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domenica 4 gennaio 2015

Il Ciceòne

Il Ciceòne
di Salvatore Dedòla

 Si ritiene che i riti misterici abbiano fatto la loro apparizione in Grecia nell'età arcaica, forse tramite Cipro e Creta. Tali riti però erano già noti nelle civiltà del Vicino Oriente. Sin dal Neolitico l'uomo è stato avvezzo al sacerdote/sciamano quale figura essenziale per il ruolo d'intermediazione con le forze dell'ineffabile, e ciò spingeva lo sciamano a superare le barriere delle religioni ufficiali per tentare in qualche modo di ricomporre la scissione con Dio.
 Per l’antichità sono noti i misteri di Iside-Osiride, di Mitra, di Eleusi, di Samotracia, di Adone, di Attis-Cibele, ed i misteri Orfici. Quello di Mitra era l’unico mistero cruento, in quanto si sacrificava il toro, in ricordo del Toro primordiale. i Misteri greci erano di tutt'altro nerbo rispetto a quelli siro-fenici attecchiti in Sardegna. L'orfismo greco non solo ripudiava i sacrifici umani e persino quelli degli animali, ma tendeva ad elevare il livello della ricerca interiore, della rigenerazione spirituale dell'uomo, della fratellanza universale.
 L'appellativo greco mýstēs (μύστης) indica l'iniziato ai misteri; originariamente era il 'partecipante al rito notturno', onde mysticós (μυστικός) 'arcano', mystérion (μυστήριον) 'pratica segreta, dottrina segreta, cerimonia segreta'. La comune base etimologica è l'akk. mušītu (‘notte’, o meglio ‘tempo di notte’). La segretezza dei Misteri greci, al pari di quelli siro-fenici, fu mantenuta rigorosamente per tutta l'antichità; sappiamo soltanto che ad essi parteciparono uomini illustri come Pindaro, Aristofane, Euripide, Platone, Aristotele, Empedocle, Pausania, Cicerone, Elio Aristide, Marco Aurelio, Apuleio ed altri.
 Ma qual era la funzione storico-spirituale dei Misteri Eleusini nell'antichità greca?

 Essi venivano incontro ad un profondo bisogno psichico, a un forte desiderio spirituale. C'era bisogno d'integrare le due coscienze dell'uomo diviso, di mettere d'accordo la coscienza con la realtà. Misteri strettamente legati alla morte e alla resurrezione della Natura e dell’Uomo, rappresentata ideologicamente dalla morte e resurrezione di un Dio. Ogni popolo ebbe un proprio Dio che scendeva all'Inferno e poi resuscitava. La continuità e contiguità della tradizione mediterranea non sta solo qui, ma pure nella discesa agl'Inferi da vivi. Anche nell'antichità greca abbiamo superuomini e déi che scendono all'Ade e risalgono. Orfeo per la sposa Euridìce, Diòniso ci va a prelevare la madre Semele, Enea scende per parlare a suo padre. I Misteri di Eléusi erano intimamente legati ai festeggiamenti e alle celebrazioni in onore di Diòniso. Il padre Zeus aveva ceduto lo scettro a Diòniso ancora bambino, e lo aveva presentato come nuovo re. I Titani attirano Diòniso, lo uccidono e, fattolo in sette pezzi, lo cucinano e lo mangiano; solo il cuore si salva grazie a Pallade/Atena. Così nasce un nuovo Diòniso. Secondo Euripide, Diòniso è figlio della tebana Sèmele ed è presentato come straniero. Stranieri sono, in realtà, tutti quelli che nascevano a Tebe. Così lo fu il suo fondatore Cadmo, che proveniva dalla Fenicia. Ed in tal guisa arguiamo che i riti dionisiaci avevano una certa affinità con quelli del fenicio Adone. É lecito usare il termine orfismo come comoda semplificazione per indicare un insieme di miti e credenze, la ricerca di un certo tipo di vita, il divieto di sacrifici cruenti, la fede dell'anima custodita nel corpo per scontare le proprie colpe, la punizione dopo la morte per i profani, la beatitudine per gli iniziati.

da http://www.antika.it/005575_mitra-culto-in-epoca-romana.html


 Ogni anno migliaia di Greci andavano in processione verso il tempio segreto. Davanti al sacerdote, dopo lungo digiuno e lunghe purificazioni, agli iniziati veniva offerto il ciceòne (una bevanda sacra, che si dice basata sulla segale cornuta, un allucinogeno). «Le visioni che di lì a poco si presentavano ai loro sguardi erano di un'intensità e di una chiarezza straordinarie. Molte sono le testimonianze degli antichi che parlano di immagini divine e ineffabili, dove la morte e la vita acquistano un senso nuovo, circolare, ed il terrore svanisce in quell'estasi senza fine. Erano le stesse visioni dei sapienti, i padri dei filosofi» (Roberto Fedeli).
Ma voglio capire più a fondo cosa sia il ciceone. I Greci scrivevano κϋκεών e intendevano una miscela o bevanda di farina, cacio e vino, o anche miele (Iliade, 11,624); ma talora aggiungevano altre cose (Ippocrate, 390). Ovviamente gli indoeuropeisti affiancano il nome al verbo greco κυκάω ‘mescolo’ e lì si fermano, senza produrre l’etimo. Non sanno che il termine fu usato, con forma identica, anche in Giona 4, 6-7, dove lo si intese come Ricinus communis: kīkaiòn, קִיקָיוֹן. Dobbiamo supporre che l’olio di Ricino fosse conosciuto presso gli Ebrei quale ottimo purificante. E che la stessa conoscenza fosse estesa ai Greci. Anzi, dobbiamo credere che la miscela purificatrice del celebre ciceòne fosse più complessa, contenente pure una buona dose di olio di ricino, in virtù del quale il devoto si purificava al massimo e, praticando il digiuno durante la permanenza nel luogo sacro, si predisponeva al meglio per cogliere i momenti di alta spiritualità. In Sardegna il termine ebraico riuscì certamente ad imporsi. Ma dobbiamo ammettere che in seguito esso sia sparito, a causa del concorrere di fonetiche simili relative ad altri fitonimi che prevalsero.
Tra questi abbiamo Caccaòne, Càccao, diventato persino un toponimo del Supramonte di Baunéi, ma presente in altra forma anche nel territorio di Laconi (altopiano di Santa Sofia). Denota il 'biancospino' (Crataegus oxyacantha, var. monogyna). Caccaòne è anche il ‘picciolo, peduncolo di frutta e di foglia’, che sembra italianizzazione per cacchiòne. Pittau UNS 146 riporta anche il cognome sardo-medievale Cacabu, Cacau derivante dall'antroponimo lat. Cacca¬bus; ma questo a sua volta sembra oriundo dall'accadico, che è kakkabu 'stella'. Alla base di Caccaòne di Baunéi sta l'akk. qaqqadu, ebraico qōdqōd 'capo, vertice' (PSM 96) + sum. unu ‘sito’, col significato di ‘vertice, cima’, ‘sito della cima’. Su Caccaéddu in agro di Laconi significa invece ‘la cima sacra’, da ebr. qōdqōd + akk. ellu ‘sacro, santo’ (evidentemente c’era un tempio). Un altro lemma sardo caccaéḍḍu indica il ‘biancospino’ (vedi gall. caccaéḍḍu); secondo Paulis NPPS 366 ha tale nome «perché le foglie e i frutti sono usati per curare le diarree». Invece il fitonimo è un composto sardiano con base nell’akk. kakku (a small legume) + ellu(m) ‘pure, clear’ e simili, col significato di ‘legume ottimo’. È noto che i rossi frutti del biancospino si mangiano con piacere, e se ne fanno pure marmellate. Da qui il composto sardiano.

domenica 10 novembre 2013

IL MITO DI OSIRIDE - Il culto dei massimi déi dell' Egitto in Sardegna

Articolo tratto da
IL LIBRO DELLE SFINGI
Il culto dei massimi déi dell' Egitto in Sardegna
di Gennaro Pesce
Editrice Sarda Fossataro


Quando lo storico greco Erodoto (circa il 450 a.C.) visitò l`Egitto, notò che, nell`immensa folla di déi, adorati in quel paese, il più popolate era Usire, chiamato da lui, alla greca ovviamente, Osiris, e da noi Osiride. Questo dio si narrava una storia terribile, ma a lieto fine. Eccola.

Geb e Nut

 Osiridel
 Nato da Geb (il dio - terra) e da Nut (ia dea - cielo) in uno dei cinque giorni complementari dell'anno, (*) Osiride diventò signore del mondo e trasse gli Egiziani dallo squallido stato di vita bestiale, in cui si trovavano. Insegnò loro i frutti della terra, fece loro conoscere le leggi e li educò a rispettare gli Déi. Poi viaggiò per il mondo, civilizzando il resto del genere umano.
Ma suo fratello Seth, ingelosito per l'amore, che Osiride ispirava agli uomini, meditò di sopprimerlo. Si assicurò la cooperazione di settantadue complici ed, esattamente misurata la statura di Osiride, fece costruire un cofano in legno di cedro, splendidamente ornato, e ordinò che fosse portato nel bel mezzo di un festino.

 I convitati, stupiti ed entusiasti, mostrarono il desiderio di
Seth
possederlo. Seth disse loro, sorridendo, che avrebbe donato il cofano a chi lo avesse riempito completamente con la sua persona. Ogni convitato fece la prova, che non riuscì, Da ultimo Osiride vi si distese dentro e lo riempì del tutto. Subito i convitati si precipitarono sul cofano, ne abbassarono il coperchio e chi lo chiuse con chiodi, chi lo sigillò con piombo. Poi il cofano, portato al fiume, fu fatto scivolare nell’acqua e la corrente lo trasportò fino alla foce del Delta e oltre, nel mare.
Le onde sospinsero il cofano alla riva della città di Biblo nella Fenicia (oggi territorio dello Stato del Libano), a piè di un tamarisco il quale, crescendo con straordinaria rapidità, lo incorporò completamente nel suo tronco. Fatto abbattere dal re di Biblo Malcandro, il quale se ne servì per far puntellare il tetto del suo palazzo, questo albero emanava un profumo insolitamente squisito.


Iside (fig. 10), sorella e sposa di Osiride, il cuore trafitto dal dolore, andò cercando il suo sposo
assassinato, peregrinando per tutto l’Egitto, finché le giunse sentore dell'esistenza del miracoloso tamarisco nella reggia del re Malcandro.

da http://www.antika.it/004339_iside.html
fig.10

 Intuito il significato di questo fenomeno, Iside si recò subito a Biblo, dove non si fece conoscere per quella che era. Ed io ricordo di essermi soffermato a lungo, con commozione, davanti al <<point d'eau >> - come lo chiama il mio amico, l'illustre archeologo francese Maurice Dunand, scavatore di Biblo - cioè il pozzo, sull’orlo del quale si assise la Dea affranta, stanca e assetata!
 La regina Astarte l‘assunse come balia del proprio neonato. Iside voleva renderlo immortale, ma ne fu impedita dalla regina. Questa infatti, entrata improvvisamente, vide che il suo bambino era immerso nel fuoco dalla << balia >>  urlò per il terrore e così ruppe l’incantesimo. Il passare il bimbo per il fuoco, infatti, era un rito magico di purificazione. Per tranquillizzare la regina, Iside le si rivelò e dichiaro il motivo della sua venuta a Biblo, Ottenuto l’albero miracoloso, ne trasse fuori il cofano, ch'ella bagnò con le sue lacrime, e se lo riportò in Egitto, dove lo nascose nella palude di Buto nel Delta, per sottrarlo all’infame Seth. Ma questi, scoperto il nascondiglio, dilacerò il cadavere del fratello in quattordici pezzi, che sparse per tutta la Valle del Nilo.
Senza scoraggiarsi la vedova cerco e trovò tutti i brandelli, eccettuato il membro virile, (**) perché un ossirinco, pesce del Nilo, l`aveva mangiato per ghiottoneria; perciò gli ossirinchi furono maledetti in perpetuo.
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(*) L'annno egiziano era di 12 lunazioni complete (come, più tardi, quello del calendario del re romano Numa Pompilio). I ' giorni in più erano quelli di Osiride, lsde, Seth, Horos e Nefti. Vedremo via via chi era ciascuna di questa divinità. 
(**) ln seguito, usando un termine del linguaggio filologico e non urtante per certa categoria di lettori, lo chiamerò fallo, dal greco phallòs, significante, per l'appunto, l'organo, sessualmente distintivo del corpo umano virile ed insieme la sua imitatzione in legno di fico o in cuoio che, nel mondo greco antico, era portata in processione, come simbolo della forza fecondatrice della natura, durante le feste in onore del dio della vegetazione Diòniso.
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 ln questa ricerca la dea fu aiutata dal dio - coccodrillo Suchos (fig. 37).
 Ricomposto abilmente,  pezzo per pezzo, il corpo dello sposo e postogli un fallo posticcio di legno di sicomoro, lside, con l'aiuto della sorella Nephtys, del dio delle tombe Anubis (fig. 35) e di Thot, il dio (fig. 22) della sapienza e della magia, celebrò solennemente i funerali con alte lamentazioni e incantesimi, ventilò il viso del morto con le sue ali, ridandogli il soffio vitale e praticò, per la prima volta, il rito della imbalsamazione sul corpo dello sposo, assicurandogli una vita perpetua. lnfatti Osiride risuscitò e fu il dio dei morti.
fig. 37
 Allora Iside si ritirò nella palude di Buto per allevare un bambino (fig. 36), che ella aveva concepito giacendo, in forma di sparviero, sul cadavere del consorte. Il bimbo si chiamò Horos o Hòro (fig. 37) e fu tenuto nascosto affinché non cadesse vittima delle insidie di Seth.
fig. 36
fig. 22

fig 37

 Cresciuto, Horos, per vendicare il padre, mosse guerra allo zio. Durante la battaglia Seth cavò un occhio ad Horos, ma Thot glielo ritrovò e — primo oculista, benché mitico, di cui abbiamo notizia -  lo rimise al suo posto. Come contropartita Horos evirò Seth. Infine lo debellò. Seth calunniò il nipote davanti all'assemblea degli dei, il tribunale divino emise sentenza di assoluzione con formula piena a favore di Horos e stabili che l'universo fosse diviso fra Horos e Seth. Poi, col passare del tempo, il dio Seth si dileguò, tuonando, verso il cielo, ed Horos rimase il Signore del mondo dei vivi, mentre Osiride fu il Signore del mondo dei morti. Ma la figura di Osiride prevalse su quella di Horos, nel senso che Osiride, oltre ad essere considerato il dio dei morti, era anche il dio dei vivi in quanto ogni vivo è destinato a morire.
fig. 35



domenica 25 agosto 2013

L’ISTITUZIONE DEI MISTERI - Occhio sul Mediterraneo

da http://www.antika.it/
di Vincenzo Pisciuneri
L’ISTITUZIONE DEI MISTERI

Negli antichi Testi delle Piramidi è scritto:
“Tu dormi e tu ti svegli, tu muori e tu vivi”(1).

Plutarco, iniziato ai sacri Misteri afferma:
Non è stato senza ispirazione divina che ha parlato colui che ha
detto che il sonno equivale ai Piccoli Misteri della morte, poiché il
sonno è realmente una prima iniziazione della morte… La morte
consiste nell’esiliarsi dal corpo; il sonno consiste nel fuggirlo
come uno schiavo fugge dal suo padrone.(2)
Raggiunta la morte, l’anima sente una sensazione simile a quella
degli Iniziati ai Grandi Misteri. Difatti il termine morire (teleutai)
e quello di essere iniziato (teleisthai) si assomigliano, così gli
stessi eventi.(3)
Plutarco ci spiega che, la condizione di chi si preparava alla Iniziazione era paragonata con quella di chi si preparava alla morte. Il termine greco morire è teleutai, mentre quello di Iniziato è teleisthai che evidentemente sono simili. Plutarco, iniziato ai sacri Misteri ha descritto, per la parte che gli era permessa dal giuramento sodale, più di ogni altro argomenti attinenti ai sacri Misteri, ripresi in modo diverso dalla Tradizione cattolica. In verità sotto certi aspetti non è errato definire “morto” il non-iniziato, in quanto é solo dopo lo svegliarsi al termine dell'iniziazione che si configura lo status di “vivente”. L’Iniziato, veniva in Occidente chiamato “il primo nato” e in Oriente “il due volte
nato”(4).

Nell’antichità venivano celebrati i Grandi e i Piccoli Misteri intesi non come mere rappresentazioni mitiche, ma come Scuole di Sapienza, tanto che ottennero nel loro tempo il massimo apprezzamento dalle migliori menti, basti citare: Platone, Euripide, Socrate, Aristofane, Pindaro, Plutarco, Isocrate,
Diodoro, Cicerone, Epitteto, Marco Aurelio… Nell’antico Egitto gli Iniziati ai Misteri erano i frequentatori della Casa della Vita, una comunità di Sapienti, Sacerdoti e Costruttori, detentori di una Conoscenza Primordiale. All’interno della Casa della Vita(5)
 si trovavano testi di astronomia, medicina, matematica, architettura, ecc. Esternamente era una scuola, un collegio, ove venivano insegnate le scienze, le arti, l’etica, le leggi, internamente, segretamente, durante i Misteri, venivano date prove pratiche di questi ultimi.
Le tradizioni egizie, greche, indù, affermano che da principio non vi erano altro che i Misteri, la Conoscenza, Gnosi, Vidya, regnava fra gli uomini in un tempo felice. Gradualmente sopraggiunse l’oscurità per lo Spirito e alla purezza originaria si mescolò l’impurità dell’avidità, degli egoismi, fino a giungere all’attuale era oscura, per intenderci quella del Ferro per i Greci, del Kali Yuga per gli Indù. Poiché nel mondo della materia la Conoscenza è Potere di creare, ma sopratutto di distruggere, si rese necessario selezionare, limitare il numero di conoscitori, ebbe così origine l’Iniziazione.
A nessun uomo comune, sebbene istruito, possono essere affidate verità troppo
metafisiche senza che si generi in esso una forte reazione tale da portarlo nel completo ateismo, o nel campo di coloro che sfruttano il potere della conoscenza per i propri egoismi. Per tali motivi, a coloro che rimasero fuori, ai profani, la verità fu occultata nascosta da allegorie e simboli; ancora oggi i miti sono visti dalla maggior parte degli intellettuali come favole destinate ad un umanità bambina. Per coloro che entravano nel cuore del Tempio erano destinate prove preliminari durissime, in quanto non vi era maggior crimine che il tradimento, che, era punito con la morte(6)  e la confisca dei beni. Chi falliva, chi dimostrava di non essere padrone della propria integrità perdeva la ragione per sempre, spariva senza lasciare traccia o moriva. Si diceva che il volto della Conoscenza era come il volto di Iside, una pura luce capace di stroncare il neofita. La luce della Conoscenza è troppo abbagliante, per poter essere ricevuta e impunemente comunicata, senza rischiare di portare alla pazzia e alla malvagità, deve pertanto essere velata, filtrata. Il Talmud ebraico narra le vicende allegoriche di quattro maestri che vennero fatti entrare nel giardino delle delizie, ossia che vennero iniziati. Secondo l’insegnamento dei nostri santi maestri, i nomi dei quattro che entrarono nel giardino delle delizie sono: Ben Asai,Ben Zoma, Acher e Rabbi Akiba… Ben Asai guardò e perse la vista. Ben Zoma guardò e perse la ragione. Acher depresò la piantagione (confuse e fallì tutto). Ma Akiba, che era entrato in pace, ne uscì in pace, perché il santo, il cui nome sia benedetto, disse: “Questo vecchio è degno di servirci in gloria”. Il giardino delle delizie non è altro che la scienza misteriosa, la più terribile delle scienze per gli intelletti deboli che conduce alla pazzia. Mosè quando salì sul Monte e chiese di vedere il volto del Signore, gli fu risposto: “Tu non puoi vedere il mio volto… ti riparerò con la mia mano mentre passo”. Quando Mosè discese dal Monte del Signore con le Tavole della Legge, “il suo volto era diventato raggiante… egli si mise un velo sulla faccia(7) ”, egli mise un velo sulla faccia della Rivelazione oscurando alla massa il significato del Pentateuco. Il silenzio iniziatico era osservato nei Misteri di Bacco, della Samotracia, di Eleusi(8) , Egizi, Caldei, Indù. Secondo Porfirio, un Neoplatonico, la filosofia di Platone era insegnata e rappresentata nei Misteri. Platone nutriva una tale venerazione verso i Misteri che mai avrebbe tradito il giuramento di segretezza. Su questo argomento, per non essere frainteso, egli chiaramente scrisse che: Non va prestata alcuna fede a tutti quelli che hanno scritto o scriveranno, come se sapessero cosa io mi propongo… Su questi argomenti non esiste alcuno scritto, né dovrebbe apparire alcuno, perché tali cose non si possono esprimere in parole con altri insegnamenti. In Egitto i Misteri erano noto fin dall’epoca di Menes, Erodoto ci informa che i Greci li ebbero solo dopo che Orfeo ve li introdusse dall’India. Chi istituì i Misteri in Grecia fu dunque Orfeo, che emerge nel mondo dell’Ellade come in Istruttore e un Salvatore delle anime. I pesci nel santuario di Apollo in Licia erano chiamati Orphoi, e Orfeo è dunque un pesce, al pari di Bacco denominato IKΘYΣ, il Pesce, e al pari di Gesù denominato IHΣ, il Pesce. Nei Misteri Egizi, Bes, il dio delle rappresentazioni misteriche, è raffigurato come un nano grottesco che porta una maschera tipica dei Misteri Orfici nell’antica Grecia, maschera dietro cui si celava l’Iniziatore(9) .
Bes veniva anche rappresentato come un pesce munito di gambe umane.
 Aristofane nelle Rane scrisse che: ”Orfeo, ci ha dato le iniziazioni e ci insegnò ad astenerci dall’omicidio”. Il Neoplatonico Proclo attesta l’importanza dell’insegnamento di Orfeo. Quello che Orfeo ha insegnato per mezzo di esoteriche allegorie, Pitagora l’insegnò dopo essere stato iniziato ai Misteri Orfici, e Platone mediante i Misteri Orfici e gli stessi scritti dei Pitagorici.

FIGURA 1.SIMBOLISMO DI BES-PESCE, L’INIZIATORE



1 Pepi II, 760. 
2 Plutarco, de Anima, III, 5. 
3 Plutarco fr. 178. 
4 In India diveniva un dwija, il nato due volte. 
5 Le quattro sedi del Sapere Segreto in Egitto si trovavano a Tebe, Menfi, Sais, Eliopoli. In Egitto, Orfeo, a Menfi, concretizzò l’astrusa filosofia appresa in India. Platone ed Eudosso appresero a Eliopoli, rispettivamente, l’Etica e la Matematica. Pitagora al suo ritorno dall’India andò a studiare a Menfi. Solone e Licurgo, appresero a Sais l’arte di governare e di legiferare. Diogene Laerzio, in Democriti Vita, ci informa che: “Democrito studiò magia (la Grande Via, Grande Vita Divina) per un tempo considerevole presso i sacerdoti egizi”. 
6 “Ogni Iniziato di qualsiasi grado appartenga che riveli la formula sacra deve perire”. Agrushada Parishai.
7 Esodo, XXXIV, 22-33. 8 “La segretezza assoluta, proclamata enfaticamente dall’Inno a Demetra, è rimasta inviolata per un millennio, sino alle malevoli e frammentarie rivelazioni dei scrittori cristiani.” G. Colli, La sapienza Greca, pag. 31.

da IL MISTERO DELLA SECONDA NASCITA di Vincenzo Pisciuneri

giovedì 22 agosto 2013

Antichi egizi: le feste chiamate “Misteri” - OCCHIO SUL MEDITERRANEO

da http://www.tanogabo.it
Antichi egizi: le feste chiamate “Misteri”

Nell’antico Egitto, i Misteri erano delle feste che, da una parte, prendevano delle manifestazioni pubbliche di commemorazione di episodi relativi alle gesta degli dèi (che venivano mimate), dall'altra, implicavano riti da celebrarsi nel segreto dei templi. Generalmente i misteri erano consacrati alla passione di Osiride, alla ricerca di Iside e, soprattutto, alle lotte tra Horo e Seth. Le notizie di cui disponiamo circa i misteri sono piuttosto particolareggiate e ci derivano da autori greci, primo fra tutti Erodoto che, pur mostrando sempre la prudenza dell'uomo pio di fronte all'argomento divino, ci offre numerosi elementi interessanti. «Su questo lago (il lago vicino al tempio di Neith a Sais) - egli ci racconta - durante la notte, gli Egiziani danno luogo a rappresentazioni in cui vengono mimati accadimenti reali che essi chiamano "misteri". Io li conosco e so tutto quanto li concerne, ma un silenzio religioso deve velare queste cose.»


 A Busiris veniva innalzato il pilastro Djed e si immolava un bue accompagnato da molte offerte, che veniva poi consumato mentre la folla si dava dei grandi colpi... (le raffigurazioni ci mostrano anche folle danzanti).

 A Bubasti giungevano in barca da tutto l'Egitto intere famiglie: gli uomini suonavano il flauto e le donne le nacchere o cantavano accompagnandosi con il battito delle mani. Giunte nella città, le donne dei pellegrini insultavano quelle di Bubasti, poi si celebravano dei sacrifici e si beveva una gran quantità di vino. Si trattava certamente della commemorazione della ricerca di Iside a Byblos e attraverso tutto l'Egitto.

 A Sais si teneva invece la festa delle lampade: per tutta la notte si accendevano torce per ogni via della città, secondo un'usanza che si sarebbe estesa col tempo a tutte le città d'Egitto. Il motivo che stava alla base di questa particolare festa era il desiderio di commemorazione delle leggende sacre nate intorno agli episodi salienti della passione di Osiride.


 A Papremis, altra città del Delta consacrata a Seth, la statua del dio era condotta in processione su un carro e poi riportata verso il suo tempio, dove dei sacerdoti armati di bastoni le impedivano l'ingresso. Il popolo accorreva allora in aiuto di Seth e ingaggiava col clero armato una battaglia simulata che doveva essere commemorativa di un mito secondo il quale il dio, non potendo rientrare nella dimora di sua madre perché respinto da alcuni servi, andava a cercare rinforzi per buttar giù la porta. Erodoto, in un brano delle Storie, ci racconta di una cerimonia misterica, in cui attraverso l'esibizione di gesti violenti, si celebrava il culto di Ares: “A Papremis hanno luogo sacrifici e liti come altrove. Quando il sole volge al tramonto, un piccolo numero di sacerdoti si danno da fare intorno alla statua di Ares; mentre i più se ne stanno nel vestibolo del tempio, muniti di mazze di legno, altri uomini, che soddisfano dei voti, e sono più di un migliaio, se ne stanno raccolti insieme di fronte ai sacerdoti, anch'essi con ima mazza di legno a testa [...]. Ordunque quei pochi sacerdoti restati accanto alla statua trascinano un carro a quattro mote con su il tempietto e la statua che è in esso racchiusa; ma gli altri che si sono collocati nell'atrio non permettono loro di entrare nel tempio. Sicché i fedeli obbligati dai voti, schierandosi in difesa del dio, si mettono a pestarli, mentre quelli reagiscono. S'accende allora una violenta zuffa a colpi di bastone e si fracassano le teste e molti, io credo, ci lasciano persino la vita a causa delle ferite: per quanto gli Egiziani, almeno, mi abbiano assicurato che non c'è stato mai nessun morto. Gli abitanti del luogo raccontano che questa festa è entrata nella tradizione per il seguente motivo: abitava in quel santuario la madre di Ares, il quale, essendo stato allevato lontano, quando fu adulto, ritornò desiderando intrattenersi con la madre. Sennonché i ministri di lei, che non l'avevano mai visto prima non gli permisero di accostarsi e lo respinsero; ed egli, raccolti rinforzi da un'altra città, diede una dura lezione ai ministri e penetrò presso sua madre. Da quel momento, concludono, hanno introdotto nella festa in onore di Ares questo tradizionale scambio di legnate.”

 Ad Ombos, città dell'Alto Egitto sacra a Seth, aveva luogo un analogo combattimento celebrativo contro gli abitanti di Dendera, città consacrata ad Hathor, dea assimilata qui ad Iside.

 Ad Abido invece, altra località osiriana, una processione alla cui testa era Upuat, «apritore della via» (dio-lupo del Delta che accompagnò Horo nelle sue peripezie contro Seth), si scontrava con i sethiani che le impedivano l'ingresso al santuario. Alla fine, il corteo dei fedeli riusciva a forzare il blocco dopo una rituale battaglia. Anche la morte di Osiride e la sua resurrezione conoscevano una riproduzione rituale. La resurrezione in particolare era resa con la rappresentazione del ritorno del dio su di una barca sacra tra il gran giubilo della folla. Sembra che questi miti venissero mimati, o comunque recitati, da attori professionisti, durante particolari rappresentazioni che avevano luogo nei templi.

 Ad Edfu, è stata rinvenuta la stele di un attore che sembrerebbe essere appartenuto ad una compagnia ambulante che girava per l'Egitto recitando le gesta degli dèi e dando vita ad una sorta di teatro dei misteri. L'origine del termine «mistero» è tuttora incerta; può essere riferita al verbo greco muéo=«istruisco», «inizio», mentre nel Lessico di Suida è fatto derivare da mein to stoma=«chiudere la bocca». Può anche essere collegato al verbo semitico satar=nascondere, donde mustar = «nascosto». Il termine iniziatico egizio per «mistero» è reso con bes sheta. Trattasi dell'ideogramma bes, rappresentato da un pesce munito d'un paio di gambe umane che riunisce in sé i significati di «introdurre» e di «iniziare» oltre ad esprimere il nome del dio Bes, il «Guardiano della Soglia».