martedì 9 aprile 2013

le quattro voci del canto a tenore




dall' ENCICLOPEDIA DELLA MUSICA SARDA
Francesco Casu - Marco Lutzu
la biblioteca dell'identitá
L'UNIONE SARDA

lunedì 8 aprile 2013

MASCHERA ORGOLESE



Al mito delle janas viene ricondotta anche l'antica maschera orgolese di Maria Burra (conosciuta altrove anche con i nomi di Maria Fresada, Maria Burga, Maria Lattolada),caratterizzata da sa burra, una vecchia coperta che fungeva da scialle,oltre che da una zucca.portata come una sorta di copricapo.
La maschera era completata da 
su gruppu, un lungo mestolo di sughero e canna.
Secondo alcuni,Maria Burra, cosí come altre figure della tradizione, non sarebbe altro che la raffigurazione di un'antica sacerdotessa.  
maschera orgolese,
immagine ricavata da un'illustrazione di P.L.Murgia
Questa tesi troverebbe conforto  in alcuni bronzetti nuragici che riproducono un'immagine molto simile alla maschera orgolese,nella quale la zucca avrebbe sostituito l'originaria anfora contenente l'acqua della salute che la sacerdotessa distribuiva durante i riti di iniziazione.




(dal libro 'Luoghi ed esseri Fantastici della Sardegna" edito da L'UNIONE SARDA, scritto da B.Vigna-G.Caprolu, con illustrazioni di P.L.Murgia).

IL RISO SARDONICO




Maschera ghignante "fenicio-punica";
ritrovata a San Sperate (CA); risalente al VI sec. a.C.
dal libro IL RISO SARDONICO


di Francesco Masala

GIA EDITRICE

1984



Il riso sardonico era,nella societá nuragica,un "riso rituale",usato,cioé,durante un rito di eliminazione.
 Secondo due antichi storici greci,Timeo ed Eliano,in Sardegna,i vecchi,non appena compivano i settanta anni,invece di essere mandati inpensione,venivano eliminati,uccisi a colpi di pietra,lapidati dai loro stessi figli che,durante il sacrificio,dovevano ridere.
Era una eliminazione,perció,religiosa,con una liturgia fissa,una cerimonia simile a tanti rituali di eliminazione e di propiziazione di moltissime culture precristiane,per eliminare il male e propiziare il bene.
L'elemento atipico,nel cerimoniale sardo,era,appunto,il "riso" dei figli di fronte all'uccisione dei padri,imposto dalla legge proprio per mostrare fermezza d'animo,forza di carattere,stoicismo di fronte ad un disumano dolore.
A tal fine,per poter sopportare l'angoscia e per poter rappresentare meglio l'atarassìa,cioé per poter ridere,durante il rito di eliminazione dei padri,i figli si strofinavano sulle labbra il lattice dell'euforbia,la cosiddetta erba sardonica,una pianta diffusa in tutta l'isola,amara come il fiele,che ha la caratteristica di far gonfiare i tessuti molli,in questo caso le labbra,tumefare la bocca fino a farla sgangherare in una orrenda,tragicomica risata.
A nostro giudizio,col permesso dei due citati storici dei vincitori,non si trattava tanto di un fatto religioso,quanto di un provvedimento di natura economica,indicante una costante immutabile della vita esistenziale in terra di Sardegna: la miseria,la carestia,la fame.
Mentre presso altri popoli dell'antichitá si uccidevano i bambini,per placare Molok,il dio della fame,nella Sardegna nuragica si uccidevano i vecchi,cioé coloro che hanno terminato il loro ciclo produttivo,non tanto per motivi di tabú religiosi,quanto per motivi strettamente economici,per avere bocche in meno da sfamare,concorrenti in meno nella divisione di un sempre scarso cibo.
Forse o senza forse,la processione carnevalesca dei mammuthones ( i padri) e degli insokatores (i figli) é la permanenza folklorica di quell'antico rituale di morte per economia : come sempre,in Sardegna,la realtá si fa mito.
Un mito religioso,perció,disceso da una ferrea legge economica,quella stessa ferrea necessitá che,con comprensibili variazioni di forme,si ripropone,anche,durante il periodo della plurisecolare esosa dominazione spagnola,col mito de sas acabadòras ( se é vera,come é vera,la loro esistenza filologica della "parola" ,che é sempre prova segnica della  "cosa",se si pensa che "acabare",in sardo-spagnolo,significa "porre fine"),le donne addestrate a soffocare con un cuscino i vecchi malati,a dare l'eutanasìa,a porre fine,insomma,ad una vita improduttiva,inutile peso in una societá di pura sussistenza.
Ora,i vecchi,in Sardegna,non muoiono piú lapidati,ma di mancanza di fiato,nel proprio letto.Eppure,il riso sardonico é rimasto , fuori dal rito e dal mito,nella realtá. [...]


dal libro IL RISO SARDONICO
di Francesco Masala
GIA EDITRICE
1984

IS LAUNEDDAS - La musica dei sardi

Un film realizzato da FIORENZO SERRA coi materiali cinematografici,musicali e fotografici raccolti da ANDREAS F.WEISS BENTZON durante le campagne di ricerca effettuate in Sardegna sullo strumento musicale "is launeddas" negli anni 1957-58 e 1962.

I materiali cinematografici utilizzati in questo film,di cui si ignorava l'esistenza,furono rinvenuti nel 1981 da Dante Olianas presso gli ARCHIVI DANESI DEL FOLKLORE DI COPENAGHEN. 

Essi risultarono girati con una cinepresa 16mm con trazione a molla,priva di raccordo col registratore:di qui le difficoltá,incontrate nel montaggio,per un perfetto abbinamento sincronico tra immagini e suono.


domenica 7 aprile 2013

Sea Peoples - La storia dei popoli del mare 1° parte di 5: Gerico e Catal Hoyuk


(postato DOMENICA 13 FEBBRAIO 2011 su HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM )

Gerico e Catal Hoyuk.


bassorilievo che raffigura
 il trasporto di legname con le navi di Tiro
Recentemente ho avuto modo di leggere l'interessante libro di Berni e Chiappelli sui "Popoli del Mare" (2009) e, pur non condividendo alcune argomentazioni e qualche conclusione, ho pensato di tuffarmi in una rilettura di questo testo, filtrarla attraverso le esperienze maturate con i recenti scavi in Sardegna e proporre una visione d'insieme dell'argomento rendendola fruibile ai lettori del blog. Per ulteriori approfondimenti vi consiglio la letture del testo in originale, ricco di note dedicate ai testi egizi tradotti, e realizzato secondo la visione degli autori. Inizia, quindi, con questo post una lunga serie di argomenti che riguardano i popoli del mare, grande mistero della nostra storia passata ma ancora oggi in grado di suscitare curiosità e teorie variegate sulle loro origini e sulla loro evoluzione.

etimologia Ichnùsa


di Salvatore Dedòla



ICHNÙSA







I Greci ebbero la sorte di tramandare ai posteri molte opere scritte, e mediante esse hanno imposto la propria ragione presso gli studiosi dei moderni atenei, i quali a quei testi restano fideisticamente attaccati come all’unica verità. E così sembra a tutti lapalissiano che i nomi più antichi della Sardegna siano stati, in concorrenza tra loro, i seguenti quattro di tradizione greca: ̉Ιχνοũσσα, Σανδαλιοτίς o Σανδαλώτη,̉Αργυρόφλεψ, Σαρδώ(Sardinia presso i Romani).
Ma intanto nessuno ha notato che la Sardegna, in tal guisa, ricevette una considerazione immensa nel mondo greco-latino, poiché l’essere chiamata in tanti modi (che in definitiva sono sei) non era indice di scarsa frequentazione dell’isola – com’è lamentela generale – ma il contrario: era segno che tutte le flotte del Mediterraneo conoscevano bene i suoi approdi, e ogni flotta individuava l’Isola con un nome preciso.
A quei tempi mancavano le convenzioni geografiche internazionali, e ogni popolo del bacino greco chiamava l’Isola al modo che le singole marinerie si tramandavano. La tradizione greca riporta tali versioni, che però vengono limitate (consapevolmente) a quelle che circolavano nel bacino d’utenza. Furono omesse quindi le versioni semitiche, per la ragione che la Grecia, nella colonizzazione del Mediterraneo, si trovò sempre in aspra concorrenza coi Fenici, dei quali bisognava occultare e contrastare gli interessi anche su questo piano.
Vediamo per esteso le versioni di parte greca (e conseguentemente di parte romana). Lo Pseudo Aristotele scrive: «Quest’isola, come sembra, una volta veniva chiamata Ichnussa ( ̉Ιχνοũσσα) in quanto il suo perimetro riproduce una figura di molto simile all’impronta di un piede umano». È la prima notizia in assoluto, tramandata nel IV sec. a.e.v. Plinio, N.H. III, scrive: «Sardiniam ipsam Timaeus Sandaliotim appellavit ab effigie soleae, Myrsilus Ichnusam a similitudine vestigii» (i due studiosi citati da Plinio sono del IV sec. a.e.v.). Sallustio, II, scrive nel I sec. a.e.v.: «La Sardegna, situata nel mare Africo, ha la forma di un piede umano».
Da scrittore a scrittore, ̉Ιχνοũσσα (o ̉Ιχνοũσα) e Sandaliotis furono i due coronimi più tramandati, e tutti gli scrittori li riferirono alla ‘impronta di un piede umano’ ( ̉Ιχνοũσα) o a un sandalo (Sandaliotis): vedi Silio Italico, Manilio, Pausania, Aulo Gellio, Solino, Esichio (Σανδαλώτη), Claudiano, Isidoro, Paolo Diacono.
Se ne discosta lo Scolio al Timeo di Platone: «Costui (Tirreno), salpato secondo un vaticinio dalla Lidia, giunse in quei luoghi (= nel mare Tirreno) e da Sardo, moglie di lui (prese nome) sia la città di Sardis nella Lidia, sia l’isola che prima era chiamata Argiròfleps (̉Αργυρόφλεψ) e adesso Sardinia (Σαρδώ)».
Non metterebbe conto fare osservare che il greco ̉ίχνος ‘orma, traccia’, originariamente ‘segno, figura’, corrisponde all’akk. šiknum (lat.signum) ‘figura, immagine’, ‘posizionamento’ del piede. Il termine è quindi mediterraneo, non solo greco. Comunque sia, il greco ̉Ιχνοũσα, in quanto ‘Sardegna’, non ha la base in ̉ίχνος (mi spiace deludere quanti ci hanno creduto): è invece una paretimologia. Ciò non toglie che il coronimo, impostosi con la nota semantica e per le ragioni suddette, sia stato creduto il prototipo che racchiude e dimostra tutta la verità. Una verità indiscutibile, a cominciare dall’assurdità che i Greci (o chi, se non loro?) avessero misurato accuratamente la forma dell’isola già qualche millennio prima dell’Era volgare, ossia da quando il coronimo esisteva per suo conto, e quando essi, in quanto popolo, stavano ancora in mente Dei. Per contro, dobbiamo concederci, una volta tanto, la licenza di osservare la questione dal punto dei vista dei Sardi proto-nuragici e dei Sardi nuragici, ai quali possiamo accordare che abbiano abitato l’isola di ̉Ιχνοũσα quando ancora il popolo greco non esisteva, in un’epoca in cui, oltre ad erigere i superbi nuraghi, gli artisti sapevano scolpire le statue di Monti Prama. Ebbene, chiediamocelo: i Sardi o Sardiani (o Shardana: nome caparbiamente rifiutato da chi non vuole comprendere) dovettero veramente aspettare la nascita del genio greco per chiamare ̉Ιχνοũσα la propria isola? O dovettero prima attendere le visite dei Fenici?
̉Ιχνοũσα è proprio una paretimologia. Basterebbe questo a dimostrarlo: quando il coronimo sortì, mancavano quattro secoli al talento matematico di Claudio Tolomeo (circa 150 post e.v.), il primo geografo ad aver descritto l’Europa e la Sardegna con procedimenti ed approssimazioni che saranno resi migliori soltanto dai geografi dell’Età moderna. I geografi greci (e latini) precedenti Tolomeo descrissero l’isola col sistema dei peripli e con misure assai discordanti tra geografo e geografo, comunque imprecise, ingestibili. Nessuno di loro riuscì mai a dimostrare nei fatti ciò che il toponimo ̉Ιχνοũσα pretendeva descrivere: l’impronta d’un piede umano, o di un sandalo (Sandaliotis).
̉Ιχνοũσα, ̉Ιχνοũσσα è una perfetta paretimologia, ed ha la base antichissima nell’akk. iqnû ‘lapislazzuli, turchese’, ‘smalto blu’ + -sû ‘the X-man’, in composto iqnû-sû > Iqnusa, che significa ‘l’uomo del Grande Verde’ e parimenti ‘quella (l’isola) del Grande Verde’.
Inutile nascondere l’evidenza: la Sardegna 3000-6000 anni or sono era nota come l’isola dei miracoli per la sua straordinaria feracità, per l’incredibile boscosità, per le numerosissime saline, per essere totalmente circondata da banchi di corallo rosso, per produrre enormi quantità di murici destinati alla porpora, principalmente era nota per le sue miniere. Non è un caso che sia stata chiamata pure ̉Αργυρόφλεψ, che in greco significò ‘dalle vene d’argento’.
La fama di “isola dei miracoli” spaziava specialmente nel bacino semitico, e non fu un caso che poi i Fenici si tennero stretta l’isola. Furono proprio questi, assieme agli Ebrei coi quali navigavano in stretto comparaggio, a dare all’isola un nome più appropriato alla visione del proprio mondo e della propria religione. La chiamarono Kadoššène, (Kadoš-Šēne = ebraico-fenicio ‘Madre Santa’). Precisamente kadošebr., qdš fenicio = ‘santo, sacro’; šn’ fenicio ‘maestro’ ma anche un certo tipo di ufficio (sacro). Nel fenicio šn’ sembrerebbe di poter cogliere quella che per gli Ebrei fu la Terra Santa, la Terra Promessa.
Questo termine in Sardegna rimase in uso fino a tutto il ‘700, ossia sino a tre secoli fa, con la pronuncia Cadossène, ed ancora oggi è ricordato, ed usato pure nelle insegne dei negozi (Nuoro).
Con ciò constatiamo che il coronimo indicante la Sardegna ha tre fonti: una sembra venire dal mondo greco, l’altra proviene senz’altro dai Fenici-Ebrei; la terza proviene senz’altro dai pre-Lidi, i quali con tale nome gentile vollero fare omaggio a Sardò, moglie di Tirreno. A ben vedere, Sardinia o Sardò è l’unico coronimo ad essere datato, poiché da Erodoto, I, 94, sappiamo quando i Lidi (pre-Lidi) mossero, guidati daTirreno, verso il Mediterraneo occidentale.
Dicevo che una delle tre fonti “sembra venire dal mondo greco”. Sembra, ma non è. Ai Greci, mirabili contraffattori di nomi e toponimi altrui, fu facile credere che Ιχνοũσα, Σανδαλιοτίς significasse ‘quella dell’orma’, ‘quella del sandalo’, e rafforzarono tale illusione per il fatto che i naviganti fenici dicevano Kadoššène. Essi sapevano che in semitico -šēn significava pure ‘sandalo’ (così è l’akk. šēnu ‘sandalo’), e sapevano che l’akk. šiknum (lat. signum) ‘figura, immagine’, ‘posizionamento’ del piede, rafforzava la propria intuizione; onde gli fu facile intendere l’akk. iqnû-sû > Iqnusa come ‘orma del piede’, anziché nel suo vero significato di iqnû ‘lapislazzuli, turchese’, ‘smalto blu’ + -sû ‘the X-man’, ša ‘colei che’, in composto iqnû-sû, iqnû-ša > Iqnusa, ossia ‘quella (l’isola) del Grande Verde’.
Così andò la questione nei bacini marinari frequentati dai Greci, e, gravida di tale equivoco, l’autorità dei Greci ebbe presa pure nel mondo romano.
Resta da chiarire perché l’akk. Iqnuša significa ‘Isola del Grande Verde’ (o ‘Quella del Turchese, del Lapislazzuli’). Semplicemente perché in epoca arcaica, quando tutto lo scibile delle antiche civiltà aveva un senso, la Sardegna era nota in tale modo. Isola del Grande Verde era un coronimo antonomastico, poiché l’isola era incastonata al centro del Mediterraneo (chiamato il Grande Verde), lontana da ogni costa, distante ma attrattiva per tutte le sue ricchezze.
Il Grande Verde: così lo chiamavano pure gli Egizi. E quando descrissero i Popoli del Mare, affermarono sempre che provenivano dalGrande Verde, da loro detto Uatch-ur, ‘the Great Green water’, ossia il Mare Mediterraneo. A saperlo interpretare foneticamente, l’egizioUatch-ur è la base etimologica da cui deriva pure il ted. Wasser e l’anglosassone water. Parola mediterranea e pan-europea, questa, che però non replicava, se non nella semantica, il modo in cui gli Accadi, gli Assiri e i Babilonesi chiamarono per proprio conto il Mediterrraneo:Iqnû-sû ‘quello (il mare) del Lapislazzuli’.
Per il resto, gli Egizi seppero distinguere bene quando indicarono le varie parti del Mediterraneo. Quindi scrissero pure Uatch ura āa Meḥu, the ‘Very Great Green Water of the North Land’ i.e., the Mediterranean Sea; ma scrissero Uatch ur ḥau nebtiu ‘the Ionian Sea’, con una evidente distinzione.
Dopo questa ampia disamina della questione, ora sappiamo la vera origine di Ichnùsa. Ed abbiamo guadagnato finalmente pure una seconda certezza: che i celebri Shardana, gli invasori del Delta, uno dei Popoli del Grande Verde, non potevano che avere la propria base in Sardegna, a dispetto degli stuoli di archeologi che ancora lo negano a vantaggio della Sardi anatolica.

http://www.linguasarda.com/index2.htm

sabato 6 aprile 2013

Supramonte Ogliastrino

Scopri tutti i sentieri
Urzulei, cuile Sedda Arbacas

















Il Supramonte si inserisce nel quadro delle strutture montane della costa centro orientale sarda, la superficie ricade nei territori di Oliena, Orgosolo, Dorgali, Baunei e Urzulei. L’altezza media dei suoi monti è di circa 900 m, mentre la vetta più elevata è di 1.463 m (Monte Corrasi). Qui il territorio è costituito da un altopiano tagliato da valli profonde, intensamente frastagliate dettecodule, che sfociano a mare interrompendo le pareti calcaree costiere in un paesaggio caratterizzato da rupi, falesie, profonde gole, doline e inghiottitoi. Poco conosciuto è ilSupramonte di Urzulei che comprende la parte più selvaggia dell’intero territorio. La sua stratigrafia è costituita da un basamento paleozoico su cui poggia il complesso calcareo costituito da conglomerati basali, visibile in alcune località come nella valle del Flumineddu. Sopra i conglomerati basali troviamo poi la dolomia e i calcari ben stratificati di colore biancastro. L’intero territorio è scarsamente antropizzato. Le vie di comunicazione sono poco numerose e percorribili con difficoltà. Il tutto è testimoniato dal fatto che gli unici edifici preservati nel territorio siano le antiche capanne dei pastori sardi, chiamate cuiles, edifici isolati fatti di pietra e legno che per secoli sono stati i rifugi dei pastori, dove venivano allevati capre, pecore e maiali. La flora è particolarmente ricca e varia. Le specie arboree più comuni sono il leccio, il tasso, il ginepro e la fillirea. La fauna è costituita prevalentemente da mufloni, cinghiali, volpi, aquile, poiane e varie altre specie di uccelli e mammiferi comuni nelle zone montane. Da ricordare la presenza del raro euprotto e del geotritone del Supramonte.

Un'isola di sentieri
Carta 4 Supramonte Ogliastrino

tratto da SardegnaForeste

martedì 19 febbraio 2013

I Sardi nella guerra di Troia

I Sardi nella guerra di Troia
di Carlo D'Adamo

da HTTP://PIERLUIGIMONTALBANO.BLOGSPOT.COM



Perché un libro intitolato “I Sardi nella guerra di Troia?”
La storiografia greca ha elaborato nel ciclo dell’epopea troiana il processo di crisi del sistema miceneo, mentre la storiografia egizia ha narrato parte dello stesso processo sotto il tema dell’invasione degli “Abitanti delle Isole del Grande Verde” che ordivano una “congiura” contro l’Egitto assalendo le sue coste e tentando un’invasione.
La sostanziale autoreferenzialità delle due tradizioni storiografiche impedì a Platone, al quale la tradizione egizia era giunta di seconda o di terza mano, di riconoscere nel racconto di Crizia (che egli riporta nel Timeo) gli stessi avvenimenti che i greci avevano già elaborato nei miti di Teseo e del ritorno degli Eraclidi e nella grande epopea della guerra di Troia.
Ma se noi ci misuriamo direttamente con Medinet Habu ed evitiamo il bypass “sacerdoti egiziani-Solone-Crizia-Platone” per accedere direttamente alle fonti che parlano degli Abitanti delle Isole del Grande Verde, dei Srdn, dei Skls, dei Trs, dei Lkk e dei Dnwn, ci rendiamo conto del fatto che avve-nimenti riferibili allo stesso processo storico vengono narrati da due pro-spettive estremamente diverse: quella dei faraoni, da una parte, e quella dell’aristocrazia greca, dall’altra.
La prospettiva del faraone è dinastica, accentratrice e celebrativa: nella sua narrazione dei fatti si tacciono le sconfitte, gli alleati vengono dipinti come sudditi o vassalli, le merci importate vengono presentate come tributi dovuti od omaggi offerti in dono. Del lungo processo di crisi ed implosione del mondo miceneo il faraone racconta solo le scorrerie che gruppi di “abitanti delle Isole del Grande Verde”, congiurati contro l’Egitto, effettuavano. Se noi accettiamo il nome che convenzionalmente viene attribuito dai greci al processo di disgregazione del mondo miceneo, cioè “guerra di Troia”, dobbiamo concludere che le coste egiziane erano il fronte sud-occidentale di quella guerra.
La prospettiva dei Greci è aristocratica, policentrica e contraddittoria: la loro narrazione enfatizza l’eroismo individuale dei vari principi, è reticente sugli aspetti economici del conflitto, codifica nel racconto dell’assedio ad una unica città le guerre che misero in crisi il sistema palaziale, riduce i conflitti sociali a vicissitudini individuali (nei nostòi) e mescola anacronisticamente processi riferibili all’età del Bronzo ad altri più recenti. È il punto di vista di una società aristocratica vittoriosa militarmente all’esterno ma in piena crisi al proprio interno.
Se Platone o Crizia avessero relativizzato le informazioni giunte loro dai sacerdoti egizi avrebbero compreso che l’isola potentissima (che Platone chiama “Atlantide”) situata a nord-ovest rispetto all’Egitto poteva benissimo essere a sud-est (ma anche a sud-ovest o ad ovest) rispetto alla Grecia, e non l’avrebbero, forse, collocata oltre lo stretto di Gibilterra. Ma, cosa forse più importante, avrebbero compreso che anche la tradizione greca conservava memoria di quei fatti, che tuttavia, nel mito e nell’epopea di Troia, assu-mevano un aspetto completamente diverso da quello tramandato dalla pro-paganda dei faraoni. Forse alla base della incapacità di Platone di collegare i contenuti storici delle leggende greche al racconto dei sacerdoti egizi stava una forma mentis razionale, filosofica, sostanzialmente estranea all’attitudine mito-poietica della storiografia leggendaria.
Ma diversi indizi permettono di interconnettere i racconti greci con quelli dei faraoni, ed ambedue con una enorme mole di dati archeologici. Omero, ad esempio, conserva memoria di scorrerie effettuate contro l’Egitto a partire da Creta (nel racconto di Odisseo ad Eumeo: Odissea XIV, 284 e segg.), di alleanze tra troiani ed egiziani (il sovrano etiope Mèmnone ucciso da Achille: Odissea XI, 522), di alleanze commerciali tra clan familiari ap-partenenti a popoli diversi (l’episodio di Diomede e Glauco: Iliade, VI, 119 e segg.), che gettano uno spiraglio di luce sulla fine dell’età del Bronzo e sull’inizio dell’età del Ferro nel Mediterraneo. E le infinite testimonianze di ceramica “micenea” e di frammenti di manufatti “micenei” ritrovati anche in Italia, e risalenti a ben prima della cosiddetta colonizzazione greca, provano l’esistenza di relazioni frequenti, organiche, stabili, tra le popolazioni mediterranee, comprese quelle italiche, nelle diverse fasi dell’età del Bronzo.
L’adozione della “proiezione micenea” (cioè dell’ipotesi che, se i greci si trovavano già in Grecia in epoca micenea, anche la maggior parte dei popoli con cui essi avevano relazioni probabilmente era collocata, grosso modo, dove poi la ritroviamo in epoca storica) sembra aprire interessanti prospet-tive di ricerca, che nel libretto “I Sardi nella guerra di Troia” sono indicate per sommi capi.
La più immediata consiste nella rivalutazione dell’ipotesi che i testi egizi, quando parlano dei Srdn, si riferiscano proprio ai nostri Sardi, che da tempo, come innumerevoli reperti hanno dimostrato, si trovavano al centro di inten-sissime relazioni con tutti i paesi del Mediterraneo. Ma la chiamata in causa dei Sardi nel processo che porta al collasso del sistema miceneo non è senza conseguenze, perché, come da tempo sostiene fra gli altri Michel Gras, i Sardi portano con sé almeno Siculi e Tirreni (e forse, anche se il con-dizionale è d’obbligo, anche Lucani e Dauni).


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