Visualizzazione post con etichetta popoli mediterranei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta popoli mediterranei. Mostra tutti i post

domenica 21 dicembre 2014

SOLSTIZI

LA FESTA DI SAN GIOVANNI E IL SOLSTIZIO D’ESTATE

da http://www.contusu.it/
di Valentina Lisci

Ma quando le crepe della festività cristiana iniziano a scricchiolare, un orecchio curioso  vi potrebbe scorgere sopravvivenze pagane di grosso rilievo. In effetti il giorno del 24 giugno è l’apice dell’arco di festeggiamenti che iniziano il 21 e che erano tradizionalmente conosciuti sotto il nome di Solstizio d’Estate. La parola solstizio potrebbe evocare in voi complesse formule geometrico-astronomiche o nere lavagne di ardesia in cui la maestra arpeggiava –inutilmente- effimere lezioni sul sistema solare.




Niente di più semplice invece. Iniziamo dal nome, perché esso è tutto, molte volte da solo basta a rendere il concetto.
Solstizio deriva dal latino “Sol stat” che significa “Il sole staziona”. Nel periodo compreso tra il 21 e il 24 giugno , al tramonto, il sole raggiunge il massimo punto sull’orizzonte e da quel momento in poi inizierà a tramontare sempre più in basso. Sono  giorni in cui il numero di ore di luce supera il numero di ore di buio, i giorni più lunghi dell’anno. Dopo il 24 giugno inizierà la lenta e inesorabile discesa dell’astro sull’orizzonte fino ad arrivare di nuovo alla vittoria delle tenebre sulle ore di luce, sconfitte il 24 dicembre (solstizio d’inverno) in cui il sole riprende la risalita e le giornate iniziano ad allungarsi. Anno dopo anno, stagione dopo stagione.
Ma la festa di San Giovanni non coincideva forse con l’inizio dell’estate? Secondo il calendario astronomico si,  per il calendario agricolo siamo già a metà estate. Ricordate Shakespeare con “Sogno di una notte di mezza estate”? Egli ambienta la sua commedia di equivoci proprio nella notte del 24. E’ una notte magica perché il particolare fenomeno astronomico che si verifica ha influssi benigni sugli elementi, sulla terra e su coloro che vi abitano, in particolare conferisce “poteri magici” al fuoco, all’acqua e alle erbe, i simboli della notte di San Giovanni.



Simbolo del sole che trionfa, il fuoco purifica, allontana il male e le negatività e suggella patti di amicizia che dureranno una vita, forti come la parentela: i cosiddetti “compari” e “comari” di San Giovanni, che ancora oggi in qualche paese saltano il fuoco prendendosi per mano, a sancire la nuova unione. L’acqua acquista particolari proprietà terapeutiche nonché divinatorie, usata sì per lenire dolori e disturbi (in una società che non aveva la farmacia sotto casa!) ma anche per vedere il futuro, predire carestie, matrimoni, nascite. La rugiada raccolta nelle prime ore di luce rappresentava il tesoro per eccellenza.
Usanza tuttora diffusa nel Campidano e in tutta la Sardegna è la preparazione dell’acqua di San Giovanni, che si ottiene lasciando a mollo le erbe del santo tutta la notte, che, insieme all’acqua, verranno usate la mattina seguente per il bagno o semplicemente per lavarsi il viso. Le erbe infatti sono le regine indiscusse della festività: iperico, timo, rosmarino, menta, assenzio, elicriso, lavanda, venivano raccolte dalle esperte mani femminili in grado di discernerle,  essiccarle e usarle durante l’anno. Non è un caso che i giorni del solstizio rappresentino il  periodo di massima fioritura delle erbe. Anche queste avevano la capacità di predire il futuro: legate in numero di nove e messe sotto il cuscino avrebbero svelato in sogno il volto del futuro marito.
Non che il volto fosse importante quanto la condizione sociale: ecco un fiorire di rituali sempre legati alle erbe che permettevano di capire se il promesso sposo sarebbe stato pastore, agricoltore o ricco signore. In una società come quella sarda, fondata fino a pochi decenni fa su agricoltura e allevamento, la festa del solstizio rivestiva una funzione importante, segnando il passaggio al periodo delle messi e della raccolta.



Ecco quindi che la “nuova” religione (appena duemila anni di storia!) secondo il noto motto “chiodo scaccia chiodo” ovvero “meglio sostituire e imitare che distruggere”, si è appropriata di questa festa soppiantandola con la natività di Giovanni. Stesso procedimento per il solstizio d’inverno, che cade intorno al 21/22 dicembre.  Vi suona familiare questo periodo? Senza dimenticare che il 27 dicembre è la ricorrenza di un altro  Giovanni, l’Evangelista. Quasi che i due santi fossero i custodi dei solstizi, le due facce di quel Giano Bifronte che apriva e chiudeva le porte dell’anno. Insomma, sarà pure diventata una celebrazione cattolica ma  ai nostri giorni  il legame viscerale con questa festa è forte e si contano a decine le tradizioni che di cattolico hanno ben poco. Occorrerebbe un po’ di scavo nella memoria storica delle generazioni che ci hanno preceduto e che ci possono raccontare qualcosa di più a riguardo.  Tutta questione di perizia e di allenamento! Buon Lavoro!

do  Valentina Lisci

venerdì 19 dicembre 2014

GERGO DEI RAMAI DI ISILI

GERGO DEI RAMAI DI ISILI (Sardegna), un gergo che finora era rimasto all’ombra delle ricerche linguistiche. Un gergo che getta limpida luce sull’origine degli Zingari-Ramai nel Mediterraneo, in Europa, in Asia.
Il gergo Ramaio di Isili è il sistema linguistico più antico della Sardegna e del Mediterraneo. Esso getta intensi bagliori sulla nascita della Lingua Madre Mediterranea.

si Salvatore Dedola


da http://www.sardiniaportal.net/it/notizie/20/isili.html



ALCUNI LEMMI DEL GERGO RAMAIO DI ISILI (ETIMOLOGIE)

ARBARESCA (sinonimo di romanisca, arromanisca: vedi), denominazione del gergo isilese dei ramai (trottoniéris) e dei rivenditori ambulanti di oggetti di rame (piscaggiáus). Stando a Francesco Corda (SGR 24), «è stata ipotizzata una derivazione da arbër ‘albanese’ o da arberëše ‘italo-albanese’. Di “probabilissima appartenenza all’albanese” sono, per il Cortelazzo, alcune voci gergali isilesi: arregadossudrughi ecc. Non è improbabile che arbaresca sia la denominazione originaria della parlata romanisca, intesa semplicemente come ‘linguaggio dei ramai’. Tale ipotesi è basata sui nomi dati al ramaio, al calderario, allo stagnino ecc. in vari gerghi di mestiere: arvar a Tramonti (nel Friuli), revara a Monsanpaolo (nelle Marche), erbaru a Dipignano (in Calabria)».
Pur rendendo omaggio ai pionieri che hanno dato avvio alle ricerche, cimentandosi per primi con le grandi difficoltà opposte da un gergo sino a ieri misterioso, mi permetto di non essere d’accordo con l’interpretazione del Cortelazzo; non concordo neppure con l’impostazione del Corda. L’ipotesi che questo vocabolo aggettivale possa essere un etnico indicante un gruppo di professionisti originari dall’Albania, sottenderebbe una ovvia conseguenza: che la lavorazione del rame sia stata sempre peculiare degli Albanesi, anzi che l’Albania in quanto tale sia stata il focus da cui s’irradiò nel Mediterraneo la tecnologia del rame. Ma vi osta il fatto che, a quanto si sa, l’Albania non fu mai produttrice di questo metallo. Vi osta pure la considerazione che nella storia greca e nella storia romana l’Albania non fu mai nominata per tale vocazione, neppure dai poeti greci (i quali, si sa, furono spesso i rivelatori di certe relazioni socio-economiche che sfuggivano financo agli storici). Queste considerazioni hanno un peso. Così come ha il suo peso la considerazione che già i Sumeri conoscevano il rame.
È da quest’ultima affermazione che occorre prendere le mosse. In secondo luogo, sono proprio le traduzioni etimologiche che propongo sui lemmi arbaresca eromanisca a gettare un potente fascio di luce sulla loro origine, che fu sumerica, appunto. Anche il rapporto reciproco tra i lemmi arbaresca e romanisca, evidenziato dalla traduzione, non porta alla loro confusione ma anzi distingue due figure professionali precise.
Infatti arbarescaarbaréscuarbaríscu ha la base etimologica nel sum. arab ‘vaso’ + isḫu ‘distribuzione’: arab-isḫu > metatesi arbaríscu, col significato di ‘distributore di vasi’. Quindi sembra chiaro che furono gli attuali piscaggiáius (i ‘rivenditori degli oggetti di rame’) ad avere l’identità originaria di arbaríscu.
Quanto a romanìsca, che denomina il gergo isilese dei ramai (trottoniéris) e dei rivenditori ambulanti degli oggetti di rame (piscaggiáius), la sua base etimologica sta nel sum. ru ‘costruzione’ + manu ‘legno, salice’ + isḫu ‘distribuzione’: ru-man-isḫu, col significato di ‘colui che costruisce coi salici e distribuisce’ ossia ‘intrecciatore di salici e distributore’ (come dire che quegli arcaici professionisti erano ‘cestinai’). Questa etimologia potrà lasciare stupefatto qualcuno, ma invece dà uno spaccato stupefacente ma realistico della più antica civiltà della Sardegna (e di Ísili), quella paleo-neolitica, allorchè non si usavano i metalli, e le costruzioni erano fatte intrecciando stuoie e casse-formi coi rami delle piante più adatte (canne, salice, ecc.). Le casseformi erano riempite di fango-sassi-paglia per erigere i muri e le muraglie degli abitati. Ma è chiaro che con romaníscu s’intendeva esclusivamente colui che intrecciava i salici per fare cestini, almeno alle origini.
Questa vocazione isilese è ancora viva, e procede affiancata all’arte ramaia. Ma è ovvio che l’arte della cestineria è molto più antica, e solo quando, grazie alla vicina miniera di Funtana Raminosa, gli Isilesi (i primi in Sardegna!) cominciarono a forgiare il rame, ecco che i cestinai passarono in secondo ordine (formando un’altra classe sociale), e romaníscu passò a indicare il ‘forgiatore-venditore del rame’.
Al riguardo vorrei fare un’osservazione di non poco conto. Sostengo che in Sardegna l’antichissima arte cestinaia degli Isilesi era arcinota e molto apprezzata, forse per il fatto che il vicino rio Mannu recava una pletora di ottimi salici da intreccio. A mio avviso furono proprio i salici a determinare la stanzialità della tribù primitiva e quindi la costruzione del primo villaggio, a fianco del quale sorse il nuraghe, l’altare del Dio Sole. Infatti il nuraghe Is Paras, il più celebre della Sardegna per l’incredibile perfezione della sua tholos, ha la base etimologica nel babilonese išparum ‘laboratorio d’intrecciatori’. Vedi al riguardo il fitonimo sardo ispartu, it. ‘sparto’, denominante il Lygeum spartum, nel Campidano detto tzinnìga. Questa voce ha la base nel babilonese išpartu ‘donna che intreccia steli d’erba’.
BÙFFULA ‘mammella’. Sembra che la forma curiosa derivi dall’opportunità che la mammella offre ai lattanti di succhiare il latte: da camp. buffái ‘bere’, ma pure ‘soffiare’. Per la mammella questa doppia semantica andrebbe bene, perché il pargolo che succhia sembra quasi che dopo ogni poppata la soffi con forza per tener gonfio l’oggetto del nutrimento.
Quanto sopra però deve servire a suscitare più acribia al momento della ricerca etimologica. Infatti non credo che la reale semantica di bùffula sia quella appena descritta. A mio avviso la sua arcaica base etimologica è il sum. pu ‘bocca’ + pu ‘sorgente’ + la ‘flusso liquido che esce in gran quantità’: pu-pu-la, col significato di ‘bocca di sorgente che emette in quantità’.
CALLÍU ‘bello’. Il lemma appare a tutta prima di origine greca: καλός ‘bello’. Ma questa prospettiva interessa soltanto chi non riesce a estendere il proprio campo d’indagine. Infatti il termine sardo attinge direttamente dal sumerico kal ‘pregiato, raro, di valore’ + u ‘ammirazione’: kal-u ‘(cosa) rara da ammirare’.
CAMPANÁRI ‘morire’. Se l’intuizione coglie nel segno, questo è l’ennesimo vocabolo ironico, fantasioso, col quale si vuole esprimere il momento solenne dell’addio, quello in cui si suonano le campane “a morto”. Altrimenti, sempre restando nell’ironia, sembra possibile intendere il verbo come un composto nella lingua delle origini, il sumerico, dal quale abbiamo l’agglutinazione kam-pa-naruakam ‘cambiare, diventare altro’ + pa ‘tasca, fossa’ + narua ‘stele’, con la descrizione sintetica dei momenti cruciali del trapasso: la morte, il loculo o fossa, la stele del ricordo.
COFFA ‘buona sorte, fortuna’. Il termine nel concreto indica (Logudoro) il ‘braciere’; in Campidano cuppa è il ‘braciere’, ‘cesto’, ‘paniere per trasporto’, che ha la base nell’akk. kūbu ‘vaso per bere, per versare’.
L’uso metaforico col senso astratto di ‘fortuna’ è pansardo. Coffa indica ciò che in altri termini è detto, volgarmente, culo, nel senso di ‘fortuna’. Quest’ultimo termine è sempre accompagnato dall’indice-medio contrapposti in forma circolare, a indicare la larghezza del collo del “vaso” necessario a contenere la… fortuna. Il campo semantico rievoca facilmente l’originaria cornucopia della dea Fortuna o il “vaso di Pandora” (dal greco ‘tutta doni’).
CÓIRA ‘pelle, cuoio’. Il termine ha la base diretta nel lat. corium ‘cuoio’, gr. κόριον (cfr. francese cuir ‘pelle, cuoio’).
CRABIÉLI ‘sole’. Anche questo termine sembrerebbe rinvia ironicamente a qualcos’altro, a idee più complesse, riferite a entità arcaiche il cui nome riesce a condensarsi soltanto nella essenzialità di un vocabolo. Ma stavolta non è proprio così. Se volessimo stare alla Bibbia, Gabriele è (forse) il secondo dei quattro arcangeli più importanti nella gerarchia, quelli che possono apparire davanti a Dio (1 Enoch 40). Sempre in 1 Enoch (9,9-10) è considerato strumento della distruzione degli empi. La tradizione ha associato Gabriele con l’arcangelo la cui tromba annuncerà il ritorno di Cristo. Eppure non possiamo credere che crabiéli sia l’ipostasi dell’arcangelo Gabriele.
In realtà il lemma ha la base etimologica nel sum. kar ‘risplendere’ + be ‘perfetto’ + akk. Elû ‘Dio del cielo’: stato costrutto kar-bi-Elû (e successiva metatesi), col significato di ‘Dio perfettamente risplendente’, riferito al sommo Dio in quanto Dio Sole.
DOSSU ‘maiale, suino’. Termine criptico che riceve luce esclusivamente con l’akk. duššu ‘abbondante, copioso’ (con riferimento al maiale d’allevamento). Ma molto probabilmente la vera base etimologica è il sum. du ‘adatto, utile’ + šu ‘totalità’: du-šu, col significato di totalità utile’. Si sa che del maiale non si spreca niente.