giovedì 22 agosto 2013

Antichi egizi: le feste chiamate “Misteri” - OCCHIO SUL MEDITERRANEO

da http://www.tanogabo.it
Antichi egizi: le feste chiamate “Misteri”

Nell’antico Egitto, i Misteri erano delle feste che, da una parte, prendevano delle manifestazioni pubbliche di commemorazione di episodi relativi alle gesta degli dèi (che venivano mimate), dall'altra, implicavano riti da celebrarsi nel segreto dei templi. Generalmente i misteri erano consacrati alla passione di Osiride, alla ricerca di Iside e, soprattutto, alle lotte tra Horo e Seth. Le notizie di cui disponiamo circa i misteri sono piuttosto particolareggiate e ci derivano da autori greci, primo fra tutti Erodoto che, pur mostrando sempre la prudenza dell'uomo pio di fronte all'argomento divino, ci offre numerosi elementi interessanti. «Su questo lago (il lago vicino al tempio di Neith a Sais) - egli ci racconta - durante la notte, gli Egiziani danno luogo a rappresentazioni in cui vengono mimati accadimenti reali che essi chiamano "misteri". Io li conosco e so tutto quanto li concerne, ma un silenzio religioso deve velare queste cose.»


 A Busiris veniva innalzato il pilastro Djed e si immolava un bue accompagnato da molte offerte, che veniva poi consumato mentre la folla si dava dei grandi colpi... (le raffigurazioni ci mostrano anche folle danzanti).

 A Bubasti giungevano in barca da tutto l'Egitto intere famiglie: gli uomini suonavano il flauto e le donne le nacchere o cantavano accompagnandosi con il battito delle mani. Giunte nella città, le donne dei pellegrini insultavano quelle di Bubasti, poi si celebravano dei sacrifici e si beveva una gran quantità di vino. Si trattava certamente della commemorazione della ricerca di Iside a Byblos e attraverso tutto l'Egitto.

 A Sais si teneva invece la festa delle lampade: per tutta la notte si accendevano torce per ogni via della città, secondo un'usanza che si sarebbe estesa col tempo a tutte le città d'Egitto. Il motivo che stava alla base di questa particolare festa era il desiderio di commemorazione delle leggende sacre nate intorno agli episodi salienti della passione di Osiride.


 A Papremis, altra città del Delta consacrata a Seth, la statua del dio era condotta in processione su un carro e poi riportata verso il suo tempio, dove dei sacerdoti armati di bastoni le impedivano l'ingresso. Il popolo accorreva allora in aiuto di Seth e ingaggiava col clero armato una battaglia simulata che doveva essere commemorativa di un mito secondo il quale il dio, non potendo rientrare nella dimora di sua madre perché respinto da alcuni servi, andava a cercare rinforzi per buttar giù la porta. Erodoto, in un brano delle Storie, ci racconta di una cerimonia misterica, in cui attraverso l'esibizione di gesti violenti, si celebrava il culto di Ares: “A Papremis hanno luogo sacrifici e liti come altrove. Quando il sole volge al tramonto, un piccolo numero di sacerdoti si danno da fare intorno alla statua di Ares; mentre i più se ne stanno nel vestibolo del tempio, muniti di mazze di legno, altri uomini, che soddisfano dei voti, e sono più di un migliaio, se ne stanno raccolti insieme di fronte ai sacerdoti, anch'essi con ima mazza di legno a testa [...]. Ordunque quei pochi sacerdoti restati accanto alla statua trascinano un carro a quattro mote con su il tempietto e la statua che è in esso racchiusa; ma gli altri che si sono collocati nell'atrio non permettono loro di entrare nel tempio. Sicché i fedeli obbligati dai voti, schierandosi in difesa del dio, si mettono a pestarli, mentre quelli reagiscono. S'accende allora una violenta zuffa a colpi di bastone e si fracassano le teste e molti, io credo, ci lasciano persino la vita a causa delle ferite: per quanto gli Egiziani, almeno, mi abbiano assicurato che non c'è stato mai nessun morto. Gli abitanti del luogo raccontano che questa festa è entrata nella tradizione per il seguente motivo: abitava in quel santuario la madre di Ares, il quale, essendo stato allevato lontano, quando fu adulto, ritornò desiderando intrattenersi con la madre. Sennonché i ministri di lei, che non l'avevano mai visto prima non gli permisero di accostarsi e lo respinsero; ed egli, raccolti rinforzi da un'altra città, diede una dura lezione ai ministri e penetrò presso sua madre. Da quel momento, concludono, hanno introdotto nella festa in onore di Ares questo tradizionale scambio di legnate.”

 Ad Ombos, città dell'Alto Egitto sacra a Seth, aveva luogo un analogo combattimento celebrativo contro gli abitanti di Dendera, città consacrata ad Hathor, dea assimilata qui ad Iside.

 Ad Abido invece, altra località osiriana, una processione alla cui testa era Upuat, «apritore della via» (dio-lupo del Delta che accompagnò Horo nelle sue peripezie contro Seth), si scontrava con i sethiani che le impedivano l'ingresso al santuario. Alla fine, il corteo dei fedeli riusciva a forzare il blocco dopo una rituale battaglia. Anche la morte di Osiride e la sua resurrezione conoscevano una riproduzione rituale. La resurrezione in particolare era resa con la rappresentazione del ritorno del dio su di una barca sacra tra il gran giubilo della folla. Sembra che questi miti venissero mimati, o comunque recitati, da attori professionisti, durante particolari rappresentazioni che avevano luogo nei templi.

 Ad Edfu, è stata rinvenuta la stele di un attore che sembrerebbe essere appartenuto ad una compagnia ambulante che girava per l'Egitto recitando le gesta degli dèi e dando vita ad una sorta di teatro dei misteri. L'origine del termine «mistero» è tuttora incerta; può essere riferita al verbo greco muéo=«istruisco», «inizio», mentre nel Lessico di Suida è fatto derivare da mein to stoma=«chiudere la bocca». Può anche essere collegato al verbo semitico satar=nascondere, donde mustar = «nascosto». Il termine iniziatico egizio per «mistero» è reso con bes sheta. Trattasi dell'ideogramma bes, rappresentato da un pesce munito d'un paio di gambe umane che riunisce in sé i significati di «introdurre» e di «iniziare» oltre ad esprimere il nome del dio Bes, il «Guardiano della Soglia».

mercoledì 21 agosto 2013

Il culto dell'acqua

Sa Sedda e Sos Carros è tratta da www.sardegnadigitallibrary.it
L'acqua nell'antica civiltà sarda. 
Le acque lustrali sono state e sono tutt’ora usate in vari ambiti religiosi. Anche il cristianesimo ha fatto sua l’usanza antica di utilizzare l’acqua per le cerimonie religiose. L’uso dell’acquasantiera all’ingresso delle chiese ad esempio richiama la presenza di un bacile di trachite all’ingresso di templi,nuraghi e pozzi sacri. Nella accurata descrizione degli scavi all’interno del santuario nuragico di Serri il Taramelli annotò la presenza di un bacile in trachite appena varcato l’ingresso dal lato sinistro della curia o capanna delle riunioni. Tale bacile era in tandem con altri reperti dal chiaro carattere cerimoniale-religioso: sempre sul lato sinistro presso il muro ad una distanza di tre metri venne rinvenuta una piccola ara, un cippo e incastrato nel muro un altro bacile rettangolare.
pozzo di Matzanni
da http://shardanapopolidelmare.forumcommunity.net/?t=32803009

Un altarino elegantemente lavorato fu trovato durante i primi scavi anche nel vestibolo del primo pozzo di Matzanni: testimonianza di un uso sacrale della costruzione. Un altarino di simile fattura fu trovato anche nel pozzo C, o terzo pozzo, in tempi relativamente recenti. Esso è stato preso dagli scavatori e portato a Villacidro dove si trova tutt’ora presso il museo sacro ex-oratorio, davanti alla chiesa di S. Barbara. Il pozzo sacro è l’edificio che sembra aver la sua ragione d’essere nel culto delle acque. In Sardegna esistono tutt’ora molti esempi, più o meno conservati di pozzi sacri risalenti al periodo nuragico. Nella località Matzanni in territorio di Vallermosa, al confine col comune di Villacidro si trovano tre pozzi sacri a breve distanza l’un dall’altro. Quasi tutti hanno il medesimo schema costruttivo: Il pozzo vero e proprio ricoperto dalla tholos o cupola, il tutto in pietre più o meno lavorate, la scala e l’atrio o vestibolo. Ogni sezione probabilmente aveva un diverso livello d’accesso e diversità d’uso. Si distingue il pozzo vero e proprio del diametro che va dai 2 ai 3 metri costruito con perizia specialmente evidente nella copertura realizzata con la tecnica ad aggetto e chiamata tholos dal nome che i greci avevano dato alle costruzioni sarde che richiamavano le loro Tholoi. Dal fondo del pozzo una scala di 12/13 gradini portava all’atrio pure in pietra ma ricoperto da travi in legno e altri materiali. Questo locale era lastricato in pietra. Lungo i lati lungo di un muro si trovava un sedile continuo pure in pietra.Dalla descrizione operata da F Sedda risulta che l’ atrio del pozzo C di Matzanni aveva il sedile solo dal lato destro . Questo locale aveva una sua funzione specifica sempre legata al pozzo e alle acque sacre.Si trovano nei pressi segni di cerimoniali sacri quali aree sacrificali ecc.e al suo interno sono stati rinvenuti oggetti riconducibili ad un uso cerimoniale.
 Sempre a Serri nell’atrio si nota ancora un bacile e una canaletta che percorre un lungo tratto e porta all’esterno del vestibolo. In tale spazio erano sistemati gli ex-voto sotto forma di bronzetti. Nell’atrio del pozzo A di Matzanni, come già ricordato fu rinvenuta una piccola ara peraltro scomparsa. Il Lovisato aveva fatto in tempo ad operare uno schizzo di essa. Il Taramelli se ne era interessato e aveva trovato riscontri di oggetti simili in altre località del mediterraneo orientale. Quali cerimonie religiose civili o terapeutiche si celebrassero non è dato sapere con precisione:studi e ricerche hanno tentato di dare spiegazioni più o meno convincenti. Uno dei primi e certamente tra i più importanti è stato Petazzoni che studiò la religione primitiva in Sardegna e dedicò al culto delle acque una parte rilevante della sua opera sull'argomento. Egli descrisse i due pozzi (il terzo non era ancora stato scoperto)e fece uno schizzo del pozzo A. La sua interpretazione del culto delle acque è di largo respiro, i parallelismi con altre culture, esempi attuali di comportamenti umani che richiamano tutt’ora le antiche usanze trovano ampio spazio nella sua appassionata trattazione.Invero alcune sue supposizioni sono state superate dalle scoperte e studi successivi. Secondo lui il pozzo in sé non era una fonte bensì un deposito d’acqua, in alcuni casi addirittura protetta da un coperchio di legno posto in fondo al pozzo. Che uso si poteva fare di quella acqua così preziosa e sacra? Le acque dei pozzi sacri avevano un fine terapeutico, magico-religioso e civile, se è lecito operare una tale distinzione riferita a quel tempo. Antichi autori greci affermano che in Sardegna esistevano delle sorgenti di acqua miracolosa fredda e calda. Tra Vallermosa e Villasor, in località s’Acqua Cotta esiste tutt’ora una sorgente d’acqua calda utilizzata per secoli a scopo terapeutico e recentemente ceduta ad una società produttrice di acque minerali. Gli stessi autori riferiscono che quell'acqua aveva benefici effetti sugli occhi. Altri riferiscono che gli effetti terapeutici si estendevano anche ai dolori alle ossa e ad alleviare altri malanni tra cui i danni provocati dal morso di un insetto particolare che sembra procurasse notevoli disturbi. Nell’atrio dei pozzi venivano collocati dei bronzetti; la loro presenza sembra strettamente legata alle ceromonie religiose che avevano luogo presso il pozzo. Essi sono stati anche interpretati come una specie ex-voto. A Serri è stata trovato il bronzetto che rappresenta una madre che ringrazia per la guarigione del figlio.(A volte confusa con la madre dell’ucciso di Urzulei) Riguardo alla località di Matzanni il Lovisato dà notizia di ritrovamenti operati dai primi scavatori clandestini:quasi tutto è scomparso eccetto una ciotola di bronzo dorato, una moneta e il famoso bronzetto denominato Barbetta o Offerente che rappresenta secondo l’interpretazione di Lilliu un popolano in atto fare offerte votive alla divinità. L’intreccio tra religione, medicina,magia e dato fisico è praticamente inscindibile per i nostri protosardi. L’origine dei malanni può essere d’origine divina o dovuta a cause misteriose, certamente note alla divinità che può intervenire in favore dei fedeli che utilizzano l’acqua sacra come mezzo per entrare in contatto con la divinità e ottenere benefici. La malattia è curata con cerimonie religiose in cui l'acqua ha una parte importante.Non per niente il Petazzoni, citando le scoperte del Lovisato avanza l’ipotesi che le costruzioni circolari, i cui resti sono situati tra i pozzi A e B di Matzanni, fossero ricoveri o dimore per sacerdoti o per fedeli convenuti per pratiche medico-religiose (sul modello di quelle più note del Santuario di S.Vittoria). Invero altre pratiche magico-religiose avevano luogo probabilmente nei santuari nuragici come la pratica della incubazione.
Il culto delle acque sacre riveste tuttavia un ruolo molto importante con una valenza profonda nel rapporto tra religione e vita sociale: se infatti l’acqua lustrale aveva il potere di guarire gli infermi aveva per contro anche quello di smascherare i colpevoli di vari delitti. Questo avveniva col rito dell’ordalia. Il luogo per eccellenza deputato a svolgere questo compito era il pozzo sacro peraltro dedicato ad una divinità (Il Petazzoni indica il Sardus Pater;oggi si propende per altre indicazioni, forse una divinità locale o forse le antichissime divinità primitive naturali). Questo rito sembra fosse abbastanza comune nell’antichità tra i popoli del Mediterraneo (Sicilia)e in altre parti del mondo antico ( Africa). Ma l’ordalia sarda ha una sua peculiarità ed è citata più volte dagli antichi scrittori latini e greci.

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM
Fonte: www.matzanni.com

martedì 20 agosto 2013

I popoli del mare e la Bibbia


I popoli del mare e la Bibbia 
di Leonardo Melis 
da www.antikitera.net

 Che c’entrano i Popoli del Mare con la Bibbia? Sembra molto, molto più di quanto si possa immaginare, parlando di uomini che, per la loro cultura di guerrieri professionisti, erano lontani anni luce dagli Ebrei che invece praticavano la guerra solo per necessità di sopravvivenza. Da secoli molto si è scritto sulla Tribù scomparsa di Dan. Alcuni studiosi l’hanno collocata persino fra i Pellerossa d’America. Altri in Etiopia, in Egitto e via dicen- do. Secondo il racconto biblico Dan era uno dei figli di Giacobbe, che insieme al padre e gli altri fratelli si trasferì in Egitto su invito di Giuseppe diventato un alto dignitario alla corte del faraone. Figlio di Bilhah schiava di Rachele.
Tracce di DAN, Nave con Bussola identica alle navi shardana (da: The Names of God); una navicella sarda in bronzo con installata la bussola a bordo.

 Giacobbe diceva di lui “E’ forte come un leoncello, astuto come il serpente, pense- rà lui alla salvezza”. A quale salvezza allude-va Giacobbe? Forse che l’antico patriarca aveva già previsto i fatti dell’Esodo? Non alla salvezza spirituale comunque, poichè Dan e la sua discendenza erano poco inclini alla fede nel Dio di Israele tanto che, appena poterono, si diedero all’' idolatria”(almeno così gli Ebrei chiamavano qualsiasi culto che non fosse quello di Jawhè). Dan, quindi, avrebbe pensato alla salvezza intesa come difesa dai nemici terreni, in primis gli Egiziani. Mosè sistemava la tribù di Dan a settentrione (con Neftali e Aser), quando Israele si accampava nel Sinai. E quando il popolo riprendeva la marcia, Dan fungeva da retroguardia (Numeri X: 25); il motivo di tutto ciò era il pericolo che gli Egiziani attaccassero, cosa che potevano fare solo arrivando da Nord via terra, essendo il Sinai una penisola circondata per tre quarti dal Mar Rosso. Ma Mosè aveva affidato loro anche il compito di “polizia militare”. Non dimentichiamo che, secondo la Bibbia, egli astutamente chiese al Faraone il permesso di andare nel deserto a fare un Sacrificio a Jawhè con tutto il suo Popolo e il Faraone, che non si fidava per niente, mandò loro die- tro un contingente di soldati che li seguì per lungo tempo. Ma “Il Liberatore” non doveva essere stato sincero neanche con molti dei suoi seguaci. Essendo, infatti, gran parte dell’indisciplinata moltitudine poco convinta di questo girovagare nel deserto, alcuni gruppi potevano tentare il ritorno in Egitto e qualcuno ci provò, come Datan e Core. Per questo Dan aveva in retroguardia il compito di “raccogliere”(Numeri: X-25), raccogliere cosa? Probabilmente i disertori. E sappiamo che svolsero sempre con scrupolo il loro lavoro, come del resto avevano sempre fatto anche quando erano al soldo di Ramses e degli altri faraoni, ma anche degli Ittiti e degli Assiri. Un altro importante compito diede loro Mosè: la costruzione nientemeno che dell’Arca dell’Alleanza! Compito affidato a Ooliab figlio di Achisamach, geniale artigiano, che insieme a Bezaleel di Giuda era definito da Mosè “Ideatore di progetti (Esodo XXXV: 35) che inoltre intesseva la porpora viola, rossa scarlatto e ricamava in bisso... (Esodo XXXV: 30, 35 e XXXVIII: 38, 23). I Daniti conoscevano la porpora 3-4 secoli prima dell’avvento dei Fenici! Non è un caso neanche che insieme a Ooliab di Dan, Mosè chiamasse Beezaleel di Giuda. L’astuto Patriarca a quanto pare si fidava ciecamente di questi due gruppi, o tribù, più che degli stessi Leviti. Vediamo perché: Dan fungeva da retroguardia e si accampava sempre a Settentrione, con Dan c’era la tribù di Aser e quella diNephtali, mentre Giuda si accampava a Levante. Con Giuda erano le tribù di Zabulon e di Issacar. 
Tracce dell'Esodo nel deserto (Menorah e stella di David) a Nahal Avedat (da: The Names of God).

Abbiamo affermato che per la posizione geografica del Sinai, il pericolo di un attacco da parte degli uomini del Faraone, che avevano continuato l’'inseguimento anche dopo il passaggio del Mar Rosso, poteva venire via terra solo da Nord, mentre eventuali altri nemici si trovavano verso Levante, dove comunque Mosè voleva condurre la moltitudine che l’aveva seguito. Quindi: Giuda guidava e Dan proteg-geva. Ma c’è di più: secondo alcuni studiosi altre tribù d’Israele, oltre Dan, appartenevano ai Popoli del Mare: Issacar e Aser erano Tjeker(i Teucri di Omero), Zabulon era Danai (cioè Shardana) (NB: Sappiamo per certo che in Palestina s’insediarono al tempo dell’Esodo i Phelets-Filistei, i Danen-Danai e i Tjeker-Teucri). Non solo, la Bibbia racconta anche delle virtù straordinarie di queste tribù: oltre le doti militari di Dan, parla esplicitamente dell’abilità nel commercio di Zabulon e della straordinaria conoscenza delle Leggi di Issacar. Tornando a Mosè egli poteva disporre quindi di quattro gruppi di armati: in testa Zabulon e Issacar, in retroguardia Dan e Aser, altro che popolo di mattonai e artigiani! G iacobbe diceva di Dan: come il serpente lasceranno la traccia, lui e i suoi discendenti, dove passeranno. Le parole pronunciate dal Patriarca erano ancora una volta profetiche, infatti, i Daniti avevano l’abitudine di imporre il loro nome ai luoghi del loro passaggio. Il Libano, la Siria, la Palestina e altri luoghi lontani conservano ancora la radice dan, don, din, dun quando non addirittura l’intero nome di Sher-Dan (principi di Dan), come Sar- denay, Zardana (Sardone dei Crociati), Sardanas (antica città presso Tiro). Cominciarono appena arrivati nella Terra Promessa: la parte della tribù rimasta (spieghiamo in seguito dove era finita l’altra parte) “Ebbe difficoltà a conquistarsi(?) il territorio assegnato, quindi attaccò la terra di Leshem e vi si stabilì chiamandola Leshem-Dan” (Josh. 19:47). Perché la Bibbia parla di una parte della tribù di Dan? E perché Dan non riuscì a conquistarsi” la parte spettante? Le altre tribù la ebbero dai territori precedentemente conquistati da Israele. Nell'Apocalisse si legge:(VIII: 3) “Non fate male alla terra e al mare, sino a tanto che abbiamo segnati nella lo-ro fronte i servi del nostro Dio. E udii il nu- mero dei segnati, 144.000 da tutte le tribù dè figlioli d’Israele”. Continua elencando 12.000 servi per ogni tribù, comprendendo Manasse ed Ephraim, ma non menzionando affatto Dan. Perché? E ancora nel Libro dei Re (XI:29-32 e 35-36) Achia prese il suo mantello e lo divise in 12 pezzi, quindi disse a Geroboamo: prendine 10 pezzi. Ecco dice il Signore: lascerò il regno a Salomone, ma darò a te 10 tribù e a lui lascerò una tribù per amore di Davide mio servo.” La tribù rimasta a Salomone era quella di Giuda. Perché ancora una volta sono nominate 11 tribù, qual è quella mancante? Ancora la Bibbia (su 1 Cronache) elenca le genealogie di Giuda, Ruben, Gad, Manasse, Levi, quindi le tribù del Nord: Issacar, Beniamino, Neftali, Manasse, Efraim e Aser. In tutto sono dodici, ma Manasse è ci- I figli di Giacobbe erano dodici: - Da Lia nacquero: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon; - Da Rachele: Giuseppe e Beniamino; - Da Bilhah schiava di Rachele: Dan e Nephtali; - Da Zelpha, schiava di Lia: Gad e Aser. I n seguito per volere di Giacobbe furono in-clusi i figli di Giuseppe, (che quindi ebbe doppia porzione nella spartizione della terra Promessa). Escludendo quindi Giuseppe, il totale dà 13. 
 Altri graffiti del Negev riferiti all'Esodo (da: Names of the God) - Un mosaico con Bussola e Tanit - Sestante ritrovato a Cagliari e, sotto, la Bussola ricostruita da MARIO PINCHERLE e ripresa da Leonardo Melis nel suo libro su I POPOLI DEL MARE.

E’ però ancora più curioso no- tare che una volta partiti dall’Egitto, riferendosi a Manasse, la Bibbia parla sempre di mezza tribù, ma il termine non è mai riferito a Ephraim, mentre si parla di una parte della tribù di Dan. Di contro nel libro di Deborah (judici 5:17) si afferma che Dan andò ad abitare sulle navi. Dan (giudice,capo) era nato nel 1737 a.C., l’Esodo avvenne nel 1278 (ma qualcuno dice prima: 1587, noi teniamo per buono 1278, all’epoca di Ramses II). La tribù di Dan seguì Mosè con 62.700 uomini atti alla guerra, Ephraim con 40.500 e Manasse con 32.200. Un rapporto su Manasse di circa 2 a 1 e su Ephraim di circa 3 a 2. Considerando che la differenza di età fra loro era minima (Dan era più vecchio di Manasse di circa cinque anni e di Ephraim di tre anni) dobbiamo pensare che Dan e i suoi discendenti erano stati prolifici in modo superbo! Siamo portati quindi a pensare che alla tribù si sia aggiunto un altro contingente abbastanza numeroso di persone per gli scopi che abbiamo immaginato, cioè quei mercenari esperti nell'’arte della guerra che avrebbero dovuto scortare gli Ebrei nel loro viaggio avventuroso verso la Terra Promessa. Ciò spiegherebbe il fatto che la tribù di Dan non era molto incline a seguire la Religione di Mosè ma, appena pote- va, “ricadeva nell’idolatria”. Dal Libro dei Giudici: “La tribù di Dan non si era ancora stabilita, ma occupò Canaan. Mandarono 5 forti guerrieri a esplorare, lì trovarono un sacerdote levitico dei loro (di Israele, N.d.A.) a casa di un certo Milcah e gli chiesero come mai si trovasse da quelle parti, egli rispose che Mil- cah lo pagava per fare il sacerdote nella sua casa e per la sua gente. Essi gli chiesero se Dio era con loro, egli rispose che avevano la Sua benedizione. Proseguirono e trovarono una ricca città abitata da gente pacifica. Tornati dai loro, riferirono quanto visto e i figli di Dan si armarono in seicento e partirono. Giunti presso Cariath-jarim si fermarono e posero il campo e diedero a quel luogo il nome di campo di Dan. Poi proseguirono e giunsero alla casa di Milcah dove trovarono ancora il giovane levita. Alcuni di loro presero le statue, l’Ephod e gli idoli e con dolci parole chiesero al giovane di seguirli dicendogli che era meglio fare il sacerdote per un’intera tribù che per un uomo solo. Egli convinto li seguì, ma Milcah con la sua gente inseguirono i figli di Dan per farsi restituire gli idoli e il sacerdote. Ma i Principi di Dan dissero loro di non osare più proferir parole nei loro confronti, se non volevano avere contro uomini corrucciati e dediti alla guerra. Così proseguirono verso il paese di Lais che conquistarono distruggendo la città e passando a fil di spada gli abitanti. Da allora Lais si chiamò Città di Dan e Jonathan e la sua stirpe diven- nero i sacerdoti dei loro idoli.” (giudici XVIII (NdA: Jonathan era nipote di Mose). Anche questa parte di tribù rimasta, dunque, appena poté, si staccò dal resto di Israele e si die-de agli antichi culti “idolatri”. La vicinanza dei porti fenici li indusse a stringere alleanza con le popolazioni di Tiro e Sidone con le quali in seguito solcheranno il Mediterraneo, mischiandosi ai loro antichi fratelli allontanatisi dopo l’arrivo nella Terra Promessa. Ma dove potevano essere giunti i figli di Dan una volta allontanatisi dai loro fratelli di Israele? L'’abitudine di Dan a lasciare la traccia come il serpente, ci aiuterà non poco a ritrovarne il cammino percorso.

 Durante il regno di Ramses II l'’Egitto è al massimo del suo splendore, è uno dei grandi imperi dell’epoca insieme a quello Miceneo e a quello Ittita. Nei suoi confini abitano altri popoli e fra questi gli Habiru (Ebrei) che la Bibbia chiama Israele, alcune tribù di razza semitica arrivate in Egitto al seguito degli invasori Hiksos e per questo poco benvolute dagli Egiziani. Sono un popolo in prevalenza di artigiani, Ramses se ne serve per costruire la sua nuova capitale, Pi-Ramses. Essi fabbricano mattoni crudi e piastrelle di ceramica, non si occupano certo di arte militare, sono sottomessi e incapaci a ribellarsi. Finché tra loro arriva un “salvato dalle acque”,un messia: Mosè. Egli è un principe egiziano vicino alla famiglia reale, sicuramente un alto dignitario e probabilmente un generale a capo di uno dei tanti reparti di mercenari di stanza in Egitto, ricordiamo che il nome Mose era abbastanza comune in Egitto, il significato preciso è: fanciullo, di solito il termine Mose era accostato al nome di un Dio quando si trattava di fanciullo di nobili origini. Abbiamo quindi: Toth-Mose (Tuthmosis), Ra-Mose(Ramessu,Ramesse), Amon-Mose (Amose), cioè: il fanciullo di Toth, il fanciullo di Ra, il fanciullo di Amon, vale a dire: “il Dio Toth, Ra, Amon… ha dato un fanciullo”; un termine quindi che equivaleva a bambino, figlio. Il significato Biblico di “Salvato dalle acque” fu creato ad hoc per legittimare la grandezza di un condottiero di Popolo quale egli diventò e, per farlo, l’accostamento al più grande condottiero dell’Antichità, Sargon di Akkad, poteva avvenire solo paragonandone la nascita e l’ascesa al potere. Anche Sargon fu “salvato dalle acque” da un dignitario di corte di una città semitica di cui divenne re, muovendo poi alla conquista di un impero, il primo grande impero della storia. Mosè quindi, caduto in disgrazia probabilmente per aver ucciso un egiziano, o più probabilmente perché seguace di Athon, il Dio messo al bando dopo la morte di Amenophe IV, si mette a capo di queste tribù semitiche rese schiave in terra straniera e della minoranza religiosa cheseguiva ancora il Culto di Aton e li conduce fuori dall’Egitto. L’impresa non è facile, ma egli ha l’aiuto del Dio di Israele e anche, crediamo, molte conoscenze scientifiche alle quali era stato probabilmente iniziato per la Ramses li aveva avuti al fianco nella battaglia di Qadesh, forse proprio al comando di Mosè. Ma essi erano in Egitto già dai tempi di Amenophis III, se non addirittura dall’invasione degli Hiksos (che secondo alcuni studiosi facevano parte anch’essi dei Popoli del Mare). Il nome Sher-Dan (SRDN) significa principi di Dan. È una coincidenza strana che sua qualifica di principe. Cerca di convincere con l’astuzia il faraone a lasciar andare il suo nuovo popolo forse a offrire un sacrificio nel deserto, cosa che gli riesce con le buone o con le cattive. Caricati vecchi, donne e bambini sui carri, ordinate alla meglio le schiere dividendole per tribù secondo le origini, dopo aver debitamente depredato gli egiziani del l’oro e dell’argento e averne ricavato altro dalla vendita di case e terreni, essi si mettono in marcia. Ma come può un popolo di mattonai affrontare le popolazioni ostili che sicuramente incontreranno sul loro cammino? 


Magnifica Italia - Sardegna - Da Capo Malfatanu a Capo Mannu

lunedì 19 agosto 2013

Pozzi Sacri di Matzanni

da www.sardolog.com
di Mario Cabriolu

Le Tombe di Matzanni Ho deciso di tornarci ancora. L'ultima volta che ci sono stato ero di fretta e quel luogo va visitato, vissuto con calma e con mente serena. Anche stavolta ho evitato la comoda strada “moderna” che ti porta fin lì da Vallermosa. Volevo respirare un pò di “antico” con l'illusione di percorrere, almeno nell'ultimo tratto e con gli stessi mezzi, quella strada che rappresentava, per i miei antenati, la via della fede, della speranza; la via per Matzanni.
Partenza da Villacidro; all'uscita del paese, in direzione Cagliari, ho preso il bivio per M.ti Mannu.Ho proseguito per 2 km su strada asfaltata fino alla biforcazione: a destra per M.ti Mannu, a sinistra per S. Sisinnio. Ho seguito quest'ultima direzione. Dopo altri 2 km ho lasciato, sulla destra, la deviazione per la chiesa di S. Sisinnio, una pregevole chiesa campestre medievale, sorta, pare, su preesistente sito nuragico. Il Santo è importante per Villacidro e la sua chiesa sottolinea il legame storico del paese con la montagna. Suggerisco comunque una visita alla località, dove si respira davvero un'aria particolare fra gli ulivi secolari. Altri 3 km e ho trovato a destra il bivio per la diga di M.te Arbus, che ho ignorato … ma potete fare una breve sosta per osservare lo splendido colpo d'occhio dello specchio d'acqua …. quando c'è, naturalmente! La diga, con lo sbarramento in terra battuta, raccoglie le acque del rio Leni a valle della confluenza col rio Coxinas. E' lì, in posizione mai accertata, che sorgeva il borgo medievale di Villascema , abbandonato intorno al 1300. Fino a qui la strada asfaltata è di buona qualità, da qui in poi il fondo, ancora asfaltato, diventa pieno di buche.


Dopo poco meno di 20’ dalla partenza e dopo aver percorso circa 14 km, un piccolo cartello sul lato sinistro della strada segnala l’inizio del sentiero per Matzanni. Poco prima del cartello è presente un’ampia piazzola, sulla destra, a 500 metri di quota, dove si può lasciare l’auto. E’ doveroso fermarsi un attimo e osservare tutt’intorno: la diga, lo splendido bosco sottostante, la strada, brutta ma indispensabile ferita, la montagna soprastante che ha sofferto la violenza di troppi incendi e che, su questo versante, fa fatica a risvegliarsi.
foto 1: al centro Cuccuru Nuraxi;
a sinistra uno scorcio del lago artificiale di M.te Arbus
Le carte dell’IGM riportano, poco a valle rispetto a questo luogo, il toponimo Genna Uraxi. E’ in una carta mineraria dell’800 che ho trovato l’ovvia spiegazione: in quella oltre a Genna Uraxi c’è un Cuccuru Nuraxi … il cuccuru c’è ancora oggi e anche i resti del nuraghe, in apparenza bilobato, in posizione davvero singolare a guardia della montagna o della via per Matzanni … è da lì che passa la strada che dal Rio Leni porta alle tombe. Oggi quei sentieri li chiamiamo le vie dei carbonai, perché realizzati dai tagliatori di legna che fra ‘800 e metà del ‘900 fecero più danni degli incendi successivi. E’ facile pensare che i carbonai si siano serviti di sentieri già esistenti, tenuti liberi da is crabascius prima e prima ancora dai nostri antenati che lungo quella via, la più breve dalla valle del Leni, potevano raggiungere l’opposta valle del Cixerri.


foto 2 : Cuccuru Nuraxi:sono visibili i materiali di spoglio del nuraghe
Ho preso a salire per il sentiero, il cartello prevede 1 h 30' di cammino. La salita è subito mediamente ripida e resterà tale per quasi duemila passi (dei miei naturalmente!). Il panorama verso N-E si fa da subito eccezionale, la valle del Campidano, la Marmilla , le Giare fino al Gennargentu, innevato in questi giorni.

foto 3 :
panoramica in direzione est, da Cuccuru Nuraxi

l nuraghe , sempre sotto di me, mi accompagna lungo tutto il cammino che dà sul versante della valle del rio Leni. 1.850 passi dalla partenza : il passo; scomparsa d'un colpo la valle del mio fiume il cammino si fa praticamente piano (sarà così fino all'arrivo). Altri 120 passi e il sentiero viene tagliato da un strada camionabile che è il caso di ignorare… sull'altro lato ritrovo con facilità il sentiero e finalmente un boschetto a sughere.


Dopo altri 200 passi giungo ad una sorgente che dà acqua abbondante: serbatoio in cemento e muretti in pietre faccia a vista la evidenziano e invogliano alla sosta. E' questa una delle tante sorgenti della zona. Prova evidente che soprattutto qui (ma anche in tante altre parti montane dell'isola) la penuria d'acqua non ha mai rappresentato un vero problema per la sopravvivenza di uomini e animali. Proseguo ancora e dopo 600 passi un'ampia fascia tagliafuoco interrompe il sentiero … dall'altra parte c'è l'area delle tombe. Poste a circa 690 metri s.l.m. le Tombe di Matzanni sono in realtà tre pozzi sacri , o forse dovremmo dire un'ampia area cultuale dotata di almeno tre pozzi sacri, caso unico conosciuto in Sardegna. Sorgono in agro del Comune di Vallermosa in prossimità del limite amministrativo dei comuni di Villacidro e Iglesias. I pozzi sono stati scavati per la prima volta dal Taramelli agli inizi del secolo scorso. Quell'intervento e l'incuria susseguente ne hanno quasi decretato la rovina: l'assenza di opere di protezione delle tholos e l'abbandono dell'area, devastata dai cercatori di tesori, hanno provocato il rapido deterioramento delle strutture. E' in corso da diversi mesi un importante intervento di scavo archeologico che sta mettendo in luce una piccola ma significativa parte dei manufatti esistenti nell'intorno di uno dei pozzi: sentieri lastricati, muri di contenimento in pietrame …. È stata accertata la presenza di 12 capanne e speriamo di poter vedere risorgere questo villaggio che riserva sicuramente tante sorprese.

foto 5 e foto 6 : due immagini del pozzo sacro sul quale sono concentrate le attuali operazioni di scavo

Il pozzo sacro è l'edificio di culto per eccellenza della civiltà nuragica. Se ne conoscono una quarantina in tutta la Sardegna e sono presenti a nord come al centro e a sud dell'isola, senza particolari differenze costruttive.



Erano dei gioielli d'architettura che oggi possiamo ammirare soltanto nelle porzioni residue, parzialmente interrate: ogni pozzo pare fosse dotato di strutture accessorie in elevazione fuoriterra alte anche oltre 5 m. Sono molti i pozzi che attendono di essere scoperti, probabilmente più di quanti non siano quelli conosciuti. Ho visto personalmente a Perdaxius la parte sommitale della tholos di un pozzo sacro trovato per caso durante le opere di scavo delle fondazioni del muro di recinzione del nuraghe. La realizzazione dei pozzi sacri pare risalga a non prima del XII sec. a.C. L'uso è provato per alcuni di essi, in base ai ritrovamenti effettuati, fino ad epoca romana. E' strano come le invasioni e/o relazioni amichevoli con culture evolute abbiano lasciato pressoché inalterato questo aspetto della religiosità dei sardi: hanno praticato le loro cerimonie in quei luoghi per oltre mille anni . Solo la religione cristiana ha soppiantato quel culto e in alcuni casi lo ha fatto con chiari fenomeni di sincretismo (a S. Vittoria di Serri, a S. Anastasia di Sardara, a S. Cristina di Paulilatino ecc.). Alcuni secoli separerebbero il periodo di massima edificazione dei nuraghi rispetto al periodo di inizio nella costruzione dei pozzi sacri . Questo fatto, aggiunto alla tecnica costruttiva e ai materiali adoperati, normalmente differenti per le due tipologie di fabbricato analizzate, rappresenta una sorta di enigma che ha coinvolto un po' tutti gli studiosi. Per alcuni questi elementi sono la dimostrazione che i costruttori dei pozzi sarebbero un popolo diverso da quello che edificò i nuraghi. Alcuni popoli, giunti in Sardegna d'oltremare, l'avrebbero conquistata con le armi, provocando la fine della civiltà nuragica (con la distruzione di molti nuraghi) e avrebbero introdotto nuove tipologie edilizie quali le capanne circolari e nuovi culti, quale quello delle acque. Il pozzo sacro sarebbe l'ennesima acquisizione dall'oriente nel campo dell'architettura. L'unico caso di pozzo sacro extrainsulare è quello del pozzo di Garlo in Bulgaria (incredibilmente simile a quello detto di Funtana Cobèrta a Ballao). E' vero invece che possiamo a ragione emozionarci di fronte ai pozzi sacri di Santa Cristina, di S. Vittoria di Serri, di Su tempiesu, ecc.; così come dinanzi ai piccoli gioielli architettonici di Matzanni: sono tutti esempi di edificio cultuale a cui ci ha abituato la nostra terra ma che sono unici al mondo : non c'è nulla del genere nel resto dell'Italia, nulla nelle altre isole del Mediterraneo a cui dovremmo essere debitrici di civiltà. Dal XII sec. a.C. comincia l'età “buia” per buona parte del mediterraneo; la nostra terra invece sviluppa prodigi. Altri due grossi problemi irrisolti, legati ai pozzi sacri, sono i seguenti: chi era il dio a cui era rivolto il culto delle acque qual'era il cerimoniale praticato all'interno o nelle aree all'esterno dei pozzi La prima risposta per molti è ovvia: esiste ancora oggi il richiamo ad una Mamma ‘e sa Funtana, uno spirito che dimorerebbe nei pozzi. Dice Ercole Contu :«La storiella viene oggi usata per spaventare i bambini, ma certo in origine aveva significato più serio e profondo. Significava forse una potente e temuta divinità idrologica sotterranea; una delle manifestazioni, forse, della Grande Madre (…)» ( Contu, 1998 ) E' curioso poi apprendere che in due Santuari, a Santa Vittoria di Serri e a S. Anastasia di Sardara sono state trovate delle protomi taurine scolpite in pietra, che ornavano le strutture in elevazione dei pozzi. Un simbolo che invece è quasi sempre presente è il modellino nuragico in pietra, a volte piccolo, a volte tanto grande da costituire un altarino (anche a Matzanni ne è stato trovato uno, custodito nel piccolo museo archeologico di Villacidro). Secondo alcuni sarebbe anch'esso la rappresentazione della divinità maschile (un'evoluzione recente, più elaborata, delle pietre fitte )¹. E' indubbia la natura femminile della divinità legata al culto delle acque (molti pozzi sacri sorgono su aree consacrate a delle Sante), ma fra i simboli pienamente riconoscibili ritrovati nell'ambito dei pozzi c'è il toro , tipicamente maschile, e forse l'altrettanto maschile modellino nuragico. E' facile allora affidarsi alle scoperte del prof. Gigi Sanna e ammettere che i sardi nuragici seguissero una religione monoteista, con un unico dio che aveva in sé nel contempo l'elemento maschile e quello femminile. Vogliamo infine soffermarci un attimo sul nome della località: cosa significa Matzànni? Sembra composto da Màtza (massa, budella) + nì (neve) e in effetti lassù la neve vi abita spesso d’inverno. La pronuncia attuale sembra non giustificare tale origine. Abbiamo cercato in zona toponimi simili: nel fluminese esiste una località detta Matzàmi (s’arroia de- e sa punta de-). Matzàmi deriva da Matzàmini = interiora di animale in genere. Da Matzàmi a Matzànni il passo è davvero breve, non solo graficamente. E’ immediato il richiamo a qualcosa che abbiamo letto sui pozzi sacri: in alcuni di questi sono state trovate delle pietre lavorate con chiara funzione di pietre sacrificali (bordo in rilievo, fori passanti, scanalature). I tantissimi bronzetti votivi o oggetti di vario tipo rinvenuti nei pozzi e nelle aree limitrofe testimoniano l'uso dell'offerta alla divinità e in tutte le principali religioni mediterranee l'offerta più alta era la vita stessa di un essere vivente,di norma un animale. I sacrifici in cambio di qualcosa: la guarigione da mali fisici o l'espiazione di colpe terrene. Le fonti classiche (Solino, Prisciano e Isidoro di Siviglia ) ci raccontano di un cerimoniale che si svolgeva con le acque termali e verosimilmente anche in tutti i pozzi sacri: una sorta di processo con giudizio divino. Il colpevo¬le di furto che si fosse bagnato con quest'acqua diventava cieco, l'innocente beneficiava di una vista migliore.
foto 7 : i resti del tempio" fenicio"a Matzanni
La singolarità del luogo che stiamo descrivendo è dovuta anche alla presenza di un “Tempio Fenicio”, come è detto nella carta dell’I.G.M. Sono i resti di un edificio a pianta rettangolare, di piccole dimensioni, per buona parte crollato. Era costruito con tecnica isodoma con blocchi di calcare portati presumibilmente dall’area Cagliaritana. Si trova a 724 m s.l.m., in posizione che dire panoramica è davvero limitativo: pur così piccolo, col suo colore bianco candido, doveva essere visibile dall’entroterra di Cagliari fino all’aria di Barbusi e oltre.
foto 8 : altra immagine dei resti del tempio" fenicio"


Il tempio sembra esser stato deliberatamente demolito sul posto però qualcosa non torna: mancano tracce della copertura e forse le pietre sono poche rispetto a quelle necessarie per dare altezza al manufatto….potrebbero mancare dei pilastri (se non colonne), forse esistenti e poi asportati, quale parte più pregevole della struttura per essere trasportate altrove….chissà! Resta comunque un mistero questo tempio costruito a poco più di cento metri di distanza dall’area dei pozzi in un’età in cui questi ultimi erano probabilmente ancora utilizzati a scopo di culto. La sua costruzione è oggi attribuita unanimamente ai Cartaginesi. A seguito della sua scoperta e fino alla seconda metà del secolo scorso si è dibattuto sulla possibilità che tale struttura fosse fenicia e non punica. Il dubbio in realtà permane perché non abbiamo prove certe che avvalorino l'una o l'altra tesi. La teoria fenicia può essere sostenuta con molta difficoltà, data la posizione così alta e distante dai piani costieri che sarebbero stati sotto l'influenza dei coloni levantini.
foto 10 : scorcio di panorama visibile dal tempio "fenicio"

Si è fatto tardi. Sulla via del ritorno mi fermo ancora un attimo nell’area dei pozzi: il piccolo villaggio giace su un pianoro riparato da maestrale e, nonostante la posizione così alta, seminascosto, tutto il contrario rispetto al vicino “tempio fenicio”. Sotto di me, verso E-NE, si apre il canale di Gutturu Mannu, che rappresenta l’unica vera finestra verso il mondo circostante e che si apre sul Campidano. Devo ammette di esser stato bene, di aver provato la solita emozione e stupore di fronte a queste opere, frutto di antichi artisti, ma di non aver colto nulla di profondamente spirituale e di non aver sentito alcuna presenza.
foto 11 : vista verso E-NE dal pianoro dove sorgono le tombe di Matzanni

Anche questo luogo porta con se delle Maledizioni e l'ho scoperto solo dopo esser rientrato a casa: mia madre mi ha raccontato di come suo nonno, quando lei aveva meno di cinque anni, le avesse riferito di alcuni fatti strani legati alle tombe di Matzanni. Pare che il mio bisnonno non le avesse mai visitate, tanto che non sapeva neppure cosa fossero queste tombe; conosceva però alcune persone che, andate lì di notte alla ricerca di tesori, rientrate a mani vuote, terrorizzate, erano morte di lì a poco. La stessa fine pare fosse toccata anche ad un amico del mio bisnonno che lo aveva inutilmente invitato, con insistenza, a tentare con lui quell'avventura.
foto 12 : dentro il pozzo ..... una presenza


Strana superstizione, un estremo richiamo al rispetto per quel luogo che forse nasconde la vera natura del rito antico … la paura di essere giudicati e di esserlo da una divinità tanto infallibile quanto giusta e quindi spietata … Ecco perché non ho sentito quel qualcosa e non ne ho neppure visto l'immagine ..... neppure mentre la fotografavo!

  Mario Cabriolu

 ¹Qualcuno nega che si tratti di rappresentazioni dei nuraghi : essendo i costruttori dei pozzi sacri gli autori della fine della civiltà nuragica, non è possibile che loro avessero come oggetto di culto delle sculture che erano il simbolo della precedente civiltà ! Il pregevole modellino in pietra di San Sperate, come quello di Villacidro e come i tanti altri, anche in bronzo trovati in tutta l'isola, sono riproduzioni, a volte fedelissime, di nuraghi!

da www.sardolog.com

venerdì 16 agosto 2013

Il complesso archeologico di Santa Cristina di Paulilatino


da http://ilpopoloshardana.blogspot.it
di Marcello Cabriolu
Monotorre a Santa Cristina Paulilatino - F.Selis Photo Archive

Il complesso, inquadrabile per frequentazione tra il XVII sec. a.C. e l’Età medievale, si sviluppa su un’ampia porzione di terreno, circa un ettaro, separata in due settori dalla cumbessida di Santa Cristina. La cumbessida o muristene è l’insieme di piccole abitazioni per i pellegrini erette a circondare i santuari campestri ed occupate stagionalmente in occasione della ricorrenza dei festeggiamenti relativi alla figura a cui il santuario è dedicato. Il complesso preistorico di Santa Cristina si divide in due settori: uno a settentrione e l’altro a meridione, ma verosimilmente nell’antichità dovevano essere due quartieri, quello funerario e quello cultuale, di un unico insediamento molto più vasto dell’attuale residuo. Il complesso di settentrione si compone di un pozzo sacro, della capanna delle riunioni e della preistorica cumbessida che ha ispirato, in un sincretismo religioso e culturale, i costruttori tardo-medievali. Analizzando i monumenti osserviamo che il pozzo sacro, conosciuto dai primissimi anni dell’ottocento e scavato solamente dagli anni cinquanta agli anni settanta del novecento, viene reso in conci isodomi di basalto bolloso. Si costituisce in un pozzetto di captazione sormontato da una tholos ipogeica, la quale si presenta rifinita in conci isodomi e rastremata verso l’alto con l’apice della cupola coronato da una ghiera litica aperta volutamente. Si accede al pozzo vero e proprio attraverso una scalinata di pianta triangolare, frutto delle moderne ristrutturazioni e non corrispondente all’originale, che conduce ad un ingresso di luce trapezoidale sormontato da una serie di architravi sovrapposti a gradinata rovesciata.
Scalinata del pozzo - F.Selis Photo Archive

 Anche le pareti della gradinata si presentano rastremate verso l’alto e sono rese con conci isodomi a T con una faccia a vista perfettamente rifinita. I contorni del pozzo sono rimarcati da una forma tondeggiante, posta sopra la tholos, caratterizzata dalla presenza di un sedile e dall’antis parallelo alla scalinata. Questi residui murari, secondo le elaborazioni di alcuni studiosi, erano in origine una sorta di torre o edificio cupolato preceduto da una parte rettangolare con tetto a doppio spiovente, riflessione condotta forse in accostamento ad alcune statuette in bronzo. In prossimità del pozzo si incontra la capanna delle riunioni, resa in basalto e marginata da un sedile, oltre che pavimentata da grandi pietroni. Numerosi sono gli ambienti di forma rettangolare che attorniano sia il pozzo che la capanna delle riunioni e numerosi in questi sono i segni grafici riconducibili a forme comuni usate dai Popoli del Mare per idealizzare la Divinità, nonchè forme scritte vere e proprie. L’altra porzione dell’area archeologica visitabile è composta da un nuraghe monotorre e da un insieme di sepolture di svariate epoche sovrapposte e accostate. Si possono osservare almeno tre strutture allungate absidate rese con tecnica edilizia a “sacco” una delle quali presenta la copertura a piattabande.
Sepoltura absidata - F.Selis Photo Archive

 Questi tre edifici, di cui altri simili li possiamo individuare nell’area di Tamuli di Macomer, pur non presentando l’esedra, sono inquadrabili nella tipologia funeraria delle tombe dei giganti, probabilmente in una fase arcaica. Anche in questo caso, lungo il corridoio di taglio trapezoidale di una delle due, si possono osservare - oltre a segni di vandalismo moderno - forme grafiche riconducibili alla scrittura dei Popoli del Mare. In posizione centrale all’area funeraria sorge un nuraghe monotorre a cui si accede attraverso un ingresso sormontato da un poderoso architrave e coronato da una finestrella di scarico con la sagoma di una testa bovina. Lungo il corridoio che conduce alla sala ancora voltata a tholos e marginata da tre grandi nicchie, si apre a sinistra una rampa di scale che sale in senso orario al secondo livello. Se dall’esterno il complesso può sembrare chiuso e poco arieggiato, le svariate feritoie nel paramento murario della scala ci mostrano un sistema di arieggiamento insospettabile.
Segni di scrittura - F.Selis Photo Archive

 Il secondo livello del nuraghe mostra un ambiente irregolare quasi diviso in due da un tramezzo, ma non dà segni di eventuali piani superiori. L’intorno della struttura rivela la presenza di una consistente necropoli che si sviluppa temporalmente sino all’epoca imperiale e altomedievale, in virtù della presenza di numerosi portelli funerari con doppio spiovente e decorazione a spiga, tipici di sepolture alla “cappuccina”. Degna di nota è la presenza di menhir con coppelle riconducibili all’Età del rame e di diversi macigni con segni di scrittura.
Incisioni su pietra nella cumbessida nuragica - F.Selis Photo Archive
di Marcello Cabriolu

Bosa, Cattedrale dell'Immacolata

da http://www.sardiniatravel.it/it/pagine/nuoro/bosamac.html

Come arrivare.
 La città di Bosa si raggiunge da Macomer lungo la SS 129 bis, da Alghero lungo la SP 49 o da Oristano lungo la SS 292. La cattedrale si trova sulla parte più arretrata del lungo Temo, in prossimità del più antico accesso cittadino che supera l'ostacolo del fiume tramite un ponte in pietra vulcanica. Vi si può accedere dalla piazza Duomo o dal corso Vittorio Emanuele II.

da http://wikimapia.org/1152615/it/Cattedrale-dell-Immacolata


 Il contesto ambientale.
 Il centro storico di Bosa si è formato nel XII secolo, ai piedi del castello di Serravalle, in sito diverso rispetto a quello della città romana e altomedievale, dove si trova l'ex cattedrale romanica di San Pietro extra muros.

da http://www.comune.bosa.or.it/fotoAlbum/


 Descrizione.
 La cattedrale di Bosa, intitolata alla Vergine Immacolata, è stata ricostruita su una chiesa del XII secolo, all'incirca coeva alla costruzione del castello dei Malaspina, che determinò l'urbanizzazione della sponda s. del fiume Temo e il progressivo abbandono della zona in cui sorge l'antica cattedrale romanica di San Pietro. Dopo ripetuti rifacimenti (fra cui uno tardogotico di cui rimane traccia in alcuni tratti murari) l'aspetto attuale risale al rimaneggiamento operato a partire dal 1803, sotto la direzione del capomastro bosano Salvatore Are, coadiuvato in un secondo tempo dal sassarese Ramelli. Il nuovo edificio, ampliato dal cappellone del Sacro Cuore - cui si accede attraverso un vano voltato che interrompe la parete s. nei pressi della bussola d'ingresso - venne solennemente consacrato nel marzo 1809. L'interessante facciata, penalizzata dall'angusto slargo prospiciente, rielabora motivi tardobarocchi desunti in massima parte dalla facciata a ''retablo'' della locale chiesa del Carmelo, con una ripartizione delle superfici in due ordini distinti da un ampio cornicione aggettante e la scansione verticale segnata da paraste e robuste lesene, tutti in vulcanite rossa a vista. Lo spazio interno è a navata unica con cappelle laterali (tre sul lato d. e quattro su quello s.), con copertura a botte lunettata, che riceve luce dagli ampi finestroni in asse con le cappelle. Le quattro campate sono sottolineate da paraste con capitelli, congiunti al cornicione che segna per intero l'innesto delle volte. Il presbiterio rialzato è sovrastato da un'alta cupola su tamburo ottagonale impostato su pennacchi, progettata - sempre nei primissimi anni dell'Ottocento - dal regio architetto e ornatista Domenico Franco. Fra il 1877 e il 1878 venne decorata al suo interno da pitture a tempera del parmense Emilio Scherer raffiguranti il Paradiso dantesco. Alle spalle del settecentesco altare marmoreo, impreziosito da sculture e intagli policromi, si dispone l'abside, di notevole profondità, con coro ligneo. L'intradosso e il catino sono anch'essi arricchiti da pitture di Scherer, così come le pareti laterali del presbiterio. Il cappellone si presenta come un edificio autonomo, con altari laterali e presbiterio leggermente rialzato e cupolato. Tra questo e il corpo principale della chiesa si dispongono vari locali fra cui l'aula del Capitolo e la sagrestia. Affiancata al presbiterio, ma a questo non allineata, s'innalza la torre campanaria: un parallelepipedo suddiviso in tre ordini scanditi da cornici e paraste angolari, unico elemento completamente superstite, benché mai completato, di una fase intermedia delle vicende costruttive della cattedrale, rivelata con chiarezza dalla data 1683 scolpita sul timpanetto triangolare di una delle quattro finestre della cella campanaria.


da http://www.sardegnacultura.it


foto  scattate  da Simone Paderi e Sara Ruiu

sabato 10 agosto 2013

IÁCCU RÙJU

di Salvatore Dedòla

IÁCCU RÙJU.
Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole... Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». La Turchi è convinta che questo personaggio fantastico sia lo stesso che dà il proprio nome a una vallicola sull’alto monte di Olièna.
da http://www.summitpost.org/punta-jacu-ruiu/58710

 Poichè ella crede che in Sardegna nel passato ci siano stati molti e nitidi episodi legati ai Misteri Eleusini, di cui fa parte Íacco (nome solenne di Bacco-Dioniso nei Misteri di Eleusi), ella ritiene che questo personaggio sardo sia proprio Dioniso. A mio parere, la valletta di Iaccu Ruju (tradotto in italiano sarebbe Giacomo Rossi) indica, fino a prova contraria, soltanto il nome-cognome di un pastore del passato, che soggiornò lungamente nell’area utilizzando il pascolo comunale. Quanto all’incrollabile certezza della Turchi sulla presenza in Sardegna dei Misteri Eleusini e di tutti i personaggi divini che ne sono l’oggetto di culto, la risposta è data dagli storici e dagli archeologi, i quali ritengono che in Sardegna sia mancato ogni genere di influsso greco, escluso ovviamente quello dei Bizantini, i quali però erano cristiani, e vennero in Sardegna con lo scopo dichiarato di sradicare ogni pratica pagana (compito peraltro cui si applicarono egregiamente). Essendo impensabile che i culti di Eléusi siano stati importati dai Romani, e tantomeno dai Bizantini, occorre cercare in altra direzione l’etimologia di Jaccu Rùju in quanto essere fantastico. Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà che ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, credo occorra cercare nei vocabolari del Vicino Oriente l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi a Iaccu), e indicarlo propriamente come ‘Dio’, con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’. In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il proprio disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna. In tal guisa veniamo a sapere che Jaccu Rùju e Cusidòre sono due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.

da  www.linguasarda.com

venerdì 9 agosto 2013

Eleonora d'Arborea legislatrice antincendi


La giudicessa di Arborea, nella redazione della Carta de Logu, si sofferma sulla lotta agli incendi. Alcune delle sue prescrizioni sono utili ancora oggi.

La Sardegna nel Medioevo era formata dai quattro Giudicati, ognuno col suo sovrano, il suo parlamento, il suo esercito e ovviamente le sue leggi. L'insieme delle leggi era chiamato Carta de Logu perché "su logu" era il territorio dello stato dove queste leggi avevano validità. Oggi si conosce con precisione una sola Carta de Logu anche se alcuni documenti ci testimoniano l'esistenza delle altre. È quella promulgata in un anno incerto, sicuramente prima del 1392, dalla famosa Eleonora d'Arborea che governò, in nome dei figli minorenni, il Giudicato d' Arborea. I 198 articoli compresi nella Carta riguardano disposizioni su tutti gli aspetti della vita dello stato: punizioni per delitti gravi, disposizioni sull'agricoltura, sull'allevamento, sulla caccia, sui salari che i lavoratori dovevano ricevere. Sebbene alcune delle pene possano apparire particolarmente crudeli al giorno d'oggi, (accecamento, mutilazioni), è tuttavia ampiamente riconosciuta dagli storici la modernità di alcune disposizioni presenti nella Carta, come la tutela della donna e dei più deboli. Un argomento di grandissima attualità è l’oggetto delle norme contenute nella terza sezione: Ordinamentos de fogu, dal cap. XLV al XLIX Vediamo come le descrive l'importante storico sardo Camillo Bellieni nel suo libro dedicato ad Eleonora d'Arborea. "Le stoppie non debbono essere bruciate, dice Eleonora, prima del giorno di S. Maria chi est a die octo de capudanni 8 settembre. Se si dà fuoco involontariamente si pagano i danni e dieci lire di multa se accade nei tempi in cui è lecito poner fogu, venticinque nelle altre stagioni; se l’incendio è doloso e riguarda terreni coltivati, cinquanta lire di multa e in via sussidiaria il taglio della destra. L’incendio doloso di abitazioni è punito col rogo. In tutti i casi il risarcimento del danno. Per difendersi da codeste terribili ondate di fuoco che potevano propagarsi sui seminati, numerose ville elevavano delle barriere protettive dinanzi alle habitaciones, cioè ai terreni lavorativi appartenenti alla comunità, in modo tale da arrestare l’avanzata della fiamma. Eleonora ordina che per il giorno di Sanctu Perdu de lampadas, 29 giugno, la barriera, sa doha, deve essere pronta, e se non è pronta, paghino tutti gli abitanti 10 soldi per ciascuno, e se la barriera non è preparata a dovere, e può essere valicata dal fuoco, paghi il villaggio la medesima somma, ed il curatore che doveva disporre perché tutto fosse in ordine, dieci lire di multa a la corte, e se egli aveva dato un ordine che non è stato eseguito, paghino collettivamente tal somma il majore e i suoi Iurathos."




Ecco riportati gli articoli della Carta de Logu riguardanti le prescrizioni antincendio. 45-Ordinamentos de fogu. Volemus et ordinamus: qui neruna persona deppiat ne pozat ponne fogu infini ad passadu sa festa de sancta Maria qui est a dies VIII de capudanni et qui contra fagherit paghit de maquicia liras XXV et ultra so paghit su dannu cat fagher acuyu ad esser. Et de cussa die inantes ciascaduna persona pozat ponne fogu a voluntadi sua guardando si pero no fazat dannu ad atere, et si fagheret damno paghit pro maquicia liras X, et issu dannu ad qui l'at aver factu. Et si no ad de qui ndi pagare cussu qui ad esser condemnadu in liras x.istit in pregione ad voluntadi nostra. Et issus jurados de sa villa hue ponne su fogu siant tenudos de prouare et tenne sos malefactores predictos et de representarellos a sa corte nostra infra XV dies. Et si nò los tenint in su dictu tempus sus dictos jurados cum sos hominis dessa villa paghit de maquicia cio est sa villa manna liras XXX et issa villa pizina liras XV et issu curadores de ciascuna de cussa villas paghit sodhus C (centu), et de sos benes cant lassari: cio est sos cant essere fuidos et inculpadussi deppiant pagare su dannu ad cuy ad esser et issu remanente decussus benes si deppiant contari in su pagamentu qui ant fagher sos hominis dessa villa. 46-Qui ponne fogu in domo. Constituimus et ordinamus: qui si alcuna persona ponneret fogu ad domo de persona alcuna istudiosamente et fagherit dannu o no nd-est binchidu: siant tenudos sos juradus et hominis de sa villa deprouare et detenne su homini qui ad auiri postu su dictu fogu: et dellu battiri tentu a sa corte nostra, et siat juigadu dellu ligare ad unu palu er fagherellu arder, et si issos jurados et hominis de sa villa nò tennerent su homini qui ad aver factu su male paghint cumonalimenti sa villa manna Liras Centu et issa villa pizina Liras 50 et de sos benes de cussos hominis qui ad aviri postu su fogu si depiat pagare su dannu qui ad aviri factu. 47-De fogu in lauore. Item ordinamus: qui si alcuna persona ponneret fogu istudiosamenti a laure messadu over ad messare o a bingia:o at ortu et est indi binchidu paghit pro maquicia liras l, et issu dannu a quillat auire factu:et si nò pagat ipso over atero pro se seghit silli sa manu destra. Et issos jurados siant tenudos de prouare et de tenne sus malusfactores adicussa pena qui narat su secundu capidulu. 48-De fogu. Volemus et ordinamus. qui si su fogu qui sadi ponni in sa villa over in sa habitationi dessa dita villa qui fazat perdimentu: siant tenudos sus curadores ciascadunu is sa curadoria sua: et issus officialis qui ant sas villas afeu. Et issos officialis o armentargios dessas villas issoro depiant àdare adprezare su dannu qui ad aviri fatu su fogu cuz sus megios hominis dessa villa et de benne assa corte da inde a dies XV ad denunciarellu assa corte nostra a pena de pagare su curadore a sa corte Liras XXV. 49-De fogu. Constituimus et ordinamus: qui sas villas qui sunt usadas de fagher sa doha proguardia dessu fogu deppiant illa fagher sa doha secundu qui fudi usadu pro temporale. Ciascaduna villa in sa habitationi sua.Et qui nolat auiri fata pro sanctu pedru de lampadas paghit sodhus X per homini et issa villa qui lat faghire:fazat illa qui fogu nò la parighit sa doha et si fogu illa barigat et faghit perdimentu paghit sa villa sodos X per homini secundu quest usadu est issu curadore liras X a sa corte. Et si su curadore comandarit assus juradus over a sus ateros hominis dessa villa defaghere sa dicta doha et nò la fagherent paghit comonalimenti sa pena qui deuat pagare su officiali et icussu officiali siat liberu. La Carta de Logu di Eleonora era insieme adatta all'Isola e moderna, tanto che rimase in vigore per più di quattrocento anni, sino al 1827 quando venne promulgato il Codice Feliciano.

tratto da www.sardegnaambiente.it


Consulta la pagina:

Eleonora d'Arborea di Camillo Bellieni