli) non si trovano più le capanne ma c’è una loro caratteristica base, un sito cacuminale appianato mercè una muraglia, per capire la quale basta visitare il basamento della fortezza punica di Saurrécci (Guspini), evidentemente riutilizzato da questi monaci. Saurrécci < sa urra béccia ‘la laura vecchia’. Dovunque ci sia una traccia o indizio d’un loro sito, lì si trova il fico e spesso anche l’ulivo ed il carrubo, i loro fruttiferi preferiti, capaci di dare cibo vegetariano a lunga conser­vazione.
Le láure sono i primi cenobî, manufatti ch’erano l’emblema della povertà dei monaci: un circolo di capanne. Láura è il secondo vocabolo della cristianità sarda: da akk. lawûm ‘circondare, mettere in circolo’ + rûmrū’urā’um ‘collega, amico, associato’: stato costrutto lawû-rûm, col significato di ‘circolo di associati’, ossia ‘cenobio’.

LODÉ comune delle Baronìe. Già da quando apparve in RDSard. a. 1341, Lodé non ha mai cambiato nome né forma. Forse non è un caso. Il toponimo è ritenuto incomprensibile. Per toglierlo dal mistero riprendiamo intanto il lemma sardo loddu, che significa ‘lurido, sporco, sudicione’. Wagner tralascia d’indicare l’origine di loddu dall’italiano lordo. Pittau lo incamera tra i vocaboli sardiani e propone il parallelo tra Lodé e il toscano-etrusco Loden(n)a. Forse ha ragione, perché lo stesso Sardella lo appoggia indirettamente (SLCN 445) indicando in Lodé un’origine sumera (LU2-DE = ‘il Signore giusto, santo, splendente’), ma più precisamente è lu ‘divampante’ + de ‘creare’, col significato di ‘Creatore divampante’ (riferito al Sole Dio Unico).
Per capire integralmente la proposta del Sardella rimando al lemma Liòri, in quanto anche Lode (ed il cognome Lodde) è uno dei tanti appellativi della volpe. C’è da supporre che l’intera popolazione di Lodé nell’alto medioevo si sia addossata le terribili canzonature dei preti cristiani per il fatto di favorire l’attività degli “stregoni”, onde tutto il villaggio fu marchiato con un nome “diabolico” e, in più, anche “sudicio”. Il fatto che il toponimo sia uno dei pochissimi ad esser rimasto stabile da oltre un millennio, la dice lunga sulla “maledizione” e la “rimozione” subita da questa popolazione per omnia saecula saeculorum.
Questa ricostruzione etimologica, in ogni modo, non mi conforta. Ritengo sia più congrua quella relativa a Ilodéi (vedi).

MATZANNI è una località montana in agro di Vallermosa, dove insiste un tempio punico e delle thóloi nuragiche interrate, con la stessa tipologia delle fonti sacre. Il toponimo è sardiano con base nell’akk. martianni ‘men, warriors’, con riferimento al fatto che il luogo sacro era dedicato agli eroi di quella località.

MASILÒGHI. È importante la notizia riportata da Dolores Turchi3 della festa di Santu Juvanne ‘e sos sordadéḍḍos, tenuta fino agli Anni Trenta del XX secolo presso S.Giov.Battista a su Gologòne, dal 5 al 13 agosto. «Tornavano in paese, a cavallo, con in groppa la fidanzata o la sposa, ma trovavano la strada sbarrata da un grande fuoco acceso davanti a una sorgente detta Masilòghi, poco distante dall’ingresso» di Olièna. «Si trattava di una grande pira, come quella che si costumava fare per la festa di Sant’Antonio Abate, sulla quale veniva poggiato un fantoccio fatto di paglia e ricoperto di stracci e di vecchie pelli... Quando i cavalieri venivano avvistati si dava fuoco alla pira e il fantoccio bruciava. Alla vista delle fiamme, che si levavano alte, i cavalli s’impennavano e spesso dame e cavalieri venivano sbalzati di sella».
La Turchi ricorda che la festa ha origini molto antiche, ed era riesumata specialmente in occasione di guerre, in particolare quelle navali fatte contro i Musulmani (quella centrale fu la battaglia di Lepanto). I soldati olianesi si raccomandavano a san Giovanni, ed una volta tornati lo onoravano in quel periodo. Il Mamuthòne, ossia il fantoccio, prima che fosse arso, era menato tre volte attorno alla vicina chiesa di san Francesco, poi veniva immerso nella fonte di Masilòghi. Dopo il rogo, cominciavano le danze e il divertimento si protraeva sino a tarda notte. La Turchi ricorda che nella Grecia arcaica quella del fantoccio annegato e bruciato era la sorte più comune delle vittime sacrificali, dei capri espiatori, del pharmakos, dei re sacri. Attorno a quel periodo, nell’antica Roma si svolgeva una solenne festa con luminarie dedicata a Diana Lucina (identificata con la Dea Madre mediterranea).
La Turchi (p. 66-67) suppone che Masiloghi fosse anticamente una fonte sacra. Il nome dei terreni circostanti è Prugatóriu ‘Purgatorio’, quindi è facile supporre che il sito fosse un luogo di purificazione, che lei ipotizza riservata agli affiliati ai Misteri Eleusini.
A parte il suo riferirsi ai Misteri Eleusini e non a quelli siro-fenici di Adone, l’interpretazione è giusta. Masilòghi è un composto sardiano con base nell’akk.masûm ‘detergersi, ripulirsi, purificarsi’ + lugû ‘porta, ingresso’, col significato sintetico di ‘Porta della Purificazione’.

MESSI. La Funtana Abbamessi si trova a Perdasdefógu. A Sàdali si trova Taccumessi; a Santulussùrgiu riu Messi. L’idronimo deriva dall’ass. mesû‘lavato, pulito’, ugar. mesû ‘lavare, pulire, purificare’: quindi il sintagma Abbamessi significò ‘acqua purificatrice’.

MÓDOLO. Vaia 3a.

MUTTEḌḌU. Vai a 3a.

NULUTTU (rio Nulùttu) in agro di Esterzìli; ma c'è pure il toponimo Su Nulùttu in agro di Ulássai. La base etimologica è il sum. nu ‘creatore, origine’ +lutur ‘bambino, giovinezza’. Il significato sembra essere quello di ‘Creatore di gioventù, di giovinezza, di bambini’. Forse in tempi arcaici si vide in quel rio apportatore di acque fresche e purissime quasi lo sperma del Dio della Natura, quindi un generatore di nuova figliolanza. Va da sé che le donne del villaggio anticamente dovettero recarsi in processione sino al fiume per imprecare figliolanza da Dio.

NURDÒLE nuraghe in agro di Oráni. Dolores Turchi4 informa che al suo interno c’è una grande vasca avente funzioni lustrali. Collegandosi al fatto che in agro di Dorgáli esiste un nuraghe detto Prugatóriu ‘Purgatorio’, e legando questo toponimo a tanti altri esistenti in Sardegna con pari nome, ipotizza che in Sardegna in età pre-cristiana ci fossero parecchi siti destinati alla purificazione, più che altro legata, secondo lei, al culto di Dioniso ed ai Misteri Eleusini. Elemento centrale di tale intuizione è il toponimo-idronimo Masilòghi (vedi più su). Quanto a Nurdòle, per esso è da supporre un composto sardiano con base nell’akk. nūru ‘luce, splendore (del Sole, ossia di Dio)’ + dulû ‘secchiello’ (nel senso di contenitore d’acqua) < sum. dula ‘vaso’. Il composto (stato costrutto nūr-dulû) indicò in origine il ‘nuraghe della purificazione’.

NURÉCI comune dell’Alta Marmilla, prossimo alle falde della Giara di Gésturi. Il toponimo apparve in RDSard. a. 1341 come Nurichi. Al pari del paese di Nurágus, sembrerebbe derivare il nome da nurághe, che è dal babil. nuar ‘tempio elevato’, con successiva metatesi tipicamente sardiana; oppure direttamente dal sum. nuragu ‘complesso edilizio di Dio Fulgido Creatore’. Ma Nuréci potrebbe ricevere, oltre a questa, anche la seguente etimologia: sumero nu ‘creatore’ + akk. reu ‘creatore’, tautologia per indicare e onorare, col doppio nome ripetuto in due lingue successive, il ‘Padre dell’Universo’. Se fosse così, dovremmo ammettere che non solo nel piccolo altopiano di Genòni fu eretto un tempio al Dio Padre Onnipotente, ma che ciò avvenne anche aNuréci, il cui tempio divenne così famoso da dare il nome – per antonomasia – a tutto il paese.

NURRA. Vai a 2f.

OLÉRI. Vai a 3a.

OSPOSIDDA. L’alto Monte Osposidda (m 919) in agro di Orgòsolo si trova quasi alla base delle falesie del Supramonte. Un tempo era boscosissimo (oggi lo è per interventi forestali), ma la sua bellezza deriva principalmente dalla forma perfettamente conica. Abbiamo già notato la vocazione sacra in altri monti di forma similare: erano adibiti come altissimo altare del Dio Sole. Doveva succedere anche qui. Per Osporrái ho indicato la base in gospo, (g)ospo‘stanziamento’; per questo monte ribadisco il significato di ‘stanziamento’, cui s’aggiunge il significato già indicato per Osìdda, che è forma femminile etrusca Usilla per Usìl ‘Sole’. Quindi Osposìdda significa ‘tempio del Sole’, ‘stanziamento, luogo dedicato al Sole’.

PALU. Vai a 3a.

PALU IRDE o Balu Irde. Vai a Palu3a.

PANI LÓRIGA. Il toponimo di Santádi sembra un doppio cognome: Pani che significa ‘pane’ + Lòriga che indicò propriamente l’anello di ferro accanto alla porta d’in­gresso per legarvi le briglie del cavallo. I toponimi del Sulcis hanno spesso due cognomi, in virtù della vecchia usanza di connotare ambo i coniugi. Ma se al toponimo vogliamo dare anche la patente di nobiltà meritata da questo sito strategico contenente importanti vestigia fenicie, ci sentiamo di proporre la base più consona, l’accadico pānu, che per i semiti è la ‘faccia, il colore (della faccia)’ e più precisamente la ‘faccia del Sole, di Dio (che sfolgora rossa e incandescente)’. È il greco Πν, anch’esso originariamente riferito al Sole ed in seguito alla deità dei boschi. In ebraico si diceva penû ’El‘faccia del Sole, di Dio’. Anche la dea della fertilità e dell’amore, Tanit, era detta Tanit Panè Baal = ‘Tanit Volto di Baal’, come dire ‘Volto dell’Universo, del Dio più grande, quello che governa il mondo’. In fenicio p‛n significa ‘volto di…’ e pny ‘davanti a’.
Va da sè che Pani Lòriga fu, fin da età pre-nuragica, un luogo sacro dove si adorava il Dio Sole. Pani Lòriga significò, a quei tempi, ‘Corona del Sole Splendente’.

PISCÁNO. Il Monte Piscáno in agro di Ardaùli è noto anche per un nuraghe. Tenendo conto del fatto che i nuraghi erano altari del Dio Sommo (rappresentato dal Sole), va da sé che Piscáno è un attributo di Dio medesimo, dall’akk. pišqupirqu ‘redenzione’ (di una persona da un pegno o promessa solenne). Vai al lemma Piscu.

PISCU. C’è il Nuraghe Piscu in agro di Suélli. Tenuto conto del fatto che i nuraghi erano altari del Dio Sommo (rappresentato dal Sole), va da sé che Piscuè un attributo di Dio medesimo, dall’akk. pišqupirqu ‘redenzione’ (di una persona da un pegno o promessa solenne).

PUTTU CODÍNU. Vai a 2a.

ROMANZÉSU è una località in territorio di Bitti dove c’è un sito nuragico originale, con un vero anfiteatro shardana, l'unico sinora conosciuto nell'isola, il quale, essendo allagabile, sembra avesse la vocazione di piscina battesimale.
Il toponimo Su Romanzésu non ha mai ricevuto traduzione, ma soltanto l'attenzione di paretimologie che lo rendono equivalente all'it. romantico. In realtà il toponimo è spia di un antichissimo appellativo accadico rivolto al Dio Sommo. La base etimologica è Rīmē 'Toro divino' + Anu(m), Annum 'Dio del Cielo' < sum. an 'cielo'. C'è anche il composto accadico Rīm-Anum 'Dono di Anu', 'istituire dono ad Anu'. Con tutta evidenza, il luogo doveva essere dedicato al Dio Sommo del Cielo.
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RONCA, Ronco, Ronchi cognome anche italiano, di origine mediterranea, la cui base etimologica è la stessa del cognome sardo Brunco e del comunebruncufruncuruncu indicante il ‘grugno del maiale’. Ho già trattato quel lemma più su.

ROTTU in Gallùra è l’aia a fondo lastricato. L’origine del nome è tutto un programma, dall’assiro rutumrutturū’ūtu ‘compagno, socio; amicizia, associazione’. Appare evidente che queste aie circolari lastricate fossero oggetto di contratti associativi. Erano normalmente situate lungo le strade nuragiche, in zona franca, e dovevano essere curate e gestite collet­tiva­mente, anche per il carattere sacro annesso alle operazioni della trebbia, tenute come autentici momenti di festa.

SANTÁDI comune del Sulcis. Si vuole il toponimo di origine agionimica, corrispondente a Sant’Agata, perché secondo lo Spano (1882) in carte antiche figurerebbe nella forma Sant’Ada (Carla Marcato). Ma non convince. In Sardegna abbiamo troppi nomi di sante nati dal nulla. Questo termine ha forte attinenza coi termini anta (s’anta) e Antas (vedi). In accadico Antu è la dea del Cielo, paredra di Anu ‘dio del Cielo’ (OCE 538). In fenicio è la stessaAštart.
Considerata l’importanza di Santádi nei culti shardana e fenici (vedi il grande tesoro trovato intatto nella grotta di Su Benatzu), dobbiamo pensare a Santádicome a un paese che ha per nome un epiteto sacro.
Possiamo proporre due etimologie accadiche: la prima è ša Antu adû ‘il villaggio di Antu leader’; la seconda può essere da sāntusāmtu ‘alba’ + adû‘leader’: sāmt-adû, col significato di ‘Aurora (nostra) guida’. Si noti che il lemma sāntusāmtu ‘alba’ non fu altro che ša Antu ‘quella di Antu, relativa ad Antu’, ossia proprio l’Aurora, la dèa Antu che si eleva al Cielo).

SANT’ANNA ARRÉSI comune del Sulcis. È proposto dal Paulis come derivato dall’antroponimo latino Arn(i)ensis, mentre la Atzori propende per vederci il campidanese arrési ‘rettile’ o ‘volpe’. Ricordo anzitutto che questo antichissimo villaggio, abbarbicato ad un nuraghe millenario, è tipicamente agricolo e, come altre volte ho dimostrato, i villaggi agricoli di pianura prendono nome da funzioni agrarie o da erbe tipiche o da animali e simili. Osservando il toponimo, leggo in filigrana una paronomasia creata apposta dai monaci bizantini, noti per la foga di cancellare ogni e qualsiasi segno delle antiche religioni. Il sito, grazie proprio al nuraghe accanto al quale è cresciuto l'abitato, doveva essere sacro al Dio sommo del Cielo, che per i Babilonesi ed i Semiti in generale era AnuAnnum. In origine il toponimo doveva essere Annum + rīšu 'celebrato, adorato': ci troviamo così dinanzi al nome + attributo del Dio altissimo.

SANT’ELÌA nome di varie località, ed anche cognome. È corruzione del cgn Santeddu (vedi), operata, ovviamente, dai preti bizantini durante la guerra contro le religioni “pagane”. Infatti Santeddu (in origine SantelìaSant’Elìa) era scritto sāntellu, stato costrutto di sāntusāmtu ‘alba’ + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato di ‘Alba, Aurora pura, sacra’ (epiteto riferito alla dèa Antu, la paredra del dio Anu (Dio sommo del Cielo, che rappresentava il dio Sole: infatti il lemma sāntusāmtu ‘alba’ non fu altro che ša Antu ‘quella di Antu, relativa ad Antu’, ossia proprio l’Aurora, la dèa Antu che si eleva al Cielo).
Da tutti i ricercatori è riconosciuto che il nome personale Elìa mascherò il Dio sommo del Cielo, ossia il fenicio-ebraico EliElu, che nella nuova religione cristiana fu degradato a “santo”. Quindi è ovvio che SantelìaSant’Elìa può anche significare ‘Ascesa di Eli’ ossia ‘Ascesa del dio Sole’, ‘il sorgere del dio Sole’. Sono quindi valide ambo le ipotesi qui fatte, quella di sāntellu e quella di sāntu Eli, Elu.

SCALA MUGHÉRES è un sito del territorio di Ardaùli dove stanno delle domus de janas. Per approcciare acconciamente l’etimologia occorre sempre ricordare che le domus de janas furono dei luoghi sacri, sorta di “chiese”, dove i parenti o l’intera comunità in giorno preciso si recavano a pregare e offrire doni o sacrifici. In tal guisa, l’etimologia può essere individuata nell’akk. muru (un genere di offerta), o (un genere di preghiera), o (una costruzione cultuale). Scala Mughères indicò una delle tre cose. Non indicò giammai la ‘scala delle mogli’ (spagnolismo), che è una paronomasia intervenuta con la conquista spagnola secondo il seguente processo: muru > muhére (diventato il plurale mujeres in virtù della pluralità degli scavi).

SERRÈLI cognome per il quale una prima ipotesi etimologica può essere quella di un composto d'origine accadica, šerru(m) 'bambino', 'discendente' + eliš'come un dio', col significato complessivo di 'discendenza divina'. Ma un esame più attento fa propendere per un'origine ugaritico-ebraica: da rry 'altura' +Ilu 'Dio', ebr. El, col significato complessivo di 'altura di Dio' ossia 'altura dove si adora Dio’, dove c'è un tempio uranico per onorare il Dio del Cielo.

SICCUSu Siccu è il nome d’un litorale oggi inglobato nell’area urbana di Cagliari, tra il porto militare ed il Canale di Mammarranca (o delle Saline). Il sito originario doveva stare esattamente alle falde e davanti all’altura calcarea oggi dominata dalla chiesa catalana di Bonaria (l’attuale sito pianeggiante ai suoi piedi – Piazza dei Centomila e dintorni – è chiamato Su Siccu per estensione, essendo stato riempito con le macerie dei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale).
L’origine del toponimo dovrebbe essere dal bab. sikkum ‘bordo, margine’, da interpretare come ‘molo, linea regolare di battigia (ai piedi del colle)’: non a caso vi approdò la flotta d’invasione iberica nel 1323. Va rammentato che ai tempi dei Fenici questo sito doveva essere poco o punto antropizzato (esclusa forse l’esistenza di un’area cimiteriale). Se attività c’erano, esse erano al servizio della vicina salina, per l’ammasso del sale destinato all’imbarco. In ogni modo lungo il litorale doveva passare una strada che da Karallu (Cagliari) procedeva a sud transitando per Lapòla (vedi lemma), con capolinea al tempio diVenus Ericina sul Capo S.Elia.
Venus Erycina (la Venere o Astarte di Erice) godette d’un culto molto esteso, tanto ch’era adorata persino a Cartagine, esattamente a Sicca Veneria, borgo fondato dai Siciliani alla sommità d’un rilievo alto 770 m presso la casbah di El Kef, da cui proviene una statua di Venere. «Il culto africano di Venus Erycina è documentato specialmente nella narrazione di Eliano relativa al trasferimento della Dea di Erice per nove giorni ogni anno, in Africa, e del suo ritorno in Sicilia. Valerio Massimo aggiunge la notizia della prostituzione sacra a Sicca Veneria»5. «Anche per la Sardegna dobbiamo ammettere una derivazione siciliana, mediata dai Punici, del culto dell’Erycina, documentato in modo diretto in una iscrizione punica di Carales. Il tempio di Aštart ericina di Carales venne scoperto nel 1870 da Filippo Nissardi alla sommità del promontorio di S.Elia… presso la torre omonima. All’interno [del tempio ridotto alle fondazioni] era applicata una lastra in calcare frammentata, con iscrizione dedicatoria ad Aštart Ericina, in punico». «Le dimensioni ridotte dell’epigrafe denunziano evidentemente il carattere privato del voto, secondo il modulo noto ad esempio nel tempio di S.Nicolò Gerrei (Cagliari) dove un Cleon salari(ussoc(iorums(ervusdedit Aescolapio Merre un altare in bronzo» (Zucca: idem).
Sono grato a Raimondo Zucca delle preziose note, ed altrettanto grato all’archeologa Carmen Locci che me le ha fornite ed illustrate. Ciò mi consente d’ipotizzare, a sud di Karallu, un terzo sito di prostituzione sacra, oltre a quello di Lapòla e di Capo S.Elìa, un sito incastonato probabilmente dove fu poi edificata la chiesa catalana di Bonaria. Non dovrebbe meravigliare più di tanto una pletora di lupanari in quel di Karallu, considerato che, intanto, tutte le donne dovevano prostituirsi almeno una volta prima di convolare a nozze.
Mi è forza insistere sulla tesi del terzo lupanare, non tanto e non solo per la ripetizione in terra sarda di un toponimo (Siccu) pressoché identico a quello del territorio cartaginese (Sicca), ma perché ancora oggi in Sardegna sopravvive un gesto “volgare” chiamato proprio sicca (altrove ficca) o meglio, al plurale,siccasficcas. Il gesto si fa infilando il dito pollice tra l’indice e il medio, stringendo il pugno (anzi i due pugni, per raddoppiare l’effetto) e puntando lesiccas contro la persona interessata, o contro il cielo in segno di maledizione.
Per la verità, le siccas non sono sempre dei gesti maledicenti: oggi spesso lo sono, ma ancora più spesso sono apotropaici, un tempo dovevano essere soltanto segni apotropaici. Ciò dimostra che, dopo quasi duemila anni, il popolo, redarguito dal clero cristiano, è ancora indeciso sulla finalità delle siccas. Dobbiamo ricordare che, nella ritualità antico-romana e mediterranea in generale, fare la sicca e toccarsi con essa la fronte (meglio: fronte-bocca-petto, proprio come oggi si fa il triplice segno della croce) era un gesto propiziatorio rivolto – al solito – alla divinità che sovrintende alla fertilità ed alla vita sul pianeta.
Che la sicca indicasse, schematicamente, un organo sessuale, è chiaro. Va chiarito quale. La sicca è fatta principalmente dalle donne. Poiché gli uomini – oggi ed anche in epoca romana – usano ed usavano fare lo stesso gesto con altre dita (il medio dritto e tutte le altre dita piegate, in modo che risalti lo schema d’un pene eretto), è chiaro che le donne con la sicca intendevano esprimere la vulva, dove il pollice appena emergente dal pugno indica il clitoride ch’emerge dalle grandi labbra.
Questo stupefacente impasto di gesto, di toponimo, di storia sacra mediterranea è una interessante sopravvivenza che il clero cristiano è riuscito (non del tutto) a cancellare. Sembra ovvio che la Sicca in epoca cartaginese rappresentasse simbolicamente, per tutto il popolo sardo, proprio il culto di Aštart d’Erice. Infatti la sicca/ficca sopravvive ancora oggi in tutta la Sardegna.
Tutto questa disamina non deve far dimenticare che nella Sardegna interna vige ancora oggi, con lo stesso significato, il termine friscas, dove si scorgono dei significati convergenti con quelli qui esaminati. La base etimologica di friscas è l’akk. per’uperu ‘bud, shoot, gemma, germoglio’, scion, rampollo, descendant’ + isu(m) ‘assegnazione’, ‘offerta’. I due termini accadici, uniti in stato costrutto e soggetti a metatesi, sembrano dipingere un quadro tenebroso per noi moderni: per’-isu > fr-isca sembrerebbe interpretabile come ‘assegnazione, destinazione (del primogenito: bud, shoot, scion) alla divinità’. Ma potrebbe essere interpretato anche come ‘offerta delle primizie’ (della terra).

SIGHIÁNZU è un nuraghe in agro di Ardaùli. Il termine sembra uno stato costrutto accadico, esattamente un termine sacro, un epiteto legato al fatto che il nuraghe fu l’altare del Dio Sommo (nella figura del Dio Sole). Sighiánzu potrebbe essere scomposto nell’akk. u ‘detenzione, cattività’ o siki ‘pelliccia, piumaggio (d’animale) + Anzû ‘aquila con testa leonina’: stato costrutto i-Anzû, col significato di ‘detenzione di Anzu’ oppure siki-Anzu ‘piumaggio di Anzu’. Anzu, originaria aquila-araldo di Ningirsu che era patrono della città sumerica di Lagash, fu talvolta identificato con lo stesso dio. In altri momenti vediamo che Enki, dio della sapienza e delle arti, raccomanda il mostro Anzu al servizio di Enlil (figlio di An, arcaico dio dell’aria).
Un’altra etimologia di Sighianzu può essere dal sum. sigi (una dèa delle nascite) + an ‘cielo’ + zu ‘conoscenza’, col significato di ‘dea che genera la conoscenza’, oppure sigi-Anzu col significato di ‘Madre di Anzu’.
Per una maggiore conoscenza di Anzu, preciso che Imdugud o Im.dug.ud.mušen è probabilmente il modo corretto con cui i Sumeri chiamavano questa creatura terrificante. Il suo equivalente in accadico è An-zu-u.
L'origine e il significato del nome della creatura sono ancora praticamente sconosciuti. È certo che con AnzuAnzud veniva identificato un uccello rapace gigantesco che gli stessi Sumeri immaginavano simile alla fitta e spessa nube che ricopre il cielo annunciando l'arrivo di un uragano. Il suo volto e la sua testa sono come quelli di un giovane leone, le sue ali d'aquila gigantesche agitandosi provocano turbini e tempeste di sabbia. La combinazione di parti di più animali letali (leoni, serpenti, scorpioni,aquile) nell'iconografia mesopotamica solitamente veniva adoperata per indicare una manifestazione demoniaca che, come già descritto, era ritenuta pericolosa ma non necessariamente malvagia. Infatti l'immagine di Anzu è stata ritrovata in numerosi manufatti, anche di tipo cultuale, fin dal periodo sumero più antico. In tali raffigurazioni lo vediamo sia come "predatore" che come "protettore". Diffusa è inoltre la sua presenza nei testi letterali come "Lugalbanda e Enmerkar" e il "Mito di Anzu e le Tavolette dei Destini". Nel primo componimento, Lugalbanda stesso, conscio della potenza di tale essere, se lo rende amico donandogli del cibo e promettendogli la costituzione di un culto in suo onore. In cambio la creatura divina lo ricompensa con poteri sovrannaturali. Nel secondo poema, molto più famoso e interessante, Anzu, dapprima al servizio di Enlil, sovrano degli Dei, lo tradisce rubandogli le insegne talismaniche dell'Autorità Suprema, le Tavolette dei Destini. Tale evento provoca un collasso dell'andamento cosmico, dell'ordine universale. Il racconto si conclude con l'intervento di Ninurta che sconfigge Anzu, recupera le preziose tavolette e riporta così l'ordine al mondo.

SIRIMÁGUS. Il Monte Sirimágus, in agro di Carbònia, fu ritenuto l’abitazione del Diavolo. Vietato portarci le greggi, andare a far legna, avviare coltivazioni. Sta al centro di un triangolo tabuico nell’area collinare tra Carbònia, Tratalìas e Perdáxius. Soltanto le pendici del Monte fanno eccezione, grazie alle sorgenti. L’area è meglio nota come Sa schìna de s’Ifférru ‘la schiena dell’Inferno’. Si dice però (ecco il fatto illuminante) che fino a circa 400 anni fa il Monte fosse meta di pellegrinaggi cristiani: ai canonici che ci avevano eretto una chiesa si portavano cibi e doni. Qualcosa andò storto, e la zona divenne off-limits. Sino a poco tempo fa, le vecchie dicevano che chi si avventurava rischiava di venire schiacciato da massi rotolanti.
La memoria della gestione pretesca delle processioni riguarda, a quanto pare, la volontà della Chiesa cattolica di controllare certe processioni paganeggianti. Che poi tale controllo sia cessato con l’avanzare dell’Inquisizione e della Controriforma, fu soltanto perché si preferì rendere maledetto il sito. Queste notizie, estrapolate da pag. 39 de L’Unione Sarda del 16 luglio 2006 (articolo di Andrea Scano), aprono uno squarcio sui processi di dominio della Chiesa, operati sino ad epoche recenti, considerate le varie tendenze paganeggianti ancora presenti nelle tradizioni popolari.
Il mistero di quelle processioni pagane e della loro logica intrinseca può essere chiarito soltanto con l’indagine etimologica, mediante la quale si capisce cheSirimágus è un composto sardiano con base nell’akk. īru(m) ‘esaltato, supremo, splendido’ di un dìo + maû(m) ‘delirare, diventare frenetici’. Si capisce allora che il Dìo venerato sul Monte era il dio della Natura, destinatario delle processioni bacchiche e orgiastiche mirate alla rigenerazione.

SPINELLI cognome di area italiana avente a base il cgn Spina, che è un composto avente la base nell’akk. sippu(m) ‘contrafforte, sperone’ delle mura cittadine + īnu ‘punto di vedetta’ (letteralmente: ‘foro per spiare’), col significato complessivo di ‘contrafforte di guardia’. La sua trasformazione fonetica passa per lo stato-costrutto sipp-inu > s’ippìna (inteso poi come ‘la spina’) > spina. Quindi in Sardegna Bruncu Spina (la vetta gemella di Punta la Marmora nel Gennargentu) risulta essere una tautologia che indica lo stesso fenomeno. Nel caso di Spinelli, al cgn Spina è stato apposto il suffisso -élli che denota qualcosa di sacro, di rituale, dall’akk. ellu ‘sacro, ritualmente puro’. Il significato di Spinelli fu, dunque, ‘vetta sacra’, ‘altura sacra’.

TÀNGARI cognome in Oristano ma di area italiana, che non corrisponde al sostantivo offensivo tàngarotànghero, come invece propone Pittau DCS. A mio avviso, la base è accadica, da dânudiānum ‘dare giustizia’, ‘esercitare la giustizia’ + arû ‘santuario’, col significato di ‘santuario dove si amministra la giustizia’.

URPÌDAPardu Urpìda è un prato alquanto vasto e molto umido, che sta alla base della falesia trachitica sotto l’abitato di Ardaùli, nella quale sono state scavate delle domus de janasUrpìda non ha alcuna attinenza col sardo ùrbidu, che invece è un ‘viottolo stretto e ingombro di selva’, una ‘forra’, spesso con rocce alte che la delimitano.
Il lemma Urpìda può avere attinenza con la sacralità del sito, nel quale forse il popolo si riuniva in preghiera davanti al tempio rappresentato dalle domus de janas. Se l’ipotesi è congrua, la base etimologica starebbe nell’akk. urû ‘scodella, conca’ + pīdu ‘perdono, indulgenza’: stato costrutto ur-pīdu col significato di ‘valle, conca delle indulgenze’.

UTA. Vaia 3f.

VALVERDE. È paronomasia di Palu IrdeBalu Irde. Per la discussione vai a Palu3a.

VILLA CLARA. Oggi il poggio calcareo dove sta la facoltà di Lettere è inglobato nell’abitato di Cagliari. Lo possiamo tradurre come Villa Claro, dandole il nome giudicale del sito di S.Chiara a Balláo. Anche la chiesa di santa Chiara a Cagliari era situata in una scarpata calcarea, esattamente come a Villa Clara. In quel di Balláo si pensa esistesse un tempio ad Apollo Clario, ch’era un Apollo oracolare come l’Apollo Pitio, ma proveniente dall’Anatolia. Meloni (398) dà qualche chiarimento al riguardo. «Un certo interesse nella storia delle istituzioni religiose sarde riveste l’iscrizione rinvenuta fra le rovine della chiesetta di S.Nicola presso Villa S.Pietro di Pula e da riportare, quindi, a Nora, con una dedica “Agli Dèi e alle Dee secondo l’interpretazione dell’oracolo di Apollo Clario”: Dis Deabusque secundum interpretationem oracoli Clari Apollinis. La stessa dedica è attestata in altre quattro province dell’impero, in Britannia (ove il dedicante è una coorte ausiliaria di stanza nell’isola), in Dalmazia ed in Africa, nella Numidia e nella Mauretania Tingitana. Tutte e cinque le iscrizioni vengono ritenute coeve e, sulla base del nome della coorte di Britannia ( la I Tungrorum), datate fra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C.; inoltre, poiché solo un’alta autorità poteva dare disposizioni per porre questa dedica in province dell’impero tanto distanti fra loro, si è pensato allo stesso imperatore Settimio Severo (193-211) o, preferibilmente, al figlio Caracalla fra il 213 e il 214. L’oracolo Clario era quello di Claro, una località della Lidia, nella costa occidentale dell’Asia Minore, ed è probabile che i dedicanti fossero sempre reparti militari. Il culto di Apollo sembra attestato in Sardegna per Carales dal riferimento di una «Via Sacra detta di Apollo» – per Sacram Viam quae dicebatur Apollinis – che si trova nella Passione di S.Saturno, se si accetta la storicità della notizia».
Dopo questa dotta presentazione, notiamo che l’etimologia del lat. clārus ‘luminoso, famoso’ si basa sull’akk. qalûm ‘ardere, raffinare’, qālû ‘acceso’ (OCE II 368). Si deve pensare che in origine questi toponimi e le loro località riguardassero il culto del Dio Sole.

VILLAGRANDE STRISÁILI comune dell’Ogliastra. È diviso in due villaggi, Villagrande S. e Villanova S.; il secondo toponimo è un’evidente derivazione dal primo, per una suddivisione insediativa resa necessaria al fine di gestire più correttamente i terreni migliori e più estesi, che sono gli alti-pascoli arborati.
Il secondo lemma del toponimo apparve già nel RDSard. a. 1341 come Strissayli, poi Strisaili. L’abitato giace in una pianura montana su granodioriti tonalitiche, con suoli buoni per la semina dell’orzo. Oggi il villaggio, che sta vicino al lago alto del Flumendosa, è vocato al pascolo, ed infatti il territorio è tutto un pascolo arborato. L’appellativo Strisáili, antichissimo, deriva sicuramente dal fatto che l’ondulato altipiano, ricchissimo di pascoli e d’acque (ci nasce persino il fiume più potente dell’isola, il Flumendosa), fu ritenuto un autentico dono di Dio, e così nominato, dal babilonese šitrau ‘splendidissimo, superbissimo (epiteto di dei)’ + ilu ‘Dio’, su cui fu in seguito operata la classica metatesi. Strisaili (da Šitrai-ilu > *Štrisai-ilu) significa dunque ‘Dio splendidissimo’.


1  Salvatore Dedola, La toponomastica in Sardegna, Grafica del Parteolla, 2012
2  Per la cui etimologia vai a Salvatore Dedola, La Flora della Sardegna
3  Maschere, Miti e Feste della Sardegna 60 sgg
4  Masche, miti e feste della Sardegna 70