venerdì 19 aprile 2013

Sant'Antonio Abate .

da www.sardegnagrandieventi.it

Fuoco di Sant'Antonio:un rito che attraversa tutta la Sardegna nella notte tra il 16 e il 17 gennaio.




La notte tra il 16 e il 17 gennaio da Dorgali a Bolotana, da

Bosa a Desulo, da Budoni ad Escalaplano, da Samugheo a Orosei e in tanti altri paesi ancora si accendono i falò in
onore di Sant'Antonio Abate, esponente importante
 dell'ascetismo egiziano del III secolo d. C. Un culto antico e radicato quello per questo santo, visto dalla collettività cristiana come uno strenuo oppositore dei diavoli e delle fiamme dell'inferno. La leggenda, infatti, racconta che Sant'Antonio avrebbe rubato una favilla incandescente dal Regno degli Inferi per regalarla all'umanità, dotandola, così,del fuoco.

La notte del 16 gennaio si chiedono al Santo grazie e
 miracoli in un contesto quasi magico, dominato
 dall'imponente falò che consuma enormi cataste di legna.
 Questo rito, che mescola devozione cristiana ad antiche
 tradizioni pagane, è documentato fin dalla metà del XIX
 secolo, ma le sue origini sono sicuramente più remote. Dopo i riti liturgici e la benedizione del fuoco, i partecipanti stazionano di fronte ad esso, intenti ad intessere conversazioni, cantare, gustare dolci ed assaporare vini offerti dalla comunità. Il fuoco arde tutta la notte: sarà il disegno del fumo emanato a suggerire auspici e profezie.

In Barbagia inizia il Carnevale con i fuochi di Sant'Antonio
Nei paesi della Barbagia, in particolare, in occasione
della festa di Sant'Antonio Abate, il "Santo del Fuoco",
tra il 16 e il 17 gennaio, fanno la loro comparsa le
maschere del Carnevale che si aggirano fra i grandi
fuochi accesi nei rioni o nei sagrati delle chiese
.
A Mamoiada inizia la danza dei Mamuthones guidati
dagli Issohadores. I primi indossano una maschera nera di legno d'ontano o pero selvatico
, dall'espressione sofferente o impassibile e sulla
schiena portano "sa carriga", campanacci dal peso di
circa 30 kg; i secondi con le loro maschere bianche
lanciano le loro funi per catturare gli astanti.

Ad Orani Sos Bundos con le loro maschere di sughero visitano i fuochi e ricevono su pistiddu, il dolce tipico preparato per S. Antonio e benedetto durante la processione. Il dolce è offerto anche a tutti i presenti e inviato nelle case dei malati a tredici persone di nome di Antonio.
Attorno ai fuochi, quando iniziano i balli in piazza, si
ritrovano anche Sos Maimones, le maschere di Orotelli
con i visi anneriti dalla fuliggine ricavata dal sughero bruciato.

Ad Ottana dopo la funzione religiosa che termina con
la benedizione del falò (Su Ogulone) in piazza, le
maschere di Sos Merdùles fanno la loro prima uscita e
si radunano intorno al fuoco.

Durante la serata anche a Samugheo fanno la loro prima apparizione Su Mamutzone, S'Urtzu, S'Omadore, Su Traga Cortgius le maschere che in origine uscivano al calar della sera, quando in paese risuonavano le campane.
A Fonni, un'ora prima della SS. Messa, durante su
pispiru (il vespro) si accende un unico grande fuoco.
Dopo la funzione religiosa, il prete accompagna la
statua di S. Antonio in processione, compiendo tre giri
intorno al fuoco e benedicendo sia il falò sia il pane in
sappa, tipico dolce di questa festa, preparato dal
priore e offerto ai presenti dopo la cerimonia. Infine,
entrano in scena le maschere tradizionali fonnesi,
S'Urthu e Buttudos.
A Lodè i giovani del paese accendono un enorme fuoco
attorno ad un grande tronco alto 15-20 metri: i più
agili si lanciano di corsa sulle frasche per arrivare fino
in cima al tronco. In palio maialetti, vino e doni offerti dal paese che serviranno per organizzare una cena a
cui partecipa tutta la comunità.



da www.provincia.mediocampidano.it


giovedì 18 aprile 2013

Sardegna: filmati sulle maschere sarde

Sardegna: filmati sulle maschere
(tra le pagine in alto)



Il Diluvio e il Mito

Il Diluvio e il Mito
 di Melqart Re

Pierluigi Montalbano HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM





 Il diluvio è un mito. Il racconto leggendario di questo mito si ripete in maniera molto simile da un capo all'altro del pianeta Terra. Corrisponde a tre giorni di oscuramento, di morte della luna. E' un cataclisma non definito che avviene sotto l'egida della Luna e delle Acque, della germinazione e della rigenerazione. Un diluvio distrugge per il motivo principale che qualcosa nell'umanità si è esaurito, forse logorato, ma, a ciò, segue sempre un'umanità nuova e una successiva epopea.
 I miti del diluvio rivelano come un individuo, che diverrà protagonista principale del racconto mitologico, sia sopravvissuto e ricordato come padre dell'umanità. Era disceso il gelo nelle campagne e, un giorno, la luna domandò a un sardo pellìto la sua mastruca per ripararsi dal freddo notturno, ma ebbe da egli un netto rifiuto: “luna, se la do a te, io morirò dal freddo”. Così disse il sardo pellìto che, in alternativa, avrebbe potuto ripararsi dentro una grotta o una casa di pietra al calore di un focherello di legna. La luna ci rimase male, e non fu affatto contenta del rifiuto. Per vendicarsi fece cadere una pioggia torrenziale che sommerse tutta la regione. Esistono molte leggende simili e, in tante, la luna si presenta sotto l'aspetto di una giovane e bella donna che si vendica per il diniego subito scatenando un cataclisma. E' tuttavia possibile cogliere in queste rappresentazioni catastrofiche, prodotte dalla luna, l'ignoranza di un divieto rituale, cioè un peccato che rivela la decadenza morale dell'umanità e il suo abbandono della buona norma, o peggio ancora, il suo distacco dai ritmi cosmici. Per questo motivo nei villaggi della Sardegna, l'uomo nuovo, cioè quello nato dai supersiti del diluvio (mito della rigenerazione), prese a rispettare gli antichi codici cosmici. 
Si nota ancora oggi nell'uso rituale del taglio delle canne per le launeddas, che per essere eccellenti dovevano tener conto della luna. Nella tradizione di una persona fortunata si diceva che era nata in luna nuova, quindi protetta, o con la camicia. Inoltre, il travaso dei vini dalle botti alle damigiane doveva tener conto della luna calante e dei venti. Ancora troviamo una tradizione che consiglia di piantare le patate durante la luna crescente, ecc. (queste tradizioni sono innumerevoli).
 Il legame organico tra la luna e la vegetazione, altresì, è talmente forte che molti dei della fertilità, nell'antichità furono contemporaneamente divinità lunari. Ad esempio Sin (in accadico, Nanna in sumerico) o Istar, oppure l'egiziana Hathor, l'iranica Anahita, ecc. Dioniso (Dionysos) è contemporaneamente dio lunare e dio della vegetazione. Osiride cumula su di se, tutti gli attributi della luna, delle acque, della vegetazione e dell'agricoltura. Le corrispondenze e le identificazioni rilevate tra i vari piani cosmici soggetti ai ritmi lunari- pioggia, vegetazione, fecondità (sia animale sia lunare), spiriti dei morti, sono presenti perfino nelle forme più arcaiche di rituali religiosi. Un attributo lunare rimane sempre trasparente, nonostante il numero elevato di sincretismi o di sintesi religiose che possono aver contribuito alla nascita di queste forme nuove, ad esempio le corna dei bovidi che caratterizzano le grandi divinità della fecondità. Esse sono un emblema della Magna Mater divina e compaiono dappertutto, nelle civiltà neolitiche e in quelle nuragiche, sia nell’iconografia, sia su idoli in forma bovina, perfino nelle protomi bovine e taurine delle navi e delle navicelle.
 Ora, il corno non è altro che un'immagine della luna nuova e ne diventa simbolo lunare. Il mito relativo, resiste ancor oggi nella leggenda di Boe Muliache, figura popolare a metà strada tra l'uomo e il toro/bue che mentre dorme, il suo spirito si aliena dal corpo umano per entrare in quello di un bue che lanciando urla terrificanti e muggiti impressionanti attraversa le strade del villaggio facendo morire di paura le persone. 
Nella tradizione tramandataci, spesso questa figura annunciava agli uomini eventi catastrofici o sentori di cattivi presagi, anche se in origine, questo animale doveva essere il simbolo o presenza della luna, perché la sua forma o il suo modo di essere evocava il destino della luna stessa.

domenica 14 aprile 2013

Monachesimo in Sardegna: San Basilio

San Basilio e i monaci orientali
di Rossana Martorelli

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM
Fonte: Atti del convegno di San Basilio nella rassegna "Viaggi e Letture" a cura di Pierluigi Montalbano




L’archeologia cristiana parte convenzionalmente dalla nascita di Cristo e arriva fino a Papa Gregorio Magno, nel VI-VII secolo, un personaggio che ha avuto un ruolo importante anche in Sardegna. L’archeologia 

medievale si fa iniziare convenzionalmente dall’occupazione dei Vandali, alla metà del V secolo, e si conclude con la scoperta dell’America, alla fine del XV secolo, in quanto la scoperta del nuovo mondo sposta il baricentro economico dal Mediterraneo all’Atlantico.
Betlemme e Gerusalemme sono i centri interessati alla nascita e morte di Cristo e proprio in quest’ultima città si forma la prima comunità cristiana, con discepoli e apostoli che iniziano a viaggiare e a portare le idee ovunque. Emblematici sono Pietro e Paolo, che moriranno a Roma. Paolo compì 4 viaggi missionari che lo portarono a visitare il Mediterraneo orientale e buon parte di quello Occidentale. Secondo una diffusa tradizione, ma assolutamente priva di fondamento, il Cristianesimo sarebbe arrivato in Sardegna proprio con San Paolo che, navigando verso la Spagna, avrebbe toccato il porto di Cagliari introducendo il cristianesimo. Quando inizia la vicenda di Cristo, il Mediterraneo era interamente compreso nell’impero romano. Anche l’Europa era romana, tranne parte delle attuali Germania, Ungheria e Russia, ossia i luoghi da cui partiranno le popolazioni barbariche che porranno fine all’impero romano. Cristo nacque quando era imperatore Augusto e morì sotto l’impero era nelle mani di Tiberio. La Sardegna era una delle province romane e quindi assorbì gran parte delle idee religiose del cristianesimo, andando a sostituire le precedenti divinità pagane. Già all’epoca di Tiberio abbiamo la prima diffusione delle idee cristiane in Sardegna. Fonti antiche segnalano una colonia di ebrei e di seguaci del culto egizio di Iside deportata in massa in Sardegna. Il cristianesimo nasce nell’ambito della comunità ebraica; pertanto è verosimile che proprio tramite questo primo nucleo di ebrei arrivati nell’isola sia stato introdotto nei pensieri delle comunità sarde. Abbiamo testimonianze archeologiche di questa comunità ebraica, come ad esempio una lucerna con la rappresentazione del candelabro ebraico. In Sardegna venivano anche deportati i condannati ai lavori forzati per lavorare nelle cave di granito e nelle miniere, forse a Metalla. Sotto l’imperatore Commodo, infatti, abbiamo fonti che parlano di una grande quantità di cristiani che furono deportati in Sardegna, fra i quali Papa Callisto, poi liberati dalla concubina dell’imperatore, simpatizzante per i cristiani, che convinse le autorità a far ritornare molti di questi cristiani.
Le fonti dicono che Ponziano, papa vissuto alla metà del III secolo, fu deportato “in un’insula nociva presso l’isola di Sardegna”. Ponziano è uno dei due papi che hanno conosciuto il proprio successore (l’altro è Celestino V), poiché quando fu deportato, per non lasciare i cristiani senza una guida, rinunciò al suo mandato e fu sostituito da Fabiano. Quest’ultimo, alla morte di Ponziano, si recò in Sardegna per prenderne le spoglie e trasferirle in una catacomba romana, quella di Callisto. L’epigrafe della lapide funeraria è scritta in greco e recita Pontianos Episcopos.


sabato 13 aprile 2013

Toponomastica Sarda




MAMOIADA e MAMUTHONE (Toponomastica Sarda)
di Salvatore Dedola (2004)




Con la sua “Toponomastica Sarda” l’autore afferma di aver riempito un vuoto che sino a ieri sembrava incolmabile: un’opera che fa scalpore, che fa piazza pulita di tanti volumi che sono stati scritti a vuoto (letteralmente) per dimostrare ...l’intraducibilità di quasi tutti i nomi dei paesi della Sardegna. Secondo il Dedola i linguisti s’arrendevano perchè indagavano l’etimologia sulla scorta dei soli dizionari latino, catalano ed aragonese, dimenticando ben settecento anni di lingua fenicio- punica e non preoccupandosi di sapere quale lingua parlassero i Sardi prima dei Fenici. Erano paralizzati dall’asserzione del maestro della linguistica sarda, Max Leopold Wagner, secondo cui nella lingua sarda attuale non esistono altro che cinque termini fenici. Wagner aveva torto. In ogni modo tutto ciò non toglie che i suoi discepoli abbiano confuso due concetti che invece occorreva tenere distinti: quello di lingua e quello di toponomastica. Salvatore Dedola, linguista e geografo ambientale consente a qualunque studioso di riappropriarsi del metodo di ricerca. Infatti, mentre la lingua scorre come un fiume, il toponimo è la parola che s’arresta e si sedimenta, diventando predicato territoriale e comportandosi non più come semantema ma come segno semplicemente, come coordinata geografica, come reperto archeologico capace di narrare, per il momento in cui fu creato, degli sprazzi di storia locale, di economia, di religione, di società, di antropologia. Più o meno come fa il reperto archeologico: ma in più il toponimo ha il dono... della parola. Onde occorre indagare il toponimo con strumenti certamente simili a quelli dell’archeologo, ma inoltre servono gli strumenti della geografia storica, e quanto alle lingue, occorrono i dizionari di tutti i popoli che dalla notte dei tempi hanno influito sulla lingua locale: accadico, assiro, babilonese, ugaritico, aramaico, fenicio, ebraico, catalano, sardo-antico, spagnolo, italiano. Il Dedola ha sommato 1900 etimologie mai registrate e la sua Toponomastica Sarda diventa una pietra miliare che rende chiare le ragioni della nascita del toponimo, ed attraverso questo riesce a dare uno spaccato dell’economia e della società di 3000 anni addietro, arrivando sino al mitico livello linguistico-culturale degli Shardana, dei quali rivela oltre 750 lemmi. Il libro contiene una metodologia ambientale talmente rigorosa, che l’Autore si è rifiutato di sottoporre ad indagine i toponimi dei quali non conosce esattamente il sito e la configurazione paesaggistica. L’interessantissima indagine è basata non solo sulle lingue indoeuropee, semitiche, neolatine, ma anche su una cultura geografica nutrita di geologia, botanica, pedologia, paesaggio, storia, archeologia. L’uso del fenicio ha infine favorito l’Autore in un’impresa nella quale avevano fallito generazioni di orientalisti. Egli restituisce finalmente una lettura chiara e filologicamente corretta della celeberrima Stele di Nora, il documento scritto più antico del Mediterraneo centro- occidentale. Ecco cosa scrive lo studioso Salvatore Dedola nel suo libro “Toponomastica Sarda” a proposito del toponimo Mamoiada legato, secondo la sua tesi, a Mamuthone. Continua qui...

giovedì 11 aprile 2013

Amsicora . Ampsicora.


La rivolta di Ampsicora.

da http://www.sardegnacultura.it/j/v/258?s=20932&v=2&c=2570&t=7



Amsicora,il capo dei Sardi Pelliti
http://it.wikipedia.org/wiki/Ampsicora








Il passaggio della Sardegna sotto la dominazione romana fu una conseguenza, anche se indiretta, della sconfitta subita da Cartagine nella prima guerra punica. Parliamo di "conseguenza indiretta" nel senso che il trattato di pace stipulato nel 241 a.C. tra Roma e Cartagine non prevedeva per quest'ultima la perdita di controllo sulla Sardegna. Tale perdita scaturì dalla decisione di Roma di aderire alla richiesta di aiuto dei mercenari di Cartagine di stanza in Sardegna, ribellatisi a causa dell'impossibilità per Cartagine di far fronte alle loro richieste di pagamento. 


La repentinità del passaggio della Sardegna dalla sfera di controllo punica a quella romana è certamente una delle possibili concause che determinarono la difficoltà incontrata da Roma nel tentativo di giungere alla "pacificazione" dell'isola. Nel momento in cui ebbe luogo tale passaggio, i Sardi mostravano infatti connotati culturali profondamente segnati dal plurisecolare rapporto con il mondo culturale fenicio-punico, connotati che, per certi versi, nemmeno i successivi secoli di dominazione romana riuscirono a cancellare del tutto dal "genoma" culturale sardo. 


Tutto ciò aiuta ad inquadrare nella giusta luce la cosiddetta "rivolta di Ampsicora", che ebbe luogo in Sardegna nel 215 a.C., durante la seconda guerra punica (219 a.C.-202 a.C.). Nel corso di tale conflitto Roma attraversò una delle crisi militari, politiche ed economiche più profonde della sua storia, a causa delle ripetute sconfitte subite per opera di Annibale, l'abile condottiero cartaginese che ebbe la felice intuizione di spostare lo scontro militare direttamente in Italia. Le notizie relative a tale evento ci sono state tramandate dallo storico di età augustea Tito Livio e dal poeta di età flavia Silio Italico. 


Per far fronte alle ingenti spese che il protrarsi del conflitto comportava, Roma dovette adottare misure assai drastiche. Tra queste va certamente annoverato il notevole incremento delle imposizioni fiscali alle province e quindi anche alla Sardegna. Ciò determinò una situazione di forte malcontento tra i Sardi, soprattutto tra i latifondisti sardo-punici che vedevano seriamente danneggiati i propri interessi economici. 


Uno di questi era appunto Ampsicora, originario di Cornus, che si pose a capo della rivolta scoppiata per porre fine alle "vessazioni" di Roma. I rivoltosi si schierarono apertamente con Cartagine, che rispose alla richiesta di aiuto inviando in Sardegna Asdrubale, detto il Calvo, uno dei suoi uomini più capaci. Sul versante romano, il comando fu invece affidato a Tito Manlio Torquato. 


L'esito della rivolta si decise nel corso di due battaglie campali. Nella prima, svoltasi probabilmente nel Campidano di San Vero Milis, Josto, figlio e luogotenente di Ampsicora, affrontò Tito Manlio Torquato al posto del padre, recatosi in Barbagia per cercare di coinvolgere nel conflitto i Sardi dell'interno, subendo una pesante sconfitta. Lo scontro decisivo, il cui esito fu anche questa volta favorevole ai Romani, ebbe luogo però non lontano da Carales, in una località ubicata probabilmente tra Sestu e Decimo. Nella battaglia sembra siano morti circa dodicimila uomini del fronte sardo-punico, tra cui lo stesso Josto, mentre Ampsicora avrebbe deciso di darsi la morte al termine della battaglia. 


Cornus